DISCORSO DI SALUTO
di Carmine Volpe – Presidente aggiunto del Consiglio di Stato
Palazzo Spada – Sala di Pompeo – 6 maggio 2026
- Buongiorno a tutti e benvenuti[1].
Da parte mia un breve discorso di saluto in occasione della cessazione del servizio in Consiglio di Stato a causa dell’imminente collocamento a riposo per limiti massimi di età.
Mi è sembrato doveroso salutare, e ci tenevo, prima del commiato finale.
Ho invitato tutti i magistrati del Consiglio di Stato, in servizio e fuori ruolo, il personale amministrativo della mia sezione, il personale dell’Ufficio Studi e dell’Ufficio del Massimario di cui sono direttore, qualche dirigente del Consiglio di Stato, alcuni magistrati che erano in Consiglio di Stato e ora presiedono Tar, alcuni amici tra i magistrati del Consiglio di Stato in pensione.
Avrei voluto salutare tutti.
E quindi invitare anche tutto il personale amministrativo che lavora in Consiglio di Stato, circa trecento persone, i carabinieri in servizio a palazzo Spada, i componenti del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, i magistrati TAR che conosco, quelli, assieme ad alcuni del personale, che hanno lavorato con me al TAR del Lazio nei quasi quattro anni della mia presidenza, alcuni amici e avvocati. Sarei arrivato a oltre seicento inviti. Così che mi sono dovuto fermare a duecento inviti, altrimenti saremmo andati incontro a sei matrimoni in contemporanea. E oltre a problemi di spazio, sarebbe stato comunque difficile trovare sei spose.
Quindi ho dovuto fare una selezione e a un certo punto fermarmi.
Questo è il terzo saluto che faccio e, nei restanti nove giorni all’alba contando verso la fine, me ne mancano ancora due.
Il primo saluto è stato il 22 aprile scorso nella camera di consiglio dell’ultima udienza in adunanza plenaria. Poi ne ho fatto un altro il 28 aprile nella mia ultima udienza in sezione sesta, alla presenza dei magistrati in collegio e del foro. Oggi c’è questo. Poi farò un saluto il 12 maggio con l’Ufficio Studi e l’Ufficio del Massimario in riunione congiunta e infine il giorno dopo vorrei salutare il Consiglio di Presidenza.
- Non intendo fare un discorso autocelebrativo, né tanto meno autoreferenziale.
Mi interessa, invece, svolgere alcune considerazioni e riflessioni, oltre che condividere delle sensazioni personali. Permettetemelo, perché ci tengo anche da un punto di vista storico.
Questo per me è un traguardo importante.
La vita non ha permesso a tutti di arrivarci.
Mio padre, che era presidente di sezione della Corte di Cassazione e che ci pensava tanto con entusiasmo come l’inizio di una nuova vita libera dal lavoro, non ci è potuto arrivare per soli nove mesi. E all’epoca si andava pur sempre in pensione a settant’anni.
Come lui, a mio ricordo da quando sono entrato in Consiglio di Stato nel 1989, non ce l’hanno fatta dieci colleghi.
Vorrei ricordare i loro nomi perché sono particolarmente impressi nella mia memoria. L’ho detto pure nel discorso che ho tenuto alla mia ultima udienza in sezione. Sono: Santelia, Benvenuto, Gessa, Reggio D’Aci, Zeviani Pallotta, la Barberio Corsetti, Catallozzi, Vacirca, Frattini, la Puliatti.
Arrivarci, per chi corre, è una sensazione simile all’arrivo al traguardo di una maratona. Ci si sente soddisfatti e svuotati, più leggeri e liberi, ma già proiettati verso un’altra nuova gara.
- Il tempo non si possiede ma si attraversa.
Non l’ho dico io, l’ha detto Sant’Agostino. Nel senso che il tempo misura lo scorrere degli eventi e i ricordi da un punto di vista mentale ed emozionale.
Il tempo attraversato è stato tanto. Quarantacinque anni e oltre da quando ho incominciato a lavorare (assieme al qui presente presidente Maruotti) presso l’Avvocatura Generale dello Stato, nel marzo del 1981. Quarantadue anni quasi di Giustizia Amministrativa e trentasette anni di Consiglio di Stato, di cui quattro passati alla presidenza del Tar del Lazio.
Forse il tempo attraversato è stato troppo e mi sembra giusto che sia arrivato il momento di salutare e di iniziare a fare altro. Altrimenti si corre il rischio di diventare una sorta di highlander della Giustizia Amministrativa, si inizia a formare la muffa e quindi bisogna cambiare aria e andarsene.
Nella mia attività ho tenuto presenti alcuni punti fermi. In particolare: responsabilità, dedizione, dignità, equilibrio.
Responsabilità nel senso della parola latina respondere, ma soprattutto equilibrio e dignità.
Credo che la dignità di ogni magistrato del Consiglio di Stato restituisca dignità all’Istituto a cui si appartiene e la dignità dell’Istituto restituisca dignità a chi ne fa parte.
E poi, soprattutto per un magistrato, è importante l’equilibrio: elemento difficile da trovare in una situazione che si presenta già di per sé tendenzialmente squilibrata, perché questo lavoro, per l’enorme impegno mentale che richiede, in parte già di per sé squilibra. E una volta trovato l’equilibrio bisognerà trovare un nuovo equilibrio in una situazione diversamente squilibrata, quale quella che mi si prospetta nel momento successivo alla cessazione dal servizio per collocamento a riposo per limiti di età.
- In Consiglio di Stato sono entrato giovane. E da giovane anche io cercavo la grande bellezza, come Jep Gambardella, il protagonista del film “La grande bellezza” del regista Paolo Sorrentino. Ma, a differenza di Jep Gambardella, io a un certo punto la grande bellezza l’avevo trovata. Non nell’Avvocatura dello Stato, dove avvertivo che mi mancava qualcosa, e neppure quando ho incominciato l’attività di giudice presso il Tar. L’ho trovata, invece, entrando in Consiglio di Stato.
Non solo per la bellezza di Palazzo Spada – perché Palazzo Spada è significativo e indicativo della grande bellezza, tanto che alcune scene del film sono state girate proprio qui – ma soprattutto per l’aria che si respirava nell’Istituto.
Il Consiglio di Stato, ai tempi in cui sono stato nominato consigliere, era una grande famiglia.
Ci si aiutava a vicenda.
Si poteva andare a chiedere qualcosa, di cui si aveva bisogno e sempre nel lecito, di competenza di un Ministero al collega presidente che ricopriva una posizione importante nella stessa, poiché fuori ruolo come capo di Gabinetto di quel Ministero.
Come è accaduto a me. Il collega presidente, anche se non mi conosceva personalmente, mi ricevette, mi ascoltò e si mise a disposizione, chiaramente nell’ambito del possibile, per risolvere il problema. In nome di uno spirito di colleganza e di appartenenza che era il vero collante del Consiglio di Stato.
E il mio non era stato un caso isolato. Rientrava, invece, nell’ordinario ricorrente.
Tra i colleghi vi era comunanza, solidarietà e generosità.
Ricollegandomi ad alcuni dei nomi che ho fatto prima, volevo ricordare, soprattutto, quando morì Franco Zeviani Pallotta, il quale era un collega di provenienza Tar. Era una persona un po’ altezzosa, aristocratica e non tanto empatica. Un brutto male in poco tempo lo portò via. Io e altri colleghi andammo al funerale e vedemmo la ragazza, abbastanza giovane, con cui Franco aveva avuto un figlio. Questo bambino, per tutta la durata della messa funebre, era in chiesa in prima fila accanto alla madre. Poteva avere tre o quattro anni e portava i pantaloncini corti. C’era anche Sergio Santoro, oggi presente, che se lo ricorda bene.
Quando uscimmo dalla chiesa noi colleghi ci dicemmo: “dobbiamo fare qualcosa per la famiglia di Franco e soprattutto per questo bambino, troppo presto orfano di padre”. Era rimasto colpito anche Renato Laschena, a quel tempo presidente del Consiglio di Stato. Allora Sergio Santoro propose di farsi dare dal presidente Laschena un incarico arbitrale (all’epoca gli arbitrati erano ancora consentiti ai magistrati amministrativi) e poi versare il compenso direttamente alla famiglia. Ma noi colleghi osservammo che in questo modo sarebbe passato troppo tempo mentre, invece, andava trovata una soluzione di pronto intervento. Così che decidemmo di fare una colletta versando un milione di lire a testa (si era in epoca precedente all’euro). Raccogliemmo così una cifra importante e la consegnammo alla mamma del bambino.
La stessa colletta la facemmo quando morì prematuramente il collega Enzo Reggio D’Aci, per la sua famiglia, che dopo ci ringraziò formalmente. E anche in seguito a favore dei figli della collega Livia Barberio Corsetti, i quali, ancora studenti, oltre la madre, avevano poco prima perso anche il padre.
- C’era la consapevolezza di appartenere a un Istituto nobile e autorevole.
La luce del Consiglio di Stato si rifletteva sui magistrati del Consiglio di Stato, i quali, a loro volta, davano luce al Consiglio di Stato e la riflettevano all’esterno.
Il Consiglio di Stato era una catena, dove noi giovani da poco entrati eravamo consapevoli di essere un piccolo anello della catena, formata da anelli grandi e piccoli. Tutti noi magistrati del Consiglio di Stato sapevamo che anche un anello piccolo, se si fosse spezzato, avrebbe rotto la catena. Ciascuno, quindi, era convinto di essere un meccanismo importante per il funzionamento al meglio di un grande motore.
E qui devo ricordare il così detto preconsiglio, la riunione preparatoria del Consiglio dei ministri, all’epoca del secondo Governo Berlusconi iniziato nel 2001. Era presieduto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dottor Gianni Letta. Si svolgeva nella sala verde di Palazzo Chigi attorno a un grande tavolo ovale, laddove in prima fila c’erano i capi di gabinetto e i capi uffici legislativi dei vari ministeri, e poi subito dietro un’altra e qualche volta altre due file di funzionari e addetti dei singoli uffici. La maggioranza dei capi di gabinetto e dei capi uffici legislativi erano magistrati del Consiglio di Stato. Gianni Letta li conosceva tutti per nome.
Lo ricorda bene Francesco Caringella, all’epoca capo ufficio legislativo del ministro per le politiche comunitarie Rocco Buttiglione. Io ero capo di gabinetto del ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri.
Per Letta, che dava la parola a chi ne faceva richiesta per intervenire non solo sui provvedimenti del proprio Ministero ma anche su quelli di altri Ministeri, non parlava Francesco Caringella, nella sua qualità di capo ufficio legislativo, e nemmeno Carmine Volpe quale capo di gabinetto. Parlava il Consiglio di Stato. Letta diceva, consentendoci di intervenire: “sentiamo cosa dice il Consiglio di Stato”. E tutti quanti stavano a sentire con maggiore attenzione del solito, perché la sola appartenenza al Consiglio di Stato dava di per sé autorevolezza anche se si partecipava in una veste diversa.
L’autorevolezza dell’Istituto era data dall’autorevolezza dei suoi appartenenti e dall’essere un corpo coeso.
Eravamo nani sulle spalle di giganti. E i giganti erano alcuni dei presidenti del Consiglio di Stato. Noi giovani li rispettavamo e li vedevamo come degli esseri superiori.
I giganti si manifestavano soprattutto nell’adunanza generale, che si teneva per almeno tre volte al mese e qualche volta anche ogni settimana, e dove si portavano al parere del Consiglio di Stato tutti gli schemi di regolamento. Questo fino al 1997 quando la legge Bassanini istituì la sezione consultiva per gli atti normativi.
Per chi come me, entrato nel 1989, ha vissuto quel tempo, è stata un’esperienza irripetibile e profondamente formativa. Ormai di magistrati in servizio che se ne possano ricordare ne rimangono pochi. Già il concorso di Francesco Caringella, i cui vincitori sono entrati nel 1997, non può averne ricordo.
Partecipare all’adunanza generale era una scuola di formazione e di vita professionale. Il relatore dell’affare, tendenzialmente un giovane consigliere di Stato (all’epoca i vincitori di concorso erano assegnati “a scavalco”, ossia in giurisdizionale a tempo pieno e in consultiva per un’adunanza al mese), dopo avere svolto attentamente la relazione, cosciente dell’ardua prova che l’attendeva, era soggetto al “fuoco incrociato” delle varie osservazioni che provenivano soprattutto dagli interventi dei presidenti.
In primo luogo il presidente di allora del Consiglio di Stato, Giorgio Crisci, che presiedeva l’adunanza generale. Era un essere diabolico nella sua superiorità mentale e preparazione giuridica. Soffriva di insonnia e passava la notte a studiare a tappeto soprattutto gli affari che erano fissati in adunanza generale.
Si alzavano poi nelle prime file, per intervenire con osservazioni, i presidenti Quartulli, Anelli, Longo, Laschena, Paleologo, Salvatore, Quaranta, De Roberto, Iannotta, Catallozzi.
Per il relatore, sottoposto a “un tiro al piccione”, era un massacro. Le osservazioni erano quasi sempre fondate perché loro arrivavano, anche in base all’esperienza e all’acume, dove noi giovani non avevamo ancora le capacità di arrivare.
Ma loro, i presidenti, non lo facevano per mettere in soggezione o per svilire. Lo facevano per forgiare in qualche modo il giovane consigliere, creargli una corazza a difesa, farlo crescere e nello steso tempo condurlo, con il necessario approfondimento e l’uso del ragionamento e della logica, all’approccio ottimale all’esame e alla soluzione dei casi.
Così che tutto era finalizzato al miglioramento e all’efficientamento del sistema e per noi, all’epoca giovani, quella è stata una grande occasione di apprendimento e di crescita professionale.
6.1. Poi ho visto la grande bruttezza.
Ricordo due episodi, che però non tutti conoscono nel loro effettivo evolversi anche perché, mi sono reso conto, alcuni eventi vengono raccontati in maniera distorta.
Il primo è la storia del ricorso straordinario.
Certe cose bisogna dirle e ricordarle perché fanno parte della storia dell’Istituto.
Nove colleghi del Consiglio di Stato vincitori di concorso, tra cui anche io – qualcun altro è qui presente – verso la fine degli anni ’90 presentarono un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica vantando pretese economiche, inerenti il trattamento economico in godimento, nei confronti della Presidenza del Consiglio dei ministri. Il ricorso straordinario venne accolto come da parere espresso dalla sezione consultiva competente. E venne accolto anche il successivo ricorso giurisdizionale proposto per l’ottemperanza, dato il persistente inadempimento da parte dell’amministrazione.
E qui è cominciata tutta un’attività di contrapposizione e resistenza partita dall’interno dell’Istituto con l’appoggio esterno dell’amministrazione che avrebbe dovuto dare esecuzione a decisioni che avevano riconosciuto, a legislazione vigente, la fondatezza della pretesa; attività condotta da alcuni colleghi, sia all’interno in posizioni di rilevo, sia all’esterno nella veste di titolari di incarichi di diretta collaborazione presso la stessa amministrazione. Per cui quella che era una grande famiglia a un certo punto ha incominciato a dare segni di cedimento.
Si sa che l’invidia domina il mondo e anche il Consiglio di Stato non è estraneo al mondo.
Si è poi arrivati all’emanazione di una norma, contenuta nella legge finanziaria per il 2001, che ha abrogato con efficacia ex tunc la normativa in forza della quale i ricorrenti avevano visto riconoscere le loro pretese economiche legittimamente azionate, si è disposta la perdita di efficacia dei provvedimenti e delle decisioni di autorità giurisdizionali comunque adottati e si è previsto che non erano dovuti né potevano essere eseguiti pagamenti sulla base di precedenti decisioni o provvedimenti.
È inutile ricordare l’esito infruttuoso dei successivi ricorsi presentati dagli stessi interessati al Tar e al Consiglio di Stato, e le intervenute decisioni sfavorevoli della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale, fino a una recente decisione dell’adunanza plenaria del Consiglio di Stato che, dopo quasi venticinque anni, ha chiuso definitivamente la vicenda.
Il paradosso della storia è che, sulle ceneri di questa vicenda, poco dopo il suo inizio, il ricorso straordinario è risorto a nuova vita per mano dei successivi interventi legislativi e dell’evoluzione giurisprudenziale, che lo hanno avvicinato al ricorso al Tar come ulteriore forma di tutela nelle materie devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo.
6.2. La seconda storia emblematica della grande bruttezza è stata la cinquina e la gestione della cinquina da parte dell’organo di autogoverno.
Mi riferisco alla vicenda che tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 portò alla nomina del presidente del Consiglio di Stato.
All’epoca non ero in Consiglio di Stato avendo da poco preso servizio come presidente del Tar del Lazio.
La cinquina non è stata manifestazione di ingerenza della politica nella nomina del vertice della giustizia amministrativa perché la stessa è stata eterodiretta. Ossia è partita direttamente dall’interno dell’Istituto, con un semplice avallo esterno, portata avanti da un ristretto gruppo di colleghi, con l’appoggio di altri, per meri interessi di parte.
Ancora peggio è stata la gestione della cinquina da parte dell’organo di autogoverno.
Ho partecipato recentemente all’assemblea congiunta delle due associazioni dei magistrati del Consiglio di Stato. Si è parlato molto di Stefano Baccarini, il quale, pur se collocato al primo posto nella cinquina proposta al Governo dal Consiglio di presidenza, venne poi scavalcato nella nomina finale del presidente del Consiglio di Stato e, successivamente, deluso, si dimise.
Ma Stefano Baccarini alla fine si è ritirato e chi si ritira non combatte e, se non si combatte, non si può pensare di vincere.
Mentre invece lì il vero agnello sacrificale fu il qui presente presidente Sergio Santoro, il quale in quella cinquina, seguendo il criterio dell’anzianità di ruolo, si sarebbe dovuto collocare al secondo posto e invece fu posizionato al quarto posto, facendolo scavalcare da altri due colleghi meno anziani sulla base di alcune valutazioni molto dubbie.
Cosa oltremodo strana fu che la cinquina, o meglio la classifica della cinquina, venne seguita dall’organo di autogoverno anche nella successiva nomina del presidente aggiunto.
Poi il collega Santoro diede battaglia ma risultò sconfitto, rimanendo soccombente nei successivi giudizi azionati in primo e in secondo grado innanzi al giudice amministrativo. I cui echi ritornano di attualità a seguito di recente attività dell’organo di autogoverno.
- L’importante è vivere nel presente senza dimenticare il passato, ma pensando anche al futuro.
Purtroppo qui il passato si conosce poco. Anzi qualcosa viene raccontata anche in maniera artefatta.
Vedo che ormai non si tramanda più nulla, il che invece sarebbe utile perché la storia di questo Istituto serve a vivere il presente e a orientare il futuro, a non ripetere errori del passato e a migliorarsi.
Prima di cessare il servizio presso il Consiglio di Stato, avrei voluto organizzare, anche come Ufficio Studi, un convegno dal titolo “Il Consiglio di Stato: com’è e come potrebbe essere. Nell’approssimarsi del bicentenario, tra passato, presente e futuro”. Sarebbe stata un’occasione utile di meditazione e di approfondimento; una sorta di “think tank” sulla giustizia amministrativa. Per tutta una serie di ragioni non mi è stato possibile. Spero ci si possa ripensare in futuro e riprendere l’idea.
Anche perché gli anniversari vanno ricordati e celebrati. Due sono le prossime scadenze importanti.
Innanzitutto il 2028, che segnerà gli ottanta anni dall’istituzione della sesta sezione del Consiglio di Stato. Ricordo, in particolare, a tutti i magistrati che fanno parte della sezione, se saranno ancora lì tra due anni, di tenere presente questo anniversario perché credo che vada celebrato degnamente. La sesta è una sezione importante non solo per le materie trattate, che rappresentano la gran parte del diritto pubblico dell’economia, ma anche perché, da quando sono entrato a Palazzo Spada, cinque presidenti della stessa sono poi diventati presidenti del Consiglio di Stato; nell’ordine, Laschena, De Roberto, Schinaia, Coraggio e Giovannini.
E poi il 2031: duecento anni dalla nascita del Consiglio di Stato, dal famoso Editto di Racconigi, che ha posto le basi dell’attuale sistema di giustizia amministrativa. Credo che quello sia un anniversario fondamentale, da celebrare anche con un contributo scientifico che rimanga a futura memoria.
Non so se tra i presenti tutti lo sanno. Per il centocinquantenario del Consiglio di Stato, nel 1981, uscì un’opera in tre volumi dal titolo “Studi per il centocinquantenario del Consiglio di Stato”, laddove, secondo me, alcuni articoli costituiscono le fondamenta di molti istituti del diritto amministrativo. Io, e altri, ci abbiamo studiato per preparare i concorsi. Lì si trovano articoli che scrissero Calabrò, Paleologo, Lignani, Baccarini, Torregrossa, Farina (sui regolamenti) e che ancora ora sarebbero attuali per quanto riguarda l’inquadramento e i principi dei relativi istituti.
Sono oggi presenti alcuni colleghi che hanno davanti almeno, e forse anche di più, trenta anni di servizio in Consiglio di Stato. Mi rivolgo soprattutto a loro perché il futuro dell’Istituto è nelle mani dei giovani. Non dimenticate il passato ma tramandatelo. Conoscere la storia e il passato del Consiglio di Stato significa conoscere le proprie radici e la propria origine; nello stesso tempo rafforza la professionalità e l’appartenenza.
- Per me cala il sipario in Consiglio di Stato.
La vita è un susseguirsi di gradini. Si dice che dopo una fine c’è sempre un nuovo inizio.
È un passo del “Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Ma l’ha detto ancora prima Seneca, per dare risalto alla circostanza per cui tutto quello che è temporaneo è destinato a concludersi e il conoscere questo limite è l’unico modo per raggiungere la serenità e apprezzare ogni singolo istante della vita.
Spero comunque che il nuovo inizio possa essere migliore della fine.
Un’identica sensazione mi riporta indietro nel tempo, alla notte del 15 marzo 1981.
Era la sera prima di prendere servizio in Avvocatura Generale dello Stato. L’ultimo giorno prima del primo giorno di lavoro. Non era stata una notte tranquilla ma abbastanza disturbata. C’era la sensazione, chiara e netta, che dal giorno dopo la vita sarebbe cambiata. Si incominciava a lavorare, e allora come sarebbe stata questa nuova vita; meglio o peggio della precedente?
Vi era la certezza che dal giorno dopo la vita non sarebbe stata più la stessa, in modo radicale e definitivo.
Ora avverto una sensazione simile.
Finisce una storia, si chiude un’epoca, se ne incomincia un’altra; ma come sarà? È un ritorno a più di quarantacinque anni addietro.
Intanto riacquisto lo stato libero.
Un altro concetto è importante e l’ho esternato all’ultima udienza che ho tenuto in sezione.
Quella del magistrato non è una professione, è una missione. Non dico che è un lavoro simile al medico, perché il medico salva le vite, ma è un’attività proiettata verso gli altri. Il magistrato incide, sempre e qualche volta profondamente, sulle vite altrui e svolge un’attività dedicata alla collettività.
Questo concetto non è ancora chiaro a tutti.
Alcuni lo sanno, altri ci stanno arrivando, altri ancora ci possono arrivare, alcuni non ci arriveranno mai.
Ricordo poi, anche a me stesso, l’art. 101, comma primo, della Costituzione: “La giustizia è amministrata in nome del popolo”, primo articolo del “Titolo IV – La Magistratura”.
- Nella vita molto è effimero e quello che alla fine resta sono gli affetti.
Per me il Consiglio di Stato è un grande affetto e lo resterà per sempre.
Resteranno i ricordi di gioventù, di una notevole parte della vita passata in Consiglio di Stato, di tutti quelli che hanno dato e danno lustro e luce alla giustizia amministrativa.
Il che comporta anche la nostalgia dei tempi passati.
I ricordi belli restano. Quelli brutti, invece, tendo a cancellarli, e per ricordarli me li devo scrivere.
Qualcosa mi mancherà.
Mi mancherà il saluto dei carabinieri in entrata e in uscita da Palazzo Spada, perché quello è qualcosa che dà importanza alla funzione svolta, oltre che alla persona.
Mi mancheranno gli autisti e i colloqui con loro, in ambito soprattutto calcistico. E poi la voce degli autisti del Consiglio di Stato è “vox populi vox dei”, perché forniscono il termometro della situazione nell’Istituto.
Mi mancherà qualche collega e qualche altra persona a cui sono particolarmente affezionato, nel senso del termine latino affectio.
Mi mancherà la grande bellezza del Palazzo Spada. E soprattutto il senso di appartenenza ad un Istituto nobile, autorevole e centrale nella vita della Nazione.
Però io una domanda la devo porre: lo è ancora?
E se non lo è più, poiché secondo me il Consiglio di Stato rispetto a prima qualche cosa l’ha persa, e non solo per il segno dei tempi, bisognerebbe farsene una ragione e capire i perché; cercando anche nel passato e meditando su quanto di positivo ha insegnato il passato.
Con un’altra constatazione.
Ho invitato oggi tutti i magistrati del Consiglio di Stato, in servizio e non, e a più di uno prima avevo chiesto: “tu sai quanti siamo in Consiglio di Stato?”. Solo ieri una collega mi ha dato la risposta esatta. Perché il primo mi ha detto cento, il secondo mi ha detto centoventi, il terzo mi ha detto centotrenta e ieri la collega è arrivata a centocinquanta. Noi siamo centocinquantadue e ho visto anche che il Consiglio di Presidenza, nell’ultima rilevazione, ha stabilito che ci sono ancora tre posti vacanti da attribuire alla nomina governativa.
Forse i magistrati in Consiglio di Stato sono troppi, se si pensa che quando sono entrato io erano circa cento.
Se aumenta in modo considerevole il numero dei componenti di un Istituto, che si basa sull’autorevolezza, la quale a sua volta dipende dalla qualità delle persone, è matematico che la qualità tende a diminuire. Gli Istituti sono pur sempre composti da persone e il livello di un Istituto non è immutabile nel tempo poiché dipende dalla qualità delle persone che lo compongono. Così come il rispetto, sia per le persone che per le istituzioni, non è dovuto ma deve essere guadagnato.
- Per me l’importante è lasciare un buon ricordo.
Penso di esserci riuscito, per lo meno per essere stato quello che ha provocato l’abrogazione del tetto retributivo dei 240.000 euro da parte della Corte Costituzionale.
Infine intendo condividere alcune immagini e sensazioni che in questi giorni mi proiettano positivamente verso il futuro.
La prima è quella della balena. La quale, partita, è andata nei mari del nord, poi è ritornata, ha passato l’equatore, è andata verso i mari del sud arrivando fino in Antartide, ha passato un’altra volta l’equatore e poi è ritornata al punto di partenza.
E ora si ferma un attimo, si ripulisce di tutte le incrostazioni accumulate nei viaggi precedenti, si riposa un po’ e subito dopo ricomincia partendo per un nuovo viaggio.
Poi un’ultima immagine, che è anche una sensazione personale. L’ho già detto ai colleghi nella camera di consiglio in adunanza plenaria il 22 aprile scorso. È quella dell’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.
Grazie ancora a tutti per la partecipazione e l’attenzione.
[1] Lo scritto riporta il discorso di saluto che Carmine Volpe, presidente aggiunto del Consiglio di Stato, ha tenuto nella sala di Pompeo di Palazzo Spada la mattina del 6 maggio 2026 nell’approssimarsi della cessazione del proprio servizio e alla presenza dei magistrati del Consiglio di Stato e altri. Il presidente Volpe è stato collocato a riposo per limiti massimi di età a decorrere dal 15 maggio 2026.


