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n. 3-2009 - © copyright

 

ALDO SANDULLI

La valutazione della ricerca scientifica



1. La centralità della valutazione della ricerca

Vi è chi sostiene che l’unico criterio possibile per valutare uno scienziato sia quello della cooptazione. Gli argomenti utilizzati sono principalmente tre: in primo luogo, ci si richiama alla libertà della scienza; in secondo luogo, si segnala, a guisa di esempio, la ritrosia del sistema universitario tedesco ad utilizzare metodi altri rispetto alla cooptazione; in terzo luogo, si afferma l’impossibilità di applicare parametri quantitativi e qualitativi soprattutto nel settore delle scienze sociali, dove l’originalità dell’opera ed il contributo all’avanzamento scientifico può essere frutto esclusivamente del puro peer review. Costoro ritengono che soltanto il giudizio dei pari, senza alcuna limitazione di tipo oggettivo, possa consentire l’ammissione nella ristretta cerchia di questi ultimi.
Se si avesse il privilegio, ancor oggi, di poter operare in seno ad una Universitas, ad una comunità di scienziati, quale quella che Von Humboldt ebbe la fortuna di frequentare tra la fine del Settecento ed i primi decenni dell’Ottocento, non penso che alcuno contesterebbe l’idea per cui il modo migliore per giudicare un ricercatore sia la cooptazione.
Il problema è che l’idea humboldtiana di università, nei fatti, è tramontata da tempo e sopravvive, forse, soltanto in rare e privilegiate enclaves.
Se si prende quale termine di paragone la prima metà del secolo scorso, si potrà verificare che un grande settore disciplinare contava, al tempo, non più di venti-trenta professori ordinari su tutto il territorio nazionale, laddove, oggi, ve ne sono tra i centocinquanta ed i duecento.
L’ampliamento insensato del numero degli atenei e delle sedi e del numero dei professori universitari ha determinato l’ormai dimostrata incapacità della classe accademica di riprodurre sé stessa per il tramite del mero criterio della cooptazione. Anzi, si può tranquillamente affermare che la cooptazione, unita al pessimo uso dell’autonomia universitaria, al meccanismo perverso dei concorsi locali ed al fatto che alla fine nessuno paga per le scelte maldestre compiute nelle selezioni, abbia costituito la causa principale di dissesto dell’università italiana.
Ecco perché, pur restando il peer review il più importante parametro di giudizio scientifico, pare necessario e non più procrastinabile introdurre un sistema di valutazione della ricerca scientifica, in modo da poter effettuare sì il giudizio dei pari, ma passando attraverso una preventiva e condivisa definizione dei parametri qualitativi e quantitativi di valutazione. E legando a tale valutazione effetti e conseguenze tangibili, in modo che le università possano eventualmente continuare a compiere scelte selettive maldestre, ma essendo consce che, in tal caso, ne pagheranno lo scotto.
Un sistema funzionante di valutazione della ricerca e della didattica è non soltanto necessario, ma assolutamente prioritario, anche rispetto agli altri argomenti che sono all’ordine del giorno del seminario odierno. E, ciò, non per porre il tema su un piano diverso rispetto agli altri o per sminuire il lavoro dei colleghi che mi hanno preceduto e che seguiranno, ma soltanto per rilevare che molte delle misure competitive che sono state suggerite e che saranno suggerite nel prosieguo non possono produrre risultati positivi se non inserite in un contesto in cui sia a regime un efficace meccanismo di valutazione della ricerca, volto a perseguire molteplici scopi: la valutazione è strumento di sviluppo della concorrenza e del merito, di allocazione di risorse finanziarie, di miglioramento della ricerca, di programmazione di ricerche future, di accountability.
Sono questi i motivi per cui la valutazione della ricerca riveste una posizione di assoluta centralità.


2. Quando, chi, in che modo, cosa, come valutare

Un primo problema concerne i tempi della valutazione della ricerca scientifica. Il processo di valutazione comporta tempi lunghi, perché si svolge per il tramite di circuiti temporali che possono investire anche alcuni anni prima che se ne inizino a vedere i risultati. Ecco il motivo per il quale occorre costruire al più presto la struttura del sistema di valutazione. La necessità di fare in fretta, peraltro, non deve indurre a consigliare la strada delle scorciatoie o delle vie di fuga, perché la riuscita del processo di valutazione e la sua condivisione da parte delle componenti universitarie è inscindibilmente legato all’autorevolezza del soggetto valutatore e dal grado di condivisione di meccanismi e procedure da esso prescelti.
Il più importante problema riguardante la valutazione della ricerca è quello dell’individuazione delle caratteristiche del soggetto valutatore o, meglio, di colui che costruisce i meccanismi di valutazione. Da questo punto di vista, sembra essenziale che il sistema di valutazione della ricerca sia affidato ad un soggetto autorevole ed indipendente, lontano strutturalmente dall’esecutivo e non influenzabile da soggetti politici, i cui membri siano selezionati in base a procedure trasparenti, in grado di garantire il più possibile l’alto grado di competenza e di indipendenza dell’attività svolta. Ciò anche al fine di non alimentare il sospetto dell’incidenza della politica sulla libertà della scienza.
A tale autorità dovrebbe essere affidato il compito di porre in essere meccanismi e procedure di valutazione, che dovrebbero, tuttavia, essere frutto, a loro volta, di un processo decisionale trasparente, nonché di partecipazione, collaborazione, condivisione, sia con le strutture di governo dell’università, sia con le comunità scientifiche di riferimento.
Vi è, poi, il problema di quale modello di valutazione adottare. Innanzitutto, occorre chiarire che ne esistono numerosi e che i principali sono quello inglese, quello francese e quello tedesco, citando, nell’ordine, da quello più concorrenziale a quello meno. A prescindere dalla scelta che verrà compiuta, sarebbe un errore prendere sic et simpliciter il meccanismo e trapiantarlo in un ambiente diverso. Si commetterebbe per l’ennesima volta l’errore di pretendere che uno strumento funzioni in altro ambiente come funziona, ad esempio, in Inghilterra, in seno ad un ordinamento in cui il grado di civiltà delle regole e la loro applicazione è certamente superiore rispetto al nostro. Si tratta di prendere le mosse dal modello, ma di rinvenire la via italiana: per non rischiare il rigetto.
Dunque, fare in fretta, ma prendendosi il tempo necessario; allontanare il più possibile l’attività tecnica di valutazione da forme di condizionamento politico; non far cadere il processo dall’alto, ma farlo crescere, per quanto possibile, nel dialogo; non incorrere nel consueto errore del mero trapianto di istituti. Questi quattro elementi paiono preliminarmente necessari.
Per trattare degli altri due temi relativi alla valutazione, occorre stringere il campo verso un ambito esemplificativo.
Come è noto, vi sono numerosi tipi di valutazione della ricerca: interna ed esterna; ex ante, in itinere, ex post. Al contempo, sono numerosi gli oggetti della valutazione: programmi di ricerca, strutture di ricerca, unità di ricerca, singoli ricercatori.
Si prenda ad esempio, per ragioni di spazio, la valutazione esterna ex post dell’attività di ricerca di un singolo ricercatore.
Il problema più avvertito, come si diceva all’inizio, è quello della valutazione del grado di originalità del prodotto e dell’avanzamento garantito alla scienza tramite esso.
È ovvio che tale giudizio non potrà che essere formulato per il tramite del peer review.
Ma proprio per evitare i problemi rilevati in apertura, pare necessario affiancare alla valutazione sui contenuti dell’opera l’elaborazione di standard e parametri oggettivi che consentano di attribuire un determinato peso all’opera ancora prima di procedere alla sua lettura.
Ad esempio, per quanto riguarda gli articoli su riviste: l’importanza della rivista per il settore di appartenenza dello scienziato (con una griglia rigida delle riviste, ripartite in gruppi e suscettibili anch’esse di valutazioni periodiche sulla qualità); se la rivista è sottoposta a referaggio; se la rivista ha rilievo a livello internazionale, europeo, nazionale; e sarebbe bene tener conto anche del cd. impact factor e dell’indice bibliometrico dello scritto, nonostante che tali strumenti siano stati oggetti di critiche, perché suscettibili di fornire talvolta risultati non appropriati. L’altro possibile inconveniente è quello per cui la direzione di una importante rivista di settore diventerebbe uno strumento di esercizio di potere, dal momento che si potrebbe guidare la selezione dei prodotti scientifici di un determinato settore disciplinare.
Allo stesso modo, andrebbero costruite griglie per gli studi monografici e per le altre tipologie di scritti.
Al contempo, si tratterà di rinvenire soluzioni a specifici problemi: ad esempio, come valutare l’attività scientifica di coloro che hanno rivestito incarichi istituzionali; se e come valutare attività di organizzazione di cultura scientifica, quali la direzione di riviste e di collane editoriali, la cura di pubblicazioni collettanee e di opere trattatistiche ed enciclopediche, la direzione di progetti scientifici di livello internazionale e nazionale.


3. Gli effetti della valutazione della ricerca

Un profilo decisivo della valutazione è dato dalle conseguenze che si attribuiscono agli esiti di tale attività.
Perché il sistema universitario metabolizzi l’esigenza di cambiamento, occorre che la valutazione produca effetti significativi sotto il profilo dei meccanismi di competizione e di premialità del merito.
Il primo di questi meccanismi deve consistere nella massima diffusione, informazione, comunicazione degli esiti della valutazione, in modo che la collettività venga a conoscenza di quali sono, in relazione a determinate materie e settori disciplinari, i centri di ricerca di maggior rilievo nel paese. L’alta qualità della ricerca potrebbe attrarre finanziamenti privati ed anche attrarre studenti, perché, in linea di massima, i grandi scienziati sono, di solito, anche coloro che meglio sanno trasmettere il proprio bagaglio di conoscenze.
Il secondo deve consistere nell’attribuzione e nella distribuzione di una quota di finanziamenti, gradualmente sempre più elevata nel tempo (sino ad arrivare al 33% del FFO), sulla base delle risultanze della valutazione della ricerca. Questo rappresenta l’unico meccanismo realmente in grado di far sì che gli atenei siano spinti a scegliere gli scienziati migliori, dal momento che costoro possono assicurare l’attribuzione di maggiori finanziamenti all’Ateneo, al Dipartimento, al settore disciplinare. Sembra opportuno, inoltre, che quanto meno una parte dei finanziamenti ricevuti per merito degli scienziati virtuosi venga trattenuto, in seno all’Ateneo, al settore ed al dipartimento virtuosi.
Il terzo deve consistere nel conferimento di incentivi premiali, anche consistenti, sotto il profilo stipendiale, agli scienziati più virtuosi, in modo che l’alta qualità della produzione scientifica torni a costituire sempre più un valore riconosciuto all’interno del mondo universitario, non soltanto sotto il profilo del riconoscimento formale, ma anche sotto quello degli effetti sostanziali derivanti dall’eccellenza della produzione scientifica.
L’azione combinata di questi tre strumenti dovrebbe far sì gli atenei più prestigiosi cerchino di assicurarsi gli studiosi più prestigiosi e non quelli scelti sulla base esclusiva di legami di scuola o di altro genere.
Vi sono, invece, due possibili effetti connessi alla valutazione su cui è bene manifestare perplessità.
Il primo consiste nel legare alla valutazione della ricerca la possibilità di eliminare i concorsi pubblici per la selezione dei professori universitari e mutare lo stato giuridico dei medesimi. Entrambi i profili sollevano perplessità. Circa i concorsi, sembra opportuno conservare il momento ufficiale della selezione concorsuale, il quale, comunque, rappresenta sempre uno strumento di valutazione ufficiale della capacità scientifica e didattica di un candidato. Allo stesso modo, sembra opportuno conservare gli attuali tre gradi di docenza, che costruiscono in modo abbastanza equilibrato la carriera universitaria di un professore universitario. Piuttosto, occorrerà eliminare i concorsi locali e reintrodurre i concorsi nazionali. Quanto alla valutazione della ricerca, semmai l’esito della stessa dovrà essere tenuto anche in significativo conto dalla commissione nazionale chiamata a svolgere la procedura concorsuale nazionale. Anche in ordine alla contrattualizzazione del rapporto di lavoro dei professori universitari sembra di poter sollevare perplessità, dal momento che la ragione principale della permanenza dei professori universitari in seno al rapporto di pubblico impiego è dettato proprio dall’esigenza di tutelare la libertà della scienza.
Il secondo effetto paventato potrebbe essere quello di suddividere ufficialmente, sulla base dell’esito della valutazione della ricerca, in università di ricerca e didattica ed università di sola didattica (o, meglio, università di serie A ed università di serie B). È ovvio che la competizione, di per sé, è finalizzata a produrre differenza e distanza tra migliore e peggiore. Ma è bene qui precisare che Università è il risultato del legame inscindibile di ricerca e didattica. Senza didattica non si ha Università, ma ente di ricerca; ma anche senza ricerca non si ha Università, bensì centro di formazione. Da questo punto di vista, semmai, occorrerà che i pubblici poteri tengano conto anche degli esiti dei processi di valutazione per revocare lo status di università a soggetti che di università possiedono soltanto il nome. Vi è da augurarsi che conosca una fine la proliferazione, avvenuta negli ultimi decenni, di atenei telematici, di università con sedi in centri commerciali, di sedi decentrate in qualsiasi capoluogo di provincia, soltanto per citare gli esempi più eclatanti. Questo paese non necessita di più di sessanta-settanta atenei, sui quali concentrare le risorse.
La concorrenza favorisce il merito, ma sviluppa anche difformità e può produrre diseguaglianze. Da questo punto di vista, per evitare che siano proprio i capaci e meritevoli, ma privi di mezzi, a subirne le conseguenze, è assolutamente necessario un impegno forte dei poteri pubblici concentrato nell’individuazione di meccanismi significativi di riequilibrio, affinché con le idonee garanzie per il diritto allo studio, i candidati meritevoli abbiano la possibilità di accedere agli atenei più prestigiosi ed oggetto di migliore valutazione.

 

(pubblicato il 20.03.2009)

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