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	<title>246 Archivi - Giustamm</title>
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	<title>246 Archivi - Giustamm</title>
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		<title>T.A.R. Calabria &#8211; Catanzaro &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 3/2/2021 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenza/t-a-r-calabria-catanzaro-sezione-i-sentenza-3-2-2021-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Feb 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenza/t-a-r-calabria-catanzaro-sezione-i-sentenza-3-2-2021-n-246/">T.A.R. Calabria &#8211; Catanzaro &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 3/2/2021 n.246</a></p>
<p>Pres. Pennetti &#8211; Est. Tallaro 1. Procedimenti autorizzatori &#8211; Conferenza di Servizi &#8211; Autorizzazione paesaggistica- Valutazione di incidenza &#8211; Finalità  diverse &#8211; Valutazioni distinte &#8211; Possibilità  che siano di segno diverso 1. L&#8217;autorizzazione paesaggistica e la valutazione di incidenza sono destinate a perseguire finalità  diverse (la tutela dell&#8217;habitat l&#8217;una; la</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenza/t-a-r-calabria-catanzaro-sezione-i-sentenza-3-2-2021-n-246/">T.A.R. Calabria &#8211; Catanzaro &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 3/2/2021 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenza/t-a-r-calabria-catanzaro-sezione-i-sentenza-3-2-2021-n-246/">T.A.R. Calabria &#8211; Catanzaro &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 3/2/2021 n.246</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. Pennetti &#8211; Est. Tallaro</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"></p>
<div style="text-align: justify;">1. Procedimenti autorizzatori &#8211; Conferenza di Servizi &#8211; Autorizzazione paesaggistica- Valutazione di incidenza &#8211; Finalità  diverse &#8211; Valutazioni distinte &#8211; Possibilità  che siano di segno diverso</div>
<p></span></p>
<hr />
<div style="text-align: justify;">1. L&#8217;autorizzazione paesaggistica e la valutazione di incidenza sono destinate a perseguire finalità  diverse (la tutela dell&#8217;habitat l&#8217;una; la tutela del paesaggio l&#8217;altra), con la conseguenza che l&#8217;esito di segno diverso delle due distinte valutazioni non  indice sintomatico dell&#8217;illegittimità  dell&#8217;operato della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici che, nell&#8217;ambito di una Conferenza di Servizi, ha opposto il nulla osta paesaggistico, ai sensi dell&#8217;art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2014, nonostante la valutazione di incidenza sulla zona SIC interessata si fosse conclusa favorevolmente.</div>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: justify;"><strong>REPUBBLICA ITALIANA</strong><br /> <strong>IN NOME DEL POPOLO ITALIANO</strong><br /> <strong>Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria</strong><br /> <strong>(Sezione Prima)</strong><br /> ha pronunciato la presente<br /> <strong>SENTENZA</strong><br /> sul ricorso numero di registro generale 1634 del 2014, proposto da<br /> Eugenio Falvo, rappresentato e difeso dall&#8217;avvocato Gianfranco Spinelli, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;<br /> <strong><em>contro</em></strong><br /> Comune di Gizzeria, in persona del Sindaco in carica, rappresentato e difeso dall&#8217;avvocato Gennaro Di Natale, con domicilio eletto presso lo Studio dell&#8217;avvocato Maria Folino Raso, in Catanzaro, al corso Mazzini 74;<br /> Ministero per i Beni e le Attività  Culturali, in persona del Ministro in carica, rappresentato e difeso dall&#8217;Avvocatura Distrettuale dello Stato di Catanzaro, domiciliato presso gli uffici di questa, in Catanzaro, alla via G. da Fiore, n. 34;<br /> Regione Calabria, in persona del Presidente in carica, rappresentata e difesa dall&#8217;avvocato Annapaola De Masi, con domicilio eletto presso l&#8217;Avvocatura regionale, in Catanzaro, alla via Milano, n. 28;<br /> Provincia di Catanzaro, in persona del Presidente in carica, rappresentato e difeso dagli avvocati Roberta Chiarella e Federica Pallone, con domicilio eletto presso il proprio Ufficio legale, in Catanzaro, alla piazza G. Rossi;<br /> <strong><em>per l&#8217;annullamento</em></strong><br /> della determinazione di conclusione della conferenza di servizi indetta dal Comune di Gizzeria per la valutazione e l&#8217;approvazione del progetto, sottoposto a rinnovo di autorizzazione paesaggistica, proposto da Eugenio Falvo per la realizzazione di un lido balenare in località  Pesce e Anguille, quale assunta dal rappresentante del detto Comune, nella sua veste di presidente della conferenza stessa, nella seduta decisoria del 19 giugno 2014 (protocollo n. 3860 del 23 giugno 2014);<br /> di ogni altro atto, anteriore e conseguente, connesso e collegato, del procedimento, con particolare riferimento al dissenso espresso dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Cosenza, Catanzaro e Crotone con nota MIBAC-SBAP 008113 19/06/2014 Cl. 34.19.07/6.8, ed al preavviso di parere contrario della medesima Soprintendenza, espresso con nota MIBAC-SBAP-CS 006375 21/05/2014 Cl. 34.19.07/6.8.</p>
<p> Visti il ricorso e i relativi allegati;<br /> Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Gizzeria, del Ministero per i Beni e le Attività  Culturali, della Regione Calabria e della Provincia di Catanzaro;<br /> Visti tutti gli atti della causa;<br /> Relatore nell&#8217;udienza pubblica del giorno 16 dicembre 2020 il dott. Francesco Tallaro e trattato il ricorso ai sensi dell&#8217;art. 25, comma 2 d.l. 28 ottobre 2020, n. 137;<br /> Rilevato in fatto e ritenuto in diritto quanto segue.</p>
<p> FATTO e DIRITTO<br /> 1. &#8211; All&#8217;esito della conferenza di servizi svoltasi il 19 giugno 2014, il Comune di Gizzeria, autorità  procedente, ha preso atto del diniego di nulla osta paesaggistico opposto, ai sensi dell&#8217;art. 146 d.lgs. 22 gennaio 20014, n. 42, dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Cosenza, Catanzaro e Crotone alla realizzazione, da parte di Eugenio Falvo, di uno stabilimento balneare il Gizzeria, località  Pesce e Anguille; conseguentemente ha constatato l&#8217;impossibilità  di approvazione dell&#8217;iniziativa.<br /> 2. &#8211; Eugenio Falvo si  quindi rivolto a questo Tribunale Amministrativo Regionale, domandando l&#8217;annullamento del diniego della Soprintendenza, se inteso quale atto autonomamente rilevante, e comunque della determinazione conclusiva della conferenza di servizi.<br /> Hanno resistito il Comune di Gizzeria e la Provincia di Catanzaro, seppure con comparse meramente formali.<br /> Anche il Ministero per i Beni e le Attività  Culturali si  costituito, depositando al relazione dell&#8217;amministrazione.<br /> 3. &#8211; Il ricorso  stato trattato ai sensi dell&#8217;art. 25, comma 2 d.l. 28 ottobre 2020, n. 137, in data 16 dicembre 2020.<br /> 4. &#8211; Al primo motivo di ricorso, Eugenio Falvo ha premesso che il progetto di realizzazione di uno stabilimento balneare aveva già  ottenuto nel 2007 la prescritta autorizzazione paesaggistica e che l&#8217;esigenza di rinnovo era derivata dalla mancata realizzazione dell&#8217;opera nel quinquennio previsto dalla legge; e che anche la valutazione di incidenza sulla zona SIC dei laghi La Vota si era conclusa favorevolmente.<br /> 4.1. &#8211; Ciò posto, il provvedimento sarebbe viziato da difetto di motivazione, non essendo state illustrate adeguatamente le ragioni per cui la Soprintendenza avrebbe riconsiderato il proprio precedente assenso.<br /> Sotto altro profilo, l&#8217;amministrazione avrebbe illogicamente considerato invasivo l&#8217;intervento, senza tener conto del fatto che tutte le strutture dello stabilimento balneare sono temporanee, destinate a essere smontate in autunno, per come correttamente rilevato in sede di VINCA.<br /> Ancora, la Soprintendenza avrebbe mostrato, con le sue note, di considerare solo una parte del progetto caratterizzata da opere invasive, ma non avrebbe mai specificato quali manufatti sarebbero incompatibili con le esigenze di tutela del paesaggio, onde consentire al privato di riadattare il proprio progetto.<br /> Infine, il diniego sembra essere giustificato anche dall&#8217;esigenza di evitare che la realizzazione di uno stabilimento balneare dia l&#8217;avvio a una serie di attività  edilizie pubbliche e private, che finirebbero per attenuare i valori paesaggistici e naturalistici che invece andrebbero tutelati; ma tali considerazioni, che già  ignorano la presenza di altri stabilimenti balneari, deriverebbero dal fraintendimento delle finalità  che l&#8217;autorizzazione paesaggistica persegue.<br /> 4.2. &#8211; D&#8217;altra parte, considerando le note della Soprintendenza nel contesto della conferenza di servizi, il dissenso espresso non sarebbe accompagnato, per come richiesto dall&#8217;art. 14-<em>quater</em> l. 7 agosto 1990, n. 241, dall&#8217;indicazione delle modifiche necessarie per ottenere l&#8217;assenso.<br /> 5. &#8211; Con il secondo motivo di ricorso, si assume che, poichè il progetto aveva superato la valutazione di incidenza sulla zona SIC dei laghi &#8220;La Vota&#8221;, ai sensi dell&#8217;art. 14-<em>quater</em>, comma 5, l. n. 241 del 1990, non si sarebbe potuto esprimere il dissenso alla realizzazione dell&#8217;opera se non per ragioni di tutela della salute, di tutela del patrimonio storico-artistico, di tutela della pubblica incolumità .<br /> 6. &#8211; Con il terzo motivo di ricorso, infine, si deduce che a fronte del diniego di autorizzazione paesaggistica da parte della Soprintendenza, il Comune di Gizzeria non avrebbe dovuto arrestare il procedimento, bensì attivare i meccanismi di risoluzione del dissenso di cui all&#8217;art. 14-<em>quater</em> comma 3 l. n. 241 del 1990.<br /> 7. &#8211; Il primo motivo di ricorso  palesemente infondato sotto due dei profili di illegittimità  sollevati.<br /> 7.1. &#8211; Innanzitutto, nel 2007 il progetto presentato dal ricorrente aveva ottenuto l&#8217;autorizzazione paesaggistica secondo il procedimento transitorio dettato dall&#8217;art. 159 d.lgs. n. 42 del 2004.<br /> L&#8217;autorizzazione, dunque, era stata concessa dalla Provincia di Catanzaro e la Soprintendenza si era limitata al controllo di legittimità  previsto dalla legge applicabile <em>ratione temporis</em>, senza poter sovrapporre la propria valutazione di merito a quella dell&#8217;Ente locale (cfr., da ultimo, Cons. Stato, Sez. VI , 2 dicembre 2019, n. 8246).<br /> Ciò esclude che possa essere rilevata contraddittorietà  tra la valutazione &#8211; di merito &#8211; svolta dalla Soprintendenza con le note impugnate e il controllo di legittimità  operato nella precedente occasione.<br /> 7.2. &#8211; Per altro verso, autorizzazione paesaggistica e valutazione di incidenza sono destinare a perseguire finalità  diverse (la tutela dell&#8217;habitat l&#8217;una; la tutela del paesaggio l&#8217;altra), sicchè l&#8217;esito di segno diverso delle due distinte valutazioni non  indice sintomatico dell&#8217;illegittimità  dell&#8217;operato della Soprintendenza.<br /> 8. &#8211; Chiaramente infondato  anche il secondo motivo di ricorso, atteso che nella vicenda in esame non vi  stata la valutazione di impatto ambientale, cui si ricollega la disciplina del comma 5 dell&#8217;art. 14-<em>quater</em> d.lgs. n. 42 del 2004, ma piuttosto la valutazione di incidenza, che  istituto affatto diverso.<br /> 9. &#8211; Le rimanenti censure, invece, risultano fondate nei limiti che seguono.<br /> Infatti, la Soprintendenza ha negato l&#8217;autorizzazione paesaggistica con modalità  diverse da quelle delineate dal combinato disposto dell&#8217;art. 146, commi 8 e 9 d.lgs. n. 42 del 2004, e dell&#8217;art. 14-<em>quater</em>, comma 1 l. n. 241 del 1990, nel testo <em>ratione temporis</em> applicabile.<br /> In particolare, non sono mai state individuate le caratteristiche progettuali che avrebbero reso lo stabilimento balneare, caratterizzato da strutture temporanee e removibili, incompatibile con le esigenze di tutela del paesaggio, nè sarebbero state indicate, come preteso dalla legge, le modifiche progettuali necessarie per ottenere l&#8217;autorizzazione paesaggistica.<br /> D&#8217;altra parte, una volta che il diniego di autorizzazione  stato espresso in sede di conferenza di servizi, e verificato che la posizione dell&#8217;amministrazione statale era contrapposta alle valutazioni degli Enti locali coinvolti, il dissenso avrebbe dovuto dar luogo al procedimento di composizione previsto dall&#8217;art. 14-<em>quater</em> comma 3 l. n. 241 del 1990.<br /> 10. &#8211; Il ricorso deve quindi essere accolto nei termini appena delineati.<br /> Le spese di lite possono essere compensate, considerato che solo alcuni motivi di ricorso si sono rivelati fondati.<br /> P.Q.M.<br /> Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie per quanto di ragione e, per l&#8217;effetto, annulla i provvedimenti impugnati.<br /> Spese compensate.<br /> Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall&#8217;autorità  amministrativa.<br /> Così deciso in Catanzaro nella camera di consiglio del giorno 16 dicembre 2020 con l&#8217;intervento dei magistrati:<br /> Giancarlo Pennetti, Presidente<br /> Francesco Tallaro, Primo Referendario, Estensore<br /> Domenico Gaglioti, Referendario</div>
<p>             <strong>L&#8217;ESTENSORE</strong>   <strong>IL PRESIDENTE</strong> <strong>Francesco Tallaro</strong>   <strong>Giancarlo Pennetti</strong>                                </p>
<div style="text-align: justify;">IL SEGRETARIO<br />  </div>
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			</item>
		<item>
		<title>Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 25/11/2020 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-25-11-2020-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-25-11-2020-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 25/11/2020 n.246</a></p>
<p>Mario Rosario Morelli Presidente, Augusto Antonio Barbera, redattore; PARTI: (giudizio di legittimità  costituzionale dell&#8217;art. 83, comma 4-sexies, della legge della Regione Veneto 13 aprile 2001, n. 11 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi alle autonomie locali in attuazione del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112), come aggiunto dall&#8217;art. 10,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-25-11-2020-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 25/11/2020 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-25-11-2020-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 25/11/2020 n.246</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Mario Rosario Morelli Presidente, Augusto Antonio Barbera, redattore; PARTI:  (giudizio di legittimità  costituzionale dell&#8217;art. 83, comma 4-sexies, della legge della Regione Veneto 13 aprile 2001, n. 11 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi alle autonomie locali in attuazione del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112), come aggiunto dall&#8217;art. 10, comma 1, della legge della Regione Veneto 14 dicembre 2018, n. 43 (Collegato alla legge di stabilità  regionale 2019), promosso dal Tribunale amministrativo regionale per il Veneto, nel procedimento vertente tra la T. Italia spa e la Regione Veneto e altri, con ordinanza del 17 giugno 2019, iscritta al n. 172 del registro ordinanze 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell&#8217;anno 2019)</span></p>
<hr />
<p>Sulla contrarietà  all&#8217;art. 93 del cod. comunicazioni elettroniche di una normativa della Regione Veneto</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;">1.- Comunicazioni elettroniche &#8211; art. 93 Codice delle comunicazioni elettroniche &#8211; ratio e portata.<br /> <br /> 2.- Ordinamento della &#8220;comunicazione&#8221;- Regione Veneto &#8211; art. 83 c. 4-sexies L. n. 11/2001 &#8211; illegittimità  costituzionale &#8211; va dichiarata.<br /> </span></p>
<hr />
<div style="text-align: justify;"><em>1. L&#8217;art. 93 del cod. comunicazioni elettroniche costituisce espressione di un principio fondamentale della materia, in quanto persegue la finalità  di garantire a tutti gli operatori un trattamento uniforme e non discriminatorio, attraverso la previsione del divieto di porre a carico degli stessi oneri o canoni.</em><br /> <br /> <em>2. Va dichiarata l&#8217;illegittimità  costituzionale dell&#8217;art. 83, comma 4-sexies, della legge della Regione Veneto 13 aprile 2001, n. 11 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi alle autonomie locali in attuazione del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112). La norma censurata della Regione veneto si pone, infatti, in netto contrasto con il principio espresso dall&#8217;art. 93 del Codice delle comunicazioni elettroniche, poichè impone agli operatori delle comunicazioni una prestazione pecuniaria che rientra nell&#8217;ambito di quelle colpite dal divieto.</em></div>
<hr />
<p><span style="color: #999999;"></span></p>
<hr />
<div style="text-align: justify;">SENTENZA<br /> nel giudizio di legittimità  costituzionale dell&#8217;art. 83, comma 4-sexies, della legge della Regione Veneto 13 aprile 2001, n. 11 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi alle autonomie locali in attuazione del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112), come aggiunto dall&#8217;art. 10, comma 1, della legge della Regione Veneto 14 dicembre 2018, n. 43 (Collegato alla legge di stabilità  regionale 2019), promosso dal Tribunale amministrativo regionale per il Veneto, nel procedimento vertente tra la T. Italia spa e la Regione Veneto e altri, con ordinanza del 17 giugno 2019, iscritta al n. 172 del registro ordinanze 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 43, prima serie speciale, dell&#8217;anno 2019.<br /> Visti gli atti di costituzione della T. Italia spa e della Regione Veneto, nonchè l&#8217;atto di intervento della O. F.spa;<br /> udito nell&#8217;udienza pubblica del 3 novembre 2020 il Giudice relatore Augusto Antonio Barbera;<br /> uditi l&#8217;avvocato Nico Moravia per la O. F.spa, gli avvocati Francesco Caliandro per la T. Italia spa e Andrea Manzi per la Regione Veneto, in collegamento da remoto, ai sensi del punto 1), del decreto del Presidente della Corte del 30 ottobre 2020;<br /> deliberato nella camera di consiglio del 3 novembre 2020.<br /> <br /> <em>Ritenuto in fatto</em><br /> 1.- Con ordinanza del 17 giugno 2019 (r.o. n. 172 del 2019), il Tribunale amministrativo regionale per il Veneto ha sollevato questioni di legittimità  costituzionale dell&#8217;art. 83, comma 4-sexies, della legge della Regione Veneto 13 aprile 2001, n. 11 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi alle autonomie locali in attuazione del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112), aggiunto al testo originario dall&#8217;art. 10, comma 1, della legge della Regione Veneto 14 dicembre 2018, n. 43 (Collegato alla legge di stabilità  regionale 2019), in riferimento agli artt. 3, 117, secondo comma, lettera e), e terzo comma, della Costituzione.<br /> La norma censurata dispone che in caso di occupazione di beni del demanio idrico per l&#8217;installazione e la fornitura di reti e per l&#8217;esercizio dei servizi di comunicazione elettronica, così¬ come per l&#8217;installazione e gestione di sottoservizi e di impianti di sostegno di servizi fuori suolo, il soggetto richiedente sia tenuto al pagamento dei canoni nella misura stabilita dalla Giunta regionale, oltre al versamento degli altri oneri previsti dalla normativa vigente in materia.<br /> 2.- Il giudizio principale è stato promosso da T. Italia spa, operatore di comunicazione elettronica autorizzato ai sensi dell&#8217;art. 25 del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche).<br /> Detta società  ha impugnato la nota n. prot. 100127 del 12 marzo 2019, con la quale la Regione Veneto &#8211; Genio Civile di Verona &#8211; le aveva comunicato che la sua istanza di rinnovo di una concessione idraulica, avente ad oggetto il fiancheggiamento telefonico del fiume Adige nel territorio del Comune di Bussolengo, sarebbe stata evasa solo all&#8217;esito del pagamento dell&#8217;importo ivi meglio specificato, a titolo di canone per l&#8217;occupazione di un tratto di bene demaniale, sulla base della menzionata disposizione regionale.<br /> Nel ricorso, T. Italia spa ha dedotto, fra l&#8217;altro, l&#8217;illegittimità  costituzionale della norma regionale presupposta.<br /> 3.- In ordine alla rilevanza delle questioni, il rimettente osserva che l&#8217;unica questione dibattuta nel giudizio è l&#8217;applicabilità  della norma censurata, che condiziona il rinnovo della concessione all&#8217;assolvimento di un onere economico; donde la possibilità  di dar corso all&#8217;incidente di costituzionalità  anche nella fase cautelare del giudizio principale, come in effetti accaduto.<br /> 4.- Con riferimento alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo rileva anzitutto che la materia delle telecomunicazioni riceve specifica disciplina dal menzionato codice delle comunicazioni elettroniche, destinato a prevalere, in quanto testo normativo successivo e speciale, sulle disposizioni contenute nel decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della legge 15 marzo 1997, n. 59), che ha delegato alle Regioni l&#8217;esercizio delle funzioni di polizia idraulica, abilitandole ad imporre ai privati il pagamento di un canone per l&#8217;occupazione di aree demaniali.<br /> 4.1.- In particolare, l&#8217;art. 93, comma 1, del citato cod. comunicazioni elettroniche stabilisce una riserva di legge in materia, non consentendo alle pubbliche amministrazioni di imporre agli operatori della comunicazione elettronica oneri finanziari, reali o contributi al di fuori di quelli espressamente contemplati dal comma 2 (come interpretato autenticamente, e con efficacia retroattiva, dall&#8217;art. 12, comma 3, del decreto legislativo 15 febbraio 2016, n. 33 recante &#8220;Attuazione della direttiva 2014/61/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 maggio 2014, recante misure volte a ridurre i costi dell&#8217;installazione di reti di comunicazione elettronica ad alta velocità &#8220;); si tratta, nello specifico, delle spese necessarie alla sistemazione delle aree pubbliche coinvolte dagli interventi di installazione e manutenzione, dei costi di ripristino delle aree medesime, della tassa per l&#8217;occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP) o del canone previsto al medesimo fine (COSAP).<br /> 4.2.- Il rimettente osserva che detta previsione, secondo il costante orientamento della giurisprudenza costituzionale (sono richiamate le sentenze n. 47 del 2015, n. 272 del 2010, n. 450 del 2006 e n. 336 del 2005), esprime un principio fondamentale della materia «ordinamento della comunicazione», poichè assicura a tutti gli operatori del settore un trattamento uniforme e non discriminatorio; su tali basi, la stessa giurisprudenza attribuisce all&#8217;art. 93 del cod. comunicazioni elettroniche anche una finalità  di tutela della concorrenza, con l&#8217;obiettivo di garantire parità  di trattamento e di non ostacolare l&#8217;ingresso di nuovi soggetti nel settore economico di riferimento.<br /> 4.3.- Ciò posto, il rimettente assume che la norma censurata si pone, anzitutto, in contrasto con l&#8217;art. 3 Cost., in quanto l&#8217;imposizione, da parte della Regione Veneto, di un onere finanziario diverso da quelli tassativamente previsti dalla citata legge statale per l&#8217;occupazione del demanio idrico comporta una disparità  di trattamento rispetto ad altre Regioni, nelle quali tale onere non è richiesto.<br /> Il rimettente denunzia, inoltre, una violazione dell&#8217;art. 117, secondo comma, lettera e), Cost., poichè l&#8217;intervento del legislatore regionale invade la competenza esclusiva dello Stato nella materia «tutela della concorrenza»; assume, infine, anche la violazione dell&#8217;art. 117, terzo comma, Cost., poichè la norma censurata contrasta con un principio fondamentale stabilito con legge dello Stato nella materia «ordinamento della comunicazione», di competenza legislativa concorrente.<br /> 5.- Con atto depositato il 23 ottobre 2019 si è costituita in giudizio T. Italia spa, ricorrente nel giudizio principale.<br /> 5.1.- La società  ha dapprima ricostruito i termini fattuali della vicenda, caratterizzata da un pregresso contenzioso originato dalla pretesa della Regione Veneto di ottenere, in relazione a diversi impianti di telecomunicazione realizzati previa concessione di aree del demanio idrico, il pagamento di canoni, il cui fondamento era rinvenibile nelle previsioni del d.lgs. n. 112 del 1998.<br /> Detto contenzioso era stato definito con il rigetto delle pretese della Regione Veneto, in conformità  all&#8217;orientamento ormai consolidato della giurisprudenza della Corte di cassazione e del Consiglio di Stato, secondo cui l&#8217;art. 93, comma 2, del cod. comunicazioni elettroniche si pone in rapporto di specialità  rispetto alla disciplina dei canoni demaniali ricavabile dalle disposizioni del d.lgs. n. 112 del 1998.<br /> 5.2.- La Regione Veneto aveva allora adottato la disposizione censurata, con la quale era previsto il versamento di un canone, nella misura determinata dalla Giunta Regionale, a carico del richiedente la concessione per l&#8217;occupazione del demanio idrico ai fini dell&#8217;esercizio dei servizi di comunicazione; ed in tale contesto aveva preso avvio il giudizio principale, originato dalla pretesa della Regione di subordinare al pagamento di detto canone il rinnovo della concessione di un bene del demanio idrico regionale.<br /> 5.3.- Poste tali premesse, T. Italia spa ha concluso per l&#8217;accoglimento delle questioni sollevate, riportandosi alla giurisprudenza richiamata nella stessa ordinanza di rimessione.<br /> 6.- Con memoria depositata il 6 novembre 2019 si è costituita in giudizio la Regione Veneto.<br /> 6.1.- Pur dichiaratamente consapevole dell&#8217;orientamento della giurisprudenza costituzionale, la Regione ha sostenuto che la riserva di legge contenuta nell&#8217;art. 93, comma 2, del citato cod. comunicazioni elettroniche non varrebbe ad escludere la possibilità  di interventi normativi delle Regioni, in quanto la disciplina del demanio idrico interseca diverse materie, alcune delle quali (come le materie «governo del territorio» e «ordinamento della comunicazione») sono affidate alla competenza legislativa concorrente; in tal senso, ha pertanto sostenuto che una limitazione della potestà  legislativa regionale che giungesse ad escludere la possibilità  di imporre canoni demaniali sarebbe «inammissibile, anche e soprattutto alla luce delle indicazioni della Carta».<br /> 6.2.- Inoltre, avuto riguardo alla natura dello stesso art. 93, ha rilevato che la riconduzione ad unum della disciplina delle comunicazioni, in attuazione della Direttiva 2002/21/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica, non ha comportato una nuova articolazione del riparto delle competenze legislative stabilito dalla Costituzione, poichè le Regioni dispongono della competenza ad attuare ed eseguire gli atti normativi dell&#8217;Unione Europea nelle materie ad esse attribuite, come previsto dall&#8217;art. 117, quinto comma, Cost.<br /> Secondo la Regione, pertanto, la norma censurata atterrebbe alle materie «governo del territorio» ed «ordinamento della comunicazione», rispetto alle quali non può prospettarsi l&#8217;adottabilità , da parte del legislatore statale, di principi fondamentali talmente pervasivi da «comprimere in modo pressochè assoluto ogni competenza delle Regioni, pena la violazione dei principi di sussidiarietà , differenziazione e adeguatezza».<br /> 6.3.- Su tali basi, la Regione ha sostenuto che l&#8217;art. 93 del cod. comunicazioni elettroniche farebbe comunque salva l&#8217;applicazione di leggi regionali che stabiliscono canoni e oneri per l&#8217;impianto di reti o l&#8217;esercizio di servizi di comunicazione; ed ha chiesto alla Corte di sollevare dinanzi a se stessa questione di legittimità  di tale norma (nonchè dell&#8217;art. 12, comma 3, del d.lgs. n. 33 del 2016, norma di interpretazione autentica con efficacia retroattiva), laddove interpretata come affermativa di una riserva di legge statale in relazione ad attività  che «implichino l&#8217;occupazione di beni demaniali affidati alla gestione delle Regioni».<br /> 6.4.- Nel merito, ha poi concluso per il rigetto delle questioni, assumendo che le disposizioni censurate sarebbero conformi «sia al diritto dell&#8217;Unione Europea, sia all&#8217;art. 23 della Costituzione [&#038;], sia al riparto di competenze fissato nell&#8217;art. 117 della Costituzione, sia, infine e in particolare, all&#8217;esigenza di tutelare la concorrenza»; ed a tale ultimo riguardo ha sostenuto che le eventuali differenziazioni relative all&#8217;obbligo del pagamento di canoni sarebbero «giustificate dall&#8217;attenzione che ogni ente rivolge alle peculiarità  del proprio territorio», e che &#8211; in ogni caso &#8211; il canone demaniale sarebbe conforme ai requisiti di trasparenza, obiettiva giustificabilità , proporzionalità  e non discriminazione fissati dal citato cod. comunicazioni elettroniche.<br /> 7.- Ãˆ infine intervenuta, con memoria depositata il 12 novembre 2019, O. F.spa, anch&#8217;essa operatrice autorizzata per le telecomunicazioni, deducendo la propria legittimazione ad intervenire in base a due distinte circostanze.<br /> Da un lato, infatti, detta società  ha allegato di aver promosso un giudizio dal contenuto identico a quello del giudizio principale, poi sospeso dal TAR in attesa della definizione della presente questione di legittimità , ed ha sostenuto che da tale circostanza doveva desumersi l&#8217;esistenza di un suo interesse diretto ed immediato rispetto al rapporto sostanziale dedotto in giudizio; dall&#8217;altro lato, ha documentato di essere comunque intervenuta ad adiuvandum nel giudizio principale, seppur con atto successivo al deposito dell&#8217;ordinanza di rimessione.<br /> Nel merito, ha concluso per l&#8217;accoglimento della questione.<br /> 8.- T. Italia spa e la Regione Veneto hanno depositato memorie in prossimità  dell&#8217;udienza, insistendo nelle conclusioni giÃ  formulate.<br /> <br /> <em>Considerato in diritto</em><br /> 1.- Il Tribunale amministrativo regionale per il Veneto dubita della legittimità  costituzionale dell&#8217;art. 83, comma 4-sexies, della legge della Regione Veneto 13 aprile 2001, n. 11 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi alle autonomie locali in attuazione del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112), aggiunto al testo originario dall&#8217;art. 10, comma 1, della legge della Regione Veneto 14 dicembre 2018, n. 43 (Collegato alla legge di stabilità  regionale 2019), in riferimento agli artt. 3, 117, secondo comma, lettera e), e terzo comma, della Costituzione.<br /> Tale norma prevede che, in caso di occupazione di beni del demanio idrico per l&#8217;installazione e la fornitura di reti e per l&#8217;esercizio dei servizi di comunicazione elettronica, così¬ come per l&#8217;installazione e gestione di sottoservizi e di impianti di sostegno di servizi fuori suolo, il soggetto richiedente sia tenuto al pagamento dei canoni nella misura stabilita dalla Giunta regionale, oltre al versamento degli altri oneri previsti dalla normativa vigente in materia.<br /> 1.1.- Secondo il rimettente, la norma censurata derogherebbe all&#8217;art. 93, comma 1, del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche), a mente del quale «Le Pubbliche amministrazioni, le Regioni, le Province ed i Comuni non possono imporre per l&#8217;impianto di reti o per l&#8217;esercizio dei servizi di comunicazione elettronica, oneri e canoni che non siano stabiliti per legge»; e siffatta deroga, riguardando costi ed oneri non contemplati in altre Regioni, determinerebbe una disparità  di trattamento tra operatori economici la cui attività  è distribuita sul territorio nazionale, con conseguente violazione dell&#8217;art. 3 Cost.<br /> 1.2.- La stessa imposizione, inoltre, darebbe luogo ad un&#8217;alterazione del sistema concorrenziale del mercato nazionale, con conseguente invasione della competenza legislativa esclusiva dello Stato nella materia «tutela della concorrenza»; e poichè, in base al costante orientamento della giurisprudenza costituzionale, l&#8217;art. 93 del giÃ  citato cod. comunicazioni elettroniche esprime un principio fondamentale nella materia «ordinamento della comunicazione», di competenza legislativa concorrente, la norma censurata, nel porsi in contrasto con tale principio, violerebbe altresì¬ l&#8217;art. 117, terzo comma, Cost..<br /> 2.- Esercitando il proprio potere di decidere l&#8217;ordine delle questioni da affrontare (sentenze n. 258 del 2019 e n. 148 del 2018), questa Corte ritiene di esaminare prioritariamente quest&#8217;ultima censura.<br /> 2.1.- Occorre anzitutto rilevare che, con la disposizione censurata, la Regione Veneto non ha esercitato la propria competenza legislativa nella materia «governo del territorio».<br /> La norma, infatti, non concerne la progettazione tecnica, la realizzazione o l&#8217;allocazione degli impianti di produzione o trasmissione delle comunicazioni, aspetti certamente destinati ad interessare l&#8217;assetto urbanistico e le peculiarità  territoriali dell&#8217;area su cui tali attività  ricadono e, come tali, rientranti nella competenza legislativa delle Regioni, sia pure tenute «ad uniformarsi agli standard stabiliti dal gestore della rete di trasmissione nazionale» (sentenza n. 7 del 2004; in senso conforme, sentenza n. 336 del 2005).<br /> Essa è, piuttosto, destinata a regolare l&#8217;esercizio, da parte della Regione, delle funzioni amministrative conferitele per effetto del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della legge 15 marzo 1997, n. 59), ed in particolare di quelle in materia di risorse idriche, mediante la disciplina del relativo rapporto concessorio.<br /> 2.2.- In tale specifico ambito, la disposizione censurata prevede il pagamento di canoni a carico degli operatori della comunicazione, in relazione a tutte le ipotesi nelle quali l&#8217;esercizio della relativa attività  renda necessaria l&#8217;occupazione di beni del demanio idrico; il canone è, infatti, previsto «per l&#8217;installazione e fornitura di reti e per l&#8217;esercizio dei servizi di comunicazione elettronica, così¬ come per la installazione e gestione di sottoservizi e di impianti di sostegno di servizi fuori suolo».<br /> Detta disposizione va, pertanto, ricondotta alla materia «ordinamento della comunicazione», laddove disciplina l&#8217;imposizione di oneri pecuniari.<br /> 2.3.- Nell&#8217;ambito di quest&#8217;ultima materia, la disciplina del settore della comunicazione elettronica persegue il duplice e concorrente obiettivo della libertà  nella fornitura del relativo servizio, in quanto di preminente interesse generale, e della tutela del diritto di iniziativa economica degli operatori, da svolgersi in regime di concorrenza proprio al fine di garantire il pìù ampio accesso all&#8217;uso dei mezzi di comunicazione elettronica.<br /> Siffatti obiettivi hanno caratterizzato l&#8217;intervento del legislatore statale nel settore delle telecomunicazioni, avvenuto con il citato cod. comunicazioni elettroniche; tale intervento, fra l&#8217;altro, ha attuato una liberalizzazione del mercato con le finalità  (espressamente rappresentate nelle Direttive 2002/19/CE, 2002/20/CE, 2002/21/CE e 2002/22/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002) di garantire agli imprenditori l&#8217;accesso al settore con criteri di obiettività , trasparenza, non discriminazione e proporzionalità , nonchè di consentire agli utenti finali la fornitura del servizio universale, senza distorsioni della concorrenza.<br /> 2.4.- Su tali basi, questa Corte ha da tempo affermato che l&#8217;art. 93 del cod. comunicazioni elettroniche costituisce espressione di un principio fondamentale della materia, «in quanto persegue la finalità  di garantire a tutti gli operatori un trattamento uniforme e non discriminatorio, attraverso la previsione del divieto di porre a carico degli stessi oneri o canoni» (sentenza n. 336 del 2005; in senso conforme, sentenze n. 47 del 2015, n. 272 del 2010, n. 450 del 2006).<br /> La norma censurata si pone, infatti, in netto contrasto con tale principio, poichè impone agli operatori delle comunicazioni una prestazione pecuniaria che rientra nell&#8217;ambito di quelle colpite dal divieto.<br /> 2.5.- In ordine alla finalità  perseguita dall&#8217;art. 93 del citato cod. comunicazioni elettroniche, questa Corte ha inoltre precisato che, in mancanza di tale divieto, ogni singola Regione «potrebbe liberamente prevedere obblighi &#8220;pecuniari&#8221; a carico dei soggetti operanti sul proprio territorio, con il rischio, appunto, di una ingiustificata discriminazione rispetto ad operatori di altre Regioni, per i quali, in ipotesi, tali obblighi potrebbero non essere imposti» (sentenza n. 272 del 2010).<br /> Si deve, perciò, escludere che, come invece ritenuto dalla Regione resistente, la riserva di legge contenuta nell&#8217;art. 93 consenta anche un intervento del legislatore regionale.<br /> Se così¬ non fosse, del resto, sarebbe contraddetta la stessa ratio legis, come individuata, con la decisione poc&#8217;anzi citata, nella finalità  di «evitare che ogni Regione possa liberamente prevedere obblighi &#8220;pecuniari&#8221; a carico dei soggetti operanti sul proprio territorio».<br /> 3.- La questione sollevata in relazione all&#8217;art. 117, terzo comma, Cost., è dunque fondata. Vengono assorbiti i restanti profili.<br /> <br /> Per Questi Motivi<br /> LA CORTE COSTITUZIONALE<br /> dichiara l&#8217;illegittimità  costituzionale dell&#8217;art. 83, comma 4-sexies, della legge della Regione Veneto 13 aprile 2001, n. 11 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi alle autonomie locali in attuazione del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112).<br /> Così¬ deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 novembre 2020.<br /> F.to:<br /> Mario Rosario MORELLI, Presidente<br /> Augusto Antonio BARBERA, Redattore<br /> Filomena PERRONE, Cancelliere<br /> Depositata in Cancelleria il 25 novembre 2020.<br /> Il Cancelliere<br /> F.to: Filomena PERRONE<br /> </div>
<p> Â <br /> </p>
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		<title>Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/11/2017 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-29-11-2017-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-29-11-2017-n-246/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-29-11-2017-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/11/2017 n.246</a></p>
<p>residente Grossi, Redattore Sciarra sull’illegittimità dell’irrilevanza paesaggistica dei mezzi autonomi di pernottamento collocati all’interno dei campeggi nella Regione Campania Ambiente e Territorio – Tutela del paesaggio – Art. 1, comma 129, legge della Regione Campania 15/03/2011, n. 4 – Autorizzazione installazione allestimenti mobili nei campeggi – Previsione secondo la quale</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-29-11-2017-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/11/2017 n.246</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">residente Grossi, Redattore Sciarra</span></p>
<hr />
<p>sull’illegittimità dell’irrilevanza paesaggistica dei mezzi autonomi di pernottamento collocati all’interno dei campeggi nella Regione Campania</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></p>
<div style="text-align: justify;"><strong>Ambiente e Territorio – Tutela del paesaggio – Art. 1, comma 129, legge della Regione Campania 15/03/2011, n. 4 – Autorizzazione installazione allestimenti mobili nei campeggi – Previsione secondo la quale le unità abitative per il soggiorno di turisti, quali tende ed altri mezzi autonomi di pernottamento, non costituiscono attività rilevanti ai fini urbanistici, edilizi e paesaggistici, a condizione che conservino meccanismi di rotazione in funzione &#8211; Q.l.c. sollevata dal Consiglio di Stato – Asserita violazione degli artt. 3, 9, 32 e 117, secondo comma, lettera s) e terzo della Costituzione – Illegittimità costituzionale</strong></div>
<p></span></span></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: justify;"><em>È costituzionalmente illegittimo l’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania (Legge finanziaria regionale 2011)», nella parte in cui sostituisce l’art. 2 della legge della Regione Campania 26 marzo 1993, n. 13 (Disciplina dei complessi turistico-ricettivi all’aria aperta), limitatamente alle parole «e paesaggistici», contenute nel comma 1 di tale articolo.</em></div>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: center;">REPUBBLICA ITALIANA<br />
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO<br />
&nbsp;<br />
LA CORTE COSTITUZIONALE</div>
<div style="text-align: justify;">composta dai signori: Presidente: Paolo GROSSI; Giudici : Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI,</p>
<p>ha pronunciato la seguente</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: center;">SENTENZA</div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania (Legge finanziaria regionale 2011)», promosso dal Consiglio di Stato, sezione sesta, nel procedimento instaurato dal Ministero per i beni e le attività culturali ed altri contro Camping Calù di Carlo Del Mastro &amp; C. sas ed altri, con ordinanza del 2 febbraio 2015, iscritta al n. 196 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, prima serie speciale, dell’anno 2015.<br />
Visti gli atti di costituzione di Camping Calù di Carlo Del Mastro &amp; C. sas e di Associazione regionale dei complessi turistico-ricettivi dell’aria aperta FAITA CAMPANIA e l’atto di intervento della Regione Campania;<br />
udito nell’udienza pubblica del 10 ottobre 2017 il Giudice relatore Silvana Sciarra;<br />
uditi l’avvocato Laura Clarizia per Associazione regionale dei complessi turistico-ricettivi dell’aria aperta FAITA CAMPANIA, l’avvocato Antonio Brancaccio per Camping Calù di Del Mastro &amp; C. sas e l’avvocato Almerina Bove per la Regione Campania.<a name="fatto"></a><br />
&nbsp;<br />
<em>Ritenuto in fatto</em><br />
1.– Con ordinanza del 2 febbraio 2015, iscritta al n. 196 del registro ordinanze 2015, il Consiglio di Stato, sezione sesta, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania (Legge finanziaria regionale 2011)», in riferimento agli artt. 3, 9, 32 e 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, della Costituzione.<br />
La norma censurata, nella parte in cui modifica l’art. 2, comma 1, della legge della Regione Campania 26 marzo 1993, n. 13 (Disciplina dei complessi turistico-ricettivi all’aria aperta), dispone che «non costituiscono attività rilevanti ai fini urbanistici, edilizi e paesaggistici» i mezzi autonomi di pernottamento collocati all’interno dei campeggi, quando conservino «i meccanismi di rotazione in funzione», non possiedano «alcun collegamento di natura permanente al terreno» e presentino «gli allacciamenti alle reti tecnologiche, gli accessori e le pertinenze [&#8230;] removibili in ogni momento».<br />
1.1.– Il Consiglio di Stato è investito dell’appello contro la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sezione staccata di Salerno, che ha annullato l’ordinanza di demolizione di case mobili, strutture in ferro e roulotte, emessa dall’Ente Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni per difetto del nulla osta prescritto dall’art. 13 della legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette).<br />
Il giudice di prime cure, a fondamento della decisione impugnata, ha affermato l’incompetenza del direttore dell’Ente parco a emanare l’ordine di demolizione e, nel merito, ha valorizzato l’art. 1, comma 129, della legge regionale n. 4 del 2011, che sancisce l’irrilevanza urbanistico-edilizia e paesaggistica delle case mobili e le sottrae all’obbligo della preventiva acquisizione di ogni titolo abilitativo.<br />
Il Consiglio di Stato ritiene, all’opposto del TAR, che il direttore dell’Ente parco sia legittimato all’adozione dei provvedimenti di demolizione e di ripristino degli allestimenti mobili, in virtù della competenza attribuita all’autorità di gestione dall’art. 6, comma 6, della legge n. 394 del 1991.<br />
Nel merito, il rimettente argomenta, tuttavia, che l’annullamento dell’ordine di demolizione dovrebbe essere confermato alla luce della legge regionale n. 4 del 2011, univoca nell’eliminare ogni assenso edilizio e paesaggistico per gli allestimenti posti all’interno dei campeggi, e, pertanto, reputa rilevante la questione di legittimità costituzionale di tale normativa.<br />
1.2.– Ad avviso del giudice rimettente, la norma censurata violerebbe la competenza esclusiva statale in materia di ambiente (art. 117, secondo comma, lettera s, Cost.) e si porrebbe in contrasto con l’art. 146 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), che impone di ottenere l’autorizzazione paesaggistica per gli interventi nelle zone vincolate, e con la legge n. 394 del 1991, che dispone l’acquisizione del preventivo nulla osta dell’Ente parco e «costituisce fonte di principi fondamentali (Corte Costituzionale, 11 febbraio 2011, n. 44) ai fini della preservazione dei livelli minimi uniformi su tutto il territorio nazionale».<br />
Il giudice rimettente denuncia il contrasto di tale previsione, che «sottrae la corrispondente porzione del paesaggio vincolato alla pubblica funzione di tutela», anche con l’art. 9 Cost.: il paesaggio, «bene primario ed assoluto», «interesse prevalente rispetto a qualunque altro interesse, pubblico o privato», sarebbe tutelato con riguardo alla forma del territorio e, in connessione con altri princìpi costituzionali (l’art. 32 Cost.), per quel che concerne l’ambiente e l’ecosistema.<br />
In pari tempo, la norma regionale confliggerebbe con l’art. 117, terzo comma, Cost., in quanto si discosterebbe dal principio fondamentale enunciato, nella materia di competenza concorrente del governo del territorio, dall’art. 3, comma 1, lettera e.5), del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (Testo A)».<br />
La legislazione statale, prima delle innovazioni apportate dall’art. 10-ter, comma 1, del decreto-legge 28 marzo 2014, n. 47 (Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 2014, n. 80, avrebbe qualificato come intervento di nuova costruzione, da autorizzare preventivamente, «l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee».<br />
La norma censurata sarebbe lesiva anche del principio di eguaglianza (art. 3 Cost.). Essa, difatti, determinerebbe un’irragionevole disparità di trattamento tra gli interventi di installazione degli allestimenti mobili di un campeggio, che beneficiano di un regime di favore, e «altre opere, destinate a far fronte a diverse, più pregnanti esigenze, aventi il medesimo impatto sul territorio», assoggettate a una rigorosa disciplina di autorizzazione.<br />
2.– Con memoria del 26 ottobre 2015, si è costituita la società Camping Calù di Carlo Del Mastro &amp; C. sas e ha chiesto di dichiarare inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di Stato o di dichiararla manifestamente infondata e, in ogni caso, alla luce delle successive pronunce del giudice delle leggi (è citata la sentenza n. 189 del 2015) e dell’intervento del legislatore (art. 10-ter del d.l. n. 47 del 2014), di disporre la restituzione degli atti al Consiglio di Stato.<br />
In linea preliminare, la parte eccepisce l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale sotto svariati profili.<br />
Quanto alle case mobili, destinate a soddisfare esigenze temporanee e contraddistinte da precarietà strutturale e funzionale, il Consiglio di Stato sarebbe incorso nell’errore di considerarle alla stregua di opere edilizie stabili e permanenti, suscettibili di determinare una trasformazione giuridicamente rilevante del territorio.<br />
Il giudice rimettente avrebbe trascurato l’esame di un motivo di ricorso, assorbito in primo grado ed espressamente riproposto in appello, con la specifica contestazione della riconducibilità dei mezzi mobili al novero degli interventi di nuova costruzione.<br />
Tale profilo si rivelerebbe decisivo, in quanto renderebbe superfluo ogni titolo abilitativo, urbanistico-edilizio e paesaggistico, «anche a prescindere dalla latitudine applicativa della norma regionale censurata», che presuppone la qualificazione degli allestimenti in esame come “nuova costruzione”.<br />
L’inammissibilità per insufficiente motivazione sulla rilevanza si apprezzerebbe anche da un diverso punto di vista.<br />
Il giudice a quo non avrebbe attribuito alcun rilievo alle novità recate dal d.l. n. 47 del 2014, che, nel definire il regime degli allestimenti collocati nell’area dei campeggi, ha salvaguardato le «normative regionali di settore».<br />
Alla luce della nuova norma di principio adottata dal legislatore statale, che consente l’installazione di roulotte, camper, case mobili, all’interno di strutture turistico-ricettive all’aria aperta, sarebbe «inammissibile per sopravvenuta irrilevanza» la questione di legittimità costituzionale della legge regionale.<br />
Sarebbe inammissibile la questione di legittimità costituzionale concernente la violazione della competenza esclusiva statale in materia di parchi e aree naturali, in quanto il giudice rimettente non avrebbe considerato la necessità di acquisire preventivamente il nulla osta (art. 13 della legge n. 394 del 1991), per consentire la regolare realizzazione dell’impianto turistico-ricettivo all’aria aperta. A tale riguardo, la norma censurata non conterrebbe alcuna deroga alla legge n. 394 del 1991.<br />
Sarebbe peraltro indispensabile la restituzione degli atti al Consiglio di Stato, in ragione del sopravvenire della sentenza n. 189 del 2015, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 41, comma 4, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, che annoverava tra le nuove costruzioni anche gli allestimenti mobili privi di uno stabile ancoraggio al suolo.<br />
Nel merito, le censure non sarebbero fondate.<br />
Quanto alla disciplina urbanistico-edilizia degli allestimenti mobili, le previsioni della legge regionale sarebbero rispettose dell’art. 3, comma 1, lettera e.5.), del d.P.R. n. 380 del 2001.<br />
Quanto alla violazione dell’art. 9, secondo comma, Cost. e all’invasione della competenza esclusiva statale in materia di ambiente, si argomenta che i mezzi mobili di soggiorno e di pernottamento non producono trasformazioni urbanistico-edilizie e modificazioni pregiudizievoli per il paesaggio e per l’ambiente e possono essere collocati solo nelle strutture turistico-ricettive che abbiano già ottenuto tutti i titoli urbanistico-edilizi, l’autorizzazione paesaggistica, il nulla osta di cui alla legge n. 394 del 1991.<br />
Per gli allestimenti mobili, che non richiedono alcun titolo abilitativo, non sarebbe necessario il vaglio dell’Ente parco, previsto soltanto per gli interventi e le opere all’interno dell’area protetta, subordinati al preventivo rilascio di concessioni e autorizzazioni.<br />
Da ultimo, non sarebbe ravvisabile alcun contrasto con il principio di ragionevolezza. La norma censurata, volta a promuovere la competitività delle imprese italiane operative come strutture turistico-ricettive all’aria aperta, non contemplerebbe alcun arbitrario regime di favore e, in coerenza con la legislazione dello Stato, riguarderebbe soltanto la collocazione di unità mobili all’interno di strutture turistico-ricettive all’aria aperta, già contrassegnate dal previo vaglio amministrativo di compatibilità urbanistico-edilizia e paesaggistico-ambientale.<br />
2.1.– In vista dell’udienza, la medesima società ha depositato una memoria illustrativa, ribadendo le conclusioni già rassegnate e richiamando le nuove disposizioni fondamentali racchiuse nell’art. 52, comma 2, della legge 28 dicembre 2015, n. 221 (Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali), che renderebbero la legge regionale censurata pienamente compatibile con la normativa statale di principio, e le previsioni del recente decreto del Presidente della Repubblica 13 febbraio 2017, n. 31 (Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzativa semplificata), che avrebbero sottratto le opere in esame anche alla previa acquisizione del titolo paesaggistico semplificato.<br />
3.– Si è costituita, con memoria del 26 ottobre 2015, l’Associazione regionale dei complessi turistico-ricettivi dell’aria aperta FAITA CAMPANIA, limitandosi a chiedere la declaratoria di manifesta inammissibilità o comunque di manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale.<br />
3.1.– In prossimità dell’udienza, l’Associazione ha depositato una memoria illustrativa, svolgendo nuovi argomenti a sostegno delle conclusioni già rassegnate.<br />
La parte mostra di condividere le eccezioni di inammissibilità formulate nella memoria di costituzione dalla società Camping Calù sas, con riguardo all’insufficiente motivazione in punto di rilevanza, e, sulla base delle innovazioni apportate dall’art. 52, comma 2, della legge n. 221 del 2015 e dall’art. 1 del decreto legislativo 25 novembre 2016, n. 222, recante «Individuazione di procedimenti oggetto di autorizzazione, segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA), silenzio assenso e comunicazione e di definizione dei regimi amministrativi applicabili a determinate attività e procedimenti, ai sensi dell’articolo 5 della legge 7 agosto 2015, n. 124», sostiene «il sopravvenuto allineamento della normativa statale (di principio) a quella regionale (di dettaglio)», attraverso un rinvio integrale alla normativa regionale di settore.<br />
Alle stesse conclusioni si dovrebbe giungere con riguardo al profilo paesaggistico, oggi regolato dal d.P.R. n. 31 del 2017 (in particolare, Allegato A), che esenterebbe le strutture in esame dall’acquisizione di ogni titolo, anche semplificato.<br />
La legge regionale campana, riguardante i soli manufatti precari sotto il profilo strutturale e funzionale, posti in strutture ricettive regolarmente autorizzate anche dal punto di vista paesaggistico, sarebbe espressione della competenza regionale residuale in materia di turismo e non contrasterebbe con la normativa statale di principio e con i parametri costituzionali evocati dal giudice rimettente.<br />
4.– Nel giudizio è intervenuta la Regione Campania, con memoria depositata il 22 ottobre 2015, e si è limitata a chiedere di dichiarare inammissibile e comunque non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di Stato.<br />
4.1.– Nell’approssimarsi dell’udienza, l’interveniente ha depositato una memoria illustrativa, confermando le conclusioni già formulate e avvalorandole con nuove argomentazioni.<br />
In punto di ammissibilità, la Regione lamenta che il Consiglio di Stato abbia richiamato in maniera del tutto generica i princìpi fondamentali in materia di governo del territorio e di tutela del paesaggio, senza operare alcuna autonoma selezione dei profili di illegittimità «in riferimento a specifici parametri». La mancata esplicitazione delle ragioni della non manifesta infondatezza imporrebbe di dichiarare la questione inammissibile.<br />
Apodittiche sarebbero anche le censure riferite agli artt. 3, 9 e 32 della Costituzione, quest’ultimo indicato nel solo dispositivo dell’ordinanza di rimessione.<br />
Dopo avere ripercorso l’evoluzione normativa in tema di manufatti mobili all’interno di strutture ricettive all’aria aperta, la Regione osserva che il mutamento del parametro interposto è idoneo a fugare i dubbi di legittimità costituzionale della normativa censurata, comunque circoscritta alle strutture precarie e amovibili in ogni momento e coerente anche con l’originario dettato delle norme statali di principio.<br />
Quanto al dedotto contrasto con la normativa statale di tutela del paesaggio e, in particolare, con l’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004, la Regione replica che, quando non si riscontrino trasformazioni edilizie e/o urbanistiche e non sia perciò richiesto il rilascio del permesso di costruire, non è necessario acquisire l’autorizzazione paesaggistica e il nulla osta dell’Ente parco, prescritto solo per gli interventi assoggettati alla preventiva acquisizione di un titolo abilitativo.<br />
5.– All’udienza le parti hanno confermato le conclusioni rassegnate nei rispettivi scritti difensivi.<a name="diritto"></a><br />
&nbsp;<br />
<em>Considerato in diritto</em><br />
1.– Il Consiglio di Stato, con ordinanza del 2 febbraio 2015 (r.o. n. 196 del 2015), dubita della legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania (Legge finanziaria regionale 2011)», in riferimento agli artt. 3, 9, 32 e 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, della Costituzione.<br />
Tale normativa, che innova la disciplina dei campeggi dettata dall’art. 2 della legge della Regione Campania 26 marzo 1993, n. 13 (Disciplina dei complessi turistico-ricettivi all’aria aperta), è censurata nella parte in cui, modificando il comma 1 del citato art. 2, «consente che opere permanentemente infisse al suolo, e perciò destinate ad immutare con carattere stabile l’assetto edilizio, urbanistico e paesistico di un parco nazionale siano realizzate in assenza di qualsivoglia previo scrutinio di compatibilità con gli interessi pubblici che su tale territorio si esprimono».<br />
Le censure del giudice a quo si appuntano sull’irrilevanza paesaggistica delle case mobili realizzate entro l’area delle strutture ricettive all’aperto.<br />
Il petitum formulato dal rimettente può essere così ricostruito, alla luce delle argomentazioni in punto di non manifesta infondatezza, che conferiscono preminente risalto al profilo della tutela del paesaggio, in stretta connessione con la peculiarità della fattispecie dedotta nel giudizio principale.<br />
La questione di legittimità costituzionale, difatti, è sorta in un giudizio di appello, diretto a sindacare l’ordine di demolizione di trentuno case mobili, di quattro strutture in ferro e di sette roulotte allestite in un’area naturale protetta. In tale contesto, riveste rilievo cruciale la «tutela degli interessi ambientali», demandata alla potestà amministrativa dell’Ente parco e oggetto delle contrapposte valutazioni delle parti.<br />
Il giudice a quo prospetta il contrasto con l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., sul presupposto che la legge regionale invada la competenza esclusiva statale in «materia di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali».<br />
Secondo il giudice rimettente, a tale competenza devono essere ricondotte la disciplina dell’autorizzazione paesaggistica, secondo i princìpi dettati dal decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), e la tutela per le aree protette (legge 6 dicembre 1991, n. 394, recante «Legge quadro sulle aree protette»).<br />
La norma censurata sarebbe difforme dalla previsione generale dell’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004, in tema di autorizzazione paesaggistica per gli interventi nelle zone vincolate, e dall’art. 13 della legge n. 394 del 1991, che richiede il previo nulla osta dell’Ente parco, per le opere stabilmente infisse nel suolo, realizzate nelle aree dei parchi nazionali e «destinate ad immutare con carattere stabile l’assetto edilizio, urbanistico e paesistico di un parco nazionale».<br />
Il giudice rimettente denuncia anche il contrasto con gli artt. 9 e 32 Cost., in quanto la legge regionale sottrarrebbe «la corrispondente porzione del paesaggio vincolato alla pubblica funzione di tutela».<br />
La tutela del paesaggio in particolare, sarebbe preminente rispetto alle esigenze urbanistico-edilizie, alla libera iniziativa economica e al diritto di proprietà e assurgerebbe al rango di «bene primario ed assoluto», riferito alla forma del territorio come elemento del patrimonio culturale e, in connessione con altre previsioni costituzionali (art. 32 Cost.), all’ambiente e all’ecosistema.<br />
La norma censurata, nell’esentare da ogni vaglio amministrativo di compatibilità anche i manufatti non precari, contrasterebbe con l’art. 117, terzo comma, Cost., in quanto violerebbe il principio fondamentale enunciato, nella materia di competenza concorrente del governo del territorio, dall’art. 3, comma 1, lettera e.5), del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (Testo A)», nella formulazione originaria, antecedente alle innovazioni recate dall’art. 10-ter, comma 1, del decreto-legge 28 marzo 2014, n. 47 (Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 2014, n. 80.<br />
La norma statale di principio annoverava tra gli interventi di nuova costruzione l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulotte, camper, case mobili, imbarcazioni, «che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee».<br />
Il giudice a quo ritiene da ultimo che sia violato anche l’art. 3 Cost. Nell’eliminare qualunque valutazione preventiva di compatibilità, la previsione sospettata di illegittimità costituzionale sarebbe sfornita di motivazione alla luce degli «interessi pubblici coinvolti» e di altre esigenze degne di tutela. La legge regionale, senza alcuna apprezzabile ragione, accorderebbe un regime di favore per gli «interventi di installazione di un campeggio» «rispetto ad altre opere, destinate a far fronte a diverse, più pregnanti esigenze, aventi il medesimo impatto sul territorio».<br />
2.– La questione, nei termini in cui è prospettata, non presenta i profili di inammissibilità adombrati nelle memorie di costituzione delle parti e nell’atto di intervento.<br />
2.1.– La società Camping Calù sas – con rilievo condiviso dall’Associazione FAITA CAMPANIA – ha eccepito l’inammissibilità della questione per carente motivazione sulla rilevanza.<br />
Il giudice rimettente avrebbe trascurato di cimentarsi con uno specifico motivo di ricorso, riproposto in fase di gravame e relativo all’impossibilità di qualificare le strutture mobili come interventi di nuova costruzione. Inoltre, non avrebbe preso in considerazione le novità normative, che hanno ridefinito il concetto di nuova costruzione (art. 10-ter, comma 1, del d.l. n. 47), con conseguente «sopravvenuta irrilevanza» della questione di legittimità costituzionale<br />
L’eccezione deve essere disattesa.<br />
Il giudice di primo grado, nell’annullare l’ordine di demolizione, ha attribuito rilievo decisivo alla norma regionale, che sancisce la radicale irrilevanza delle installazioni mobili ai fini urbanistici, edilizi e paesaggistici. Nella prospettiva del giudice rimettente, investito dell’appello contro tale statuizione, la valutazione di irrilevanza è pregiudiziale e assorbente rispetto alla qualificazione degli interventi come nuova costruzione.<br />
Tale argomentazione non implausibile supera il vaglio preliminare di ammissibilità richiesto a questa Corte, al pari delle considerazioni che il giudice rimettente ha riservato alle implicazioni dello ius superveniens, ininfluente nella valutazione di legittimità degli atti amministrativi pregressi, alla stregua del principio tempus regit actum (sentenze n. 224, n. 49 e n. 30 del 2016).<br />
2.2.– La società Camping Calù sas ha eccepito, altresì, l’inammissibilità della questione che verte sulla violazione della competenza esclusiva statale in materia di ambiente.<br />
Il giudice rimettente non avrebbe considerato che il nulla osta dell’Ente parco dovrebbe essere preventivamente acquisito per la realizzazione dell’impianto turistico-ricettivo che ospita gli allestimenti mobili.<br />
Neppure tale eccezione è fondata.<br />
La questione di legittimità costituzionale pone l’accento su un diverso aspetto, che attiene all’irrilevanza paesaggistica degli allestimenti mobili e prescinde dalla preventiva valutazione di compatibilità ambientale delle strutture turistico-ricettive all’aria aperta.<br />
2.3.– Non coglie nel segno neppure l’eccezione di inammissibilità per inadeguata motivazione in merito alla non manifesta infondatezza della questione, nei termini analizzati dalla Regione Campania nella memoria illustrativa depositata in vista dell’udienza.<br />
Il giudice rimettente ha individuato in maniera puntuale la norma censurata, riguardante l’irrilevanza paesaggistica delle strutture mobili e non l’intero contenuto precettivo della composita previsione della legge finanziaria regionale, e ha illustrato i dubbi di costituzionalità con dovizia di riferimenti, corroborati anche dal richiamo alla pertinente giurisprudenza di questa Corte.<br />
La censura di violazione dell’art. 32 Cost., anche se sorretta da un’argomentazione stringata, è ammissibile, contrariamente a quanto sostenuto dalla parte intervenuta.<br />
Il giudice a quo evoca tale norma per avvalorare la censura di violazione dell’art. 9 Cost., in una prospettiva che sottolinea il legame inscindibile, affermato dalla giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, sentenza n. 641 del 1987), tra la protezione dell’ambiente e la tutela del diritto fondamentale alla salute. Tale motivazione è idonea a superare il vaglio di ammissibilità.<br />
3.– Nel merito, la questione di legittimità costituzionale è fondata, nei termini che seguono.<br />
3.1.– Il potere di intervento delle Regioni in materia di “governo del territorio” non si estende alla disciplina della rilevanza paesaggistica degli allestimenti mobili, che incide sul regime autorizzatorio tratteggiato dall’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004 ed è riconducibile alla competenza esclusiva dello Stato in materia di ambiente.<br />
Spetta alla legislazione statale determinare presupposti e caratteristiche dell’autorizzazione paesaggistica, delle eventuali esenzioni e delle semplificazioni della procedura, in ragione della diversa incidenza delle opere sul valore intangibile dell’ambiente.<br />
L’autorizzazione paesaggistica, finalizzata alla protezione ambientale, è assoggettata a «una disciplina uniforme, valevole su tutto il territorio nazionale» (sentenze n. 189 del 2016, n. 235 del 2011, n. 101 del 2010; nello stesso senso, sentenza n. 232 del 2008), che rispecchia la natura unitaria del valore primario e assoluto dell’ambiente (sentenza n. 641 del 1987, punto 2.2. del Considerato in diritto).<br />
La competenza esclusiva statale risponde a ineludibili esigenze di tutela e sarebbe vanificata dall’intervento di una normativa regionale che sancisse in via indiscriminata – come avviene nel caso di specie – l’irrilevanza paesaggistica di determinate opere, così sostituendosi all’apprezzamento che compete alla legislazione statale.<br />
3.2.– Nel dichiarare l’illegittimità costituzionale di una disposizione di altra legge regionale in larga misura sovrapponibile a quella oggi censurata, questa Corte ha ritenuto dirimente la considerazione che tale disposizione impugnata fosse intervenuta nell’àmbito materiale della «tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», di esclusiva competenza statale (sentenza n. 189 del 2016, punto 6.6. del Considerato in diritto).<br />
Alle stesse conclusioni si deve pervenire per la norma sottoposta all’odierno vaglio di legittimità costituzionale, adottata in violazione della competenza esclusiva statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost.<br />
3.3.– La decisione non coinvolge la disciplina degli allestimenti mobili, dettata dall’art. 3, comma 1, lettera e.5), del d.P.R. n. 380 del 2001, nella formulazione da ultimo modificata dall’art. 52, comma 2, della legge 28 dicembre 2015, n. 221 (Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali), che configura come nuova costruzione «l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, ad eccezione di quelli che siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee o siano ricompresi in strutture ricettive all’aperto per la sosta e il soggiorno dei turisti, previamente autorizzate sotto il profilo urbanistico, edilizio e, ove previsto, paesaggistico, in conformità alle normative regionali di settore».<br />
Tale disciplina, che demanda alle normative di settore delle Regioni la definizione più articolata delle caratteristiche costruttive e della tipologia degli allestimenti mobili inidonei a determinare una trasformazione stabile del territorio, attiene al diverso profilo urbanistico-edilizio, estraneo all’odierna questione, incentrata sulla compatibilità ambientale e paesaggistica.<br />
4.– Deve essere dichiarata, pertanto, l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge regionale n. 4 del 2011, nella parte in cui, sostituendo l’art. 2, comma 1, della legge reg. Campania n. 13 del 1993, prevede che non costituiscono attività rilevanti ai fini paesaggistici le installazioni «quali tende ed altri mezzi autonomi di pernottamento, quali roulotte, maxi caravan e case mobili», anche se «collocate permanentemente entro il perimetro delle strutture ricettive regolarmente autorizzate».<br />
4.1.– Restano assorbiti gli ulteriori profili di illegittimità costituzionale denunciati dal giudice rimettente.<a name="dispositivo"></a><br />
&nbsp;<br />
Per Questi Motivi</div>
<div style="text-align: center;">LA CORTE COSTITUZIONALE</div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania (Legge finanziaria regionale 2011)», nella parte in cui sostituisce l’art. 2 della legge della Regione Campania 26 marzo 1993, n. 13 (Disciplina dei complessi turistico-ricettivi all’aria aperta), limitatamente alle parole «e paesaggistici», contenute nel comma 1 di tale articolo.</div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 ottobre 2017.<br />
F.to:<br />
Paolo GROSSI, Presidente<br />
Silvana SCIARRA, Redattore</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-29-11-2017-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/11/2017 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 10/10/2017 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-10-10-2017-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Oct 2017 22:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-10-10-2017-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 10/10/2017 n.246</a></p>
<p>Pres. Grossi &#8211; Rel. Sciarra Sulla illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante disposizioni circa la rilevanza paesaggistica degli allestimenti mobili. 1. Legge regionale   Disciplina installazioni mobili   Autorizzazione paesaggistica   Competenza esclusiva statale  Art. 117 Cost.  Illegittimità costituzionale.       1. È</p>
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<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. Grossi &#8211; Rel. Sciarra</span></p>
<hr />
<p>Sulla illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante disposizioni circa la rilevanza paesaggistica degli allestimenti mobili.</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></p>
<p>1. Legge regionale    Disciplina installazioni mobili    Autorizzazione paesaggistica    Competenza esclusiva statale    Art. 117 Cost.    Illegittimità costituzionale.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></span></span></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: justify;">1. È costituzionalmente illegittimo l  art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania n. 4 del 2011, nella parte in cui, sostituendo l  art. 2, comma 1, della legge della Regione Campania n. 13 del 1993, prevede che non costituiscono attività rilevanti ai fini paesaggistici le installazioni «quali tende ed altri mezzi autonomi di pernottamento, quali roulotte, maxi caravan e case mobili», anche se «collocate permanentemente entro il perimetro delle strutture ricettive regolarmente autorizzate» in quanto si pone in contrasto con l  art. 117, secondo comma, lett. s) Cost., che assegna la disciplina della rilevanza paesaggistica e del relativo regime autorizzatorio alla competenza esclusiva dello Stato.</div>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: justify;">SENTENZA N. 246&nbsp;<br />
ANNO 2017&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<a>REPUBBLICA ITALIANA&nbsp;</a><br />
<a>IN NOME DEL POPOLO ITALIANO&nbsp;</a><br />
<a>LA CORTE COSTITUZIONALE&nbsp;</a><br />
composta dai signori: Presidente: Paolo GROSSI; Giudici : Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI,<br />
&nbsp;<br />
<a>ha pronunciato la seguente&nbsp;</a><br />
<a>SENTENZA</a><br />
<a>nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania (Legge finanziaria regionale 2011)», promosso dal Consiglio di Stato, sezione sesta, nel procedimento instaurato dal Ministero per i beni e le attività culturali ed altri contro Camping Calù di Carlo Del Mastro &amp; C. sas ed altri, con ordinanza del 2 febbraio 2015, iscritta al n. 196 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, prima serie speciale, dell’anno 2015.&nbsp;</a><br />
<a>Visti gli atti di costituzione di Camping Calù di Carlo Del Mastro &amp; C. sas e di Associazione regionale dei complessi turistico-ricettivi dell’aria aperta FAITA CAMPANIA e l’atto di intervento della Regione Campania;&nbsp;</a><br />
<a>udito nell’udienza pubblica del 10 ottobre 2017 il Giudice relatore Silvana Sciarra;&nbsp;</a><br />
<a>uditi l’avvocato Laura Clarizia per Associazione regionale dei complessi turistico-ricettivi dell’aria aperta FAITA CAMPANIA, l’avvocato Antonio Brancaccio per Camping Calù di Del Mastro &amp; C. sas e l’avvocato Almerina Bove per la Regione Campania.&nbsp;</a><br />
&nbsp;<br />
<em>Ritenuto in fatto&nbsp;</em><br />
<a>1.– Con ordinanza del 2 febbraio 2015, iscritta al n. 196 del registro ordinanze 2015, il Consiglio di Stato, sezione sesta, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania (Legge finanziaria regionale 2011)», in riferimento agli artt. 3, 9, 32 e 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, della Costituzione.&nbsp;</a><br />
<a>La norma censurata, nella parte in cui modifica l’art. 2, comma 1, della legge della Regione Campania 26 marzo 1993, n. 13 (Disciplina dei complessi turistico-ricettivi all’aria aperta), dispone che «non costituiscono attività rilevanti ai fini urbanistici, edilizi e paesaggistici» i mezzi autonomi di pernottamento collocati all’interno dei campeggi, quando conservino «i meccanismi di rotazione in funzione», non possiedano «alcun collegamento di natura permanente al terreno» e presentino «gli allacciamenti alle reti tecnologiche, gli accessori e le pertinenze [&#8230;] removibili in ogni momento».&nbsp;</a><br />
<a>1.1.– Il Consiglio di Stato è investito dell’appello contro la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sezione staccata di Salerno, che ha annullato l’ordinanza di demolizione di case mobili, strutture in ferro e roulotte, emessa dall’Ente Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni per difetto del nulla osta prescritto dall’art. 13 della legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette).&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice di prime cure, a fondamento della decisione impugnata, ha affermato l’incompetenza del direttore dell’Ente parco a emanare l’ordine di demolizione e, nel merito, ha valorizzato l’art. 1, comma 129, della legge regionale n. 4 del 2011, che sancisce l’irrilevanza urbanistico-edilizia e paesaggistica delle case mobili e le sottrae all’obbligo della preventiva acquisizione di ogni titolo abilitativo.&nbsp;</a><br />
<a>Il Consiglio di Stato ritiene, all’opposto del TAR, che il direttore dell’Ente parco sia legittimato all’adozione dei provvedimenti di demolizione e di ripristino degli allestimenti mobili, in virtù della competenza attribuita all’autorità di gestione dall’art. 6, comma 6, della legge n. 394 del 1991.&nbsp;</a><br />
<a>Nel merito, il rimettente argomenta, tuttavia, che l’annullamento dell’ordine di demolizione dovrebbe essere confermato alla luce della legge regionale n. 4 del 2011, univoca nell’eliminare ogni assenso edilizio e paesaggistico per gli allestimenti posti all’interno dei campeggi, e, pertanto, reputa rilevante la questione di legittimità costituzionale di tale normativa.&nbsp;</a><br />
<a>1.2.– Ad avviso del giudice rimettente, la norma censurata violerebbe la competenza esclusiva statale in materia di ambiente (art. 117, secondo comma, lettera s, Cost.) e si porrebbe in contrasto con l’art. 146 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), che impone di ottenere l’autorizzazione paesaggistica per gli interventi nelle zone vincolate, e con la legge n. 394 del 1991, che dispone l’acquisizione del preventivo nulla osta dell’Ente parco e «costituisce fonte di principi fondamentali (Corte Costituzionale, 11 febbraio 2011, n. 44) ai fini della preservazione dei livelli minimi uniformi su tutto il territorio nazionale».&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice rimettente denuncia il contrasto di tale previsione, che «sottrae la corrispondente porzione del paesaggio vincolato alla pubblica funzione di tutela», anche con l’art. 9 Cost.: il paesaggio, «bene primario ed assoluto», «interesse prevalente rispetto a qualunque altro interesse, pubblico o privato», sarebbe tutelato con riguardo alla forma del territorio e, in connessione con altri princìpi costituzionali (l’art. 32 Cost.), per quel che concerne l’ambiente e l’ecosistema.&nbsp;</a><br />
<a>In pari tempo, la norma regionale confliggerebbe con l’art. 117, terzo comma, Cost., in quanto si discosterebbe dal principio fondamentale enunciato, nella materia di competenza concorrente del governo del territorio, dall’art. 3, comma 1, lettera e.5), del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (Testo A)».&nbsp;</a><br />
<a>La legislazione statale, prima delle innovazioni apportate dall’art. 10-ter, comma 1, del decreto-legge 28 marzo 2014, n. 47 (Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 2014, n. 80, avrebbe qualificato come intervento di nuova costruzione, da autorizzare preventivamente, «l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee».&nbsp;</a><br />
<a>La norma censurata sarebbe lesiva anche del principio di eguaglianza (art. 3 Cost.). Essa, difatti, determinerebbe un’irragionevole disparità di trattamento tra gli interventi di installazione degli allestimenti mobili di un campeggio, che beneficiano di un regime di favore, e «altre opere, destinate a far fronte a diverse, più pregnanti esigenze, aventi il medesimo impatto sul territorio», assoggettate a una rigorosa disciplina di autorizzazione.&nbsp;</a><br />
<a>2.– Con memoria del 26 ottobre 2015, si è costituita la società Camping Calù di Carlo Del Mastro &amp; C. sas e ha chiesto di dichiarare inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di Stato o di dichiararla manifestamente infondata e, in ogni caso, alla luce delle successive pronunce del giudice delle leggi (è citata la sentenza n. 189 del 2015) e dell’intervento del legislatore (art. 10-ter del d.l. n. 47 del 2014), di disporre la restituzione degli atti al Consiglio di Stato.&nbsp;</a><br />
<a>In linea preliminare, la parte eccepisce l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale sotto svariati profili.&nbsp;</a><br />
<a>Quanto alle case mobili, destinate a soddisfare esigenze temporanee e contraddistinte da precarietà strutturale e funzionale, il Consiglio di Stato sarebbe incorso nell’errore di considerarle alla stregua di opere edilizie stabili e permanenti, suscettibili di determinare una trasformazione giuridicamente rilevante del territorio.&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice rimettente avrebbe trascurato l’esame di un motivo di ricorso, assorbito in primo grado ed espressamente riproposto in appello, con la specifica contestazione della riconducibilità dei mezzi mobili al novero degli interventi di nuova costruzione.&nbsp;</a><br />
<a>Tale profilo si rivelerebbe decisivo, in quanto renderebbe superfluo ogni titolo abilitativo, urbanistico-edilizio e paesaggistico, «anche a prescindere dalla latitudine applicativa della norma regionale censurata», che presuppone la qualificazione degli allestimenti in esame come “nuova costruzione”.&nbsp;</a><br />
<a>L’inammissibilità per insufficiente motivazione sulla rilevanza si apprezzerebbe anche da un diverso punto di vista.&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice a quo non avrebbe attribuito alcun rilievo alle novità recate dal d.l. n. 47 del 2014, che, nel definire il regime degli allestimenti collocati nell’area dei campeggi, ha salvaguardato le «normative regionali di settore».&nbsp;</a><br />
<a>Alla luce della nuova norma di principio adottata dal legislatore statale, che consente l’installazione di roulotte, camper, case mobili, all’interno di strutture turistico-ricettive all’aria aperta, sarebbe «inammissibile per sopravvenuta irrilevanza» la questione di legittimità costituzionale della legge regionale.&nbsp;</a><br />
<a>Sarebbe inammissibile la questione di legittimità costituzionale concernente la violazione della competenza esclusiva statale in materia di parchi e aree naturali, in quanto il giudice rimettente non avrebbe considerato la necessità di acquisire preventivamente il nulla osta (art. 13 della legge n. 394 del 1991), per consentire la regolare realizzazione dell’impianto turistico-ricettivo all’aria aperta. A tale riguardo, la norma censurata non conterrebbe alcuna deroga alla legge n. 394 del 1991.&nbsp;</a><br />
<a>Sarebbe peraltro indispensabile la restituzione degli atti al Consiglio di Stato, in ragione del sopravvenire della sentenza n. 189 del 2015, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 41, comma 4, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia), convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, che annoverava tra le nuove costruzioni anche gli allestimenti mobili privi di uno stabile ancoraggio al suolo.&nbsp;</a><br />
<a>Nel merito, le censure non sarebbero fondate.</a><br />
<a>Quanto alla disciplina urbanistico-edilizia degli allestimenti mobili, le previsioni della legge regionale sarebbero rispettose dell’art. 3, comma 1, lettera e.5.), del d.P.R. n. 380 del 2001.&nbsp;</a><br />
<a>Quanto alla violazione dell’art. 9, secondo comma, Cost. e all’invasione della competenza esclusiva statale in materia di ambiente, si argomenta che i mezzi mobili di soggiorno e di pernottamento non producono trasformazioni urbanistico-edilizie e modificazioni pregiudizievoli per il paesaggio e per l’ambiente e possono essere collocati solo nelle strutture turistico-ricettive che abbiano già ottenuto tutti i titoli urbanistico-edilizi, l’autorizzazione paesaggistica, il nulla osta di cui alla legge n. 394 del 1991.&nbsp;</a><br />
<a>Per gli allestimenti mobili, che non richiedono alcun titolo abilitativo, non sarebbe necessario il vaglio dell’Ente parco, previsto soltanto per gli interventi e le opere all’interno dell’area protetta, subordinati al preventivo rilascio di concessioni e autorizzazioni.&nbsp;</a><br />
<a>Da ultimo, non sarebbe ravvisabile alcun contrasto con il principio di ragionevolezza. La norma censurata, volta a promuovere la competitività delle imprese italiane operative come strutture turistico-ricettive all’aria aperta, non contemplerebbe alcun arbitrario regime di favore e, in coerenza con la legislazione dello Stato, riguarderebbe soltanto la collocazione di unità mobili all’interno di strutture turistico-ricettive all’aria aperta, già contrassegnate dal previo vaglio amministrativo di compatibilità urbanistico-edilizia e paesaggistico-ambientale.</a><br />
<a>2.1.– In vista dell’udienza, la medesima società ha depositato una memoria illustrativa, ribadendo le conclusioni già rassegnate e richiamando le nuove disposizioni fondamentali racchiuse nell’art. 52, comma 2, della legge 28 dicembre 2015, n. 221 (Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali), che renderebbero la legge regionale censurata pienamente compatibile con la normativa statale di principio, e le previsioni del recente decreto del Presidente della Repubblica 13 febbraio 2017, n. 31 (Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzativa semplificata), che avrebbero sottratto le opere in esame anche alla previa acquisizione del titolo paesaggistico semplificato.&nbsp;</a><br />
<a>3.– Si è costituita, con memoria del 26 ottobre 2015, l’Associazione regionale dei complessi turistico-ricettivi dell’aria aperta FAITA CAMPANIA, limitandosi a chiedere la declaratoria di manifesta inammissibilità o comunque di manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale.&nbsp;</a><br />
<a>3.1.– In prossimità dell’udienza, l’Associazione ha depositato una memoria illustrativa, svolgendo nuovi argomenti a sostegno delle conclusioni già rassegnate.&nbsp;</a><br />
<a>La parte mostra di condividere le eccezioni di inammissibilità formulate nella memoria di costituzione dalla società Camping Calù sas, con riguardo all’insufficiente motivazione in punto di rilevanza, e, sulla base delle innovazioni apportate dall’art. 52, comma 2, della legge n. 221 del 2015 e dall’art. 1 del decreto legislativo 25 novembre 2016, n. 222, recante «Individuazione di procedimenti oggetto di autorizzazione, segnalazione certificata di inizio di attività (SCIA), silenzio assenso e comunicazione e di definizione dei regimi amministrativi applicabili a determinate attività e procedimenti, ai sensi dell’articolo 5 della legge 7 agosto 2015, n. 124», sostiene «il sopravvenuto allineamento della normativa statale (di principio) a quella regionale (di dettaglio)», attraverso un rinvio integrale alla normativa regionale di settore.&nbsp;</a><br />
<a>Alle stesse conclusioni si dovrebbe giungere con riguardo al profilo paesaggistico, oggi regolato dal d.P.R. n. 31 del 2017 (in particolare, Allegato A), che esenterebbe le strutture in esame dall’acquisizione di ogni titolo, anche semplificato.&nbsp;</a><br />
<a>La legge regionale campana, riguardante i soli manufatti precari sotto il profilo strutturale e funzionale, posti in strutture ricettive regolarmente autorizzate anche dal punto di vista paesaggistico, sarebbe espressione della competenza regionale residuale in materia di turismo e non contrasterebbe con la normativa statale di principio e con i parametri costituzionali evocati dal giudice rimettente.&nbsp;</a><br />
<a>4.– Nel giudizio è intervenuta la Regione Campania, con memoria depositata il 22 ottobre 2015, e si è limitata a chiedere di dichiarare inammissibile e comunque non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di Stato.&nbsp;</a><br />
<a>4.1.– Nell’approssimarsi dell’udienza, l’interveniente ha depositato una memoria illustrativa, confermando le conclusioni già formulate e avvalorandole con nuove argomentazioni.&nbsp;</a><br />
<a>In punto di ammissibilità, la Regione lamenta che il Consiglio di Stato abbia richiamato in maniera del tutto generica i princìpi fondamentali in materia di governo del territorio e di tutela del paesaggio, senza operare alcuna autonoma selezione dei profili di illegittimità «in riferimento a specifici parametri». La mancata esplicitazione delle ragioni della non manifesta infondatezza imporrebbe di dichiarare la questione inammissibile.&nbsp;</a><br />
<a>Apodittiche sarebbero anche le censure riferite agli artt. 3, 9 e 32 della Costituzione, quest’ultimo indicato nel solo dispositivo dell’ordinanza di rimessione.&nbsp;</a><br />
<a>Dopo avere ripercorso l’evoluzione normativa in tema di manufatti mobili all’interno di strutture ricettive all’aria aperta, la Regione osserva che il mutamento del parametro interposto è idoneo a fugare i dubbi di legittimità costituzionale della normativa censurata, comunque circoscritta alle strutture precarie e amovibili in ogni momento e coerente anche con l’originario dettato delle norme statali di principio.&nbsp;</a><br />
<a>Quanto al dedotto contrasto con la normativa statale di tutela del paesaggio e, in particolare, con l’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004, la Regione replica che, quando non si riscontrino trasformazioni edilizie e/o urbanistiche e non sia perciò richiesto il rilascio del permesso di costruire, non è necessario acquisire l’autorizzazione paesaggistica e il nulla osta dell’Ente parco, prescritto solo per gli interventi assoggettati alla preventiva acquisizione di un titolo abilitativo.&nbsp;</a><br />
<a>5.– All’udienza le parti hanno confermato le conclusioni rassegnate nei rispettivi scritti difensivi.&nbsp;</a><br />
&nbsp;<br />
<em>Considerato in diritto&nbsp;</em><br />
<a>1.– Il Consiglio di Stato, con ordinanza del 2 febbraio 2015 (r.o. n. 196 del 2015), dubita della legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania (Legge finanziaria regionale 2011)», in riferimento agli artt. 3, 9, 32 e 117, secondo comma, lettera s), e terzo comma, della Costituzione.&nbsp;</a><br />
<a>Tale normativa, che innova la disciplina dei campeggi dettata dall’art. 2 della legge della Regione Campania 26 marzo 1993, n. 13 (Disciplina dei complessi turistico-ricettivi all’aria aperta), è censurata nella parte in cui, modificando il comma 1 del citato art. 2, «consente che opere permanentemente infisse al suolo, e perciò destinate ad immutare con carattere stabile l’assetto edilizio, urbanistico e paesistico di un parco nazionale siano realizzate in assenza di qualsivoglia previo scrutinio di compatibilità con gli interessi pubblici che su tale territorio si esprimono».&nbsp;</a><br />
<a>Le censure del giudice a quo si appuntano sull’irrilevanza paesaggistica delle case mobili realizzate entro l’area delle strutture ricettive all’aperto.&nbsp;</a><br />
<a>Il petitum formulato dal rimettente può essere così ricostruito, alla luce delle argomentazioni in punto di non manifesta infondatezza, che conferiscono preminente risalto al profilo della tutela del paesaggio, in stretta connessione con la peculiarità della fattispecie dedotta nel giudizio principale.&nbsp;</a><br />
<a>La questione di legittimità costituzionale, difatti, è sorta in un giudizio di appello, diretto a sindacare l’ordine di demolizione di trentuno case mobili, di quattro strutture in ferro e di sette roulotte allestite in un’area naturale protetta. In tale contesto, riveste rilievo cruciale la «tutela degli interessi ambientali», demandata alla potestà amministrativa dell’Ente parco e oggetto delle contrapposte valutazioni delle parti.&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice a quo prospetta il contrasto con l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., sul presupposto che la legge regionale invada la competenza esclusiva statale in «materia di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali».&nbsp;</a><br />
<a>Secondo il giudice rimettente, a tale competenza devono essere ricondotte la disciplina dell’autorizzazione paesaggistica, secondo i princìpi dettati dal decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), e la tutela per le aree protette (legge 6 dicembre 1991, n. 394, recante «Legge quadro sulle aree protette»).&nbsp;</a><br />
<a>La norma censurata sarebbe difforme dalla previsione generale dell’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004, in tema di autorizzazione paesaggistica per gli interventi nelle zone vincolate, e dall’art. 13 della legge n. 394 del 1991, che richiede il previo nulla osta dell’Ente parco, per le opere stabilmente infisse nel suolo, realizzate nelle aree dei parchi nazionali e «destinate ad immutare con carattere stabile l’assetto edilizio, urbanistico e paesistico di un parco nazionale».&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice rimettente denuncia anche il contrasto con gli artt. 9 e 32 Cost., in quanto la legge regionale sottrarrebbe «la corrispondente porzione del paesaggio vincolato alla pubblica funzione di tutela».&nbsp;</a><br />
<a>La tutela del paesaggio in particolare, sarebbe preminente rispetto alle esigenze urbanistico-edilizie, alla libera iniziativa economica e al diritto di proprietà e assurgerebbe al rango di «bene primario ed assoluto», riferito alla forma del territorio come elemento del patrimonio culturale e, in connessione con altre previsioni costituzionali (art. 32 Cost.), all’ambiente e all’ecosistema.&nbsp;</a><br />
<a>La norma censurata, nell’esentare da ogni vaglio amministrativo di compatibilità anche i manufatti non precari, contrasterebbe con l’art. 117, terzo comma, Cost., in quanto violerebbe il principio fondamentale enunciato, nella materia di competenza concorrente del governo del territorio, dall’art. 3, comma 1, lettera e.5), del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, recante «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (Testo A)», nella formulazione originaria, antecedente alle innovazioni recate dall’art. 10-ter, comma 1, del decreto-legge 28 marzo 2014, n. 47 (Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 2014, n. 80.&nbsp;</a><br />
<a>La norma statale di principio annoverava tra gli interventi di nuova costruzione l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulotte, camper, case mobili, imbarcazioni, «che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee».&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice a quo ritiene da ultimo che sia violato anche l’art. 3 Cost. Nell’eliminare qualunque valutazione preventiva di compatibilità, la previsione sospettata di illegittimità costituzionale sarebbe sfornita di motivazione alla luce degli «interessi pubblici coinvolti» e di altre esigenze degne di tutela. La legge regionale, senza alcuna apprezzabile ragione, accorderebbe un regime di favore per gli «interventi di installazione di un campeggio» «rispetto ad altre opere, destinate a far fronte a diverse, più pregnanti esigenze, aventi il medesimo impatto sul territorio».&nbsp;</a><br />
<a>2.– La questione, nei termini in cui è prospettata, non presenta i profili di inammissibilità adombrati nelle memorie di costituzione delle parti e nell’atto di intervento.&nbsp;</a><br />
<a>2.1.– La società Camping Calù sas – con rilievo condiviso dall’Associazione FAITA CAMPANIA – ha eccepito l’inammissibilità della questione per carente motivazione sulla rilevanza.&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice rimettente avrebbe trascurato di cimentarsi con uno specifico motivo di ricorso, riproposto in fase di gravame e relativo all’impossibilità di qualificare le strutture mobili come interventi di nuova costruzione. Inoltre, non avrebbe preso in considerazione le novità normative, che hanno ridefinito il concetto di nuova costruzione (art. 10-ter, comma 1, del d.l. n. 47), con conseguente «sopravvenuta irrilevanza» della questione di legittimità costituzionale&nbsp;</a><br />
<a>L’eccezione deve essere disattesa.&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice di primo grado, nell’annullare l’ordine di demolizione, ha attribuito rilievo decisivo alla norma regionale, che sancisce la radicale irrilevanza delle installazioni mobili ai fini urbanistici, edilizi e paesaggistici. Nella prospettiva del giudice rimettente, investito dell’appello contro tale statuizione, la valutazione di irrilevanza è pregiudiziale e assorbente rispetto alla qualificazione degli interventi come nuova costruzione.&nbsp;</a><br />
<a>Tale argomentazione non implausibile supera il vaglio preliminare di ammissibilità richiesto a questa Corte, al pari delle considerazioni che il giudice rimettente ha riservato alle implicazioni dello ius superveniens, ininfluente nella valutazione di legittimità degli atti amministrativi pregressi, alla stregua del principio tempus regit actum (sentenze n. 224, n. 49 e n. 30 del 2016).&nbsp;</a><br />
<a>2.2.– La società Camping Calù sas ha eccepito, altresì, l’inammissibilità della questione che verte sulla violazione della competenza esclusiva statale in materia di ambiente.&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice rimettente non avrebbe considerato che il nulla osta dell’Ente parco dovrebbe essere preventivamente acquisito per la realizzazione dell’impianto turistico-ricettivo che ospita gli allestimenti mobili.&nbsp;</a><br />
<a>Neppure tale eccezione è fondata.&nbsp;</a><br />
<a>La questione di legittimità costituzionale pone l’accento su un diverso aspetto, che attiene all’irrilevanza paesaggistica degli allestimenti mobili e prescinde dalla preventiva valutazione di compatibilità ambientale delle strutture turistico-ricettive all’aria aperta.&nbsp;</a><br />
<a>2.3.– Non coglie nel segno neppure l’eccezione di inammissibilità per inadeguata motivazione in merito alla non manifesta infondatezza della questione, nei termini analizzati dalla Regione Campania nella memoria illustrativa depositata in vista dell’udienza.&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice rimettente ha individuato in maniera puntuale la norma censurata, riguardante l’irrilevanza paesaggistica delle strutture mobili e non l’intero contenuto precettivo della composita previsione della legge finanziaria regionale, e ha illustrato i dubbi di costituzionalità con dovizia di riferimenti, corroborati anche dal richiamo alla pertinente giurisprudenza di questa Corte.&nbsp;</a><br />
<a>La censura di violazione dell’art. 32 Cost., anche se sorretta da un’argomentazione stringata, è ammissibile, contrariamente a quanto sostenuto dalla parte intervenuta.&nbsp;</a><br />
<a>Il giudice a quo evoca tale norma per avvalorare la censura di violazione dell’art. 9 Cost., in una prospettiva che sottolinea il legame inscindibile, affermato dalla giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, sentenza n. 641 del 1987), tra la protezione dell’ambiente e la tutela del diritto fondamentale alla salute. Tale motivazione è idonea a superare il vaglio di ammissibilità.&nbsp;</a><br />
<a>3.– Nel merito, la questione di legittimità costituzionale è fondata, nei termini che seguono.&nbsp;</a><br />
<a>3.1.– Il potere di intervento delle Regioni in materia di “governo del territorio” non si estende alla disciplina della rilevanza paesaggistica degli allestimenti mobili, che incide sul regime autorizzatorio tratteggiato dall’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004 ed è riconducibile alla competenza esclusiva dello Stato in materia di ambiente.&nbsp;</a><br />
<a>Spetta alla legislazione statale determinare presupposti e caratteristiche dell’autorizzazione paesaggistica, delle eventuali esenzioni e delle semplificazioni della procedura, in ragione della diversa incidenza delle opere sul valore intangibile dell’ambiente.&nbsp;</a><br />
<a>L’autorizzazione paesaggistica, finalizzata alla protezione ambientale, è assoggettata a «una disciplina uniforme, valevole su tutto il territorio nazionale» (sentenze n. 189 del 2016, n. 235 del 2011, n. 101 del 2010; nello stesso senso, sentenza n. 232 del 2008), che rispecchia la natura unitaria del valore primario e assoluto dell’ambiente (sentenza n. 641 del 1987, punto 2.2. del Considerato in diritto).&nbsp;</a><br />
<a>La competenza esclusiva statale risponde a ineludibili esigenze di tutela e sarebbe vanificata dall’intervento di una normativa regionale che sancisse in via indiscriminata – come avviene nel caso di specie – l’irrilevanza paesaggistica di determinate opere, così sostituendosi all’apprezzamento che compete alla legislazione statale.&nbsp;</a><br />
<a>3.2.– Nel dichiarare l’illegittimità costituzionale di una disposizione di altra legge regionale in larga misura sovrapponibile a quella oggi censurata, questa Corte ha ritenuto dirimente la considerazione che tale disposizione impugnata fosse intervenuta nell’àmbito materiale della «tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», di esclusiva competenza statale (sentenza n. 189 del 2016, punto 6.6. del Considerato in diritto).&nbsp;</a><br />
<a>Alle stesse conclusioni si deve pervenire per la norma sottoposta all’odierno vaglio di legittimità costituzionale, adottata in violazione della competenza esclusiva statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost.&nbsp;</a><br />
<a>3.3.– La decisione non coinvolge la disciplina degli allestimenti mobili, dettata dall’art. 3, comma 1, lettera e.5), del d.P.R. n. 380 del 2001, nella formulazione da ultimo modificata dall’art. 52, comma 2, della legge 28 dicembre 2015, n. 221 (Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali), che configura come nuova costruzione «l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, ad eccezione di quelli che siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee o siano ricompresi in strutture ricettive all’aperto per la sosta e il soggiorno dei turisti, previamente autorizzate sotto il profilo urbanistico, edilizio e, ove previsto, paesaggistico, in conformità alle normative regionali di settore».&nbsp;</a><br />
<a>Tale disciplina, che demanda alle normative di settore delle Regioni la definizione più articolata delle caratteristiche costruttive e della tipologia degli allestimenti mobili inidonei a determinare una trasformazione stabile del territorio, attiene al diverso profilo urbanistico-edilizio, estraneo all’odierna questione, incentrata sulla compatibilità ambientale e paesaggistica.&nbsp;</a><br />
<a>4.– Deve essere dichiarata, pertanto, l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge regionale n. 4 del 2011, nella parte in cui, sostituendo l’art. 2, comma 1, della legge reg. Campania n. 13 del 1993, prevede che non costituiscono attività rilevanti ai fini paesaggistici le installazioni «quali tende ed altri mezzi autonomi di pernottamento, quali roulotte, maxi caravan e case mobili», anche se «collocate permanentemente entro il perimetro delle strutture ricettive regolarmente autorizzate».&nbsp;</a><br />
<a>4.1.– Restano assorbiti gli ulteriori profili di illegittimità costituzionale denunciati dal giudice rimettente.&nbsp;</a><br />
&nbsp;<br />
per questi motivi&nbsp;<br />
<a>LA CORTE COSTITUZIONALE&nbsp;</a><br />
<a>dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 129, della legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania (Legge finanziaria regionale 2011)», nella parte in cui sostituisce l’art. 2 della legge della Regione Campania 26 marzo 1993, n. 13 (Disciplina dei complessi turistico-ricettivi all’aria aperta), limitatamente alle parole «e paesaggistici», contenute nel comma 1 di tale articolo.&nbsp;</a><br />
<a>Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 ottobre 2017.&nbsp;</a><br />
<a>F.to:&nbsp;</a><br />
<a>Paolo GROSSI, Presidente&nbsp;</a><br />
<a>Silvana SCIARRA, Redattore&nbsp;</a><br />
<a>Roberto MILANA, Cancelliere&nbsp;</a><br />
<a>Depositata in Cancelleria il 29 novembre 2017.&nbsp;</a><br />
<a>Il Direttore della Cancelleria&nbsp;</a><br />
F.to: Roberto MILANA&nbsp;</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Consiglio di Stato &#8211; Sezione VI &#8211; Sentenza &#8211; 19/1/2017 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/consiglio-di-stato-sezione-vi-sentenza-19-1-2017-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/consiglio-di-stato-sezione-vi-sentenza-19-1-2017-n-246/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione VI &#8211; Sentenza &#8211; 19/1/2017 n.246</a></p>
<p>L. Barra Caracciolo, Pres., M. Buricelli, Est. Sulla competenza ad adottare il piano regolatore portuale e sulla legittimità del diniego di concessione demaniale marittima difforme dal piano. 1. Demanio e patrimonio- Concessione demaniale marittima- Diniego &#8211; Motivazione &#8211; Difformità con il piano regolatore portuale &#8211; Legittimità. 2. Piano regolatore portuale</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/consiglio-di-stato-sezione-vi-sentenza-19-1-2017-n-246/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione VI &#8211; Sentenza &#8211; 19/1/2017 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
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<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">L. Barra Caracciolo, Pres., M. Buricelli, Est.</span></p>
<hr />
<p>Sulla competenza ad adottare il piano regolatore portuale e sulla legittimità del diniego di concessione demaniale marittima difforme dal piano.</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">1. Demanio e patrimonio- Concessione demaniale marittima- Diniego &#8211; Motivazione &#8211; Difformità con il piano regolatore portuale &#8211; Legittimità.</p>
<p>2. Piano regolatore portuale &#8211; Competenze &#8211; &nbsp;Principio di leale collaborazione tra Comune e Autorità portuale- Sussistenza.<br />
&nbsp;</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: justify;">1<strong>. E’ legittimo il diniego di rilascio di una concessione demaniale per la realizzazione di case di guadianaggio se le norme tecniche di attuazione del piano regolatore portuale prescrivono che il cantiere che ospita la predetta casa deve avere una superficie coperta minima di mq 600, e tale requisito sia mancante. Difatti pur a voler tenere conto delle destinazioni previste nelle concessioni demaniali vigenti al momento dell’approvazione del nuovo piano, la richiedente era comunque decaduta dalla precedente concessione per non uso prolungato. La disciplina del PRP, in caso di rilascio di una nuova concessione demaniale, si applica non solo per i nuovi manufatti ma anche con riferimento ai manufatti esistenti alla data della approvazione del piano.<br />
&nbsp;<br />
2. Non sussiste la paventata violazione del principio di leale collaborazione tra il Comune e l’organo statale (l&#8217;Autorità Portuale), nell’adozione del piano regolatore portuale, né considerando il nuovo riparto delle competenze legislative a seguito della riforma del titolo V della Costituzione con la quale è stata attribuita alle regioni la competenza legislativa concorrente in materia di porti (v. art. 117, comma 3, Cost.), e ai comuni è stata demandata la generalità delle funzioni amministrative (art. 118, comma 1), né in base alla disciplina vigente all’epoca della delibera di adozione del piano, essendo stato il PRP preceduto da conferenze di servizi e intese tra Comune e Autorità portuale che ha pure presentato osservazioni, recepite dall&#8217;Ente locale.</strong></div>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<p><strong>N. 00246/2017REG.PROV.COLL.</strong><br />
<strong>N. 02814/2011 REG.RIC.</strong><br />
<strong><img decoding="async" alt="logo" height="109" src="data:image/png;base64,/9j/4AAQSkZJRgABAQEAeAB4AAD/2wBDAAoHBwkHBgoJCAkLCwoMDxkQDw4ODx4WFxIZJCAmJSMgIyIoLTkwKCo2KyIjMkQyNjs9QEBAJjBGS0U+Sjk/QD3/wAALCABtAF8BAREA/8QAHwAAAQUBAQEBAQEAAAAAAAAAAAECAwQFBgcICQoL/8QAtRAAAgEDAwIEAwUFBAQAAAF9AQIDAAQRBRIhMUEGE1FhByJxFDKBkaEII0KxwRVS0fAkM2JyggkKFhcYGRolJicoKSo0NTY3ODk6Q0RFRkdISUpTVFVWV1hZWmNkZWZnaGlqc3R1dnd4eXqDhIWGh4iJipKTlJWWl5iZmqKjpKWmp6ipqrKztLW2t7i5usLDxMXGx8jJytLT1NXW19jZ2uHi4+Tl5ufo6erx8vP09fb3+Pn6/9oACAEBAAA/APZqQ1natrdlo0SSXsuzccKAMk/hVLWfEtvpu2KDbNcyLvVN2Ao9TXLy6ne6qXS4uJVLIfLCN5abvU+1dT4Su7m80CBr2IxzR5jLE53gfxD2Nc749eRb6CO+uXj0yYABM4QuDnDH6VjaZrl3o7zTxedHbhgIklbMTr7V12kePtGv1WO6uY7O73bTDI3f2PpXSQ3ENwgeCVJUzjcjAjP4VNS0mfyqrf30VjZzXEzAJEhYjua8x8Qa5dHSJL/yVN9qEgitUPOxc9h6VnaTa6iurXFpPsvL+XbKZEySQRnGewFbWnyxDUkGrKTGrbG2ngfX2re1bxU8M0cOjmMxonJK8Z7AVN/wken3eiE6hFHNcAEGB0zlvbNcpBoU1zZ3S6C7K8IMhtbr5157Ke1ZFrZ213dWkMkFqJkt282TA+R+gBHqK0tM1O98OXLz2EUQsQ4juoWJ4P8AeX616xFKJY0dCCrgEEGniqt9eLY2rzOu4qOFHVj2FeV+Iby7t/E0NvczOftsfm3CBsrGAcj8BUFlqVre6sbzUZUgtbeJvssbddg6n/gRqzot/dobnUYZPs73xyQB91B90D04q9aaddXpKwRNISckkdT9ahuh9hdo58KyNggetWLbTbi+DtbxCTy+CO9Nhmu9MuS8LvBKRggjqPQ1zPiKKOC/g1WRJWk83dO8XBI+lWNV1O3urHztP8sSvjcjAoZFPt3Nb2i6pc+HZfLhkdrCMqJkuD8y57qfTmvS43EiKyEMrDII7iuY8SXLz6rb2cT48tC7Y9TwP0JryXxfrr3WtXNjZxt5+5bbze7Afwj6mtu601LHQk0+4jEup3pRZJCOI1HJUemK7bw94aSeJLi6XEI4RPX6118cSQoEiUIoHAAribTTF1fxFfiVd0UW7Geznoat+CleG4u4Xzuj+U/UHFdFqGl22oxFJoxu6hgORXnHi3TJtJsbtGAZSh2MemKybhUvLO2ElrIz21uHjJXgkjHy1dtbtpbVZdSAeWNPs8sLAZYHpiu38DahHd6GYEfc1pIYiAfu+1UNYuY7TXtQuZskQxIwx7Ka850LEWrXWr6tEiRWYM6KOfMkflfx5rdhla6ul1K6GCRlEfsD1z7muws/GtuqqlzEFA4BjPH5Vs23iTTLpcpdxg/3WOKi8OWvkwXFyw+e6maTP+z2qGNIdK8SXcsrrHDcxhwWOBuHWpLnxbpVvkLOJSOgT/Gua8Q69b69YvZvCqxOPvE/MK42bUrvRrq2jvH3WxIjS4HZPRh2NR6fqtudT1GFg1zdPIZIscA49Peu48ASkavfKYVhDQpIQn3WJPJ+tUviTcy6fPKYo963SJG/sPUVy9hp3meVbuCYIXMsin+J+wP0FdNa6cdW82GFopJE+9Dn5se1aulaimnOtprFkgQHCzmPp/vf411sdnZSKrxwQsp5DBRz71aVQgCqAFFMlginIEsaPjpuHSs3U5dL0qDzbmGHP8KBRub2FcjNbXfiC6V47IRRKfkRVwB9T3NYHiC3hnjutMkliNyvRAwPzdRXNSyXzwwXtsIIbyPIZR8rDaMEkd8ivSPhfd2w0ISXE8H227YvsB5AHb+tZmo24/syO6urovI8fmRySnIjl6kfQiqKxxaX4ZfV2nLebKS8TepGRir3hKEw6rolxtK3E3meex/iz0Fem3FrDcoUnjWRcdxmsnTo47PWpbKxdvISPfJGTkKT0wf6Vt59Oaa+4odh+bHFYmkWVpqCm9uR592GKvv/AISD0A7Vp37fZdKupIQFMcLMuB0IFeBW9tMlibi48o3M7/aYrgHnlsbT9aveNLO3h1ZWtpJWkghxLLgbWbjIA/Gr+mXESWNjJpyxxzqzAxTLtYfL6/rXS3Gjrcw3ujXBH71TEn+yy/cP41x1sX1FrhrhgXsoPKmhfhPMHAbH0Fdabr7BqGiynGzz8EjsMCu51jVE06wMqkGRx+7A7msrwxIlvpNxqN5IFM8hdnY9varFtf3WuM7WJNvapwJXHMh9h6VJY66ouzY6kogux0P8Eg9Qf6VmNdtofiuZWOLa6w59MnvVzxrfPa+EbxrdwJJIyqEc8Hqfyryez8OJBpnl3V01wlygAC8FXHK49uaZ4a06MxNPeJKZreRxHMzbo2bt9a7nw/pUWp+Ii9wuY0txIylcfvDwT+VbPi+0e1hOr2ytvhG6XaMnA6H+leS+KkMviBbyzmaKw1CNZpHTovY8fWte11drzVYrS4jKy2yMwbqpBxgj8q3Lq5uLiAI0hYxqVjBPSr2l2d3rk0FtM5+zwAZVfup/9eu+gt0t4EiiACIMAVleItFXVLUvGo8+MZU+vtXDXU15LJDHO28QArl/vAenvUlzfSzwxpcSF44xtUH0rg9R1xo0nhiZvIhlzBIDhvdR7Vu+H0ZPC0UV1v2TyG46gCMD39zXpfge2uE0QXN6v+k3LlySOdufl/SuhZVZSrAFW6g9DXiXxR0P+yr62t7GVTbTMXW1X7yE9f8AgNZfhzWha31rHJbeZNArRecx48o8YIPXB712sGmXzxsI7SV/JA3n/D1p1lqNzYsWtpWjOfmBHf3FayeL79R8yxsfXFRXHinUZhtV1jGOdorLihur+5KwxvNM3LY7e5NUdYW4sdPupJIWQqpiJYYwT6eprg1sJZt6QW0jvFFuRQMgDuzeleg/DLRBrmlW17fSK0NnMVSEHO8jpuFergAABeB6CuM+IE17MLLTtNu5Laecli0R5IFcOtoE8TaaNd843Ec6KJnbcp56ZrpPGXw2N5LJfaEsYkb5nt2OA3+6a5m28e+I/D1uNLkhRZoDjFwvzqPT3Fa/h4tqyJf3sYe2Mha4ih5dDnuOwrb1/SLazaKbT5beOB0JIkmwM9iKs22i6TL4bF1JcxNKw/4+EfcA3oK5qPxDfeH7+6it4BvEPmys7DKoOny9s1hXmra98QLiJLW2894gCBEcRxn1J9a77RPC6+HPB1//AGo6PeXEbNcSg+3QGuBs9LmubEJp4uLaFBudoyQxr1bwbfNdeHoRNK0s0P7ty3U46Z/Cs/xPZ3ljqS61ap56BNkqbcmMeqisYS2mqworskkZJklduDnsB6GrsGqato7pbWLR6hbSLuiMxIZPbPeuf1rw/f8AiW5kvtT8mAlgitH96PHao7HwxFZ28l8s91JKh8tljcpu+uOtLqug2UOhR3cpJuYD5hSWQnC5yBg1f8T6VajSdM1WyBhtp9m+3iYom49GAHfNYuo+CLG5luW+3TrIuA7MS24ntWn4d/tHwalxBaQwSROqyOrnBHGAcj1rRurjVNecNqSD7NGQWt4T+R96Y9/Bpzm3sY5TfuuxIwAd/pxXT+FdGudNS4ur0gXV2Qzxr91OOn1roCnX3rmdb8F218HmsSLW5PXaPlf6iucex120vIDNYyyeR8qCLlcVNef25FZyzSWsNvHuDkzSBeR7Vwt34v1m9YQW/wC6lLERRxrlnauq0n4ZX2qabFe65fym9dg/kPygHowqbxj4K14+TqWm3v2h7UcWmMIuP7ormdH8U3Ut4LW9+zI0j/NJIdvzjsfQ12ctlqtzBvn07z98ewSQSg5Gcikj0zWb6XyYbOSyRgN0sn8OK6rQ/DNpoql0zLdP9+d+WP09K2MU6mk/MB696THvXIfEPQYdS0tb2SWRZbU/KAflP1FZfw08I2MUR11y0t47MqF+Qg9q9D6ZPpRjkVwHjb4fabql7Fexk200rYk2KCG98etdX4c0ODw9pEVjbSSSIo3FpGySTWrjrSilr//Z" width="95" /></strong><br />
<strong>REPUBBLICA ITALIANA</strong><br />
<strong>IN NOME DEL POPOLO ITALIANO</strong><br />
<strong>Il Consiglio di Stato</strong><br />
<strong>in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)</strong><br />
ha pronunciato la presente<br />
<strong>SENTENZA</strong><br />
sul ricorso numero di registro generale 2814 del 2011, proposto dalla s.r.l. Versilia Supply Service (in prosieguo, Versilia Supply), in persona del legale rappresentante “pro tempore”, rappresentata e difesa dall&#8217;avvocato Roberto Righi C.F. RGHRRT53S30D612B, con domicilio eletto presso lo Studio Righi in Roma, via G. Carducci, 4;<br />
<strong><em>contro</em></strong><br />
Comune di Viareggio, in persona del legale rappresentante “pro tempore”, rappresentato e difeso dall&#8217;avvocato Corrado Buccheri C.F. BCCCRD42S10F158W, con domicilio eletto presso l’avv. Gian Marco Grez in Roma, corso Vittorio Emanuele II, 18;<br />
Regione Toscana, in persona del legale rappresentante “pro tempore”, rappresentata e difesa dagli avvocati Arianna Paoletti C.F. PLTRNN74S48D612C, Vanna Console C.F. CNSVNN51L62D612H e Lucia Bora C.F. BROLCU57M59B157V, con domicilio eletto presso l’avv. Marcello Cecchetti in Roma, piazza Barberini, 12;<br />
Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Agenzia del Demanio, in persona dei rispettivi legali rappresentanti “pro tempore”, rappresentati e difesi per legge dall&#8217;Avvocatura generale dello Stato e domiciliata per legge presso la sede della stessa in Roma, Via dei Portoghesi, 12;<br />
<strong><em>nei confronti di</em></strong><br />
Cantiere Navale Fratelli Bertolucci, di Bertolucci Angelo &amp; Massimo snc, J. Service srl, 2 G Verniciature Navali di Mencaraglia e Micheli snc,, non costituitisi in giudizio;<br />
<strong><em>per la riforma</em></strong><br />
della sentenza del T.A.R. TOSCANA -FIRENZE -SEZIONE III, n. 6440 del 2010, resa tra le parti, concernente diniego di concessione demaniale marittima, e atti connessi;<br />
&nbsp;<br />
Visto il ricorso in appello, con i relativi allegati;<br />
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Viareggio, della Regione Toscana, del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e dell’Agenzia del Demanio;<br />
Viste le memorie difensive;<br />
Visti tutti gli atti della causa;<br />
Relatore nell&#8217;udienza pubblica del 17 novembre 2016 il cons. Marco Buricelli e uditi per le parti gli avvocati F. Paoletti, per delega di Righi, per l’appellante, Cecchetti per delega di Bora per la Regione Toscana e Stigliano Messuti per il Ministero e l’Agenzia del demanio;<br />
Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue.<br />
&nbsp;<br />
FATTO e DIRITTO<br />
1.Nel luglio del 2008 la società Versilia Supply presentò al Comune di Viareggio un’istanza per il rilascio di una concessione demaniale avente a oggetto un&#8217;area di circa 163 mq. situata nella zona del Porto, in via Savi n. 385, al fine di utilizzare il manufatto edilizio esistente di proprietà dello Stato per attività produttive (cantiere navale) e casa di guardianaggio.<br />
Dagli atti risulta che Versilia Supply, proprietaria di un capannone adiacente all’area in questione, intendeva “allargare” la propria attività utilizzando il fabbricato per svolgervi attività di riparazione di piccole imbarcazioni e, al primo piano, come casa di guardianaggio.<br />
L&#8217;istanza venne respinta con la determinazione n. 194 del 2.2.2009 del dirigente del Settore Attività portuale del Comune, in quanto non conforme alle norme tecniche di attuazione (NTA) del vigente piano regolatore del porto di Viareggio (PRP), approvato in via definitiva dalla Regione Toscana con deliberazione del Consiglio Regionale (DCR) n. 26 del 14.2.2007.<br />
In particolare, l&#8217;art. 22.3 delle suddette NTA subordinava l&#8217;uso abitativo associato al cantiere a una condizione, insussistente nel precedente PRP, stabilendo che &#8220;il cantiere navale per poter realizzare la casa di guardianaggio deve avere una superficie coperta minima di mq. 600&#8221;.<br />
Nella specie il manufatto — effettivamente adibito, in origine, a cantiere navale e a casa di guardianaggio — , non raggiungendo la superficie coperta minima richiesta dalle nuove norme, risultava non più utilizzabile a scopo abitativo.<br />
Versilia Supply ha allora chiesto al Tar Toscana, oltre all&#8217;annullamento della determinazione comunale negativa suindicata anche, in subordine, l&#8217;annullamento della DCR n. 26/2007 di approvazione in via definitiva dello strumento urbanistico portuale ai sensi dell&#8217;art. 5 della l. n. 84 del 1994.<br />
L’istanza cautelare è stata respinta dal Tar con un’ordinanza riformata da questa sezione, per effetto della quale si è fatto luogo a una procedura comparativa per l’assegnazione della concessione demaniale, procedura alla quale ha partecipato anche la ricorrente e appellante odierna, e che ha visto come concessionario designato il Cantiere navale F.lli Bertolucci.<br />
Nel 2011 Versilia Supply ha impugnato dinanzi al Tar Toscana la concessione demaniale assentita al Cantiere navale anzidetto al termine della procedura.<br />
2. Con la sentenza impugnata il Tar ha respinto il ricorso e ha condannato la ricorrente a rimborsare le spese di causa a favore delle parti pubbliche costituite.<br />
In particolare la sentenza:<br />
-ha respinto l’eccezione comunale di irricevibilità per tardività del ricorso nella parte riferita alla impugnazione del PRP;<br />
-nel merito, ha considerato anzitutto che in modo legittimo e corretto il Comune aveva ritenuto ostativa all’accoglimento della domanda di rilascio della concessione demaniale la disposizione di cui all’art. 22 delle NTA del PRP, in base al quale la reali<br />
-ha respinto, facendo richiamo ancora al disposto di cui all’art. 9.7.5. delle citate NTA, la tesi di Versilia Supply secondo la quale il PRP atterrebbe in via esclusiva alla costruzione di nuovi edifici, e non interferirebbe con le modalità d’uso dei man<br />
-ha infine rigettato anche il terzo motivo, col quale la ricorrente aveva dedotto il vizio di incompetenza relativa, muovendo dall’assunto secondo cui il PRP avrebbe dovuto essere approvato d’intesa con i competenti organi dello Stato, e che competente al<br />
3. Versilia Supply ha appellato la sentenza con tre motivi, concernenti violazione di legge e delle NTA del PRP sotto svariati profili.<br />
In sintesi, sub 1) è dedotta l’erronea reiezione del primo motivo del ricorso di primo grado posto che, sostiene l’appellante, da un lato il Tar, per escludere gli effetti delle preesistenza della “res”, destinata a cantiere navale e a casa di guardianaggio, avrebbe fatto riferimento a un argomento ulteriore, non richiamato dal Comune nel provvedimento impugnato; dall’altro, con l’appello si sostiene che ai fini della valutazione della istanza occorreva prescindere dalla intervenuta decadenza, per non uso prolungato, alla data dell’approvazione del PRP (febbraio del 2007), della concessione demaniale assentita nel 2002 alle signore Fruzza per cantiere navale e casa di guardianaggio. Ad avviso dell’appellante nel febbraio del 2007 non ci si trovava di fronte a un immobile “neutro” e privo di destinazione, giacché l’opera era stata realizzata da privati sul demanio marittimo a seguito di assenso edilizio –estraneo alle vicende successive della concessione demaniale- e al rilascio, appunto, nel 2002, di una concessione demaniale, con la conseguenza che le NTA del PRP non potevano considerarsi ostative all’assentimento della concessione demaniale a favore della società, venendo in questione una destinazione semplicemente riproduttiva di quella originaria senza, tra l’altro, alcuna trasformazione urbanistico –edilizia dell’immobile. Tale tesi troverebbe conferma nel disposto di cui all’art. 6.3.1. delle NTA del PRP. Sotto un diverso profilo, il Tar ha omesso di esaminare l’argomento, svolto nel ricorso, in base al quale nel caso di specie il principio di leale collaborazione avrebbe imposto al Comune di non operare alcuna valutazione unilaterale, ma di concordare le fasi della procedura con l’Agenzia del demanio.<br />
Sub 2) l’appellante sostiene che con la sentenza di primo grado il Tar avrebbe omesso di considerare che le NTA del PRP e, in particolare, gli articoli 22.2. e 22.3., non potevano considerarsi ostative all’assentibilità della concessione demaniale, attenendo soltanto agli interventi di nuova realizzazione e non potendo “interferire” con i manufatti esistenti e realizzati prima della entrata in vigore dello strumento urbanistico: di qui, l’insussistenza della “incompatibilità” rilevata dal Comune e confermata dal Tar.<br />
Sub 3), si sostiene che la sentenza avrebbe errato nel respingere la censura di incompetenza che la ricorrente aveva dedotto in via cautelativa contro il PRP contestando in particolare il procedimento di formazione dello strumento urbanistico, non bastando, per dare al PRP crisma di legittimità, il protocollo di intesa del 2001 con l’Autorità marittima e le conferenze di servizi con la Capitaneria di porto di Viareggio, anteriori alla adozione del PRP, posto che l’art. 5 della l. n. 84 del 1994 riserva all’autorità marittima locale l’adozione del piano regolatore portuale. Il coinvolgimento delle amministrazioni statali interessate risulta insufficiente.<br />
Versilia Supply ha concluso chiedendo che, in accoglimento dell’appello e in riforma della sentenza impugnata, il diniego impugnato in primo grado sia annullato.<br />
Comune e Regione si sono costituiti per resistere.<br />
L’istanza cautelare di sospensione dell’esecutività della sentenza impugnata è stata rinunciata e all’udienza del 17 novembre 2016 il ricorso è stato trattenuto in decisione.<br />
4. L’appello è infondato e va respinto.<br />
La sentenza resiste alle obiezioni mosse dalla società Versilia Supply.<br />
4.1.In via preliminare occorre dichiarare la inammissibilità della costituzione in giudizio del Comune di Viareggio, a causa della nullità della sottoscrizione della procura apposta a margine della memoria di costituzione, posto che il difensore civico non risulta iscritto all’albo speciale dei cassazionisti.<br />
Il collegio –che, nel definire la controversia, in termini favorevoli alla posizione del Comune, ha potuto comunque prendere in esame le deduzioni difensive di primo grado della parte resistente, tenendo conto delle stesse-, ha ritenuto di non assegnare all’Amministrazione civica appellata, ai sensi dell’art. 73, comma 3, del c.p.a., un termine per controdedurre sul punto, poiché l’inammissibilità della costituzione del Comune non è questione sulla quale “si fonda” la presente decisione. Del resto appare evidente l’insussistenza di qualsivoglia interesse in capo al Comune a rilevare la violazione del citato art. 73, comma 3, del c.p.a. , considerato l’esito della impugnazione, favorevole come detto al Comune (e in disparte eventuali considerazioni aggiuntive in ordine al fatto che la compensazione delle spese del grado del giudizio non avrebbe potuto non riguardare anche il Comune, come le restanti parti pubbliche: su questo punto v. “infra”, p. 4.4. ).<br />
4.2. Ciò posto, il primo e il secondo motivo di appello, che possono essere esaminati insieme, in quanto connessi, sono infondati e vanno respinti.<br />
In via preliminare va rilevato che l’art. 22.2. delle NTA del PRP prescrive che “la realizzazione di case di guadianaggio è possibile soltanto a servizio di cantieri navali…” (segue la definizione di cantiere navale); e che l’art. 22.3. delle NTA citate sancisce che “il cantiere navale, per poter realizzare la casa di guardianaggio, deve avere una superficie coperta minima di mq 600”.<br />
D’altra parte l’art. 9.7.5. delle NTA fa salve, per la zona in questione (sottozona C5), le destinazioni previste nelle concessioni demaniali vigenti alla data di approvazione del nuovo PRP (approvato dalla Regione, come detto, il 14.2.2007 con la DCR n. 26 e in via definitiva dal Comune con la DCC n. 36 del 16.5.2007): “nella sottozona C5 … valgono le destinazioni previste nei titoli di concessione demaniale in vigore alla data di approvazione del nuovo” PRP.<br />
Orbene, nel caso in esame la destinazione del manufatto per “riparazione natanti e casa di guardianaggio” risultava dalla concessione demaniale n. 46 del 2002, assentita a favore delle signore Fruzza ma dichiarata decaduta nel 2003 per non uso prolungato, con provvedimento che ha resistito alle impugnazioni in via giurisdizionale in primo grado e in appello (si vedano la sentenza del Tar Toscana n. 1596/2008, da cui risulta tra l’altro che in realtà l’immobile non era destinato ad attività imprenditoriali; e la decisione di conferma Cons. Stato, sez. VI, n. 2253/2011).<br />
Diversamente da quanto ritiene l’appellante, dovendosi tenere conto, in base alle citate NTA del PRP, delle destinazioni previste nelle concessioni demaniali vigenti alla data dell’approvazione del nuovo piano (febbraio 2007), all’atto delle verifiche in ordine all’accoglibilità della istanza il Comune non avrebbe potuto fare a meno di prendere in considerazione la decadenza già disposta, ossia il venire meno della “vigenza”, alla data suddetta, della concessione demaniale assentita nel 2002, e della destinazione d’uso a riparazione natanti e a casa di guardianaggio; decadenza, lo si è già rilevato, che dapprima il Tar di Firenze e poi questa sezione di appello hanno giudicato legittima.<br />
In questa situazione, è esatto che a nulla potevano rilevare, nel senso dell’assentibilità della concessione alla società richiedente, la destinazione originaria del fabbricato concesso ai privati nel 2002, e l’esistenza “fisica” del manufatto nel febbraio del 2007.<br />
In modo corretto è stato evidenziato in sentenza che la disposizione di “salvaguardia” di cui all’art. 9.7.5. delle NTA del PRP non poteva attagliarsi alla situazione del fabbricato demaniale visto che nel febbraio del 2007 non esisteva più alcuna concessione demaniale e di conseguenza non vi era una destinazione d’uso attuale che la disciplina urbanistica locale fosse obbligata a salvaguardare, venendo in rilievo “una modalità di utilizzo del bene prevista in concessione demaniale non più efficace al momento dell’approvazione del piano portuale” (v. sentenza impugnata, pag. 6).<br />
La sentenza appellata ha poi osservato, in modo condivisibile, che “lo scopo dell’art.9.7.5 è … quello di dare continuità solo alle soluzioni d’uso contemplate nelle concessioni demaniali efficaci alla predetta data, con la conseguenza che per gli immobili oggetto di concessioni scadute, vigenti soltanto prima dell’entrata in vigore del piano portuale, valgono esclusivamente le destinazioni previste nelle N.T.A. del piano medesimo, il cui art. 22 esclude la realizzazione di case di guardianaggio, e quindi la destinazione abitativa, per aree che, come quella in questione, sono inferiori a 600 mq.. … il fatto che, in virtù del predetto art. 9.7.5, l’utilizzo come casa di guardianaggio previsto nella concessione n. 46/2002 sia del tutto irrilevante, in quanto quest’ultima è ormai scaduta già prima dell’approvazione del piano portuale, avvalora, come disciplina ostativa all’accoglimento della domanda della società esponente, la zonizzazione introdotta dal piano portuale stesso che, per il caso in esame, prevede destinazioni dell’immobile non riconducibili all’uso abitativo…” .<br />
Occorre aggiungere che, a differenza di quanto sostenuto dall’appellante, la sentenza di primo grado, nel respingere il primo motivo di ricorso, non si è avvalsa di argomentazioni ulteriori e diverse rispetto a quelle addotte dall’autorità comunale con l’atto impugnato in primo grado, essendosi il Tar limitato a puntualizzare le ragioni per le quali l’uso abitativo della porzione di fabbricato non era conforme al –ed anzi era in contrasto con- le previsioni del PRP: pertanto, nella fattispecie non è ravvisabile nessuna integrazione postuma, in sede giurisdizionale, della motivazione del provvedimento impugnato in prime cure.<br />
S’impongono, poi, due notazioni aggiuntive:<br />
-in primo luogo, l’art 6 delle NTA del PRP va letto e applicato in modo non disgiunto ma correlato con gli articoli 22 e 9.7.5. delle NTA sicché, come detto, in punto “destinazione” assume rilievo decisivo il fatto che alla data di approvazione del PRP no<br />
-in secondo luogo, come correttamente osserva il Tar, e diversamente da quanto ritiene l’appellante, non vi erano ragioni per le quali non si dovesse tenere conto della disciplina del PRP in caso di rilascio di una nuova concessione demaniale anche con ri<br />
-in terzo luogo, fermo il carattere risolutivo delle argomentazioni suesposte al fine di respingere i primi due motivi di gravame, considerata la competenza comunale a provvedere, appare inappropriato il riferimento di parte appellante al principio di “le<br />
4.3. Il terzo motivo di appello si basa sostanzialmente sulla riproposizione e puntualizzazione della censura di incompetenza relativa, con riferimento al procedimento di formazione del PRP, formulata dall’appellante muovendo dall’assunto secondo cui il piano, dapprima adottato dal Comune con la DCC n. 95/2003, poi approvato con la DCR n. 26/2007 e, infine, con la DCC n. 36/2007, avrebbe dovuto essere approvato d’intesa con i competenti organi dello Stato, e che competente all’adozione del piano era l’autorità marittima locale.<br />
Al riguardo, precisato in via preliminare che il porto di Viareggio risulta essere di categoria II, classe III, d’interesse regionale e interregionale (sulla correttezza della classificazione si veda C. cost. n. 89 del 2006 proprio in tema di riparto di attribuzioni con riferimento al porto di Viareggio), pare il caso di rammentare che l’art. 5 della l. n. 84 del 1994, nel testo vigente all’epoca della emanazione del provvedimento impugnato in primo grado, stabiliva quanto segue: (Programmazione e realizzazione delle opere portuali. Piano regolatore portuale) “1. Nei porti di cui alla categoria II, classi I, II e III, con esclusione di quelli aventi le funzioni di cui all&#8217;articolo 4, comma 3, lettera e) (si tratta dei porti turistico –ricreativi, n. d. est.),<br />
l&#8217;ambito e l&#8217;assetto complessivo del porto, ivi comprese le aree destinate alla produzione industriale, all&#8217;attivita&#8217; cantieristica e alle infrastrutture stradali e ferroviarie, sono rispettivamente delimitati e disegnati dal piano regolatore portuale che individua altresi&#8217; le caratteristiche e la destinazione funzionale delle aree interessate.<br />
2. Le previsioni del piano regolatore portuale non possono contrastare con gli strumenti urbanistici vigenti.<br />
3. Nei porti di cui al comma 1 nei quali è istituita l&#8217;autorità portuale, il piano regolatore è adottato dal comitato portuale, previa intesa con il comune o i comuni interessati. Nei porti di cui al comma 1 nei quali non è istituita l&#8217;autorità portuale, il piano regolatore è adottato dall&#8217;autorità marittima, previa intesa con il comune o i comuni interessati. Il piano è quindi inviato per il parere al Consiglio superiore dei lavori pubblici, che si esprime entro quarantacinque giorni dal ricevimento dell&#8217;atto. Decorso inutilmente tale termine, il parere si intende reso in senso favorevole.<br />
4. Il piano regolatore relativo a porti di cui alla categoria II, classi I, II e III, esaurita la procedura di cui al comma 3, è sottoposto, ai sensi della normativa vigente in materia, alla procedura per la valutazione dell&#8217;impatto ambientale ed è quindi approvato dalla regione”.<br />
Ciò posto, il motivo di gravame, basato in particolare sulla violazione della disposizione di cui al sopra trascritto art. 5, comma 3, non può trovare accoglimento.<br />
Occorre infatti considerare che, per effetto della modifica del Titolo V della seconda parte della Costituzione (l. cost. n. 3 del 2001), è stata attribuita alle regioni la competenza legislativa concorrente in materia di porti (v. art. 117, comma 3, Cost.), e ai comuni è stata demandata la generalità delle funzioni amministrative (art. 118, comma 1).<br />
Da parte propria la Regione Toscana, all’art. 9 della l. r. n. 68/1997 (&#8220;Norme sui porti e gli approdi turistici della Toscana”), oggi abrogato e sostituito dall&#8217;art. 47 ter della l. r. n. 1 del 2005 (&#8220;Piano regolatore portuale&#8217;), ha previsto che “Il piano regolatore dei porti e degli approdi turistici è approvato dal Comune interessato … previa intesa con l&#8217;Autorità Marittima o Portuale laddove istituita&#8221;.<br />
Successivamente la materia è stata disciplinata dall&#8217;art. 47 ter della l. r. n. 1/2005, il quale al primo comma prevede che &#8220;Il piano regolatore portuale costituisce atto di governo del territorio ai sensi dell&#8217;art. 10, comma 1, di competenza del comune e attua le previsioni degli strumenti della pianificazione territoriale per ognuno dei porti di interesse regionale&#8221;.<br />
A fronte di un sistema così articolato di competenze tra Stato, Regione e comuni (sul quale si veda anche l’art. 105 del d. lgs. n. 112 del 1998, di conferimento alle Regioni e agli enti locali di funzioni e compiti amministrativi dello Stato), occorre convenire con la Regione laddove evidenzia, da un lato, che la l. n. 84 del 1994 si riferisce a un contesto normativo che precede il citato trasferimento di funzioni a regioni ed enti locali e, dall’altro, e in ogni caso, che la “ratio” dell’art. 5 della l. n. 84 del 1994, nella parte in cui prevede l’intesa tra il Comune interessato e l’Autorità marittima, in vista dell’adozione del PRP, si traduce essenzialmente nell’esigenza di garantire l’osservanza del principio di leale collaborazione tra i due enti pubblici, il che, chiosa la Regione, nel caso in esame è certamente avvenuto, considerando il protocollo di intesa siglato nel 2001 con l’Autorità marittima, la partecipazione della stessa alle svariate conferenze di servizi svoltesi, con la presentazione di osservazioni al PRP accolte dal Consiglio comunale, e la sottoscrizione del documento di indirizzo per la revisione del piano approvato con la DCC n. 49/2001.<br />
A quest’ultimo proposito, esaminando più da vicino il procedimento di formazione e di approvazione del piano regolatore portuale, risulta in atti, in particolare, che la DCC di adozione del piano regolatore portuale, n. 95 del 2003, è stata preceduta da svariate conferenze di servizi, alle quali ha partecipato anche la Capitaneria di Porto di Viareggio, presentando osservazioni che sono state recepite dal Consiglio comunale.<br />
Risulta in atti inoltre che la DCC di adozione del piano ha assunto a presupposto sia il protocollo di intesa, sottoscritto, in data 5.3.2001, tra Comune, Regione, Provincia e Autorità marittima di Viareggio –Capitaneria di Porto, e sia la deliberazione comunale del 5.6.2001, di approvazione del documento di indirizzo (anche di carattere urbanistico) per la revisione del piano regolatore portuale sottoscritto da Regione, Provincia e Autorità Marittima di Viareggio – Capitaneria di Porto.<br />
Le conferenze di servizi, il protocollo di intesa e il documento di indirizzo sopra citati, in un contesto normativo caratterizzato, come detto, dalla sopravvenuta riforma del Titolo V della Costituzione, con la quale è stata prevista, da un lato, l&#8217;attribuzione alla Regione della competenza legislativa concorrente in materia di porti (art. 117, terzo comma, della Costituzione) e all’art. 118 comma 1 è stata attribuita la generalità delle funzioni amministrative ai Comuni, avvalorano la tesi delle parti pubbliche, accolta in sentenza, della –sufficienza, al fine di respingere il profilo di doglianza in questione, del riscontro di una -piena e leale collaborazione tra Comune e Autorità marittima, ed evidenziano la partecipazione fattiva di quest’ultima Autorità nel procedimento di formazione del PRP anche mediante la presentazione di osservazioni al (progetto di) piano, recepite dal Comune di Viareggio.<br />
Di qui, la reiezione anche del terzo motivo e dell’appello nel suo insieme.<br />
La sentenza va dunque confermata.<br />
4.4. Le oggettive peculiarità della controversia e l’andamento altalenante del procedimento cautelare giustificano tuttavia, in via eccezionale, la compensazione delle spese del grado del giudizio nei confronti della Regione e delle amministrazioni statali (le quali ultime hanno peraltro svolto una difesa di mera forma: ragione in più quindi per disporre la compensazione nei loro riguardi).<br />
Nulla per le spese nei riguardi del Comune di Viareggio, per il motivo enunciato al p. 4.1.<br />
P.Q.M.<br />
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull&#8217;appello, come in epigrafe proposto, lo respinge confermando, per l’effetto, la sentenza impugnata.<br />
Spese compensate nei riguardi della Regione Toscana, del Ministero e dell’Agenzia del demanio.<br />
Nulla per le spese nei confronti del Comune di Viareggio, come da motivazione.<br />
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall&#8217;autorità amministrativa.<br />
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 17 novembre 2016 con l&#8217;intervento dei magistrati:<br />
Luciano Barra Caracciolo, Presidente<br />
Roberto Giovagnoli, Consigliere<br />
Bernhard Lageder, Consigliere<br />
Marco Buricelli, Consigliere, Estensore<br />
Francesco Mele, Consigliere</p>
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 100%;" width="100%">
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<td><strong>L&#8217;ESTENSORE</strong></td>
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<td><strong>IL PRESIDENTE</strong></td>
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<td><strong>Marco Buricelli</strong></td>
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<td><strong>Luciano Barra Caracciolo</strong></td>
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<p>IL SEGRETARIO<br />
&nbsp;<br />
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<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/consiglio-di-stato-sezione-vi-sentenza-19-1-2017-n-246/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione VI &#8211; Sentenza &#8211; 19/1/2017 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 3/12/2015 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-3-12-2015-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-3-12-2015-n-246/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-3-12-2015-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 3/12/2015 n.246</a></p>
<p>Presidente Criscuolo, Redattore Amato È illegittimo prevedere voci di entrata al Bilancio se difettano del requisito della novità Bilancio dello Stato – Articolo 1, comma 179, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2014) –</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-3-12-2015-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 3/12/2015 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-3-12-2015-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 3/12/2015 n.246</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Presidente Criscuolo, Redattore Amato</span></p>
<hr />
<p>È illegittimo prevedere voci di entrata al Bilancio se difettano del requisito della novità</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></p>
<div abp="1541" style="text-align: justify;"><strong abp="1542">Bilancio dello Stato – Articolo 1, comma 179, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2014) – Sostanziale riserva allo Stato delle maggiori entrate derivanti non nuove – Q.l.c. sollevata dalla Regione autonoma Sicilia– Asserita violazione degli articoli 36, 37 e 43 dello statuto della Regione siciliana, dell’articolo2, primo comma, del D.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria), degli articoli 81, sesto comma, 97, primo comma, e 119, commi 1 e 6, della Costituzione, articolo 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 – Illegittimità costituzionale parziale.</strong><br abp="1543" /><br />
<strong abp="1544">Bilancio dello Stato – Articolo 1, commi da 431 a 435, della legge n. 147 del 2013 – Imputazione a voce di entrata di proventi derivanti dall’evasione – Difetto del requisito della novità – Q.l.c. sollevata dalla Tribunale ordinario di Roma– Asserita violazione degli articoli 36, 37 e 43 dello statuto della Regione siciliana; dell’art. 2, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria); degli articoli 81, sesto comma, 97, primo comma, e 119, commi 1 e 6, della Costituzione, articolo 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 – Illegittimità costituzionale parziale.</strong><br abp="1545" /><br />
<strong abp="1546">Bilancio dello Stato – Articolo 1, commi 157, 179, 431, lettera b), e 435, della legge n. 147 del 2013 – Sopravvenuto accordo – Q.l.c. sollevata dalla Provincia autonoma di Bolzano– Asserita violazione degli articoli 81, sesto comma, 97, primo comma, e 119, commi 1 e 6, della Costituzione, articolo 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3– Estinzione del processo.</strong><br abp="1547" /><br />
<strong abp="1548">Bilancio dello Stato – Articolo 1, commi 157 e 179, della legge n. 147 del 2013 – Sopravvenuto accordo –Q.l.c. sollevata dalla Provincia autonoma di Trento – Asserita violazione degli articoli <a name="_GoBack"></a>81, sesto comma, 97, primo comma, e 119, commi 1 e 6, della Costituzione, articolo 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3– Estinzione del processo.</strong></div>
<p></span></span></span></span></span></p>
<hr />
<div abp="1551" style="text-align: justify;">È costituzionalmente illegittimo l’articolo 1, comma 179, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2014), nella parte in cui si applica alla Regione siciliana;<br abp="1552" /><br />
&nbsp;<br abp="1553" /><br />
è costituzionalmente illegittimo l’articolo 1, commi da 431 a 435, della legge n. 147 del 2013, nella parte in cui riservano allo Stato il maggior gettito tributario derivante dal contrasto all’evasione fiscale di entrate non nominativamente riservate allo Stato, riscosse nell’ambito del territorio della Regione siciliana;<br abp="1554" /><br />
&nbsp;<br abp="1555" /><br />
il processo è estinto relativamente alle questioni di legittimità costituzionale promosse dalla Provincia autonoma di Bolzano, limitatamente all’art. 1, commi 157, 179, 431, lettera b), e 435, della legge n. 147 del 2013, con il ricorso indicato in epigrafe;<br abp="1556" /><br />
&nbsp;<br abp="1557" /><br />
il processo è estinto relativamente alle questioni di legittimità costituzionale promosse dalla Provincia autonoma di Trento, limitatamente all’art. 1, commi 157 e 179, della legge n. 147 del 2013, con il ricorso indicato in epigrafe</div>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<div abp="1559" style="text-align: justify;">REPUBBLICA ITALIANA<br abp="1560" /><br />
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO<br abp="1561" /><br />
LA CORTE COSTITUZIONALE<br abp="1562" /><br />
&nbsp;<br abp="1563" /><br />
composta dai signori: Presidente: Alessandro CRISCUOLO; Giudici : Giuseppe FRIGO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON,<br abp="1564" /><br />
&nbsp;<br abp="1565" /><br />
ha pronunciato la seguente<br abp="1566" /><br />
SENTENZA<br abp="1567" /><br />
&nbsp;<br abp="1568" /><br />
nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 157, 179, 431, 432, 433, 434 e 435, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2014), promossi dalle Province autonome di Bolzano e di Trento e dalla Regione siciliana con ricorsi notificati il 24 febbraio – 4 marzo e il 25 febbraio 2014, depositati in cancelleria il 4 ed il 5 marzo 2014 e rispettivamente iscritti ai nn. 11, 14 e 17 del registro ricorsi 2014.<br abp="1569" /><br />
Visti gli atti di costituzione di Presidente del Consiglio dei ministri;<br abp="1570" /><br />
udito nell’udienza pubblica del 4 novembre 2015 il Giudice relatore Giuliano Amato;<br abp="1571" /><br />
uditi gli avvocati Giandomenico Falcon per la Provincia autonoma di Trento, Beatrice Fiandaca per la Regione siciliana e l’avvocato dello Stato Wally Ferrante per il Presidente del Consiglio dei ministri.<br abp="1572" /><br />
&nbsp;<br abp="1573" /><br />
<em abp="1574">Ritenuto in fatto</em><br abp="1575" /><br />
&nbsp;<br abp="1576" /><br />
1.– Con ricorso spedito per la notificazione il 24 febbraio 2014, ricevuto il 4 marzo 2014 e deposito nel medesimo giorno, la Provincia autonoma di Bolzano ha impugnato, fra gli altri, i commi 157, 179, 431, lettera b), e 435, dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2014), per violazione del Titolo VI del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), e in particolare degli artt. 75, 75-bis, 79, 80, 81, 82, 83 e 84; nonché degli artt. 103, 104 e 107 del medesimo statuto speciale; del decreto legislativo 16 marzo 1992, n. 268 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige in materia di finanza regionale e provinciale), ed in particolare degli artt. 9, 10, 10-bis; degli artt. 81 e 136 della Costituzione; dell’art. 2, commi 106 e 108, della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2010); dell’art. 12 della legge 24 dicembre 2012, n. 243 (Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’articolo 81, sesto comma, della Costituzione); «dei principi di ragionevolezza, leale collaborazione e di delimitazione temporale».<br abp="1577" /><br />
L’art. 1, comma 157, della legge n. 147 del 2013 prevede che «Le maggiori entrate di cui al comma 156, pari a 200 milioni di euro per l’anno 2014 e a 100 milioni di euro per ciascuno degli anni 2015 e 2016, confluiscono nel Fondo per interventi strutturali di politica economica di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307».<br abp="1578" /><br />
Il successivo comma 179 stabilisce che «Le maggiori entrate derivanti dai commi 151, 177 e 178, pari complessivamente a 237,5 milioni di euro per l’anno 2014, a 191,7 milioni di euro per l’anno 2015, a 201 milioni di euro per l’anno 2016 e a 104,1 milioni di euro a decorrere dall’anno 2017, affluiscono al Fondo per interventi strutturali di politica economica, di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307».<br abp="1579" /><br />
Il comma 431, a sua volta, dispone che «Nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze è istituito un fondo denominato “Fondo per la riduzione della pressione fiscale” cui sono destinate, a decorrere dal 2014, fermo restando il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, le seguenti risorse:<br abp="1580" /><br />
a) l’ammontare dei risparmi di spesa derivanti dalla razionalizzazione della spesa pubblica di cui all’articolo 49-bis del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, al netto della quota già considerata nei commi da 427 a 430, delle risorse da destinare a programmi finalizzati al conseguimento di esigenze prioritarie di equità sociale e ad impegni inderogabili;<br abp="1581" /><br />
b) per il biennio 2014-2015, l’ammontare di risorse che, in sede di Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, si stima di incassare quali maggiori entrate rispetto alle previsioni iscritte nel bilancio dell’esercizio in corso derivanti dall’attività di contrasto dell’evasione fiscale, al netto di quelle derivanti dall’attività di recupero fiscale svolta dalle regioni, dalle province e dai comuni. A decorrere dall’anno 2016, le maggiori entrate incassate rispetto all’anno precedente, derivanti dalle attività di contrasto dell’evasione fiscale, al netto di quelle derivanti dall’attività di recupero fiscale svolta dalle regioni, dalle province e dai comuni».<br abp="1582" /><br />
Ai sensi del comma 435, infine, «Per il 2014, le entrate incassate in un apposito capitolo, derivanti da misure straordinarie di contrasto dell’evasione fiscale e non computate nei saldi di finanza pubblica, sono finalizzate in corso d’anno alla riduzione della pressione fiscale, mediante riassegnazione al Fondo di cui al comma 431, secondo le modalità previste al comma 432, ad esclusione delle detrazioni di cui all’articolo 13, commi 3 e 4, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sono stabilite le modalità di utilizzo di tali somme, fermo restando il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica».<br abp="1583" /><br />
2.– Secondo la ricorrente, tali disposizioni modificherebbero unilateralmente il complesso delle norme concordate con il Governo nel 2009 ai fini del concorso agli obiettivi di finanza pubblica, senza l’osservanza delle procedure paritetiche previste dallo statuto speciale.<br abp="1584" /><br />
Esse, inoltre, introdurrebbero riserve allo Stato dei maggiori gettiti di tributi erariali, in mancanza dei requisiti richiesti dalla normativa d’attuazione ai fini della legittimità della riserva. Ad avviso della Provincia autonoma, infatti, non sarebbe prevista una limitazione temporale del gettito, né una sua contabilizzazione separata nel bilancio statale; non risulterebbe neppure il carattere «non continuativo» delle spese alla cui copertura esso è destinato.<br abp="1585" /><br />
3.– Con ricorso notificato il 25 febbraio 2014 e depositato il 5 marzo 2014, la Provincia autonoma di Trento ha impugnato, fra gli altri, i commi 157 e 179 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2014), per violazione degli artt. 75, comma 1, lettera g), 103, 104 e 107, nonché del Titolo VI del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige); del decreto legislativo 16 marzo 1992, n. 268 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige in materia di finanza regionale e provinciale), in particolare degli artt. 9, 10, 10-bis; della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2010).<br abp="1586" /><br />
4.– Ad avviso della ricorrente, il maggior gettito riservato allo Stato dalle norme impugnate rientrerebbe tra le «entrate tributarie erariali, dirette o indirette, comunque denominate», di cui all’art. 75, comma 1, lettera g), dello statuto speciale, e dunque i nove decimi di esso spetterebbero alla Provincia.<br abp="1587" /><br />
I commi 157 e 179, inoltre, non integrerebbero i requisiti richiesti dall’art. 9 del d.lgs. n. 268 del 1992 ai fini della legittimità della riserva all’erario delle maggiori entrate da essi previste.<br abp="1588" /><br />
Essi, infine, violerebbero il principio dell’accordo che governa il regime dei rapporti tra Stato e Regioni speciali.<br abp="1589" /><br />
5.– Con ricorso notificato il 25 febbraio 2014 e depositato il 5 marzo 2014, la Regione siciliana ha impugnato, fra gli altri, il comma 179, nonché i commi da 431 a 435 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2014), per violazione degli artt. 36, 37 e 43 dello statuto della Regione siciliana (approvato con il regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, convertito in legge costituzionale dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2); dell’art. 2, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria); degli artt. 81, sesto comma, 97, primo comma, e 119, commi primo e sesto, della Costituzione, nel testo novellato dalla legge costituzionale 24 aprile 2012, n. 1 (Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale), anche in riferimento all’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione).<br abp="1590" /><br />
Quanto ai contenuti delle altre disposizioni impugnate dalla sola Regione siciliana, il comma 432 prevede che «Le risorse assegnate al Fondo ai sensi delle lettere a) e b) del comma 431 sono annualmente utilizzate, nell’esercizio successivo a quello di assegnazione al predetto Fondo e dopo il loro accertamento in sede di consuntivo, per incrementare per tale anno nei limiti delle disponibilità del Fondo stesso, fermo restando il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, in ugual misura, da un lato, le deduzioni di cui all’articolo 11, comma 1, lettera a), numeri 2) e 3), e comma 4-bis, del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, e le detrazioni di cui all’articolo 13, comma 5, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e, dall’altro lato, le detrazioni di cui al citato articolo 13, commi 1, 3 e 4, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986».<br abp="1591" /><br />
Il successivo comma 433 dispone che «Il Documento di economia e finanza reca l’indicazione del recupero di evasione fiscale registrato nell’anno precedente, dei risparmi di spesa e delle maggiori entrate di cui alle lettere a) e b) del comma 431, rispetto all’anno precedente e di quelli previsti fino alla fine dell’anno in corso e per gli anni successivi».<br abp="1592" /><br />
Infine, ai sensi del comma 434, «La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza contiene una valutazione dell’andamento della spesa primaria corrente e degli incassi derivanti dall’attività di contrasto dell’evasione fiscale rispetto alle relative previsioni di bilancio dell’anno in corso. Le eventuali maggiori risorse di cui al comma 431 vengono iscritte, in sede di predisposizione del disegno di legge di bilancio, limitatamente al primo anno del triennio di riferimento, nello stato di previsione delle entrate e, contestualmente, nel Fondo per la riduzione della pressione fiscale di cui al comma 431. La legge di stabilità, sentite le parti sociali, individua gli eventuali interventi di miglioramento degli strumenti di contrasto all’evasione fiscale e di razionalizzazione della spesa, i nuovi importi delle deduzioni e detrazioni di cui al comma 432 e definisce le modalità di applicazione delle medesime deduzioni e detrazioni da parte dei sostituti d’imposta e delle imprese, in modo da garantire la neutralità degli effetti sui saldi di finanza pubblica».<br abp="1593" /><br />
6.– Secondo la Regione, dal contenuto del comma 179 si desumerebbe la mancanza di specifica finalizzazione dei proventi di spettanza regionale.<br abp="1594" /><br />
La ricorrente premette che non vi sarebbero elementi testuali dai quali ricavare univocamente la riserva allo Stato del relativo gettito. Tuttavia, in ragione della mancata previsione di una clausola di salvaguardia, la disposizione in esame potrebbe essere interpretata nel senso di ricomprendere nelle entrate da essa previste anche quelle riscosse nella Regione siciliana. Di qui la sua illegittimità, perché la riserva non sarebbe prevista espressamente.<br abp="1595" /><br />
Al riguardo, la Regione siciliana rileva che le entrate di cui al comma in esame non sarebbero qualificabili come nuove, trattandosi di proventi derivanti da imposte sostitutive, come quelle correlate al riallineamento e stabilite dal comma 151, che rinvia a sua volta al comma 150.<br abp="1596" /><br />
Quanto al comma 177, tale disposizione influirebbe – modificandoli – sui redditi prodotti da imprese che hanno sede centrale fuori dalla Regione, ma che in essa hanno stabilimenti e impianti; dunque, non sarebbe certo che possa derivare una maggiore entrata dall’aumento dell’imposta relativa alla quota di reddito prodotto da tali stabilimenti. Tuttavia, se così fosse, ad avviso della ricorrente, il relativo gettito sarebbe comunque di spettanza regionale in assenza degli elementi utili a riservarlo allo Stato.<br abp="1597" /><br />
Quanto infine al comma 178, gli effetti sul gettito IVA attesi dalla sua applicazione deriverebbero solo indirettamente da tale disposizione, che non sembra innovare la normativa in materia di IVA. Di qui il difetto di novità delle relative entrate.<br abp="1598" /><br />
Secondo la Regione siciliana, pertanto, ove l’impugnato comma 179 disponesse una riserva allo Stato, non sarebbe conforme ai parametri evocati, anzitutto per non aver stabilito esplicitamente tale riserva.<br abp="1599" /><br />
Neppure ricorrerebbe il requisito della «copertura di nuove specifiche spese». Infatti, la destinazione al «Fondo per interventi strutturali di politica economica» sarebbe generica e indistinta, non essendo specificati gli obiettivi ai quali è finalizzato il maggior gettito che va a confluire nel Fondo.<br abp="1600" /><br />
6.1.– In riferimento alle disposizioni di cui ai commi da 431 a 435, la ricorrente osserva che esse, limitatamente alle somme derivanti dal recupero dell’evasione, non formulerebbe alcuna previsione di riserva. Si potrebbe, pertanto, ritenere che lo Stato non intenda disporre in ordine alle entrate siciliane. Nondimeno, la Regione procede ad impugnarle in via cautelativa qualora dovesse prevalere una diversa interpretazione.<br abp="1601" /><br />
Tali disposizioni, infatti, non farebbero specifico riferimento alle Regioni speciali. Tuttavia, in mancanza di una clausola di salvaguardia, sarebbero lesive dell’art. 36 dello statuto d’autonomia, in combinato disposto con l’art. 2, comma 1, del d.P.R. n. 1074 del 1965, in quanto le risorse provenienti dalla lotta all’evasione non sarebbero entrate nuove.<br abp="1602" /><br />
Inoltre, in riferimento ad entrambe le fonti di finanziamento del nuovo Fondo statale, sarebbe violato il principio consensuale che, ai sensi dell’art. 43 dello statuto, presiede ai rapporti finanziari tra lo Stato e la Regione, perché l’illegittima sottrazione di tali risorse sarebbe inserita nell’ambito di una manovra che tanto impegno finanziario richiede alla Regione.<br abp="1603" /><br />
7.– In tutti i giudizi si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, con memorie di analogo contenuto, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o infondate.<br abp="1604" /><br />
7.1.– L’Avvocatura generale dello Stato eccepisce, in primo luogo, l’inammissibilità dei ricorsi per carenza di interesse, in quanto le Province ricorrenti lamenterebbero un pregiudizio alle proprie prerogative finanziarie, senza tuttavia dimostrare come le norme contestate si traducano in un’alterazione del rapporto tra bisogni provinciali e insieme dei mezzi finanziari per farvi fronte.<br abp="1605" /><br />
7.2.– Nel merito, ad avviso della difesa statale, le norme impugnate sarebbero espressione di principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, imposti dall’emergenza finanziaria e integrerebbero i requisiti statutariamente previsti per la valida apposizione della riserva da parte dello Stato.<br abp="1606" /><br />
7.3.– Anche con riguardo all’impugnativa del comma 179 da parte della Regione siciliana, l’Avvocatura ritiene soddisfatte le condizioni richieste dallo statuto per la riserva erariale, in quanto si tratterebbe di un’entrata nuova e specificamente destinata al «Fondo per interventi strutturali di politica economica».<br abp="1607" /><br />
8.– Con atto depositato il 20 gennaio 2015, la Provincia autonoma di Bolzano, alla luce dell’Accordo in materia di finanza pubblica stipulato con il Governo il 15 ottobre 2014 e attuato con la legge 23 dicembre 2014, n. 190 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2015), ha dichiarato di rinunciare all’impugnativa, eccezione fatta per la disposizione di cui all’art. 1, comma 55, della legge n. 147 del 2013.<br abp="1608" /><br />
9.– Con atto depositato il 27 gennaio 2015, anche la Provincia autonoma di Trento, per le medesime ragioni, ha dichiarato di rinunciare all’impugnativa.<br abp="1609" /><br />
10.– Con due atti depositati il 21 aprile 2015, il Presidente del Consiglio dei ministri ha accettato le rinunce ai ricorsi.<br abp="1610" /><br />
&nbsp;<br abp="1611" /><br />
<em abp="1612">Considerato in diritto</em><br abp="1613" /><br />
&nbsp;<br abp="1614" /><br />
1.– La Provincia autonoma di Bolzano (ricorso n. 11 del 2014), la Provincia autonoma di Trento (ricorso n. 14 del 2014) e la Regione siciliana (ricorso n. 17 del 2014) hanno promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2014).<br abp="1615" /><br />
L’esame di questa Corte è qui limitato alle questioni relative ai commi 157, 179, 431, 432, 433, 434 e 435 dell’art. 1 di detta legge, restando riservata a separate pronunce la decisione sulle altre questioni promosse dalle ricorrenti.<br abp="1616" /><br />
In particolare, l’art. 1 è impugnato, con riguardo al comma 157, dalla Provincia autonoma di Bolzano e da quella di Trento; con riguardo al comma 179, da tutte le ricorrenti; quanto al comma 431, è impugnato dalla Regione siciliana e, limitatamente alla lettera b), dalla Provincia autonoma di Bolzano; quanto ai commi 432, 433 e 434, è impugnato dalla sola Regione siciliana; quanto infine al comma 435, è impugnato sia dalla Provincia autonoma di Bolzano, che dalla Regione siciliana.<br abp="1617" /><br />
Tali disposizioni destinano a fondi statali le risorse derivanti, da una parte, dal maggior gettito di una serie di tributi erariali riscossi sul territorio (art. 1, commi 157 e 179); dall’altra, dal contrasto all’evasione fiscale (art. 1, comma 431). Le altre norme impugnate indicano le finalità per le quali vengono utilizzate le risorse assegnate al «Fondo per la riduzione della pressione fiscale», istituito dal comma 431 (art. 1, comma 432); prevedono che il Documento di economia e finanza indichi, fra le altre cose, le maggiori entrate derivanti dall’attività di contrasto all’evasione di cui al comma 431 (art. 1, comma 433); stabiliscono che la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza valuti gli incassi derivanti dal contrasto all’evasione e che tali maggiori risorse siano iscritte nel Fondo (art. 1, comma 434); riassegnano al Fondo, per il 2014, le entrate derivanti da misure straordinarie di contrasto all’evasione (art. 1, comma 435).<br abp="1618" /><br />
Tutte le ricorrenti si dolgono che le richiamate disposizioni introdurrebbero una riserva allo Stato delle maggiori entrate da esse previste, senza tuttavia rispettare i presupposti legittimanti la riserva fissati dai rispettivi statuti speciali e dalle relative norme di attuazione.<br abp="1619" /><br />
2.– In considerazione della parziale identità delle norme denunciate e delle censure proposte, i tre giudizi, come sopra delimitati, devono essere riuniti per essere trattati congiuntamente e decisi con un’unica pronuncia.<br abp="1620" /><br />
3.– Nelle more del giudizio, le Province autonome di Bolzano e di Trento hanno raggiunto con lo Stato un accordo in materia di finanza pubblica. Ne è seguita, da parte di tali ricorrenti, la rinuncia ai ricorsi. Il Presidente del Consiglio dei ministri, tramite l’Avvocatura generale dello Stato, ha dichiarato di accettare tali rinunce.<br abp="1621" /><br />
Pertanto, ai sensi dell’art. 23 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, l’accettazione della rinuncia determina l’estinzione del processo in riferimento alle questioni di legittimità promosse dalla Provincia autonoma di Bolzano, con il ricorso n. 11 del 2014, limitatamente ai commi 157, 179, 431, lettera b), e 435, dell’art. 1 della legge n. 147 del 2013; nonché in riferimento alle questioni promosse dalla Provincia autonoma di Trento, con il ricorso n. 14 del 2014, limitatamente ai commi 157 e 179.<br abp="1622" /><br />
Nonostante abbia raggiunto un analogo accordo, la Regione siciliana non ha rinunciato al ricorso. Restano dunque da esaminare le questioni promosse dalla stessa Regione, con il ricorso n. 17 del 2014, limitatamente al comma 179, nonché ai commi da 431 a 435 dell’art. 1 della legge n. 147 del 2013.<br abp="1623" /><br />
4.– Preliminarmente, non può essere accolta l’eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata dall’Avvocatura generale dello Stato, in quanto del tutto generica e non sorretta da alcuna motivazione.<br abp="1624" /><br />
5.– Sempre in via preliminare, non costituisce motivo di inammissibilità neppure l’impugnazione in via cautelativa delle norme in esame. Infatti, la prospettazione in termini dubitativi dell’effettiva applicabilità di tali norme alla Regione non comporta, nei giudizi in via principale, l’inammissibilità delle questioni sollevate (ex plurimis, sentenze n. 23 del 2014 e n. 62 del 2012).<br abp="1625" /><br />
6.– La Regione siciliana lamenta che l’impugnato comma 179, ove disponesse una riserva in favore dello Stato delle maggiori entrate da esso previste, violerebbe gli artt. 36 e 37 dello statuto regionale (approvato con il regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, convertito in legge costituzionale dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2), nonché l’art. 2, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria).<br abp="1626" /><br />
Secondo la Regione, infatti, la riserva allo Stato di queste maggiori entrate non sarebbe stata prevista in modo esplicito; tali entrate non sarebbero nuove; né sarebbe soddisfatto il requisito della «copertura di nuove specifiche spese», la loro destinazione al «Fondo per interventi strutturali di politica economica» essendo generica e indistinta.<br abp="1627" /><br />
6.1.– Nel merito, la questione è fondata.<br abp="1628" /><br />
La norma denunciata, pur non formulando in termini espliciti una previsione di riserva allo Stato del maggior gettito derivante dalle disposizioni da essa richiamate, «nella sostanza […] equivale a una riserva all’Erario dell’anzidetto incremento di gettito» (sentenza n. 65 del 2015).<br abp="1629" /><br />
Pertanto, affinché la riserva stessa possa operare, sono necessarie, secondo la giurisprudenza costituzionale, tre condizioni concomitanti: a) la natura tributaria dell’entrata; b) la novità di tale entrata; c) la destinazione del gettito «con apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato specificate nelle leggi medesime» (ex plurimis, sentenza n. 241 del 2012).<br abp="1630" /><br />
Nel caso di specie non si riscontra la specifica destinazione per finalità contingenti o continuative dello Stato. Questa Corte, infatti, con riguardo a precedenti disposizioni di incremento del medesimo «Fondo per interventi strutturali di politica economica», mediante devoluzione ad esso, in un caso, di un aumento dell’imposta di bollo (sentenza n. 145 del 2014), e, in un altro caso, di un aumento dell’imposta sui fondi pensione (sentenza n. 176 del 2015), ha ritenuto che tale destinazione «identificandosi con le finalità generali di istituzione del fondo stesso al cui incremento è volta, non può considerarsi specifica».<br abp="1631" /><br />
Ne deriva che l’eccezione prevista dallo statuto siciliano e dalle norme di attuazione non può ritenersi applicabile alle maggiori entrate di cui all’impugnato art. 1, comma 179.<br abp="1632" /><br />
7.– In via cautelativa la Regione siciliana impugna anche i commi da 431 a 435 dell’art. 1 della legge n. 147 del 2013, per violazione degli artt. 36 e 43 dello statuto, dell’art. 2, primo comma, del d.P.R. n. 1074 del 1965, nonché degli artt. 81, sesto comma, 97, primo comma e 119, primo e sesto comma, della Costituzione, nel testo novellato con la legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1 (Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale), anche in riferimento all’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione).<br abp="1633" /><br />
Secondo la ricorrente, le entrate previste da tali disposizioni, in quanto provenienti dalla lotta all’evasione, sarebbero prive del requisito della novità.<br abp="1634" /><br />
7.1.– In via preliminare, giova sottolineare che, nel caso di specie, non è motivo di inammissibilità della questione la mancata indicazione, da parte della ricorrente, delle specifiche «maggiori entrate» che costituiscono proventi di tributi ad essa devoluti, ai sensi delle norme statutarie e dell’ordinamento finanziario della Regione.<br abp="1635" /><br />
Nessuna incertezza, infatti, può sussistere in ordine all’oggetto del giudizio, sia perché le censure della Regione non possono che riferirsi alle entrate su cui essa abbia titolo; sia perché, a sua volta, è lo stesso comma 431 a far riferimento ad un generico «ammontare di risorse permanenti che […] si stima di incassare quali maggiori entrate […] derivanti dall’attività di contrasto dell’evasione fiscale», senza dunque indicare con precisione su quali ambiti si concentrerà la lotta all’evasione e se, di conseguenza, potrà incidere anche su entrate di spettanza regionale.<br abp="1636" /><br />
7.2.– Nel merito, la questione è fondata nei termini di seguito precisati.<br abp="1637" /><br />
Con riguardo ad un’analoga disposizione che riservava allo Stato le maggiori entrate derivanti dall’attività di contrasto all’evasione, questa Corte ha precisato che «le entrate tributarie in esame (derivanti dal contrasto all’evasione fiscale) fanno riferimento ad altre entrate tributarie. La tipologia di tali maggiori entrate è, perciò, diversa a seconda dell’entrata cui si riferiscono, cioè, a seconda dell’oggetto delle singole evasioni fiscali. Ne segue che, ove l’evasione abbia ad oggetto entrate tributarie interamente e nominativamente riservate all’Erario in base alla normativa statutaria, la questione deve essere dichiarata non fondata […]. Ove, invece, l’evasione abbia ad oggetto entrate non nominativamente riservate allo Stato dalla normativa di rango statutario, è necessario valutare […] se la riserva del gettito all’Erario sia conforme alla normativa statutaria siciliana» (sentenza n. 241 del 2012).<br abp="1638" /><br />
In quel caso, la Corte ha ritenuto insussistente il requisito della novità dell’entrata, «perché il recupero delle somme sottratte al fisco non comporta alcuna modifica della legislazione fiscale vigente, né determina un “nuovo provento”» (sentenza n. 241 del 2012).<br abp="1639" /><br />
Le stesse considerazioni valgono per le questioni sollevate dalla Regione siciliana nel presente giudizio. Infatti, anche nel caso in esame, le risorse di cui agli impugnati commi da 431 a 435, che derivano dalla lotta all’evasione fiscale, non costituiscono entrate nuove e dunque lo Stato non ha alcun titolo per incamerare il relativo gettito.<br abp="1640" /><br />
Pertanto, limitatamente alle maggiori risorse provenienti dall’attività di contrasto all’evasione di entrate non nominativamente riservate allo Stato, la loro destinazione al «Fondo per la riduzione della pressione fiscale» non è conforme allo statuto speciale e alle relative norme di attuazione.<br abp="1641" /><br />
8.– Restano assorbiti gli ulteriori profili di censura.<br abp="1642" /><br />
&nbsp;<br abp="1643" /><br />
Per Questi Motivi<br abp="1644" /><br />
LA CORTE COSTITUZIONALE<br abp="1645" /><br />
&nbsp;<br abp="1646" /><br />
riservata a separate pronunce la decisione delle altre questioni di legittimità costituzionale promosse con i ricorsi indicati in epigrafe;<br abp="1647" /><br />
riuniti i giudizi,<br abp="1648" /><br />
1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 179, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2014), nella parte in cui si applica alla Regione siciliana;<br abp="1649" /><br />
2) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, commi da 431 a 435, della legge n. 147 del 2013, nella parte in cui riservano allo Stato il maggior gettito tributario derivante dal contrasto all’evasione fiscale di entrate non nominativamente riservate allo Stato, riscosse nell’ambito del territorio della Regione siciliana;<br abp="1650" /><br />
3) dichiara estinto il processo relativamente alle questioni di legittimità costituzionale promosse dalla Provincia autonoma di Bolzano, limitatamente all’art. 1, commi 157, 179, 431, lettera b), e 435, della legge n. 147 del 2013, con il ricorso indicato in epigrafe;<br abp="1651" /><br />
4) dichiara estinto il processo relativamente alle questioni di legittimità costituzionale promosse dalla Provincia autonoma di Trento, limitatamente all’art. 1, commi 157 e 179, della legge n. 147 del 2013, con il ricorso indicato in epigrafe.<br abp="1652" /><br />
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 novembre 2015.<br abp="1653" /><br />
F.to:<br abp="1654" /><br />
Alessandro CRISCUOLO, Presidente<br abp="1655" /><br />
Giuliano AMATO, Redattore<br abp="1656" /><br />
Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere<br abp="1657" /><br />
Depositata in Cancelleria il 3 dicembre 2015.<br abp="1658" /><br />
Il Direttore della Cancelleria<br abp="1659" /><br />
F.to: Gabriella Paola MELATTI</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-costituzionale-sentenza-3-12-2015-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 3/12/2015 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>T.A.R. Abruzzo &#8211; Pescara &#8211; Sentenza &#8211; 11/6/2015 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/t-a-r-abruzzo-pescara-sentenza-11-6-2015-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 22:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/t-a-r-abruzzo-pescara-sentenza-11-6-2015-n-246/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/t-a-r-abruzzo-pescara-sentenza-11-6-2015-n-246/">T.A.R. Abruzzo &#8211; Pescara &#8211; Sentenza &#8211; 11/6/2015 n.246</a></p>
<p>Pres. M. Eliantonio est. M. Balloriani Attività estrattiva &#160;&#8211; Scadenza concessione – Ordine di mera messa in sicurezza della cava – Mancata richiesta di adempimento delle ulteriori prescrizioni – Mancato esperimento di V.I.A. sulla mera messa in sicurezza &#8211; -Illegittimità &#160; È illegittimo il provvedimento con il quale, alla scadenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/t-a-r-abruzzo-pescara-sentenza-11-6-2015-n-246/">T.A.R. Abruzzo &#8211; Pescara &#8211; Sentenza &#8211; 11/6/2015 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/t-a-r-abruzzo-pescara-sentenza-11-6-2015-n-246/">T.A.R. Abruzzo &#8211; Pescara &#8211; Sentenza &#8211; 11/6/2015 n.246</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. M. Eliantonio est. M. Balloriani</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Attività estrattiva &nbsp;&#8211; Scadenza concessione – Ordine di mera messa in sicurezza della cava – Mancata richiesta di adempimento delle ulteriori prescrizioni – Mancato esperimento di V.I.A. sulla mera messa in sicurezza &#8211; -Illegittimità<br />
&nbsp;</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<p>È illegittimo il provvedimento con il quale, alla scadenza della concessione estrattiva, la Regione ordini alla società concessionaria la mera messa in sicurezza della cava, omettendo di richiedere tutte le prescrizioni già previste dal piano di ripristino ambientale allegato alla concessone originariamente rilasciata; anche nel caso in cui queste non siano più realizzabili, inoltre, sussiste comunque una illegittimità&nbsp; del provvedimento per mancata V.I.A. in relazione al nuovo progetto sotteso di risanamento ambientale.<br />
&nbsp;</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: center;"><strong>REPUBBLICA ITALIANA</strong><br />
<strong>IN NOME DEL POPOLO ITALIANO</strong></p>
<p><strong>Il Tribunale Amministrativo Regionale per l&#8217; Abruzzo</strong><br />
<strong>sezione staccata di Pescara (Sezione Prima)</strong></div>
<p>&nbsp;<br />
ha pronunciato la presente</p>
<div style="text-align: center;"><strong>SENTENZA</strong></div>
<p>sul ricorso numero di registro generale 383 del 2014, proposto da:</p>
<p>Comune di Abbateggio, rappresentato e difeso dagli avv. Claudio Di Tonno, Matteo Di Tonno, con domicilio eletto presso Matteo Di Tonno in Pescara, Via della Riviera, N. 39;</p>
<div style="text-align: center;"><strong><em>contro</em></strong></div>
<p>Regione Abruzzo, rappresentata e difesa per legge dall&#8217;Avvocatura Distrettuale, domiciliata in L&#8217;Aquila, Via Buccio di Ranallo C/ S.Domenico;&nbsp;</p>
<p><strong><em>nei confronti di</em></strong><br />
&#8211; Sama Srl, rappresentata e difesa dagli avv. Nazareno Saitta, Fabio Saitta, con domicilio eletto presso Piero Sanvitale in Pescara, piazza Ettore Troilo, 23;&nbsp;<br />
&#8211; Parco Nazionale della Majella, non costituito in giudizio;&nbsp;</p>
<p><strong><em>per l&#8217;annullamento</em></strong><br />
del provvedimento prot. n. RA/205251 del 29 luglio 2014 con il quale il Dirigente del Servizio Risorse del Territorio della Regione Abruzzo ha ordinato alla Ditta controinteressata di procedere al ripristino ambientale e alla rinaturalizzazione dell&#8217;area di cava sita in località &#8220;Colle Votta&#8221; del Comune ricorrente; nonché della nota dello stesso ufficio regionale prot. n. 235156 del 09/09/2014.</p>
<p>Visti il ricorso e i relativi allegati;<br />
Visti gli atti di costituzione in giudizio della Regione Abruzzo e di Sama Srl;<br />
Viste le memorie difensive;<br />
Visti tutti gli atti della causa;<br />
Relatore nell&#8217;udienza pubblica del giorno 28 maggio 2015 il dott. Massimiliano Balloriani e uditi l&#8217;avv. Matteo Di Tonno per il Comune ricorrente, l&#8217;avv. distrettuale dello Stato Massimo Lucci per la Regione resistente, l&#8217;avv. Antonio Mezzanotte, su delega dell&#8217;avv. Fabio Saitta, per la società controinteressata;<br />
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.<br />
&nbsp;</p>
<div style="text-align: center;"><strong>FATTO E DIRITTO</strong><br />
&nbsp;</div>
<p>1.- Il Comune ricorrente impugna il provvedimento del 29 luglio 2014 (“ordine di servizio”) con il quale la Regione Abruzzo ha ingiunto alla controinteressata Sama srl di provvedere al ripristino ambientale della cava sita in località Colle Votta del Comune di Abbateggio, la cui concessione estrattiva è scaduta, nel rispetto del progetto di ricostituzione ambientale approvato e descritto nel allegato E al decreto di autorizzazione, specificando che tali obblighi consisterebbero solo in lavori proposti dalla stessa SAMA srl nel progetto di messa in sicurezza del sito, vale a dire nella demolizione dei manufatti, fabbricati e di tutte le installazioni esistenti all’interno dell’area cava e nell’impiego delle essenze erbacee, arbustive e arboree autoctone.<br />
In sostanza, secondo il Comune di Abbateggio, in violazione dello stesso piano di ripristino ambientale allegato alla concessione (che prevedeva l’uso del materiale estrattivo depositato per il riempimento della fossa creata dalla coltivazione) nonché dei successivi impegni assunti sempre da Sama nello svolgimento del rapporto concessorio di sfruttamento della cava, nell’ordine impugnato mancherebbe il risanamento ambientale della discarica, intesa come accumulo di materiali, e del cd. vuoto estrattivo (invaso).<br />
Siccome l’area estrattiva in parola rientrerebbe all’interno del Parco Nazionale della Maiella, allora anche i vari piani di ripristino ambientale, e soprattutto il più recente progetto di messa in sicurezza, dovevano essere sottoposti a VIA, ai sensi dell’articolo 6 comma 6 lett. b) e comma 7 lett. b) del codice dell’ambiente.<br />
Prima della realizzazione dei lavori di ripristino ambientale, inoltre, sarebbe comunque necessario il parere dell’Ente Parco.<br />
Secondo la controinteressata, il progetto originario di ripristino ambientale non può essere realizzato perché non è stata completata l’estrazione di tutto il gesso in cava e quindi la morfologia attuale non è quella prevista in detto piano originario; inoltre, per affermazione dello stesso rappresentante dell’Ente Parco in sede di sopralluogo del 24 maggio 2013, l’area avrebbe un interesse geologico e quindi ciò sconsiglierebbe di effettuare il riempimento dello scavo; quella che il ricorrente chiama discarica, inoltre, sarebbe un accumulo di terreno vegetale e sottostante materiale terroso inerte, sul quale sarebbero cresciuti nel tempo un manto erboso e degli arbusti sicchè l’area potrebbe addirittura definirsi oggi come boscata e quindi vincolata ex articolo 1 lett. g) della legge n. 431 del 1985; in sostanza il piano di ripristino approvato circa 30 anni fa non sarebbe oggi più attuale, non essendo necessaria peraltro la ricostituzione del manto erboso e la riforestazione (ex articolo 11 comma 2 della legge regionale n. 54 del 1983), in quanto avvenute ormai spontaneamente.<br />
Sempre secondo la controinteressata, non sarebbe necessaria la VIA in quanto non ci si troverebbe più in presenza di un progetto di recupero ambientale, non più realizzabile per le descritte mutate condizioni di fatto, ma in un progetto di mera messa in sicurezza della cava, peraltro approvato dall’Ente Parco e tuttora sottoposto al vaglio della Soprintendenza.<br />
Trattandosi in sostanza di un mero progetto di messa in sicurezza non potrebbe essere definito come un intervento di nuova realizzazione all’interno di un’area naturale protetta né come modifica al progetto originario di ripristino ambientale (presentato nel 1987 per il rilascio dell’autorizzazione estrattiva) e quindi non sarebbe sottoposto all’obbligo di VIA nè ex articolo 6 comma 6 lett. b) del codice dell’ambiente&nbsp;né ex articolo 6 comma 7 lett. b) del medesimo codice.<br />
Peraltro, il progetto di messa in sicurezza, proprio perché si limita a prevedere l’abbattimento dei fabbricati residuali della pregressa attività estrattiva e l’interdizione alla zona scavata avrebbe sicuramente impatto ambientale pari a zero.<br />
Anche la censura circa il mancato parere dell’Ente Parco sarebbe infondata in quanto basata sul presupposto errato che quanto ordinato dalla Regione sia una modifica dell’originario piano di recupero ambientale del 1987 e non un mero piano di messa in sicurezza dell’area.<br />
All’udienza del 28 maggio 2015 la causa è passata in decisione.<br />
2.- Il ricorso è manifestamente fondato.<br />
Come rilevato dal Comune ricorrente, in realtà il provvedimento impugnato, pur facendo riferimento al valore didattico-geologico del sito estrattivo, dispone in ogni caso l’esigenza di provvedere alla definitiva sistemazione ambientale dell’area oltre alla messa in sicurezza dei luoghi.<br />
Tuttavia, poi, al punto 1) si limita ad affermare che il lavori devono essere realizzati in conformità del progetto del 21 marzo 2014 di messa in sicurezza del sito, elaborato dalla SAMA.<br />
Come si evince dagli atti relativi alla domanda di sfruttamento della cava che ha condotto all’autorizzazione regionale del 19 giugno 1987, la società istante si è impegnata al ripristino ambientale riempiendo la quota di scavo con il materiale inerte di risulta e sistemando lo stesso con la realizzazione di gradoni da riempire con vegetazione arborea e rampicante.<br />
Con il provvedimento impugnato, quindi, indubbiamente si apporta una modifica ambientale considerevole rispetto a quanto inizialmente previsto, disponendosi di lasciare lo scavo e l’accumulo del materiale di risulta nella situazione in cui si trovano attualmente.<br />
Si tratta pertanto in sostanza dell’elaborazione di un nuovo progetto di risanamento ambientale della cava, e quindi il Collegio condivide la prospettazione di parte ricorrente secondo cui tale nuovo progetto dovrebbe essere assoggettato a VIA secondo quanto previsto dall’articolo 6 comma 6 lett. b) del d.lgs. n. 152 del 2006 (codice&nbsp;ambiente), in relazione al punto 8 lettera i) dell’allegato IV alla parte seconda del medesimo d.lgs..<br />
Tra l’altro, tale valutazione s’impone anche sul piano sostanziale, atteso che non appare che la Regione abbia adeguatamente valutato le esigenze ambientali.<br />
Le ragioni della decisione di soprassedere ad un radicale ripristino ambientale risiederebbero, difatti, stando al provvedimento impugnato, nel sopravvenuto interesse didattico della geologia dello scavo.<br />
E’ evidente che si tratta di ragioni che esulano dall’aspetto squisitamente ambientale, sicchè non appare sia stata effettuata un’adeguata ponderazione dell’interesse ambientale, e comunque non sia stato ad esso riservato il rilievo primario che gli spetta per legge.<br />
Peraltro, non convincono neanche le prospettazioni della controinteressata, giacchè la circostanza che con il tempo si formasse una vegetazione spontanea sul deposito di terreno era certamente già nota e prevedibile sin dal 1987, e peraltro appare vaga e non adeguatamente giustificata l’ulteriore ragione impeditiva data dal mancato prelievo di tutto il gesso dalla cava, visto che si trovava lì anche prima di iniziare lo scavo.<br />
3.- Le spese seguono il criterio della soccombenza e sono liquidate in dispositivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: center;"><strong>P.Q.M.</strong></div>
<p>
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l&#8217;Abruzzo sezione staccata di Pescara (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie.<br />
Condanna la controinteressata e la Regione Abruzzo, in solido e in parti uguali tra loro, al pagamento in favore della parte ricorrente della somma complessiva di euro 2000.00 (duemila,00) a titolo di spese processuali, oltre Iva, cpa, contributo unificato e accessori come per legge.<br />
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall&#8217;autorità amministrativa.<br />
&nbsp;</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>T.A.R. Calabria &#8211; Reggio Calabria &#8211; Sentenza &#8211; 6/6/2014 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/t-a-r-calabria-reggio-calabria-sentenza-6-6-2014-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2014 22:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/t-a-r-calabria-reggio-calabria-sentenza-6-6-2014-n-246/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/t-a-r-calabria-reggio-calabria-sentenza-6-6-2014-n-246/">T.A.R. Calabria &#8211; Reggio Calabria &#8211; Sentenza &#8211; 6/6/2014 n.246</a></p>
<p>Pres. S.G. Costantino &#8211; Est. A. Fontana XY ( Avv. S.M. Vaticano) c/ MIUR (Avv. Stato ) ed altri 1 Pubblica istruzione – Formazione di classi &#8211; In presenza di alunni diversamente abili – Limite massimo di 20 alunni ex art.5 DPR 81/2009 – Applicazione – Ragioni &#8211; Conseguenze. 2</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/t-a-r-calabria-reggio-calabria-sentenza-6-6-2014-n-246/">T.A.R. Calabria &#8211; Reggio Calabria &#8211; Sentenza &#8211; 6/6/2014 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/t-a-r-calabria-reggio-calabria-sentenza-6-6-2014-n-246/">T.A.R. Calabria &#8211; Reggio Calabria &#8211; Sentenza &#8211; 6/6/2014 n.246</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. S.G. Costantino  &#8211;  Est. A. Fontana<br /> XY ( Avv. S.M. Vaticano) c/ MIUR (Avv. Stato ) ed altri</span></p>
<hr />
<p><span style="color: #333333;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">1 Pubblica istruzione – Formazione di classi &#8211; In presenza di alunni diversamente abili – Limite massimo di 20 alunni ex art.5 DPR 81/2009 – Applicazione – Ragioni &#8211;  Conseguenze.</p>
<p>2  Pubblica istruzione &#8211; Formazione classi –  Art. 5 DPR 81/2009 &#8211; Limite di norma superiore a 20 unità – Conseguenze &#8211; Potere discrezionale della P.A. nella determinazione delle classi &#8211; Non sussiste &#8211;  Ragioni.</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<p>1. In tema di formazione delle classi scolastiche ex DPR 81/2009, nel bilanciamento tra l’interesse all’istruzione e l’interesse a non gravare il bilancio pubblico di nuove spese, deve ritenersi prevalente il primo. Ne consegue che risulta illegittimo formare una classe di 25 alunni di cui quattro diversamente abili ai sensi dell’art.11 del suddetto DPR ( ai sensi del quale le classi sono costituite con non meno di 18 e non più di 27 alunni), dovendo invece trovare l’applicazione l’art.5 del DPR che, in presenza di alunni diversamente abili, limita la costituzione delle classi, a non più di 20 alunni. In detti casi, infatti, possono adottarsi soluzioni organizzative particolari giustificabili anche dall’art.4 DPR 81/2009, la cui ratio induce a ritenere ammissibile l’accesso all’utilizzo di risorse economiche di cui originariamente non era previsto l’impiego. </p>
<p>2. L’inciso “di norma” contenuto nell’art. 5 del citato DPR 81/09 non può essere interpretato nel senso di consentire l’esercizio della P.A. di un potere discrezionale nella individuazione dell’organico di fatto di ciascuna prima classe, superiore al limite delle venti unità.<br />
Infatti, la ratio dell’art. 5 DPR 81/2009 va rinvenuta nella esigenza di garantire un adeguato apporto di risorse culturali e professionali a tutti gli allievi che frequentano le classi in cui sono presenti disabili: la limitazione numerica tende per tal via a garantire che lo svolgimento della programmazione didattica possa svolgersi con profitto. La previsione regolamentare rappresenta, dunque, il punto di equilibrio tra la garanzia di inserimento sociale del disabile e la possibilità di offrire un adeguato apporto formativo agli allievi normodotati che frequentino la stessa classe.</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<p><b></p>
<p align=center>REPUBBLICA ITALIANA<br />
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO</p>
<p>Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria<br />
Sezione Staccata di Reggio Calabria</p>
<p></p>
<p align=justify>
</b>ha pronunciato la presente<br />
<b><P ALIGN=CENTER>SENTENZA</p>
<p>
<P ALIGN=JUSTIFY><br />
</b>sul ricorso numero di registro generale 639 del 2013, proposto dai signori &#8211; OMISSIS n.q. di genitori di OMISSIS -, rappresentati e difesi dall&#8217;avv. Stella Maria Vaticano, con domicilio eletto presso Manuela Buffon Avv. in Reggio Calabria, via C. Portanova Dir. Rausei N. 120; <br />
<i><b></p>
<p align=center>contro</p>
<p></p>
<p align=justify>
</b></i>Ministero dell&#8217;Istruzione Università e Ricerca, in persona del Ministro pro tempore; Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria-Catanzaro, Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria-Ambito Territoriale per la Provincia di Reggio Calabria, Istituto Comprensivo Statale di &#8220;Oppido Molochio-Varapodio&#8221;, in persona dei legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi per legge dall&#8217;Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliata in Reggio Calabria, via del Plebiscito, 15; <br />
<i><b></p>
<p align=center>e con l&#8217;intervento di</p>
<p></p>
<p align=justify>
</b></i>ad adiuvandum il Comune di Varapodio in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall&#8217;Avv. Stella Maria Vaticano, presso il cui studio elettivamente domicilia in Reggio Calabria, via De Nava, 84; <br />
<i><b></p>
<p align=center>per l&#8217;annullamento del provvedimento contenente l’organico di fatto, con il quale il MIUR &#8211; ambito territoriale della provincia di Reggio Calabria- ha disposto che nella scuola secondaria di primo grado, sita in Varapodio, identificata con il codice RCMM83202A, fosse formata una prima classe di 25 alunni, di cui quattro diversamente abili, tra i quali, due con l’handicap indicato nel comma 3 della legge 104/92 ( diversamente abili, definiti gravi), e due con la disabilità di cui al comma uno della medesima legge, quindi con disabilità definita lieve; di qualsiasi atto/provvedimento adottato dal dirigente scolastico pro-tempore dell’istituto comprensivo Oppido-Molochio-Varapodio, non meglio conosciuto, che abbia contribuito alla formazione, da parte dell’Ambito Territoriale di Reggio Calabria, di un’ unica classe di 25 alunni di cui quattro diversamente abili; </p>
<p></p>
<p align=justify>
</b></i>di ogni altro atto, antecedente, preordinato, connesso, presupposto e consequenziale, non meglio conosciuto</p>
<p>Visti il ricorso e i relativi allegati;<br />
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell&#8217;Istruzione, Università e Ricerca, dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria-Catanzaro, dell’ Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria-Ambito Territoriale per la Provincia di Reggio Calabria e dell’ Istituto Comprensivo Statale di &#8220;Oppido Molochio-Varapodio&#8221;;<br />
Viste le memorie difensive;<br />
Visti tutti gli atti della causa;<br />
Visto l&#8217;art. 52 D. Lgs. 30.06.2003 n. 196, commi 1, 2 e 5;<br />
Relatore nell&#8217;udienza pubblica del giorno 7 maggio 2014 la dott.ssa Angela Fontana e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;<br />
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.</p>
<p><b></p>
<p align=center>FATTO e DIRITTO</p>
<p></p>
<p align=justify>
</b>1. I ricorrenti sono i genitori di alcuni degli alunni della prima classe di scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo Statale di Oppido Molochio Varapodio . <br />
Essi rappresentano che per l’anno scolastico 2013/2014 è stata istituita presso la sede di Varapodio una sola prima classe di scuola secondaria di primo grado formata da 25 alunni di cui 4 diversamente abili ( nello specifico due portatori di grave disabilità e due portatori di lieve disabilità) superando il limite stabilito dal secondo comma dell’art. 5 del DPR 20 marzo 2009 n.81 che fissa di norma in venti il numero massimo di allievi per classe quando tra essi vi siano alunni portatori di handicap.<br />
I ricorrenti si dolgono del fatto che tale determinazione dell’organico di fatto , violando il parametro quantitativo posto dalla norma di legge, determina un depauperamento del diritto allo studio sia per gli alunni normodotati che per quelli diversamente abili. <br />
Chiedono pertanto l’annullamento del provvedimento impugnato deducendo con un unico motivo di ricorso vizi di violazione di legge, eccesso di potere, violazione del principio di buon andamento.<br />
Il MIUR si è costituito per il tramite della Avvocatura distrettuale dello Stato chiedendo il rigetto del ricorso. <br />
In particolare l’Amministrazione ritiene che il limite quantitativo fissato dal legislatore non sia derogabile verso il basso oltre il parametro fissato dall’art. 4 del DPR 81/2009 ( che prevede un numero minimo di allievi per classe pari a 18 riducibile eccezionalmente del 10%) poiché l’istituzione di nuove classi determinerebbe un aggravio di spesa nella erogazione del servizio . <br />
Si evidenzia nella difesa statale che la formazione di un’unica classe di 25 alunni sia stata concepita anche in un’ottica di favore per gli allievi, taluni dei quali, quelli eccedenti il ventesimo iscritto, avrebbero dovuto essere smistati presso gli istituti scolastici di altri comuni.<br />
Si è costituito ad adiuvandum il Comune di Varapodio.<br />
All’udienza del 7 maggio la causa è stata trattenuta in decisione.<br />
2. Il ricorso è fondato e va accolto, così come già ritenuto dal TAR in fattispecie analoga, relativa allo stesso Istituto scolastico (cfr. TAR Reggio Calabria, 26 ottobre 2011, nr. 759),le cui motivazioni possono essere qui di seguito meglio approfondite e confermate. <br />
2.a La normativa di riferimento che detta la disciplina per la formazione delle classi scolastiche è costituita dal DPR 81/2009 (Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane della scuola, ai sensi dell&#8217;articolo 64, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 ).<br />
L’ articolo 5, comma 2, del citato DPR in particolare contiene le disposizioni relative alla formazione delle classi con alunni in situazione di disabilità e così dispone:” <i>2. Le classi iniziali delle scuole ed istituti di ogni ordine e grado, ivi comprese le sezioni di scuola dell&#8217;infanzia, che accolgono alunni con disabilita&#8217; sono costituite, di norma, con non piu&#8217; di 20 alunni, purche&#8217; sia esplicitata e motivata la necessita&#8217; di tale consistenza numerica, in rapporto alle esigenze formativedegli alunni disabili, e purche&#8217; il progetto articolato di integrazione definisca espressamente le strategie e le metodologie adottate dai docenti della classe, dall&#8217;insegnante di sostegno, o da altro personale operante nella scuola. L&#8217;istituzione delle predette classi deve in ogni caso far conseguire le economie previste nei tempi e nelle misure di cui all&#8217;articolo 64, comma 6, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.”.</i><br />
L’art 11 del medesimo DPR, contiene le specifiche disposizioni relative alla formazione delle classi per la scuola secondaria di primo grado e dispone che esse siano costituite, di norma, con non meno di 18 e non piu&#8217; di 27 alunni, elevabili fino a 28 .<br />
3. Nel caso di specie l’Amministrazione ha ritenuto di privilegiare il criterio quantitativo indicato dal precitato art. 11 anche in un’ottica di contemperamento delle ragioni di finanza pubblica con quelle del diritto allo studio ( con eventuale correzione in diminuzione del 10% a norme dell’art. 4 del medesimo DPR 81/09), ritenendo che non si potessero istituire due classi prime, ciascuna con un numero di allievi inferiore alle 18 unità. Si legge infatti nella memoria difensiva depositata dall’Avvocatura dello Stato, che la scelta di costituire in presenza di venticinque domande di iscrizione una sola classe prima, fosse l’unica conforme al dettato legislativo, dovendosi in alternativa rifiutare l’iscrizione di cinque allievi. <br />
In altre parole, l’Amministrazione ha interpretato l’inciso “di norma” contenuto nell’art. 5 del citato DPR 81/09 nel senso che esso consente l’esercizio di un potere discrezionale nella individuazione dell’organico di fatto di ciascuna prima classe, superiore al limite delle venti unità.<br />
Tale prospettazione tuttavia, nel caso di specie, non appare condivisibile.<br />
3.a Il Collegio è ben consapevole che la lettera dell’art. 5 del DPR 81/09 , nella parte in cui prevede che “di norma” le prime classi in cui siano presenti alunni con disabilità non può superare il numero venti allievi, legittimerebbe la scelta dell’Amministrazione di prevedere una dotazione organica superiore a tale limite, tuttavia ritiene che l’assoluta specialità del caso in esame, avrebbe dovuto indirizzare l’Amministrazione stessa verso una più ponderata valutazione degli interessi coinvolti. <br />
La ratio dell’art. 5 comma 2 del citato decreto ministeriale va infatti rinvenuta anzitutto nella esigenza di garantire un adeguato apporto di risorse culturali e professionali a tutti gli allievi che frequentano le classi in cui sono presenti disabili: la limitazione numerica tende per tal via a garantire che lo svolgimento della programmazione didattica possa svolgersi con profitto.<br />
La previsione regolamentare rappresenta, dunque, il punto di equilibrio tra la garanzia di inserimento sociale del disabile e la possibilità di offrire un adeguato apporto formativo agli allievi normodotati che frequentino la stessa classe.<br />
3.b Il diritto all’istruzione è un diritto di ultima generazione che presuppone per la sua piena realizzazione un intervento pubblico che si sostanzia nella organizzazione del servizio con strumenti e risorse adeguate alle esigenze della collettività.<br />
Proprio la peculiarità rappresentata dal fatto che la garanzia della piena esplicazione del diritto sia veicolato dall’esercizio di un pubblico potere, determina la conseguenza che tale intervento di politica sociale possa essere condizionato da esigenze di contenimento della spesa che tuttavia devono pur sempre essere oggetto da parte della pubblica autorità di un adeguato bilanciamento con gli altri interessi coinvolti di cui sono titolari i membri della collettività di riferimento. <br />
In altre parole anche la modifica dell’art. 97 Cost &#8211; nella parte in cui impone alle Pubbliche Amministrazioni di assicurare in coerenza con l’ordinamento dell’Unione Europea, l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico &#8211; non può essere interpretata unico ed esclusivo criterio di valutazione della legittimità dell’esercizio del pubblico potere che tale è solo se viene garantito il buon andamento attraverso una ponderazione comparativa degli interessi coinvolti e se il criterio del risparmio di spesa non si traduca di fatto nel totale sacrificio del diritto. <br />
Il diritto all’istruzione si caratterizza per la necessità di dover contemperare due esigenze contrapposte rappresentate da un lato dalla necessità di realizzare gli obiettivi di politica sociale in conformità con i limiti della finanza , dall’altro dalla necessità di garantire l’effettività dell’esercizio del diritto all’istruzione per tutti, rimuovendo eventuali ostacoli che di fatto ne possano impedire il pieno esercizio. <br />
Questi principi, espressi nell’ordinamento sovranazionale dall’articolo 2, Protocollo1, CEDU a norma del quale “il diritto all’istruzione non può essere negato a nessuno”, assumono particolare rilevanza nella tutela del diritto all’istruzione di allievi portatori di handicap per i quali la garanzia dell’istruzione deve essere reale e non solo formale, tanto che nel quadro di una uniforme interpretazione di tale norma nello spazio europeo non mancano orientamenti di giurisprudenza volti a desumere dai principi sanciti nella CEDU l’obbligo per lo Stato di approntare le necessarie misure organizzative (vedasi il Caso Guillemett del 2009 in cui il Conseil d’Etat ha ritenuto lo Stato responsabile della implementazione di tutte le misure ritenute necessarie a garantire che il diritto all’istruzione sia effettivo).<br />
4. Nel caso all’esame del Collegio, il dettato dell’art. 5, comma 2 del DPR 81/09 secondo l’ applicazione letterale fattane dall’Amministrazione, solo formalmente garantisce il diritto di istruzione agli allievi disabili (ma in realtà anche ai normodotati di quella classe prima) ma di fatto si traduce per tutti in un vero e proprio diniego di istruzione.<br />
Non appare infatti condivisibile l’interpretazione della norma proposta dall’Amministrazione resistente che, senza tener conto della peculiarità del caso concreto, prospetta come unica alternativa alla formazione dell’unica classe con venticinque alunni, quella di formarne una con venti alunni, inducendo gli allievi in esubero a trasferirsi (in condizioni logistiche e territoriali del tutto peculiari trattandosi di comuni di montagna) presso altri istituti scolastici in comuni limitrofi ritenendo impossibile assecondare la richiesta formulata dai genitori al dirigente scolastico in più occasioni, di istituire due distinte classi prime in cui distribuire i venticinque alunni.<br />
4.a La specialità del caso in esame, rappresentato dal fatto che nel Comune di Varapodio vi sia un solo istituto scolastico nel quale sia istituita una sola classe prima di scuola secondaria di primo grado, in cui siano confluiti contemporaneamente quattro alunni diversamente abili, impone ad avviso del Collegio, all’Amministrazione di ponderare adeguatamente le particolari circostanze riferite e di bilanciare gli interessi coinvolti giungendo ad una soluzione organizzativa che garantisca a tutti gli allievi , portatori di disabilità e normodotati, di frequentare un corso di studi regolare possibilmente scongiurando la necessità per alcuni di essi – tra l’altro di giovanissima età &#8211; di dover affrontare trasferte.<br />
Nel bilanciamento tra l’interesse della comunità a che sia garantito un livello di istruzione adeguato a tutti e l’interesse dell’Amministrazione a non gravare il bilancio pubblico di nuove spese, deve ritenersi prevalente il primo e non già il secondo come ritenuto dall’Amministrazione.<br />
5. La circostanza che possano in concreto verificarsi eventi particolari e non prevedibili che autorizzino il dirigente dell’istituto scolastico a derogare ai criteri di determinazione delle dotazioni organiche delle classi, non è indifferente per il legislatore.<br />
Il DPR 81/2009 , infatti, prevede che ci possano essere casi eccezionali in cui il dirigente scolastico possa istituire nuove classi in deroga ai criteri numerici fissati dall’art. 11.<br />
L’art. 4 del DPR 81/2009 infatti prevede che: “<i>I dirigenti scolastici possono disporre incrementi del numero delle classi dell&#8217;istruzione primaria e dell&#8217;istruzione secondaria solo in caso di inderogabili necessita&#8217; legate all&#8217;aumento effettivo del numero degli alunni rispetto alle previsioni, previa autorizzazione del dirigente preposto all&#8217;Ufficio scolastico regionale, secondo i criteri ed i parametri di cui al presente regolamento.” </i><br />
Sebbene la norma citata sia riferibile ad una ipotesi specifica e dunque non possa essere direttamente posta a regola del caso in esame, essa tuttavia rileva per la possibilità contemplata dal legislatore di accedere all’utilizzo di risorse economiche di cui originariamente non era stato previsto l’impiego al fine di consentire l’accesso alla istituzione scolastica a tutti gli iscritti.<br />
(TAR Lazio Roma Sent. N. 9926/07)<br />
6. Appaiono pertanto fondate le censure di eccesso di potere formulate dai ricorrenti determinando l’accoglimento del ricorso con l’annullamento delle determinazioni impugnate concernenti l’organico dell’Istituto scolastico resistente e l’obbligo per l’Autorità scolastica di rideterminarsi per il prosieguo del ciclo d’istruzione, nel rispetto dei principi della presente sentenza.<br />
7.Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate nel dispositivo.<br />
<b><P ALIGN=CENTER>P.Q.M.</p>
<p>
<P ALIGN=JUSTIFY><br />
</b>Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria Sezione Staccata di Reggio Calabria<br />
definitivamente pronunciando sul ricorso n.639/2013, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento contenente l’organico di fatto, con il quale il MIUR &#8211; ambito territoriale della provincia di Reggio Calabria- ha disposto che nella scuola secondaria di primo grado, sita in Varapodio, identificata con il codice RCMM83202A, fosse formata una prima classe di 25 alunni.<br />
Condanna il MIUR al pagamento a favore dei ricorrenti delle spese di giudizio che liquida in € 1.500,00 (millecinquecento) oltre alla restituzione del contributo unificato se versato.<br />
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall&#8217;autorità amministrativa.<br />
Ritenuto che sussistono i presupposti di cui all&#8217;art. 52, commi 1,2 e 5 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, manda alla Segreteria di procedere, in caso di diffusione del provvedimento, all&#8217;annotazione di cui ai commi 1,2 e 5 della medesima disposizione.</p>
<p>Così deciso in Reggio Calabria nella camera di consiglio del giorno 7 maggio 2014 con l&#8217;intervento dei magistrati:<br />
Salvatore Gatto Costantino, Presidente FF<br />
Filippo Maria Tropiano, Referendario<br />
Angela Fontana, Referendario, Estensore</p>
<p align=center>DEPOSITATA IN SEGRETERIA<br />
Il 06/06/2014</p>
<p align=justify>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/t-a-r-calabria-reggio-calabria-sentenza-6-6-2014-n-246/">T.A.R. Calabria &#8211; Reggio Calabria &#8211; Sentenza &#8211; 6/6/2014 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 9/11/2012 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-costituzionale-sentenza-9-11-2012-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Nov 2012 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-costituzionale-sentenza-9-11-2012-n-246/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-costituzionale-sentenza-9-11-2012-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 9/11/2012 n.246</a></p>
<p>Presidente Quaranta, Redattore Carosi in tema di finanziamento della spesa sanitaria Bilancio pubblico – Igiene e sanità – Spese sanitarie – Tabella n. 2 (Stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze), unità di voto 2.4 (Concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria), prevista dall’art. 2, comma 1,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-costituzionale-sentenza-9-11-2012-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 9/11/2012 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-costituzionale-sentenza-9-11-2012-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 9/11/2012 n.246</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Presidente Quaranta, Redattore Carosi</span></p>
<hr />
<p>in tema di finanziamento della spesa sanitaria</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Bilancio pubblico – Igiene e sanità – Spese sanitarie – Tabella n. 2 (Stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze), unità di voto 2.4 (Concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria), prevista dall’art. 2, comma 1, della legge 12 novembre 2011, n. 184 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014), pubblicata nel supplemento ordinario n. 234/L alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 265 del 14 novembre 2011 (pag.173) – Concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria – Stanziamento per l’anno 2012 di 8.833.324.987,00 euro a titolo di concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria di tutte le Regioni – Q.l.c. sollevata dalla Regione Sicilia – Lamentata violazione degli artt. 36 e 37 dello statuto siciliano (regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455) e relative norme attuative; degi artt. 81 e 119, quarto comma, Cost. in relazione all’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione); del principio di leale collaborazione – Inammissibilità</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<p>E’ inammissibile la questione di legittimità costituzionale della Tabella n. 2 (Stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze), unità di voto 2.4 (Concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria), prevista dall’art. 2, comma 1, della legge 12 novembre 2011, n. 184 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014), pubblicata nel supplemento ordinario n. 234/L alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 265 del 14 novembre 2011 (pag.173), promossa, in riferimento agli articoli 36 e 37 dello statuto della Regione siciliana, approvato con regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 e delle relative norme attuative, agli articoli 81 e 119, quarto comma, della Costituzione, in relazione all’articolo 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), nonché in violazione del principio di leale collaborazione, dalla Regione siciliana con il ricorso indicato in epigrafe.</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<p><b><P ALIGN=CENTER>REPUBBLICA ITALIANA<br />	<br />
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO</p>
<p>LA CORTE COSTITUZIONALE</b></p>
<p>	<br />
<b><P ALIGN=JUSTIFY><br />	<br />
</b>composta dai signori: Presidente: Alfonso QUARANTA; Giudici : Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI,<br />	<br />
ha pronunciato la seguente<br />	<br />
<b><P ALIGN=CENTER>SENTENZA</p>
<p>	<br />
<P ALIGN=JUSTIFY><br />	<br />
</b>nel giudizio di legittimità costituzionale della Tabella n. 2 (Stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze), unità di voto 2.4 (Concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria), prevista dall’art. 2, comma 1, della legge 12 novembre 2011, n. 184 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014), promosso dalla Regione siciliana con ricorso notificato il 13 gennaio 2012, depositato in cancelleria il 19 gennaio 2012 ed iscritto al n. 14 del registro ricorsi 2012.<br />	<br />
<i><br />	<br />
Visto </i>l’atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;<br />	<br />
<i>udito</i> nell’udienza pubblica del 23 ottobre 2012 il Giudice relatore Aldo Carosi;<br />	<br />
<i>uditi</i> l’avvocato Beatrice Fiandaca per la Regione siciliana e l’avvocato dello Stato Giuseppe Albenzio per il Presidente del Consiglio dei ministri.<br />	<br />
<b></p>
<p align=center>Ritenuto in fatto</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>1. — La Regione siciliana ha promosso questione di legittimità costituzionale della Tabella n. 2 (Stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze), unità di voto 2.4 (Concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria), prevista dall’art. 2, comma 1, della legge 12 novembre 2011, n. 184 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014), pubblicata nel supplemento ordinario n. 234/L alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 265 del 14 novembre 2011 (pag.173), denunciandone il contrasto con gli articoli 36 e 37 dello statuto siciliano (regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante «Approvazione dello statuto della Regione siciliana») e delle relative norme attuative, adottate con decreto legislativo 3 novembre 2005, n. 241 (Norme di attuazione dello Statuto speciale della Regione siciliana, recanti attuazione dell’articolo 37 dello Statuto e simmetrico trasferimento di competenze), nonché con gli articoli 81 e 119, quarto comma, della Costituzione, in relazione all’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), ed altresì in violazione del principio di leale collaborazione, che deve informare tutti i rapporti fra Stato e Regioni. La Tabella n. 2 prevede per il 2012 uno stanziamento pari a 8.833.324.987,00 euro a titolo di concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria di tutte le Regioni. Diversamente, osserva la ricorrente, il corrispondente stanziamento per tutte indistintamente le Regioni, iscritto nell’anno finanziario 2011, ammontava ad 11.599.324.987,00 euro, con un decremento, quindi, pari a 2.766.000.000,00 euro rispetto all’anno precedente.<br />	<br />
Secondo la Regione siciliana, tale riduzione, disposta per di più in mancanza di qualunque clausola posta a salvaguardia delle prerogative garantite alla Regione dallo statuto di autonomia, risulterebbe costituzionalmente illegittima in quanto lesiva delle attribuzioni della Regione siciliana in materia finanziaria e del principio di leale collaborazione.<br />	<br />
Espone la ricorrente che la quantificazione nello stato di previsione della spesa del Ministro dell’Economia e delle Finanze, all’unità di voto 2.4 di cui sopra sarebbe stata così determinata nei minori importi rispetto allo stanziamento previsto per l’anno 2011 perché lo Stato continuerebbe ad omettere di dare integrale copertura agli oneri al medesimo spettanti e relativi alla compartecipazione alla spesa sanitaria della Regione siciliana. Infatti, per effetto di quanto previsto dall’articolo 1, comma 143, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), lo stanziamento dell’unità di voto 2.4 previsto nel Bilancio dello Stato per l’esercizio finanziario 2012 avrebbe dovuto registrare un incremento stimato in circa 600 milioni di euro.<br />	<br />
Tale cifra, prosegue la Regione siciliana, corrisponderebbe all’importo che, nell’anno 2011, aveva trovato copertura finanziaria, a seguito d’intesa con lo Stato, a carico del Fondo per le aree sottoutilizzate (FAS – poi divenuto Fondo per lo sviluppo e la coesione sociale).<br />	<br />
La ricorrente evidenzia difatti che l’art. 1, comma 143, della legge n. 662 del 1996, aveva disposto che «a decorrere dall’anno 1997 la misura del concorso della Regione siciliana al finanziamento del Servizio sanitario nazionale, è elevata al 42,5 per cento».<br />	<br />
Con la successiva legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2007), all’art. 1, comma 830, si prevedeva che «al fine di addivenire al completo trasferimento della spesa sanitaria a carico del bilancio della Regione siciliana, la misura del concorso della Regione a tale spesa è pari al 44,85 per cento per l’anno 2007, al 47,05 per cento per l’anno 2008 e al 49,11 per cento per l’anno 2009».<br />	<br />
I successivi commi 831 ed 832 del medesimo articolo, a loro volta, avevano rispettivamente previsto:<br />	<br />
– la sospensione delle riportate disposizioni fino alla data del 30 aprile 2007, data entro la quale si auspicava il raggiungimento di un’intesa finalizzata all’emanazione di nuove norme di attuazione dello statuto della Regione siciliana in materia sanitaria, alla cui mancata concretizzazione si correlava la fissazione, per l’anno 2007, del concorso della Regione alla suddetta spesa sanitaria nella misura del 44,09 per cento (inferiore quindi dello 0,76 per cento rispetto alla percentuale destinata ad applicarsi in caso di acquisizione della prefigurata intesa);<br />	<br />
– la retrocessione alla Regione siciliana, da disporsi in sede di definizione delle norme di attuazione statutaria richiamate dal precedente comma 831, di una percentuale non inferiore al 20 per cento e non superiore al 50 per cento del gettito delle accise sui prodotti petroliferi immessi in consumo sul territorio regionale; detta retrocessione, secondo quanto testualmente sancito dalla citata norma, «aumenta simmetricamente, fino a concorrenza, la misura percentuale del concorso della Regione alla spesa sanitaria, come disposto dal comma 830».<br />	<br />
Secondo la Regione siciliana la semplice lettura delle suddette disposizioni evidenzierebbe che la disciplina del 1996 costituisca norma a regime, destinata ad operare per un periodo di tempo indefinito, a meno che nuove disposizioni, temporanee o con effetti permanenti, non dispongano diversamente. Diversamente, prosegue la ricorrente, la norma contenuta nella legge finanziaria per il 2007, stante il testuale dettato, dovrebbe ritenersi un’eccezione, temporaneamente limitata, rispetto a quanto in via ordinaria disposto in materia di co-finanziamento regionale della spesa sanitaria, e destinata a trovare applicazione per il solo tempo dalla medesima specificamente individuato. Non sarebbe quindi possibile, se non contravvenendo ai fondamentali canoni di ermeneutica giuridica, ritenere che la disposizione che aumentava la compartecipazione della Regione siciliana al 49,11 per cento dovesse trovare applicazione non soltanto per l’anno 2009, come letteralmente era sancito, ma anche per gli anni a venire.<br />	<br />
Né, lamenta la Regione ricorrente, al fine di poter individuare una giustificazione per tale minore allocazione di risorse nella voce di bilancio impugnata, la legge 12 novembre 2011, n. 183 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2012), ha correlativamente disposto la retrocessione alla Regione siciliana di una percentuale del gettito delle accise sui prodotti petroliferi immessi in consumo nel territorio regionale, come era invece previsto dai commi 831 e 832 del menzionato art. 1 della legge n. 296 del 2006.<br />	<br />
Una simile situazione ha determinato l’effetto di sottrarre parte del gettito tributario che sarebbe spettato alla Regione in base all’art. 36 dello statuto regionale.<br />	<br />
Quanto affermato, secondo la ricorrente, si desumerebbe agevolmente dalla comparazione fra le due tabelle relative, rispettivamente, all’anno finanziario 2012 ed all’anno finanziario 2011. Nella prima di esse il concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria del «Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014», ammonta ad 8.833.324.987,00 euro, mentre il corrispondente stanziamento, iscritto nell’anno finanziario 2011, ammontava ad 11.599.324.987,00 euro, con un decremento, quindi, pari a 2.766.000.000,00 euro.<br />	<br />
Dall’esame delle suddette tabelle, prosegue la ricorrente, si ricaverebbe quindi la quantificazione del vulnus arrecato anche alla Regione siciliana, la quale è invece «già titolare di tutto il gettito dei cespiti tributari secondo il sistema delineato dalle disposizioni statutarie richiamate», ma si troverebbe così costretta a destinare parte di tale gettito per alimentare anche la compartecipazione alla spesa sanitaria che sarebbe stata invece di spettanza dello Stato. Il maggior onere conseguentemente posto a carico della Regione risulterebbe per quanto sopra esposto illegittimo, poiché pregiudicherebbe la possibilità per la Regione di esercitare le proprie funzioni per carenza di adeguate risorse finanziarie.<br />	<br />
In tal modo, secondo la ricorrente, si determinerebbe «un grave squilibrio finanziario» a carico del bilancio regionale, creando un’alterazione del rapporto tra complessivi bisogni regionali e l’insieme dei mezzi finanziari disponibili per farvi fronte, come risulterebbe dall’esame comparato delle tabelle dei bilanci di previsione statale e regionale. E, parimenti, sarebbe possibile quantificare il grave vulnus alle finanze della Regione, da determinarsi in misura proporzionale alla diminuita partecipazione della stessa alla ripartizione del fondo, seppure questo sia indicato complessivamente per tutte le Regioni. In tal modo assumerebbe concretezza la violazione dei parametri evocati, in accordo ai principi già affermati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale con la sentenza n. 145 del 2008.<br />	<br />
La Tabella in questione, secondo la Regione siciliana, sarebbe altresì lesiva, per le stesse ragioni già enunciate, degli artt. 81 e 119, quarto comma, Cost. in relazione all’art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001, oltre che del principio di leale collaborazione. Tale art. 10 stabilisce, infatti, che «sino all’adeguamento dei rispettivi statuti, le disposizioni della presente legge costituzionale si applicano anche alle Regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e Bolzano per le parti in cui prevedono forme di autonomia più ampie rispetto a quelle già attribuite» e, pertanto, l’art. 119 Cost. dovrebbe ritenersi applicabile anche alla Regione siciliana nella misura in cui a tale disposizione è correlato un onere di contribuzione dello Stato alle funzioni alla medesima attribuite. La riduzione dello stanziamento finanziario, che coinvolge la ricorrente, avrebbe quindi dovuto essere quantomeno determinato sentita la Regione interessata, nel rispetto quindi del principio di leale collaborazione che, secondo consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale, deve ispirare i rapporti fra Stato e Regioni.<br />	<br />
2. — Si è costituita la Presidenza del Consiglio dei ministri, rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, deducendo l’inammissibilità e l’infondatezza delle censure regionali.<br />	<br />
La difesa erariale premette che la legge statale determina annualmente il fabbisogno sanitario, cioè il livello complessivo delle risorse del Servizio sanitario nazionale (SSN) al cui finanziamento concorre lo Stato. Tale fabbisogno – prosegue la difesa erariale – nella sua componente cosiddetta indistinta (una quota del finanziamento è vincolata al perseguimento di determinati obiettivi sanitari), è finanziato dalle seguenti fonti:<br />	<br />
a) – entrate proprie degli enti del SSN in un importo definito e cristallizzato in seguito ad un’intesa fra lo Stato e le Regioni;<br />	<br />
b) – imposta regionale sulle attività produttive – IRAP (nella componente di gettito destinata al finanziamento della sanità), nonché addizionale regionale all’imposta sul reddito delle persone fisiche – IRPEF, entrambe le imposte quantificate nella misura dei gettiti determinati dall’applicazione delle rispettive aliquote base nazionali, vale a dire non tenendo conto dei maggiori gettiti derivanti dalle manovre fiscali regionali eventualmente attivati dalle singole Regioni;<br />	<br />
c) – compartecipazione delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome di Trento e di Bolzano: tali enti compartecipano al finanziamento sanitario fino a concorrenza del fabbisogno non soddisfatto dalle fonti di cui ai precedenti punti a) e b), tranne la Regione siciliana, per la quale l’aliquota di compartecipazione è fissata dal 2009 nella misura del 49,11 per cento del suo fabbisogno sanitario;<br />	<br />
d) – bilancio dello Stato: esso finanzia il fabbisogno sanitario non coperto dalle precedenti fonti di finanziamento attraverso la compartecipazione all’imposta sul valore aggiunto – IVA (destinata alle Regioni a statuto ordinario) ed attraverso il Fondo sanitario nazionale (destinato alla Regione siciliana).<br />	<br />
Annualmente, dunque, prosegue il Presidente del Consiglio dei ministri, in relazione al livello del finanziamento del SSN stabilito per l’anno di riferimento, al livello delle entrate proprie, ai gettiti fiscali attesi e, per la Regione siciliana, al livello della compartecipazione regionale al finanziamento, è determinato, a saldo, il finanziamento a carico del bilancio statale nelle due componenti della compartecipazione IVA e del Fondo sanitario nazionale. La composizione del finanziamento del SSN nei termini suddetti è evidenziata nei cosiddetti “riparti” (assegnazione del fabbisogno alle singole Regioni ed individuazione delle fonti di finanziamento) proposti dal Ministero della Salute su i quali si raggiunge un’intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni e che sono poi recepiti con propria delibera dal Comitato interministeriale per la programmazione economica – CIPE.<br />	<br />
Inoltre, prosegue la difesa erariale, il livello del finanziamento sanitario (che è erogato alle Regioni in corso d’anno anche ricorrendo, ove necessario, ad anticipazioni di tesoreria, al fine di non condizionarlo all’andamento del ciclo economico e, in ultima analisi, all’andamento delle entrate fiscali) è garantito da un meccanismo di salvaguardia (ai sensi dell’art. 39, comma. 1, del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, recante «Istituzione dell’imposta regionale sulle attività produttive, revisione degli scaglioni, delle aliquote e delle detrazioni dell’Irpef e istituzione di una addizionale regionale a tale imposta, nonché riordino della disciplina dei tributi locali», dell’art. 13 del decreto legislativo 18 febbraio 2000, n. 56, recante «Disposizioni in materia di federalismo fiscale, a norma dell’art. 10 della legge 13 maggio 1999, n. 133» e dell’art. 1, comma 321, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato, legge finanziaria 2006») grazie al quale il bilancio dello Stato (con apposito capitolo determinato annualmente nella tabella ‘C’ della legge di stabilità – Fondo di garanzia) provvede a compensare l’eventuale mancato gettito fiscale dell’IRAP (sanità) e dell’addizionale regionale all’IRPEF relativi agli esercizi precedenti, a seguito della loro definitiva quantificazione.<br />	<br />
L’unità di voto impugnata dalla Regione sarebbe quindi, secondo il Presidente del Consiglio dei ministri, nella sua dimensione finanziaria complessiva, sostanzialmente riconducibile al Fondo sanitario nazionale ed al Fondo di garanzia (il quale comprende poi altresì importi residuali diretti ad altre finalità sanitarie). Per quanto sopra esposto, si prosegue, sarebbe di tutta evidenza come la variabilità degli stanziamenti di bilancio dell’unità di voto in questione dipenda tecnicamente dal livello del finanziamento sanitario da coprire e dall’andamento dei gettiti fiscali (attesi ed effettivi) che finanziano la sanità.<br />	<br />
Ciò premesso, in ordine alla quota di Fondo sanitario nazionale che finanzia il fabbisogno della Regione siciliana (il Fondo sanitario complessivamente finanzia anche altre spese sanitarie vincolate a determinati obiettivi), sottolinea il Presidente del Consiglio dei ministri che, a decorrere dall’esercizio 2009, per la relativa determinazione si è sempre tenuto conto, ai sensi dei citati commi 830-832 dell’art. 1 della legge n. 296 del 2006, di un’aliquota di compartecipazione regionale pari al 49,11 per cento; ed inoltre, prosegue la difesa erariale, su i riparti del fabbisogno e sulla determinazione delle relative fonti di finanziamento, per quanto attiene alla compartecipazione della Regione siciliana, per gli esercizi 2009, 2010 e 2011, è stata raggiunta la prevista intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni.<br />	<br />
Pertanto, in concreto, tenuto conto che il Fondo sanitario nazionale, nella componente che finanzia la Regione siciliana, è stato parametrato, in ciascuno degli esercizi 2009, 2010, 2011 e 2012, ad una compartecipazione regionale pari al 49,11 per cento del fabbisogno sanitario regionale dei medesimi anni, secondo il Presidente del Consiglio dei ministri non troverebbe fondamento alcuno l’affermazione della ricorrente secondo la quale sarebbe il bilancio 2012 ad arrecare pregiudizio alla finanza regionale. Infatti, si prosegue, il differenziale che sussiste nella dimensione finanziaria complessiva dell’unità di voto in oggetto nei due esercizi osservati dalla Regione siciliana, al netto di variazioni residuali su altri capitoli, dipenderebbe esclusivamente dalla dimensione del citato Fondo di garanzia, che proprio nell’esercizio 2011 aveva assunto una consistenza ragguardevole (circa 6.000 milioni di euro nel 2011, rispetto ai 3.250 milioni di euro stanziati per il 2012).<br />	<br />
Tutto ciò premesso, lo Stato eccepisce in via pregiudiziale l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale riferita alla Tabella n. 2 prevista dall’art. 2, comma 1, della legge n. 184 del 2011.<br />	<br />
In particolare, si osserva che non sussisterebbe un vero e proprio interesse processuale a ricorrere. Difatti la ricorrente – sostiene il Presidente del Consiglio dei ministri – non potrebbe trarre alcun vantaggio immediato dalla dichiarazione di illegittimità dell’atto impugnato, tanto che solo un eventuale successivo atto, con cui si provvedesse ad imputare a carico del bilancio regionale una quota di finanziamento della spesa sanitaria regionale superiore a quella che la Regione siciliana ritiene in linea con le previsioni di legge, potrebbe determinare l’an ed il quantum del vulnus, rendendo concreta la lesione paventata. In sostanza, argomenta la resistente che la Tabella impugnata non determinerebbe la quota di partecipazione della Regione siciliana alla spesa sanitaria, rimanendo impregiudicata la possibilità per lo Stato, anche qualora fosse corretta la lettura del quadro normativo fornito dalla ricorrente, di fissare tale partecipazione nella misura pretesa dalla Regione.<br />	<br />
La difesa erariale, dopo aver adombrato anche una violazione (indiretta) del principio del ne bis in idem in ragione della precedente sentenza di questa Corte n. 145 del 2008, nel merito contesta le considerazioni di diritto in base al quale la Regione ritiene che il concorso alla spesa sanitaria sia inequivocabilmente disposto a regime dall’art. 1, comma 143, della legge n. 662 del 1996, in misura pari al 42,5 per cento, mentre dovrebbe ritenersi che la misura del 49,11 per cento, – secondo la lettura che la ricorrente offre dell’art. 1, commi 830, 831 e 832, della legge n. 296 del 2006 – avesse un carattere eccezionale e temporalmente limitato all’anno 2009.<br />	<br />
In proposito, osserva la difesa erariale che se indubbiamente il citato comma 830 determina la misura del concorso della Regione siciliana alla spesa sanitaria nella misura del 44,85 per cento per l’anno 2007, del 47,05 per cento per l’anno 2008 e del 49,11 per cento per l’anno 2009 (e non “a decorrere dall’anno 2009”) e se è vero che, probabilmente, la norma in questione avrebbe potuto esplicitare in maniera incontrovertibile la propria efficacia di termine iniziale, tuttavia non si può ignorare che il medesimo comma 830 preliminarmente enuncia il fine perseguito dal legislatore con le disposizioni che immediatamente seguono («Al fine di addivenire al completo trasferimento della spesa sanitaria a carico del bilancio della Regione Siciliana»). Ed invero, prosegue il Presidente del Consiglio dei ministri, tale enunciazione renderebbe effettivamente illogica l’interpretazione propugnata dalla ricorrente, stante che, evidentemente, tale finalità (consistente nel completo trasferimento della spesa sanitaria a carico del bilancio della Regione) non potrebbe certo ottenersi attraverso un regresso alla precedente aliquota di compartecipazione prevista dall’art. 1, comma 143, della legge n. 662 del 1996, , che era appunto pari al 42,5 per cento.<br />	<br />
Il Presidente del Consiglio dei ministri sostiene poi che non potrebbe ricavarsi dalle considerazioni espresse dalla Regione ricorrente, stante la genericità delle censure e la loro collocazione in una sfera di mera eventualità, la dimostrazione da parte regionale che la Tabella impugnata determini effettivamente una «grave alterazione del rapporto tra insieme dei mezzi finanziari di cui la Regione può disporre e complessivi bisogni regionali», come richiesto dalla giurisprudenza costituzionale.<br />	<br />
La Tabella impugnata – secondo la difesa erariale – non avrebbe la possibilità di incidere sulle risorse spettanti alla Regione siciliana in base al proprio ordinamento finanziario, ma determinerebbe solo il limite della disponibilità delle risorse che saranno utilizzate in coerenza con le disposizioni vigenti.<br />	<br />
Neppure, peraltro, secondo l’Avvocatura dello Stato, sarebbe dato evincere dal ricorso quali siano i profili di incostituzionalità rispetto ai parametri contenuti negli artt. 36 e 37 dello statuto di autonomia e le relative norme attuative, nonché agli artt. 81 e 119, quarto comma, Cost., in relazione all’articolo 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001, oltre che al principio di leale collaborazione.<br />	<br />
Con riguardo a tale principio, osserva il Presidente del Consiglio dei ministri che la funzione del complesso intervento legislativo in esame – collegato anche alle altre disposizioni urgenti per il riequilibrio della finanza pubblica sopra menzionate – dovrebbe piuttosto indurre a ritenere che sia proprio l’atteggiamento di contrasto all’applicazione della normativa in oggetto, attuata dalla controparte, a produrre una lesione ai principi di leale collaborazione che dovrebbero essere rispettati da tutte le Istituzioni della Repubblica nell’attuale difficile contingenza, come già affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 121 del 2010.<br />	<br />
<b></p>
<p align=center>Considerato in diritto</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>1. — La Regione siciliana ha promosso questione di legittimità costituzionale della Tabella n. 2 (Stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze), unità di voto 2.4 (Concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria), prevista dall’art. 2, comma 1, della legge 12 novembre 2011, n. 184 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014), in riferimento agli articoli 36 e 37 dello statuto siciliano (regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455, recante (Approvazione dello statuto della Regione siciliana) e delle relative norme attuative, adottate con decreto legislativo 3 novembre 2005, n. 241 (Norme di attuazione dello Statuto speciale della Regione siciliana, recanti attuazione dell’articolo 37 dello Statuto e simmetrico trasferimento di competenze), nonché agli articolo 81 e 119, quarto comma, della Costituzione, in relazione all’articolo 10 della legge costituzionale 8 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), anche con riguardo al principio di leale collaborazione nelle relazioni finanziarie tra Stato e Regioni.<br />	<br />
La Tabella n. 2 del bilancio di previsione 2012, approvato con la legge precedentemente richiamata, determina il concorso dello Stato alla spesa sanitaria e prevede – per il suddetto esercizio – uno stanziamento pari a 8.833.324.987,00 euro a titolo di concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria delle Regioni. La partita di spesa oggetto di contestazione è di natura promiscua, essendovi allocate risorse destinate a più amministrazioni regionali e con diverse causali, comunque collegate al finanziamento del Servizio sanitario nazionale.<br />	<br />
Costituitosi in giudizio, il Presidente del Consiglio eccepisce che la Tabella, così sinteticamente compilata, riguarderebbe, nella sua dimensione finanziaria complessiva, il fondo sanitario nazionale e il fondo di garanzia, nonché “importi residuali diretti ad altre finalità sanitarie”, per cui “la variabilità degli stanziamenti di bilancio dell’unità di voto in questione [dipenderebbe] tecnicamente dal livello del finanziamento sanitario da coprire e dall’andamento dei gettiti fiscali attesi ed effettivi che finanziano la sanità”.<br />	<br />
In assenza di contestazione di parte ricorrente, il fatto deve essere assunto per vero.<br />	<br />
La Regione deduce che lo stanziamento della Tabella per l’anno finanziario 2011, anch’esso articolato in modo indistinto per tutte le Regioni beneficiarie del finanziamento, sarebbe stato pari ad 11.599.324.987,00 euro, superiore a quello impugnato per 2.766.000.000,00 euro.<br />	<br />
In relazione al suddetto decremento, la ricorrente lamenta che – pur nell’ambito del complessivo stanziamento privo di specificazione sia con riguardo alle Regioni beneficiarie, che alle diverse causali – vi sarebbe per la Regione siciliana un pregiudizio derivante dall’applicazione di una percentuale superiore a quella fissata per legge nel concorso al finanziamento del servizio sanitario effettuato sul proprio territorio. Senza nessuna allegazione probatoria circa il calcolo e la misura di detto decremento individuale, essa ne sostiene la sussistenza per effetto della pretesa applicazione – da parte dello Stato – di un concorso regionale pari al 49,11 per cento, anziché del 42,5 per cento in forza dell’interpretazione del combinato disposto degli artt. 1, comma 143, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica) e 1, commi 830, 831 e 832, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato &#8211; legge finanziaria 2007). Lo Stato non avrebbe, infatti, tenuto conto delle prescrizioni contenute nei commi 831 e 832 della legge n. 296 del 2006, in base alle quali sarebbe stato sospeso il processo di incremento del concorso regionale al Servizio sanitario nazionale in attesa della correlata e simmetrica retrocessione, non ancora avvenuta, a favore della Regione siciliana di una percentuale – non inferiore al 20 per cento e non superiore al 50 per cento – del gettito delle accise sui prodotti petroliferi immessi in consumo sul territorio regionale. Detta retrocessione dovrebbe aumentare, in base alla citata norma, «simmetricamente, fino a concorrenza, la misura percentuale del concorso della regione alla spesa sanitaria, come disposto dal comma 830» (art. 1, comma 832).<br />	<br />
La perdurante assenza del procedimento compensativo conseguente alla mancata attribuzione alla Regione siciliana di una percentuale del gettito delle accise sui prodotti petroliferi immessi in consumo sul territorio regionale, unitamente alla concomitante riduzione dello stanziamento previsto nella Tabella n. 2, porrebbe in essere – secondo la ricorrente – una violazione dell’art. 81 Cost., sotto il profilo del prodotto squilibrio finanziario, dell’art. 119, quarto comma, Cost., per la conseguente insufficienza delle risorse destinate a finanziare integralmente le funzioni di competenza della Regione, degli artt. 36 e 37 dello Statuto, per la mancata attribuzione delle risorse di propria spettanza, dell’art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001, in quanto verrebbe riservato all’ente territoriale in questione un trattamento di disfavore rispetto alle altre Regioni a statuto ordinario. Viene infine lamentata anche la violazione del principio di leale collaborazione che dovrebbe ispirare le relazioni finanziarie tra lo Stato e le Regioni.<br />	<br />
Il resistente, dopo una sintetica ricostruzione dei meccanismi inerenti al finanziamento del Servizio sanitario nazionale, precisa che l’unità di voto impugnata dalla Regione è, nella sua dimensione finanziaria complessiva, sostanzialmente riconducibile al Fondo sanitario nazionale e al Fondo di garanzia (comprende poi capitoli di importi residuali diretti ad altre finalità sanitarie). L’indeterminatezza degli stanziamenti di bilancio dell’unità di voto in questione dipenderebbe tecnicamente dal livello del finanziamento sanitario da coprire e dall’andamento dei gettiti fiscali (attesi ed effettivi) che finanziano la sanità. Peraltro, in ordine alla quota di Fondo sanitario nazionale  destinato alla Regione siciliana, l’applicazione del 49,11 per cento non sarebbe una novità, bensì un criterio adottato già a decorrere dall’esercizio 2009 in sede di Conferenza Stato-Regioni e confermato nei successivi esercizi 2010, 2011 e 2012.<br />	<br />
Sulla base di queste considerazioni, il resistente eccepisce in via pregiudiziale l’inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale rivolte alla Tabella n. 2 prevista dall’art. 2, comma 1, della legge n. 184 del 2011. Non sussisterebbe nel caso di specie un interesse a ricorrere, in quanto la Regione non potrebbe trarre alcun vantaggio immediato dalla dichiarazione di illegittimità della Tabella stessa. Infatti, solo “un eventuale successivo atto, con cui si provvedesse ad imputare a carico del bilancio regionale una quota di finanziamento della spesa sanitaria regionale superiore a quella che la Regione ritiene in linea con le previsioni di legge, potrebbe determinare l’<i>an</i> ed il <i>quantum</i> del <i>vulnus</i> rendendo concreta la lesione paventata”, dal momento che la Tabella impugnata “non determina la quota di partecipazione della Regione siciliana alla spesa sanitaria, rimanendo impregiudicata la possibilità per lo Stato, qualora fosse corretta (…) la lettura del quadro normativo fornito dalla ricorrente, di fissare tale partecipazione nella misura pretesa dalla Regione”.<br />	<br />
Il resistente eccepisce comunque l’infondatezza del ricorso nel merito perché l’interpretazione proposta dalla Regione siciliana non sarebbe conforme agli elementari canoni ermeneutici che comproverebbero al contrario la soluzione interpretativa adottata nell’ultimo quadriennio, peraltro ben conosciuta dalla Regione stessa. Secondo il Presidente del Consiglio la formulazione del ricorso mirerebbe ad ottenere, per via indiretta, un pronunciamento in ordine alla questione già proposta e decisa dalla Corte costituzionale con la sentenza di rigetto n. 145 del 2008. Sotto tale profilo vi sarebbe violazione del giudicato costituzionale.<br />	<br />
2. — Le questioni proposte dalla Regione siciliana devono essere dichiarate inammissibili in riferimento ai parametri evocati.<br />	<br />
Il ricorso è generico quanto alla motivazione e carente quanto al <i>petitum</i> e quanto alla pretesa ridondanza della disposizione impugnata sulla lesione delle proprie competenze.<br />	<br />
In relazione al dedotto pregiudizio, la ricorrente si limita a prospettare una riduzione delle risorse a propria disposizione, meramente ipotizzata sulla base di considerazioni prive di sostegni documentali specificamente riferibili al suo finanziamento. Rispetto al precedente ricorso già esaminato da questa Corte (sentenza n. 145 del 2008), il presente è affetto non solo da analoga carenza dimostrativa in ordine al pregiudizio lamentato circa «il rapporto tra complessivi bisogni regionali e insieme dei mezzi finanziari per farvi fronte» (sentenze n. 145 del 2008, n. 29 del 2004, n. 138 del 1999 e n. 222 del 1994), ma dalla ulteriore, e ben più grave, mancata indicazione, sia pure sommaria, del decremento finanziario delle proprie risorse derivante dalla norma contestata. La riduzione della quota di propria spettanza all’interno dell’indistinto stanziamento della Tabella n. 2 viene dedotta con percorso logico meramente indiziario e sicuramente controvertibile, soprattutto in ragione delle numerose variabili operanti nella suddetta posta di bilancio e del fatto che tali eterogenei fattori possono concretamente influire nei confronti della Regione stessa solo attraverso un eventuale successivo atto legislativo o amministrativo di parte statale, come ricordato dalla controparte.<br />	<br />
La Regione non indica le risorse effettivamente incamerate nell’esercizio precedente e non tenta neppure di estrarre con criteri estimatori presuntivi la propria contestata quota di spettanza per l’esercizio 2012, facendo così contemporaneamente mancare entrambi i termini di riferimento della lesione dedotta in giudizio.<br />	<br />
Peraltro, buona parte della prospettazione non appare diretta a supportare i vizi di legittimità lamentati bensì a sollecitare un avallo interpretativo della norma condizionante la redazione dell’impugnata Tabella, limitatamente alla parte inerente alla Regione siciliana, in modo da sorreggere il significato che la Regione stessa ritiene debba esserle attribuito. Ciò senza fornire alcuna dimostrazione circa la concreta incidenza della sollecitata interpretazione sui meccanismi di determinazione dello stanziamento finanziario presente nella Tabella.<br />	<br />
Neppure la perdurante incertezza sullo stato delle relazioni finanziarie tra i due enti alla data del ricorso, ormai prossima alla chiusura dell’esercizio finanziario, può far superare i vizi della prospettazione e della definizione dell’oggetto del ricorso stesso. Ciò non in quanto l’indeterminatezza delle reciproche relazioni finanziarie non costituisca un potenziale <i>vulnus</i> ai principi del coordinamento della finanza pubblica e della salvaguardia degli equilibri di bilancio, i quali devono essere preservati nei rispettivi bilanci secondo modalità di leale collaborazione tra Stato e Regione, ma per il fatto che spetta a chi propone il ricorso farsi parte diligente nella definizione del <i>petitum</i> e nella produzione degli atti necessari a sorreggerlo.<br />	<br />
È fuor di dubbio che nel settore della finanza pubblica allargata le partite creditorie e debitorie afferenti alle relazioni tra enti pubblici, ed in particolare tra Stato e Regione, debbano essere rappresentate nei rispettivi bilanci in modo preciso, simmetrico, speculare e tempestivo (non essendo compatibile con i principi di programmazione nell’impiego delle risorse e di tutela preventiva degli equilibri del bilancio che la specificazione della quota di finanziamento di funzioni importanti come quelle inerenti al servizio sanitario regionale sia determinata, nell’<i>an</i> e nel <i>quantum</i>, ad esercizio inoltrato ed addirittura in periodo vicino al termine dello stesso come nel caso di specie). Tuttavia, l’assenza di tali elementi e la negativa incidenza sulla sana gestione finanziaria non possono essere lamentate senza una puntuale individuazione delle componenti economiche e contabili assunte a riferimento della doglianza. Sotto questo profilo, è onere indefettibile del ricorrente allegare la precisa quantificazione del pregiudizio lamentato, i criteri utilizzati per la sua definizione e le partite dei rispettivi bilanci finanziari dalle quali si ricavano le relative censure. Fermo restando l’obbligo in capo allo stesso resistente di rendere ostensibili gli elementi finanziari e contabili di propria competenza, i quali non possono essere soltanto affermati bensì debbono essere puntualmente documentati, il ricorso non può limitarsi ad ipotizzare, attraverso elementi argomentativi astratti e non univoci, l’esistenza di squilibri economico-finanziari o di violazioni di precetti costituzionali, ma deve puntualmente definirne essenza e consistenza, se del caso richiedendo alla parte resistente, ove non altrimenti reperibili, i dati finanziari analitici correlati ai profili disfunzionali censurati.<br />	<br />
3. — Per le evidenziate carenze nella formulazione della domanda il presente ricorso deve essere dunque dichiarato inammissibile.<br />	<br />
<b></p>
<p align=center>per questi motivi</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>LA CORTE COSTITUZIONALE<br />	<br />
<i>dichiara</i> inammissibile la questione di legittimità costituzionale della Tabella n. 2 (Stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze), unità di voto 2.4 (Concorso dello Stato al finanziamento della spesa sanitaria), prevista dall’art. 2, comma 1, della legge 12 novembre 2011, n. 184 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014), pubblicata nel supplemento ordinario n. 234/L alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 265 del 14 novembre 2011 (pag.173), promossa, in riferimento agli articoli 36 e 37 dello statuto della Regione siciliana, approvato con regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 e delle relative norme attuative, agli articoli 81 e 119, quarto comma, della Costituzione, in relazione all’articolo 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), nonché in violazione del principio di leale collaborazione, dalla Regione siciliana con il ricorso indicato in epigrafe.</p>
<p>Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 novembre 2012.</p>
<p>Depositata in Cancelleria il 9 novembre 2012.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-costituzionale-sentenza-9-11-2012-n-246/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 9/11/2012 n.246</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
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			</item>
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		<title>T.A.R. Umbria &#8211; Perugia &#8211; Sentenza &#8211; 25/6/2012 n.246</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/t-a-r-umbria-perugia-sentenza-25-6-2012-n-246/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jun 2012 22:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/t-a-r-umbria-perugia-sentenza-25-6-2012-n-246/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/t-a-r-umbria-perugia-sentenza-25-6-2012-n-246/">T.A.R. Umbria &#8211; Perugia &#8211; Sentenza &#8211; 25/6/2012 n.246</a></p>
<p>Pres. ed est. C. Lamberti A.M e altri (OMISSIS) (avv.ti A. Donatelli Castaldo e B. Pauselli) c/ Ministero dell&#8217;Istruzione dell&#8217;Universita&#8217; e della Ricerca, Ufficio Regionale Scolastico dell&#8217;Umbria (Avv. Distr. St.); Direzione Didattica della Scuola Secondaria di Primo Grado Colomba Antonietti e nei confronti di Comune di Bastia Umbra sui limiti</p>
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<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. ed est. C. Lamberti<br /> A.M e altri (OMISSIS) (avv.ti A. Donatelli Castaldo e B. Pauselli) c/ Ministero dell&#8217;Istruzione dell&#8217;Universita&#8217; e della Ricerca, Ufficio Regionale Scolastico dell&#8217;Umbria (Avv. Distr. St.); Direzione Didattica della Scuola Secondaria di Primo Grado Colomba Antonietti e nei confronti di Comune di Bastia Umbra</span></p>
<hr />
<p>sui limiti &ldquo;organizzativi&rdquo; del diritto all&#8217;integrazione scolastica dell&#8217;alunno disabile mediante assegnazione di ore di sostegno</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Pubblica istruzione – Alunno disabile – Diritto allo studio – Ore di sostegno – Assegnazione –Limiti – Discrezionalità organizzativa dell’amministrazione – Sussiste</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<p>Il diritto dell’istruzione dell’alunno handicappato con tutti i mezzi necessari all’apprendimento e all’integrazione non ha carattere di assolutezza né è suscettibile, di per sé considerato, di derogare al rapporto alunni-docenti e al raggiungimento degli obiettivi di riduzione del comparto nelle proporzioni fissate dalla legge. Siffatti limiti possono essere superati solo in presenza delle «effettive esigenze rilevate» di situazioni cioè eccezionali non fronteggiabili con gli ordinari strumenti di apprendimento e di integrazione e che giustificano la necessità di sostegno in misura maggiore di quella programmata</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<p><b></p>
<p align=center>REPUBBLICA ITALIANA<br />	<br />
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO<br />	<br />
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l&#8217; Umbria<br />	<br />
(Sezione Prima)</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>ha pronunciato la presente<br />	<br />
<P ALIGN=CENTER>SENTENZA</p>
<p>	<br />
<P ALIGN=JUSTIFY><br />	<br />
sul ricorso numero di registro generale 487 del 2011, proposto da: 	</p>
<p><b>A.M e altri (OMISSIS)</b>, rappresentati e difesi dagli avv. Alessandra Donatelli Castaldo, Brunella Pauselli, con domicilio eletto presso l’avv. Brunella Pauselli in Perugia, via M. Angeloni, 57; 	</p>
<p align=center>contro</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
<b>Ministero dell&#8217;Istruzione dell&#8217;Università&#8217; e della Ricerca, Ufficio Regionale Scolastico dell&#8217;Umbria</b>, rappresentati e difesi per legge dall&#8217;Avvocatura dello Stato, domiciliata in Perugia, via degli Offici, 14; 	</p>
<p><b>Direzione Didattica della Scuola Secondaria di Primo Grado Colomba Antonietti</b>; </p>
<p>nei confronti di<br />	<br />
<b>Comune di Bastia Umbra</b>; </p>
<p>per l&#8217;annullamento<br />	<br />
provvedimento dell’amministrazione scolastica con la quale si assegnano le ore di sostegno.</p>
<p>Visti il ricorso e i relativi allegati;<br />	<br />
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell&#8217;Istruzione dell&#8217;Universita&#8217; e della Ricerca e dell’Ufficio Regionale Scolastico dell&#8217;Umbria;<br />	<br />
Viste le memorie difensive;<br />	<br />
Visti tutti gli atti della causa;<br />	<br />
Relatore nell&#8217;udienza pubblica del giorno 4 aprile 2012 il dott. Cesare Lamberti e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;<br />	<br />
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.</p>
<p><b></p>
<p align=center>FATTO e DIRITTO</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>I &#8211; Con provvedimento n. 4241/C21, del 4 agosto 2011, comunicato dal dirigente della Scuola secondaria di secondo grado “Colomba Antonietti” di Bastia Umbra con nota n. 1725, del 9 settembre 2011, l’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria ha assegnato 9 ore di sostegno all’alunno M. M. (cl. 1/H). Nella comunicazione, il dirigente scolastico ha precisato che l’Amministrazione comunale di Bastia Umbra ha integrato tali ore con altre 12 settimanali di assistenza ad personam (cfr. prot. n. 24275 del 27.09.2011). Nel provvedimento dell’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria si afferma che le 9 ore settimanali di sostegno “tengono conto delle complesse situazioni di alunni disabili presenti nell’istituto e delle relative loro esigenze e risultano essere in rapporto 1:2 superiore alla media generale dell’assegnazione alle scuole medie della regione Umbria (rapporto 1:2.20) e oltre la media dell’assegnazione alla scuola (rapporto 1:2,13).<br />	<br />
Nel ricorso avverso i provvedimenti, i genitori dell’alunno, sigg.ri A. M. e S. I., affermano che M., affetto da assenza di linguaggio e sordità bilaterale di tipo neurosensoriale, presenta disturbi neuropsicologici e di apprendimento. Durante la frequenza della scuola primaria, M. è stato sempre supportato da un insegnate di sostegno “segnante” (specializzato cioè in lingua dei segni italiana) per 18 ore settimanali, in aggiunta al quale era presente una assistente alla comunicazione per 9 ore che ha consentito il raggiungimento degli obiettivi condivisi e prefissati. A causa delle patologie che gli determinano agnosia auditiva e verbale, M., se non viene costantemente affiancato da un assistente alla comunicazione con conoscenza del linguaggio dei segni, è totalmente avulso dal mondo che lo circonda perché non è in grado di decodificare le parole che gli sono rivolte. La sola presenza dell’insegnante di sostegno è perciò del tutto inutile perché l’alunno si trova affiancato da una persona che non conosce e con la quale non è in grado di entrare in comunicazione per entrare in contatto con il mondo esterno. Con lettera raccomandata del 3 maggio 2011, i ricorrenti hanno chiesto al dirigente scolastico un assistente alla comunicazione che affiancasse M. durante le ore di lezione, se l’ingegnante di sostegno non fosse stato segnante. La richiesta non ha avuto seguito e, con i provvedimenti impugnati è stato assegnato a M. soltanto un insegnante di sostegno per 9 ore integrate da 12 ore di assistenza ad personam.<br />	<br />
II &#8211; Nel ricorso, basato sul motivo articolato di violazione di legge ed eccesso di potere, si deduce la violazione dell’art. 3, co. 2 e dell’art. 12, l. n. 104/1992 come interpretata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 80/2010. Si ribadisce al proposito che, dopo l’abrogazione ad opera gli commi 414 e 413 dell’art. 2, l. n. 244/2007 della deroga al rapporto docenti / alunni contenuta nella l. n. 449/1997 ove necessaria per assicurare l’integrazione scolastica degli alunni handicappati, la Corte costituzionale con la citata decisione n. 80/2010, ha ribadito la legittimità della deroga alla percentuale di insegnanti di sostegno in relazione alla dotazione del personale scolastico e la possibilità di assumere con contratto a tempo determinato in presenza di disabilità gravi. Sempre ad avviso dei ricorrenti, le disposizioni nazionali sulla necessità di considerare le esigenze organizzative generali ed economiche della struttura preposta all’insegnamento devono essere contemperate con la convenzione delle Nazioni unite sui diritti delle persone con disabilità. Nel concedere soltanto 9 ore di sostegno con un insegnate non esperto nel linguaggio dei segni, l’amministrazione scolastica ha violato il diritto all’integrazione del minore nella scuola stabilito dagli artt. 1 e 3 e dagli artt. 8, lett. d), 12, e 13, co. 3, l. n. 104/1992 e non ha tenuto conto dell’art. 40 l. n.449/1997 sul diritto del minore disabile ad ottenere un adeguato sostegno tramite docenti specializzati.<br />	<br />
Nel giudizio si è costituita l’Avvocatura dello Stato. Con memoria del 15 dicembre 2011 ha depositato la proposta di assegnazione dei posti di sostegno per l’anno scolastico 2011 / 2012 e con memoria in data 27 dicembre 2011, ha eccepito l’inammissibilità del ricorso e dedotto la sua infondatezza. L’Avvocatura ha depositato il decreto ministeriale sulla determinazione degli organici del personale docente per l’anno scolastico 2011/2012. Con memoria del 23 gennaio 2012 il ricorrente ha sostenuto il carattere assoluto del diritto a fruire delle attività di sostegno previsto dall’art. 3 co. 1, l. n. 104/1992 che non può essere compresso o limitato da esigenze organizzative. Nel corso dell’udienza del 21 gennaio 2012 sono stati depositati ulteriori documenti sull’integrazione scolastica degli alunni disabili e in data 27 febbraio 2012 l’Avvocatura dello Stato ha ancora depositato la nota dell’Ufficio Scolastico Regionale n.1795 C27 del 13 febbraio 2012.<br />	<br />
III &#8211; Il Collegio da atto che la stessa Avvocatura dello Stato aveva sollecitato all’amministrazione il “parziale riesame degli atti di gestione emanati per una maggiore soddisfazione delle esigenze di specifico e qualificato supporto scolastico …”, come emerge dalla nota del 13 febbraio 2012. L’Ufficio Scolastico Regionale, pur non essendo in grado di assicurare un aumento di risorse umane, modificando le assegnazioni degli insegnanti di sostegno, aveva comunque assicurato la disponibilità a partire dal 13 febbraio 2012, grazie anche all’inserimento di risorse aggiuntive … di 3 ore aggiuntive di compresenza sostegno oltre ad ulteriori cinque ore di assistente. Era stata altresì offerta la possibilità di integrare il fondo scolastico con risorse finanziarie aggiuntive … in modo da consentire l’ampliamento di ore aggiuntive di sostegno mediante liquidazione a carico del fondo d’istituto. All’Ufficio Scolastico Regionale era poi noto che la richiesta di parte riguardava non tanto lo specifico “organico sostegno” quanto le ulteriori risorse che la norma prevede si affianchino agli insegnanti (sia di classe che specializzati) al fine di completare il quadro degli interventi necessari. Nella nota in esame è altresì richiamato l’art. 19, co. 11, d.l. n. 98/2011 (decreto di stabilizzazione) laddove prevede che “l&#8217;organico dei posti di sostegno è determinato secondo quanto previsto dai commi 413 e 414 dell&#8217;articolo 2 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, fermo restando che è possibile istituire posti in deroga, allorché si renda necessario per assicurare la piena tutela dell&#8217;integrazione scolastica”. La stessa Amministrazione scolastica dimostra consapevolezza dell’illegittimità, ravvisata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 80/2010, della fissazione di un limite massimo al numero dei posti degli insegnanti di sostegno e della preclusione ad assumere insegnanti di sostegno in deroga, in presenza nelle classi di studenti con disabilità grave, una volta esperiti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente. La decisione della Corte costituzionale n. 80/2010, per un verso, riconosce il carattere “fondamentale” del diritto all&#8217;istruzione dei disabili, la cui fruizione è assicurata, in particolare, attraverso misure di integrazione e sostegno idonee a garantire la frequenza degli istituti d&#8217;istruzione, tra le quali quella della presenza di personale docente specializzato, chiamato ad adempiere alle ineliminabili forme di integrazione e di sostegno che, ai sensi dell&#8217;art. 40, co. 1, l. n. 449/1997, può essere assunto con contratti a tempo determinato anche in deroga al rapporto alunni-docenti. La stessa sentenza per altro verso sottolinea il limite della deroga alle «effettive esigenze rilevate» ai sensi dell’art. 1, co. 605, lett. b), l. n. 296/2006: ad avviso del Giudice delle Leggi, la discrezionalità del legislatore, nell’individuare le misure necessarie a tutela dei diritti delle persone disabili, non ha carattere assoluto e trova un limite nel rispetto di un nucleo indefettibile di garanzie per gli interessati. Nell&#8217;ottica di apprestare un&#8217;adeguata tutela dei disabili, in particolare per quelli che si trovano in una condizione di gravità, è stata perciò ritenuta legittima la possibilità di assumere, con contratti a tempo determinato, insegnanti di sostegno prima in deroga al rapporto alunni-docenti e poi secondo le «effettive esigenze rilevate». La Corte ha ribadito che la previsione di ore aggiuntive di sostegno, è quella di apprestare una specifica forma di tutela ai disabili che si trovino in condizione di particolare gravità: si tratta dunque di un intervento mirato, che trova applicazione una volta esperite tutte le possibilità previste dalla normativa vigente e che, giova precisare, non si estende a tutti i disabili a prescindere dal grado di disabilità, bensì tiene in debita considerazione la specifica tipologia di handicap da cui è affetta la persona.<br />	<br />
IV &#8211; Il diritto della persona handicappata alle prestazioni stabilite in suo favore in relazione alla natura e alla consistenza della minorazione, rappresenta perciò nell’ottica della decisione della Corte, il nucleo indefettibile di garanzie ai sensi dell’art. 3, co. 2, l. n. 104/1992 che, per quanto attiene l&#8217;educazione e l&#8217;istruzione nelle classi comuni delle istituzioni scolastiche e nelle istituzioni universitarie si estrinseca con l&#8217;integrazione scolastica ai sensi dell’art. 12, l. n. 104/1992. Questa ha come obiettivo lo sviluppo delle potenzialità della persona handicappata nell&#8217;apprendimento, nella comunicazione, nelle relazioni e nella socializzazione e non può essere impedito da difficoltà di apprendimento né da altre difficoltà derivanti dalle disabilità connesse all&#8217; handicap.<br />	<br />
In applicazione del suesposto principio, l’art. 40 della legge n. 449/1997 ha assicurato l&#8217;integrazione scolastica degli alunni handicappati con interventi adeguati al tipo e alla gravità dell&#8217;handicap, compreso il ricorso all&#8217;ampia flessibilità organizzativa e funzionale delle classi prevista &#8230; nonché la possibilità di assumere con contratto a tempo determinato insegnanti di sostegno in deroga al rapporto docenti-alunni indicato al comma terzo, in presenza di handicap particolarmente gravi (art. 40, c. 1). Ha poi fissato la dotazione organica di insegnanti di sostegno per l&#8217;integrazione degli alunni handicappati … nella misura di un insegnante per ogni gruppo di 138 alunni complessivamente frequentanti gli istituti scolastici statali della provincia, assicurando, comunque, il graduale consolidamento, in misura non superiore all&#8217;80 per cento, della dotazione di posti di organico e di fatto esistenti nell&#8217;anno scolastico 1997-1998 (art.40 co. 3). In ambedue i casi era stato fatto salvo il vincolo di cui al primo periodo del comma 1, secondo cui il numero dei dipendenti del comparto scuola doveva risultare alla fine dell&#8217;anno 1999 inferiore del 3 per cento rispetto a quello rilevato alla fine dell&#8217;anno 1997, ferma restando la dotazione di personale di sostegno necessaria a coprire la richiesta nazionale di integrazione scolastica.<br />	<br />
Tale quadro normativo è rimasto inalterato nelle vicende che hanno investito l’art. 40, l. n. 449/1997, del quale l’art. 2, commi 414 e 413, l. n. 244/2007 aveva soppresso la possibilità di assumere gli insegnanti di sostegno con contratto a tempo determinato in presenza di disabilità gravi e deroga o alla dotazione del personale scolastico, ove necessaria per assicurare l’integrazione degli alunni handicappati. Con la sentenza n. 80/2010 della Corte costituzionale si è determinata la reviviscenza della possibilità di assumere con contratto a tempo determinato insegnanti di sostegno in deroga al rapporto docenti-alunni, in presenza di handicap particolarmente gravi. La sentenza non ha inciso sull’ampia flessibilità organizzativa e funzionale delle classi prevista dall&#8217;art. 21, commi 8 e 9, l. n. 59/1997 e contenuta nel primo comma dell’art. 1,, l. n. 449/1997, in base alla quale deve essere realizzata di principio l’integrazione scolastica degli alunni handicappati. Alla flessibilità organizzativa e funzionale e all’esperimento di tutte le possibilità previste dalla normativa vigente rimangono perciò subordinate le valutazioni della condizione di particolare gravità del disabile La deroga al rapporto docenti-alunni ai fini dell’assunzione a tempo determinato degli insegnanti di sostegno, si giustifica con la necessità di tenere in considerazione la specifica tipologia di handicap da cui è affetta la persona. La deroga, dunque, non è estesa a tutti i disabili a prescindere dal grado di disabilità ma deve trovare presupposto nella condizione di particolare gravità del disabile: condizione in assenza della quale opera comunque il vincolo organizzativo di diminuzione dei dipendenti del comparto nella proporzione fissata dal legislatore.<br />	<br />
Il diritto dell’istruzione dell’alunno handicappato con tutti i mezzi necessari all’apprendimento e all’integrazione non ha pertanto carattere di assolutezza né è suscettibile, di per sé considerato, di derogare al rapporto alunni-docenti e al raggiungimento degli obiettivi di riduzione del comparto nelle proporzioni fissate dalla legge. Siffatti limiti possono essere superati solo in presenza delle «effettive esigenze rilevate» di situazioni cioè eccezionali non fronteggiabili con gli ordinari strumenti di apprendimento e di integrazione e che giustificano la necessità di sostegno in misura maggiore di quella programmata.<br />	<br />
V &#8211; Rispetto ai suesposti parametri interpretativi, i provvedimenti delle Istituzioni scolastiche della Regione non si prestano, ad avviso del Collegio, ad alcuna censura di illegittimità.<br />	<br />
Con il provvedimento n. 4241/C21 del 4 agosto 2011 è stato determinato l’incremento in deroga al contingente già determinato dal MIUR dei posti di sostegno secondo le effettive esigenze rilevate ai sensi dell&#8217;art. 1, co. 605, lett. b), l. n. 296/2006, considerando le specifiche patologie di handicap da cui è affetto l’alunno. A siffatta integrazione è stato provveduto sulla scorta del verbale della riunione del 27 giugno 2011 del Gruppo di Lavoro provinciale integrazione alunni disabili (G.L.H.). Nell’anno scolastico 2011/2012, sono state previste, per i 154 alunni disabili della scuola secondaria di primo grado, 21 cattedre che aggiunte alle 51 dell’organico di diritto determinano un rapporto di 1:2,13. Per quanto attiene alla Scuola secondaria di secondo grado “Colomba Antonietti” di Bastia Umbra, dalla tabella allegata al verbale si evince che per 17 alunni dichiarati come portatori di handicap, i posti di sostegno (organico di diritto) erano 4 e i posti aggiuntivi erano 5,5.<br />	<br />
In relazione alle suddette disponibilità accertate, l’esistenza del diritto soggettivo assoluto del loro figlio M. a fruire dell’istruzione con tutti i sostegni che i ricorrenti affermano necessari anche in ragione dalla gravità dell’handicap accertata dalle commissioni mediche e nota alle istituzioni scolastiche, trova il limite intrinseco nelle esigenze previste dall’art. 40, co. 3 l. n. 449/1997. La fissazione di una dotazione organica di insegnanti di sostegno per l&#8217;integrazione degli alunni handicappati è omologa a quella del numero massimo dei dipendenti del comparto scuola. Rispetto al numero dei dipendenti per i quali l’anzidetta percentuale costituisce il limite massimo del personale in servizio, la dotazione di personale di sostegno deve essere quella necessaria a coprire la richiesta nazionale di integrazione scolastica, salva la presenza delle «effettive esigenze rilevate» di quelle situazioni non fronteggiabili con gli ordinari strumenti e comportanti un intervento straordinario.<br />	<br />
Della straordinarietà della situazione l’Ufficio Scolastico Regionale era, nella specie, pienamente consapevole laddove aveva esplicitato che la problematica involgeva non tanto lo specifico “organico sostegno” quanto le ulteriori risorse per completare il quadro degli interventi necessari: non potendo assicurare l’aumento degli insegnanti di sostegno modificando le assegnazioni, l’Ufficio scolastico aveva assicurato la disponibilità di 3 ore aggiuntive di compresenza oltre ad ulteriori cinque ore di assistente, grazie anche all’inserimento di risorse aggiuntive. Pur non derogando al rapporto alunni-docenti e senza avvalersi della possibilità di assumere con contratti a tempo determinato insegnanti di sostegno, l’Ufficio aveva garantito l’attività di sostegno mediante l&#8217;assegnazione di docenti specializzati sulla scorta delle «effettive esigenze rilevate». In questo specifico ambito va circoscritto il diritto all&#8217;educazione e all&#8217;istruzione per il tramite dell&#8217;integrazione scolastica commisurato, ai sensi dell’art. 3, co. 1, l. n. 104/1992, alla gravità della minorazione, singola o plurima e alla riduzione dell&#8217;autonomia personale tale da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione e che, ai sensi dell’art. 12 commi 2 e 4 l. n. 104/1992, non può essere impedito da difficoltà di apprendimento né da altre difficoltà connesse all&#8217; handicap e che dà luogo, ai sensi dell’art. 13 co. 3 l. n. 104/1002 agli obblighi di assistenza a carico degli enti locali per l&#8217;autonomia e la comunicazione personale degli alunni con handicap fisici o sensoriali.<br />	<br />
Che nella stessa legge vi sia un nucleo indefettibile di garanzie a tutela del diritto all’istruzione e all’integrazione dei disabili, non comporta che l’Amministrazione sia sfornita di potestà di individuare le misure necessarie alla sua realizzazione anche per quanto attiene alla valutazione delle «effettive esigenze rilevate» compatibilmente con l&#8217;ampia flessibilità organizzativa e funzionale delle classi prevista dall&#8217;art. 21, commi 8 e 9, l. n. 59/1997 come previsto dall’art. 40, co. 3, l. n. 449/1997 e confermato dall’art. 19, co. 11, d.l. n. 98/2011 (decreto di stabilizzazione): in detta sede il numero degli insegnanti di sostegno è fissato “tenendo conto della previsione del numero di tali alunni in ragione della media di un docente ogni due alunni disabili”, fermo restando che “la scuola provvede ad assicurare la necessaria azione didattica e di integrazione per i singoli alunni disabili, usufruendo tanto dei docenti di sostegno che dei docenti di classe”. Giova ancora una volta ricordare che con la ricordata sentenza della Corte costituzionale n. 80/2010 è stato ripristinata nell’ordinamento la possibilità, anche prevista dall’art. 40, co. 3 della legge n. 449/1997 di assumere docenti di sostegno con contratto a tempo determinato ove particolari esigenze richiedano la deroga alla proporzione con gli alunni handicappati: non è stata invece alterata l&#8217;ampia flessibilità organizzativa e funzionale delle classi prevista dalla legge n. 59/1997 sulla scorta della quale deve essere assicurata l&#8217;integrazione scolastica degli alunni handicappati con interventi adeguati al tipo e alla gravità dell&#8217;handicap. Di esse, l’una è finalizzata al miglior utilizzo delle risorse e delle strutture e le altre, all’individuazione delle modalità di organizzazione e impiego dei docenti, secondo finalità di ottimizzazione delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche, materiali e temporali.<br />	<br />
A questo quadro di principi appare conforme l’insieme degli interventi delineato nella nota del 13 febbraio 2012 dell’Ufficio Scolastico Regionale che pur escludendo la possibilità di un aumento di risorse umane, ha comunque adottato un insieme di misure affinché il minore M. potesse partecipare con profitto alla vita scolastica e ivi svolgere il concordato ciclo di apprendimento<br />	<br />
Il ricorso deve essere conclusivamente respinto. La particolarità della situazione giustifica pienamente che le spese del giudizio siano compensate fra le parti.<br />	<br />
<b><P ALIGN=CENTER>P.Q.M.</p>
<p>	<br />
<P ALIGN=JUSTIFY><br />	<br />
</b>Il Tribunale Amministrativo Regionale per l&#8217;Umbria definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge. Spese compensate.<br />	<br />
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall&#8217;autorità amministrativa.<br />	<br />
Così deciso in Perugia nella camera di consiglio del giorno 4 aprile 2012 con l&#8217;intervento dei magistrati:<br />	<br />
Cesare Lamberti, Presidente, Estensore<br />	<br />
Carlo Luigi Cardoni, Consigliere<br />	<br />
Stefano Fantini, Consigliere	</p>
<p><b></p>
<p align=center>DEPOSITATA IN SEGRETERIA<br />	<br />
Il 25/06/2012</p>
<p align=justify>	<br />
</b></p>
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