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News


08/02/2019
Non costituendo un atto amministrativo, la validità ed efficacia di un accordo sindacale può essere valutata in sede giudiziale solo in applicazione dei principi civilistici che individuano le patologie degli atti negoziali.

L’art. 9, comma 21, del D.L. n. 78/2010, recante disposizioni di contenimento delle spese del pubblico impiego, quanto al personale di cui all’art. 3 del D. L.vo 165/2001 – tra cui rientra anche il personale alle dipendenze della Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – distingue tra “progressioni di carriera comunque denominate” e “meccanismi di progressione automatica”, riconoscendo solo alle prime valenza ai fini giuridici, ancorché disposte nel periodo di operatività del “blocco stipendiale”: la previsione risponde evidentemente all’intento, del legislatore, di non penalizzare eccessivamente le promozioni e gli avanzamenti ottenibili previa procedura valutativa discrezionale; per contro, i predetti “meccanismi di progressione automatica” dovevano rimanere improduttivi di qualsiasi effetto durante quegli stessi anni.

Un accordo sindacale, concluso tra organizzazioni sindacali ed una parte datoriale (nella specie, pubblica) per disciplinare il rapporto di lavoro di lavoratori dipendenti, costituisce un atto di natura negoziale, essendo appunto finalizzato a regolamentare i rapporti tra un datore di lavoro ed i suoi lavoratori dipendenti, a tutela dei rispettivi interessi, che sono da tenere distinti dal superiore interesse pubblico, tutelato, in senso lato, dall’attività della p.A. .

Non costituendo un atto amministrativo, la validità ed efficacia di un accordo sindacale può essere valutata in sede giudiziale solo in applicazione dei principi civilistici che individuano le patologie degli atti negoziali, senza che il giudice possa sostituirsi alle parti nella espressione della volontà negoziale già manifestata.

T.A.R. Lazio - Roma - Sezione I - Sentenza 7 febbraio 2019*