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	<title>Corte Europea dei Diritti dell&#039;uomo - Sezione II Archivi - Giustamm</title>
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	<title>Corte Europea dei Diritti dell&#039;uomo - Sezione II Archivi - Giustamm</title>
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		<title>Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 1/6/2016 n.241</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-1-6-2016-n-241/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 May 2016 22:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-1-6-2016-n-241/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 1/6/2016 n.241</a></p>
<p>Pres. C. Toader/ Rel. A. Prechal Sui rapporti tra il mandato d’arresto europeo e il mandato di arresto nazionale. 1. Giustizia – Mandato d’arresto europeo – Art. 8&#160; par. 1, lettera c), decisione quadro 2002/584/GAI –Interpretazione. 2. Giustizia – Mandato d’arresto europeo – Art. 8&#160; par. 1, lettera c), decisione</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-1-6-2016-n-241/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 1/6/2016 n.241</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-1-6-2016-n-241/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 1/6/2016 n.241</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. C. Toader/  Rel. A. Prechal</span></p>
<hr />
<p>Sui rapporti tra il mandato d’arresto europeo e il mandato di arresto nazionale.</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">1. Giustizia – Mandato d’arresto europeo – Art. 8&nbsp; par. 1, lettera c), decisione quadro 2002/584/GAI –Interpretazione.<br />
2. Giustizia – Mandato d’arresto europeo – Art. 8&nbsp; par. 1, lettera c), decisione quadro 2002/584/GAI –Mandato d’arresto nazionale – Assenza – Conseguenze.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: justify;">1. L’articolo 8, par. 1, lettera c), della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009, deve essere interpretato nel senso che la nozione di «mandato d’arresto», di cui a tale disposizione, deve essere intesa come designante un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo.</p>
<p>2.&nbsp;&nbsp;L’articolo 8, par. 1, lettera c), della decisione quadro 2002/584, come modificata dalla decisione quadro 2009/299, deve essere interpretato nel senso che, quando un mandato d’arresto europeo, che si fonda sull’esistenza di un «mandato d’arresto», ai sensi di tale disposizione, non contiene alcuna indicazione dell’esistenza di un mandato d’arresto nazionale, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione è tenuta a non darvi corso nel caso in cui essa, alla luce delle informazioni fornite in conformità dell’articolo 15, paragrafo 2, della decisione quadro 2002/584, come modificata, nonché di tutte le altre informazioni in suo possesso, constati che il mandato d’arresto europeo non è valido, in quanto è stato emesso senza che fosse stato effettivamente spiccato un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo.<br />
&nbsp;</div>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: center;">SENTENZA DELLA CORTE (Seconda Sezione)<br />
1°&nbsp;giugno 2016&nbsp;</div>
<p>
«Rinvio pregiudiziale&nbsp;– Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale&nbsp;– Decisione quadro 2002/584/GAI&nbsp;– Mandato d’arresto europeo&nbsp;– Articolo 8, paragrafo 1, lettera c)&nbsp;– Obbligo di includere nel mandato d’arresto europeo informazioni relative all’esistenza di un “mandato d’arresto”&nbsp;– Assenza di un mandato d’arresto nazionale previo e distinto rispetto al mandato d’arresto europeo&nbsp;– Conseguenza»</p>
<p>Nella causa C&#8209;241/15,</p>
<p>avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267&nbsp;TFUE, dalla Curtea de Apel Cluj (Corte d’appello di Cluj, Romania), con decisione del 22 maggio 2015, pervenuta in cancelleria il 25 maggio 2015, nel procedimento per l’esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso nei confronti di</p>
<p><strong>Niculaie Aurel Bob&#8209;Dogi,</strong></p>
<div style="text-align: center;">LA CORTE (Seconda Sezione),</div>
<p>
composta da M.&nbsp;Ileši&#269;, presidente di sezione, C.&nbsp;Toader, A.&nbsp;Rosas, A.&nbsp;Prechal (relatore) e E.&nbsp;Jaraši&#363;nas, giudici,<br />
avvocato generale: Y.&nbsp;Bot<br />
cancelliere: L.&nbsp;Carrasco Marco, amministratore<br />
vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 20 gennaio 2016,<br />
considerate le osservazioni presentate:<br />
–&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;per il governo rumeno, da R.&nbsp;Radu, A.&nbsp;Buzoianu e R.&nbsp;Mangu, in qualità di agenti;<br />
–&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;per il governo ungherese, da M.&nbsp;Z.&nbsp;Fehér, G.&nbsp;Koós e M.&nbsp;M.&nbsp;Tátrai, in qualità di agenti;<br />
–&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;per il governo austriaco, da G.&nbsp;Eberhard, in qualità di agente;<br />
–&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;per la Commissione europea, da W.&nbsp;Bogensberger e I.&nbsp;Rogalski, in qualità di agenti,<br />
sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 2 marzo 2016,<br />
ha pronunciato la seguente</p>
<div style="text-align: center;"><strong>Sentenza</strong><span style="line-height: 1.6;">&nbsp; &nbsp; &nbsp;</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="line-height: 1.6;">1. La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri (GU 2002, L&nbsp;190, pag.&nbsp;1, e, per rettifica, GU 2003, L&nbsp;43, pag.&nbsp;47), come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009 (GU 2009, L&nbsp;81, pag.&nbsp;24) (in prosieguo: la «decisione quadro»).</span></div>
<p><font color="#0782c1">2.</font>Tale domanda è stata presentata nel contesto dell’esecuzione, in Romania, di un mandato d’arresto europeo emesso il 23 marzo 2015, dal Mátészalkai járásbíróság (Tribunale distrettuale di Mátészalka, Ungheria), nei confronti del sig.&nbsp;Niculaie Aurel Bob&#8209;Dogi.</p>
<div style="text-align: center;"><strong>&nbsp;Contesto normativo</strong><br />
<em>&nbsp;Diritto dell’Unione</em></div>
<p><font color="#0782c1">3.</font>&nbsp; I considerando da 5 a 8 e 10 della decisione quadro sono così formulati:<br />
«(5)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’obiettivo dell’Unione di diventare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia comporta la soppressione dell’estradizione tra Stati membri e la sua sostituzione con un sistema di consegna tra autorità giudiziarie. Inoltre l’introduzione di un nuovo sistema semplificato di consegna delle persone condannate o sospettate, al fine dell’esecuzione delle sentenze di condanna in materia penale o per sottoporle all’azione penale, consente di eliminare la complessità e i potenziali ritardi inerenti alla disciplina attuale in materia di estradizione. Le classiche relazioni di cooperazione finora esistenti tra Stati membri dovrebbero essere sostituite da un sistema di libera circolazione delle decisioni giudiziarie in materia penale, sia intervenute in una fase anteriore alla sentenza, sia definitive, nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia.<br />
(6)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il mandato d’arresto europeo previsto nella presente decisione quadro costituisce la prima concretizzazione nel settore del diritto penale del principio di riconoscimento reciproco che il Consiglio europeo ha definito il fondamento della cooperazione giudiziaria.<br />
(7)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Poiché l’obiettivo di sostituire il sistema multilaterale di estradizione creato sulla base della convenzione europea di estradizione del 13 dicembre 1957 non può essere sufficientemente realizzato unilateralmente dagli Stati membri e può dunque, a causa della dimensione e dell’effetto, essere realizzato meglio a livello dell’Unione, il Consiglio può adottare misure, nel rispetto del principio di sussidiarietà menzionato all’articolo 2 [UE] e all’articolo 5 [CE]. La presente decisione quadro si limita a quanto è necessario per conseguire tali scopi in ottemperanza al principio di proporzionalità enunciato nello stesso articolo [5&nbsp;CE].<br />
(8)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le decisioni relative all’esecuzione di un mandato d’arresto europeo devono essere sottoposte a un controllo sufficiente, il che implica che l’autorità giudiziaria dello Stato membro in cui la persona ricercata è stata arrestata dovrà prendere la decisione relativa alla sua consegna.<br />
(…)<br />
(10)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il meccanismo del mandato d’arresto europeo si basa su un elevato livello di fiducia tra gli Stati membri. (…)».<br />
<a name="point4">4</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’articolo 1 della decisione quadro, intitolato «Definizione del mandato d’arresto europeo ed obbligo di darne esecuzione», dispone quanto segue:<br />
«1.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il mandato d’arresto europeo è una decisione giudiziaria emessa da uno Stato membro in vista dell’arresto e della consegna da parte di un altro Stato membro di una persona ricercata ai fini dell’esercizio di un’azione penale o dell’esecuzione di una pena o una misura di sicurezza privative della libertà.<br />
2.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli Stati membri danno esecuzione ad ogni mandato d’arresto europeo in base al principio del riconoscimento reciproco e conformemente alle disposizioni della presente decisione quadro.<br />
3.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’obbligo di rispettare i diritti fondamentali e i fondamentali principi giuridici sanciti dall’articolo 6 [UE] non può essere modificat[o] per effetto della presente decisione quadro».<br />
<a name="point5">5</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gli articoli 3, 4 e 4&nbsp;bis della decisione quadro espongono i motivi di non esecuzione obbligatoria e di non esecuzione facoltativa del mandato d’arresto europeo.<br />
<a name="point6">6</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’articolo 8 della decisione quadro, intitolato «Contenuto e forma del mandato d’arresto europeo», prevede, al paragrafo 1, quanto segue:<br />
«Il mandato d’arresto europeo contiene le informazioni seguenti, nella presentazione stabilita dal modello allegato:<br />
(&#8230;)<br />
c)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;indicazione dell’esistenza di una sentenza esecutiva, di un mandato d’arresto o di qualsiasi altra decisione giudiziaria esecutiva che abbia la stessa forza e che rientri nel campo d’applicazione degli articoli 1 e 2;<br />
(&#8230;)».<br />
<a name="point7">7</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’articolo 15 della decisione quadro, intitolato «Decisione sulla consegna», dispone, al paragrafo 2, quanto segue:<br />
«L’autorità giudiziaria dell’esecuzione che non ritiene le informazioni comunicatele dallo Stato membro emittente sufficienti per permetterle di prendere una decisione sulla consegna, richiede urgentemente le informazioni complementari necessarie segnatamente in relazione agli articoli 3, 4, 5 e 8 e può stabilire un termine per la ricezione delle stesse, tenendo conto dell’esigenza di rispettare i termini fissati all’articolo 17».<br />
<em>&nbsp;Diritto rumeno</em><br />
<a name="point8">8</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La legea num&#259;rul 302/2004 privind cooperarea judiciar&#259; interna&#355;ional&#259; în materie penal&#259; (legge n.&nbsp;302/2004 relativa alla cooperazione giudiziaria internazionale in materia penale), del 28 giugno 2004, nella versione in vigore alla data dei fatti del procedimento principale (<em>Monitorul Oficial al României</em>, parte I, n.&nbsp;377 del 31 maggio 2011), è intesa ad attuare, segnatamente, la decisione quadro.<br />
<em>&nbsp;Diritto ungherese</em><br />
<a name="point9">9</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’articolo 25 de l’az Európai Unió tagállamival folytatott b&#369;nügyi együttm&#369;ködésr&#337;l szóló 2012. évi CLXXX. törvény (legge n.&nbsp;CLXXX. del 2012 relativa alla cooperazione in materia penale tra gli Stati membri dell’Unione europea) (<em>Magyar Közlöny</em>&nbsp;2012/160) recita:<br />
«1)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qualora occorra avviare un procedimento penale nei confronti dell’indagato, il giudice emette immediatamente un mandato d’arresto europeo ai fini del suo arresto in qualsiasi Stato membro dell’Unione europea e della sua consegna, purché la gravità del reato lo giustifichi (&#8230;).<br />
(…)<br />
7)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’ambito di applicazione del mandato d’arresto europeo si estende anche al territorio dell’Ungheria».<br />
<strong>&nbsp;Procedimento principale e questioni pregiudiziali</strong><br />
<a name="point10">10</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il 23 marzo 2015 il Mátészalkai járásbíróság (Tribunale distrettuale di Mátészalka) ha emesso un mandato d’arresto europeo nei confronti del sig.&nbsp;Bob&#8209;Dogi, cittadino rumeno, nell’ambito di azioni penali avviate contro costui per fatti verificatisi in Ungheria il 27 novembre 2013, che possono essere qualificati come «lesioni personali gravi».<br />
<a name="point11">11</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tali fatti riguardano un incidente stradale avvenuto sulla pubblica via, del quale il sig.&nbsp;Bob&#8209;Dogi sarebbe responsabile a motivo della velocità eccessiva del camion che stava guidando, e che ha causato fratture e lesioni multiple al sig.&nbsp;Katona, cittadino ungherese, che era alla guida di un ciclomotore al momento di tale incidente.<br />
<a name="point12">12</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il 30 marzo 2015 è stata inserita nel sistema di informazione Schengen una segnalazione relativa al mandato d’arresto europeo controverso nel procedimento principale.<br />
<a name="point13">13</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il 2 aprile 2015 il sig.&nbsp;Bob&#8209;Dogi è stato fermato in Romania e, dopo essere stato posto in detenzione, è stato presentato dinanzi alla Curtea de Apel Cluj (Corte d’appello di Cluj, Romania), affinché tale giudice decidesse in merito alla sua messa in stato di custodia cautelare e alla sua consegna alle autorità giudiziarie ungheresi.<br />
<a name="point14">14</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con ordinanza emessa quello stesso giorno, il giudice di cui sopra ha respinto la richiesta di custodia cautelare formulata a carico del sig.&nbsp;Bob&#8209;Dogi, che gli era stata presentata dal pubblico ministero, e ha ordinato la liberazione immediata dell’interessato, disponendo comunque nei suoi confronti misure cautelari non detentive per una durata iniziale di 30 giorni, successivamente prorogate.<br />
<a name="point15">15</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il giudice del rinvio rileva che, al punto b) del mandato d’arresto europeo controverso nel procedimento principale, intitolato «Decisione sulla quale si basa il mandato d’arresto», compare l’indicazione «Pubblico ministero presso il Nyíregyházi járásbíróság [(Tribunale distrettuale di Nyíregyháza, Ungheria)], K.11884/2013/4», e, al punto b), 1, del medesimo mandato d’arresto, il quale prevede che venga indicato il mandato d’arresto o la decisione giudiziaria avente la stessa forza, viene fatto riferimento al «mandato d’arresto europeo n.&nbsp;1.B256/2014/19&#8209;II, emesso dal Mátészalkai járásbíróság [Tribunale distrettuale di Mátészalka], che si estende anche al territorio ungherese e che costituisce dunque anche un mandato d’arresto nazionale».<br />
<a name="point16">16</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Detto giudice rileva inoltre che, relativamente ad una situazione quale quella oggetto del procedimento principale, nella quale un mandato d’arresto europeo è fondato su sé stesso e non su un previo e distinto mandato d’arresto nazionale, i giudici rumeni non sono concordi quanto al seguito da dare ad un mandato d’arresto europeo di questo tipo.<br />
<a name="point17">17</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Secondo l’orientamento maggioritario, in una situazione siffatta occorrerebbe distinguere i presupposti formali e quelli sostanziali e respingere la domanda di esecuzione del mandato d’arresto europeo, per il fatto che quest’ultimo non supplisce all’assenza di un mandato d’arresto nazionale o di una decisione giurisdizionale esecutiva.<br />
<a name="point18">18</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Altri giudici avrebbero però ammesso la richiesta di esecuzione del mandato d’arresto europeo a motivo del fatto che risultavano soddisfatti i requisiti di legge, in quanto le autorità giudiziarie emittenti avevano indicato espressamente che il mandato d’arresto europeo trasmesso costituiva altresì un mandato d’arresto nazionale, ai sensi della legislazione dello Stato membro di emissione.<br />
<a name="point19">19</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A questo proposito, il giudice del rinvio ritiene che, nell’ambito del procedimento di esecuzione del mandato d’arresto europeo, la decisione destinata ad essere riconosciuta dall’autorità giudiziaria dell’esecuzione debba essere una decisione giudiziaria nazionale emessa dall’autorità competente in conformità delle norme di procedura penale dello Stato membro di emissione del mandato d’arresto europeo.<br />
<a name="point20">20</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Detto giudice osserva che sussistono differenze fondamentali tra un mandato d’arresto europeo e un mandato d’arresto nazionale. Infatti, in particolare, un mandato d’arresto europeo sarebbe emesso al fine di ottenere l’arresto e la consegna di una persona, imputata o condannata, che si trova nel territorio dello Stato membro di esecuzione, mentre il mandato d’arresto nazionale verrebbe emesso al fine di arrestare una persona che si trova nel territorio dello Stato membro di emissione.<br />
<a name="point21">21</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Inoltre, secondo il giudice del rinvio, l’emissione del mandato d’arresto europeo è basata su un mandato d’arresto o su una decisione relativa all’esecuzione di una pena, mentre il mandato d’arresto nazionale viene emesso sulla base di condizioni e di situazioni espressamente disciplinate dalla procedura penale dello Stato membro di emissione.<br />
<a name="point22">22</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il giudice del rinvio reputa che, in assenza di un mandato d’arresto nazionale, una persona non possa essere arrestata e mantenuta in stato di arresto, e che non possa ammettersi che il mandato d’arresto europeo si «trasformi» in un mandato d’arresto nazionale dopo la consegna della persona ricercata. Tale interpretazione sarebbe peraltro contraria ai diritti fondamentali garantiti dal diritto dell’Unione.<br />
<a name="point23">23</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Detto giudice trae da ciò la conclusione che il mandato d’arresto europeo deve essere fondato su un mandato d’arresto nazionale emesso in conformità delle disposizioni della procedura penale dello Stato membro di emissione, vale a dire un mandato distinto dal mandato d’arresto europeo.<br />
<a name="point24">24</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Infine, il giudice del rinvio ritiene che, al di là dei motivi di rifiuto di esecuzione facoltativi od obbligatori previsti dalla decisione quadro, la prassi giudiziaria dimostri che esistono altri motivi di rifiuto impliciti. Ciò si verificherebbe in particolare nel caso in cui i requisiti sostanziali o formali propri del mandato d’arresto europeo non siano soddisfatti, e segnatamente ove manchi un mandato d’arresto nazionale spiccato nello Stato membro di emissione, situazione questa che si prospetterebbe nel procedimento principale.<br />
<a name="point25">25</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sulla scorta di tali circostanze, la Curtea de Apel Cluj (Corte d’appello di Cluj) ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:<br />
«1)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se, ai fini dell’applicazione dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro, con l’espressione “esistenza di un mandato d’arresto” debba intendersi un mandato d’arresto nazionale emesso secondo le norme di procedura penale dello Stato membro di emissione, e pertanto distinto dal mandato d’arresto europeo.<br />
2)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In caso di risposta affermativa alla prima questione, se l’inesistenza di un mandato d’arresto nazionale possa costituire un motivo implicito di non esecuzione del mandato d’arresto europeo».<br />
<strong>&nbsp;Procedimento dinanzi alla Corte</strong><br />
<a name="point26">26</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il giudice del rinvio ha chiesto l’applicazione del procedimento pregiudiziale d’urgenza previsto dall’articolo 107 del regolamento di procedura della Corte.<br />
<a name="point27">27</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A sostegno della sua richiesta, detto giudice ha fatto valere, in particolare, che il sig.&nbsp;Bob&#8209;Dogi non era attualmente recluso, ma era sottoposto ad una misura cautelare costituente anch’essa una misura restrittiva della libertà individuale.<br />
<a name="point28">28</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il 4 giugno 2015 la Corte, su proposta del giudice relatore, sentito l’avvocato generale, ha deciso che non vi era luogo per un accoglimento di detta richiesta.<br />
<a name="point29">29</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con decisione in data 30 giugno 2015, il presidente della Corte ha disposto che la causa venisse trattata in via prioritaria, in conformità dell’articolo 53, paragrafo 3, del regolamento di procedura.<br />
<strong>&nbsp;Sulle questioni pregiudiziali</strong><br />
<em>&nbsp;Sulla prima questione</em><br />
<a name="point30">30</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con la sua prima questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro debba essere interpretato nel senso che la nozione di «mandato d’arresto», contenuta in tale disposizione, deve essere intesa come riferita ad un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo.<br />
<a name="point31">31</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In limine, occorre ricordare che la decisione quadro, come risulta in particolare dal suo articolo 1, paragrafi 1 e 2, nonché dai suoi considerando 5 e 7, è intesa a sostituire il sistema multilaterale di estradizione fondato sulla Convenzione europea di estradizione, del 13 dicembre 1957, con un sistema di consegna, tra autorità giudiziarie, delle persone condannate o sospettate, al fine dell’esecuzione di sentenze di condanna in materia penale o dell’esercizio di azioni penali, sistema quest’ultimo che è basato sul principio del mutuo riconoscimento (sentenza del 5 aprile 2016, Aranyosi e C&#259;ld&#259;raru, C&#8209;404/15 e C&#8209;659/15&nbsp;PPU, EU:C:2016:198, punto 75 e la giurisprudenza ivi citata).<br />
<a name="point32">32</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pertanto, attraverso l’instaurazione di un nuovo sistema semplificato e più efficace di consegna delle persone condannate o sospettate di aver violato la legge penale, la decisione quadro mira a facilitare e ad accelerare la cooperazione giudiziaria allo scopo di contribuire alla realizzazione dell’obiettivo assegnato all’Unione di diventare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia, fondandosi sull’elevato livello di fiducia che deve esistere tra gli Stati membri (sentenza del 5 aprile 2016, Aranyosi e C&#259;ld&#259;raru, C&#8209;404/15 e C&#8209;659/15&nbsp;PPU, EU:C:2016:198, punto 76 e la giurisprudenza ivi citata).<br />
<a name="point33">33</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il principio del mutuo riconoscimento su cui si fonda il sistema del mandato d’arresto europeo si basa esso stesso sulla fiducia reciproca tra gli Stati membri quanto al fatto che i loro rispettivi ordinamenti giuridici nazionali sono in grado di fornire una tutela equivalente ed effettiva dei diritti fondamentali, riconosciuti a livello dell’Unione, in particolare, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (sentenza del 5 aprile 2016, Aranyosi e C&#259;ld&#259;raru, C&#8209;404/15 e C&#8209;659/15&nbsp;PPU, EU:C:2016:198, punto 77 nonché la giurisprudenza ivi citata).<br />
<a name="point34">34</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Infine, occorre ricordare che, come risulta dall’articolo 51, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, gli Stati membri e, di conseguenza, i loro organi giurisdizionali sono tenuti a rispettare la Carta stessa nell’attuazione del diritto dell’Unione, ciò che si verifica allorché l’autorità giudiziaria emittente e l’autorità giudiziaria dell’esecuzione applicano le disposizioni nazionali adottate in esecuzione della decisione quadro (v., in tal senso, sentenza del 5 aprile 2016, Aranyosi e C&#259;ld&#259;raru, C&#8209;404/15 e C&#8209;659/15&nbsp;PPU, EU:C:2016:198, punto 84).<br />
<a name="point35">35</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro, la cui interpretazione costituisce l’oggetto della presente domanda di pronuncia pregiudiziale, stabilisce che il mandato d’arresto europeo deve contenere una serie di informazioni, presentate in conformità del modello di formulario contenuto nell’allegato della decisione stessa, relative all’esistenza «di una sentenza esecutiva, di un mandato d’arresto o di qualsiasi altra decisione giudiziaria esecutiva che abbia la stessa forza e che rientri nel campo d’applicazione degli articoli 1 e 2» di detta decisione quadro.<br />
<a name="point36">36</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tali informazioni devono essere menzionate nel punto b) del formulario, di cui all’allegato della decisione quadro, intitolato «Decisione sulla quale si basa il mandato di arresto europeo», e il cui punto 1 prevede che sia indicato «[il m]andato d’arresto o [la] decisione giudiziaria che abbia la stessa forza».<br />
<a name="point37">37</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Risulta dal fascicolo a disposizione della Corte che in Ungheria, in una situazione quale quella di cui al procedimento principale, nella quale alcuni indizi mostrano che una persona ricercata si trovava già al di fuori del territorio ungherese al momento dell’emissione del mandato d’arresto europeo, si applica una procedura cosiddetta «semplificata».<br />
<a name="point38">38</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Questa prassi consiste nel permettere che un mandato d’arresto europeo venga direttamente emesso senza che sia stato previamente spiccato un mandato d’arresto nazionale.<br />
<a name="point39">39</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questo caso, nel mandato d’arresto europeo viene indicato, al punto b), 1, del formulario di cui all’allegato della decisione quadro, il mandato d’arresto europeo di cui trattasi, indicazione che è accompagnata, eventualmente, dalla menzione del fatto che l’ambito di applicazione di questo mandato si estende anche al territorio ungherese e che il mandato d’arresto europeo costituisce dunque anche un mandato d’arresto nazionale.<br />
<a name="point40">40</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Risulta inoltre dal fascicolo a disposizione della Corte che la prassi suddetta è fondata, in base al diritto ungherese, sull’articolo 25, paragrafo 7, della legge n.&nbsp;CLXXX. del 2012 relativa alla cooperazione in materia penale tra gli Stati membri dell’Unione europea, in forza del quale il mandato d’arresto europeo è valido anche nel territorio ungherese.<br />
<a name="point41">41</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si pone pertanto il quesito se tale prassi, così come applicata nel procedimento principale, sia conforme allo spirito e alla lettera della decisione quadro e, in particolare, all’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), di quest’ultima.<br />
<a name="point42">42</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A questo proposito, occorre constatare che, sebbene la decisione quadro non contenga alcuna definizione dell’espressione «mandato d’arresto», che figura nel suo articolo 8, paragrafo 1, lettera c), la nozione di «mandato d’arresto europeo» viene precisata, all’articolo 1, paragrafo 1, di detta decisione, definendosi tale mandato come una «decisione giudiziaria emessa da uno Stato membro in vista dell’arresto e della consegna da parte di un altro Stato membro di una persona ricercata ai fini dell’esercizio di un’azione penale o dell’esecuzione di una pena o una misura di sicurezza privative della libertà».<br />
<a name="point43">43</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;È tale nozione di «mandato d’arresto europeo» ad essere utilizzata in modo sistematico nel titolo, nei considerando e negli articoli della decisione quadro, tranne che nel citato articolo 8, paragrafo 1, lettera c), il che lascia intendere che quest’ultima disposizione contempla un mandato d’arresto diverso dal mandato d’arresto europeo contemplato dall’insieme delle altre disposizioni della decisione quadro, che dunque non può che essere un mandato d’arresto nazionale.<br />
<a name="point44">44</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tale interpretazione è altresì corroborata dal tenore letterale del punto b) del modello di formulario contenuto nell’allegato della decisione quadro, e segnatamente dai termini «Decisione sulla quale si basa il mandato di arresto europeo», modello al quale l’articolo 8, paragrafo 1, prima frase, di detta decisione fa espresso riferimento e del quale occorre dunque tener conto ai fini dell’interpretazione dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione stessa, dal momento che tali termini confermano che il mandato d’arresto europeo deve fondarsi su una decisione giudiziaria, il che implica che si tratti di una decisione distinta rispetto alla decisione di emissione di detto mandato d’arresto europeo.<br />
<a name="point45">45</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Inoltre, sebbene la prassi della procedura cosiddetta «semplificata» sia concepita dalle autorità giudiziarie ungheresi come configurante un’eccezione che si applica soltanto nel caso in cui taluni indizi mostrino che, al momento dell’emissione del mandato d’arresto europeo, la persona ricercata si trovava già al di fuori del territorio ungherese, il tenore letterale dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro non contiene alcuna indicazione secondo cui la prescrizione dettata da tale disposizione ammetterebbe un’eccezione riferita specificamente all’ipotesi di cui sopra.<br />
<a name="point46">46</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tali diversi elementi di natura testuale confermano che la nozione di «mandato d’arresto», che figura all’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro, designa unicamente il mandato d’arresto nazionale, dovendosi intendere quest’ultimo come la decisione giudiziaria sulla quale si innesta il mandato d’arresto europeo.<br />
<a name="point47">47</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Invece, la contraria interpretazione, secondo cui la nozione suddetta dovrebbe essere intesa come avente carattere generico, comprendente qualsiasi tipo di mandato d’arresto, ivi compreso il mandato d’arresto europeo, là dove essa implica che sarebbe sufficiente che il mandato d’arresto europeo si limiti ad operare un semplice «autoriferimento», sicché, in definitiva, detto mandato potrebbe fondarsi su sé stesso, deve essere respinta, anche per il fatto che essa è idonea a privare la condizione imposta dall’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro di qualsiasi portata propria e, dunque, della sua utilità.<br />
<a name="point48">48</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da ciò consegue altresì che i termini «o di qualsiasi altra decisione giudiziaria esecutiva che abbia la stessa forza», che compaiono all’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro, non possono essere intesi come riferiti alla decisione di emissione del mandato d’arresto europeo.<br />
<a name="point49">49</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Inoltre, l’interpretazione dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro, secondo la quale il mandato d’arresto europeo deve necessariamente fondarsi su una decisione giudiziaria nazionale distinta da tale mandato, che assuma, se del caso, la veste di un mandato d’arresto nazionale, discende non soltanto dai termini della disposizione sopra citata, ma anche dal contesto di quest’ultima e dagli obiettivi perseguiti dalla decisione quadro, di cui, in base alla giurisprudenza della Corte, occorre tener conto ai fini della sua interpretazione (v. in tal senso, in particolare, sentenza del 16 luglio 2015, Lanigan, C&#8209;237/15&nbsp;PPU, EU:C:2015:474, punto 35 e la giurisprudenza ivi citata).<br />
<a name="point50">50</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quanto al contesto nel quale si inscrive l’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro, l’esattezza di tale interpretazione è confermata, come evidenziato dall’avvocato generale al paragrafo 49 delle sue conclusioni, dalla genesi storica di tale disposizione, in quanto quest’ultima, nella sua redazione iniziale, affermava che il mandato d’arresto europeo doveva contenere informazioni relative all’eventuale «esistenza di una sentenza definitiva o di qualsiasi altra decisione giudiziaria esecutiva».<br />
<a name="point51">51</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pertanto, il fatto che, nella sua redazione definitiva, la disposizione suddetta non contenga più alcun elemento avente carattere facoltativo corrobora un’interpretazione di tale disposizione secondo cui il mandato d’arresto europeo deve, in ogni caso, essere fondato su una delle decisioni giudiziarie nazionali contemplate da quest’ultima, ed eventualmente sulla decisione di emissione di un mandato d’arresto nazionale.<br />
<a name="point52">52</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Infine, quanto agli obiettivi perseguiti dalla decisione quadro, occorre constatare che l’emissione di un mandato d’arresto europeo in base alla procedura cosiddetta «semplificata» e, dunque, senza che venga previamente emessa una decisione giudiziaria nazionale, come un mandato d’arresto nazionale, la quale ne costituisca il fondamento, è idonea ad interferire con i principi del riconoscimento e della fiducia reciproci fondanti il sistema del mandato d’arresto europeo.<br />
<a name="point53">53</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Infatti, i suddetti principi si basano sul presupposto che il mandato d’arresto europeo in questione sia stato emesso in conformità dei requisiti minimi da cui dipende la sua validità, tra i quali figura quello enunciato all’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro.<br />
<a name="point54">54</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Orbene, in presenza di un mandato d’arresto europeo emesso nell’ambito di una procedura cosiddetta «semplificata»&nbsp;– come quello in questione nel procedimento principale&nbsp;–, il quale si fonda sull’esistenza di un mandato d’arresto, ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro, senza che il mandato d’arresto europeo faccia menzione dell’esistenza di un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione non è in grado di verificare se il mandato d’arresto europeo in questione rispetti il requisito enunciato all’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro.<br />
<a name="point55">55</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per giunta, il rispetto del requisito dettato dall’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro riveste un’importanza particolare, in quanto esso implica che, quando il mandato d’arresto europeo viene emesso ai fini dell’arresto e della consegna, da parte di un altro Stato membro, di una persona ricercata in vista dell’esercizio di azioni penali, tale persona abbia già potuto beneficiare, in una prima fase della procedura, delle garanzie procedurali e dei diritti fondamentali, la cui tutela deve essere garantita dall’autorità giudiziaria dello Stato membro di emissione, in base alla normativa nazionale applicabile, segnatamente in vista dell’adozione di un mandato d’arresto nazionale.<br />
<a name="point56">56</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il sistema del mandato d’arresto europeo comporta dunque, in forza del requisito dettato dall’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro, una tutela su due livelli dei diritti in materia procedurale e dei diritti fondamentali di cui deve beneficiare la persona ricercata, in quanto alla tutela giudiziaria prevista al primo livello, nell’ambito dell’adozione di una decisione giudiziaria nazionale, come un mandato d’arresto nazionale, si aggiunge quella che deve essere garantita al secondo livello, in sede di emissione del mandato d’arresto europeo, la quale può eventualmente intervenire in tempi brevi, dopo l’adozione della suddetta decisione giudiziaria nazionale.<br />
<a name="point57">57</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Orbene, tale tutela giudiziaria strutturata su due livelli risulta in via di principio assente in una situazione come quella prospettantesi nel procedimento principale, in cui viene applicata una procedura cosiddetta «semplificata» di emissione del mandato d’arresto europeo, in quanto quest’ultima implica che, previamente all’emissione di un mandato d’arresto europeo, le autorità giudiziarie nazionali non abbiano adottato alcuna decisione, come l’emissione di un mandato d’arresto nazionale, sulla quale si innesti il mandato d’arresto europeo.<br />
<a name="point58">58</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alla luce dell’insieme delle considerazioni che precedono, occorre rispondere alla prima questione dichiarando che l’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro deve essere interpretato nel senso che la nozione di «mandato d’arresto», di cui a tale disposizione, deve essere intesa come designante un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo.<br />
<em>&nbsp;Sulla seconda questione</em><br />
<a name="point59">59</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con la sua seconda questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro debba essere interpretato nel senso che, quando un mandato d’arresto europeo, che si fonda sull’esistenza di un «mandato d’arresto» ai sensi di tale disposizione, non contiene alcuna menzione dell’esistenza di un mandato d’arresto nazionale, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione può rifiutare di darvi corso.<br />
<a name="point60">60</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A questo proposito occorre ricordare che, nel settore disciplinato dalla decisione quadro, il principio del mutuo riconoscimento&nbsp;– che, come emerge in particolare dal considerando 6 di tale decisione, costituisce il «fondamento» della cooperazione giudiziaria in materia penale&nbsp;– trova la sua applicazione nell’articolo 1, paragrafo 2, di detta decisione quadro, a norma del quale gli Stati membri sono tenuti, in linea di principio, a dar corso a un mandato d’arresto europeo (sentenza del 5 aprile 2016, Aranyosi e C&#259;ld&#259;raru, C&#8209;404/15 e C&#8209;659/15&nbsp;PPU, EU:C:2016:198, punto 79).<br />
<a name="point61">61</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ne consegue che l’autorità giudiziaria dell’esecuzione può rifiutarsi di dare esecuzione a un siffatto mandato soltanto nei casi, tassativamente elencati, di non esecuzione obbligatoria, previsti dall’articolo 3 della decisione quadro, o di non esecuzione facoltativa, previsti dagli articoli 4 e 4&nbsp;bis della medesima decisione. Inoltre, l’esecuzione del mandato d’arresto europeo può essere subordinata soltanto a una delle condizioni tassativamente previste dall’articolo 5 della decisione quadro (sentenza del 5 aprile 2016, Aranyosi e C&#259;ld&#259;raru, C&#8209;404/15 e C&#8209;659/15&nbsp;PPU, EU:C:2016:198, punto 80).<br />
<a name="point62">62</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;È giocoforza constatare che la mancata indicazione, nel mandato d’arresto europeo, dell’esistenza di un mandato d’arresto nazionale non compare tra i motivi di non esecuzione elencati nei suddetti articoli 3, 4 e 4&nbsp;bis della decisione quadro e non rientra neppure nell’ambito di applicazione dell’articolo 5 di quest’ultima.<br />
<a name="point63">63</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tuttavia, come rilevato anche dall’avvocato generale al paragrafo 107 delle sue conclusioni, se invero le suddette disposizioni della decisione quadro non lasciano alcuno spazio per un motivo di non esecuzione diverso da quelli in esse elencati, ciò non toglie che queste stesse disposizioni partono dal presupposto che il mandato d’arresto europeo in questione soddisfi i requisiti di regolarità di tale mandato enunciati all’articolo 8, paragrafo 1, della decisione quadro.<br />
<a name="point64">64</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Orbene, poiché l’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro stabilisce un requisito di regolarità il cui rispetto costituisce un presupposto della validità del mandato d’arresto europeo, la violazione di tale requisito deve, in linea di principio, portare l’autorità giudiziaria dell’esecuzione a non dare corso a tale mandato d’arresto.<br />
<a name="point65">65</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ciò premesso, prima di adottare una decisione siffatta, che, per sua natura, deve rimanere eccezionale nell’ambito dell’applicazione del sistema di consegna istituito dalla decisione quadro, essendo quest’ultimo fondato sui principi del riconoscimento e della fiducia reciproci, detta autorità deve, in applicazione dell’articolo 15, paragrafo 2, della medesima decisione quadro, chiedere all’autorità giudiziaria dello Stato membro di emissione di fornire con urgenza qualsiasi informazione supplementare necessaria che le consenta di stabilire se l’assenza di indicazione, nel mandato d’arresto europeo, dell’esistenza di un mandato d’arresto nazionale si spieghi con il fatto che manca effettivamente un siffatto mandato d’arresto nazionale previo e distinto rispetto al mandato d’arresto europeo oppure con il fatto che tale mandato esiste ma non è stato menzionato.<br />
<a name="point66">66</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qualora l’autorità giudiziaria dell’esecuzione, alla luce delle informazioni fornite in conformità dell’articolo 15, paragrafo 2, della decisione quadro, nonché di tutte le altre informazioni in suo possesso, giunga alla conclusione che il mandato d’arresto europeo, pur essendo fondato sull’esistenza di un «mandato d’arresto», ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della citata decisione quadro, è stato emesso senza che fosse stato effettivamente spiccato un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo, è tenuta a non dare corso al mandato d’arresto europeo, in quanto quest’ultimo non soddisfa i requisiti di regolarità previsti dall’articolo 8, paragrafo 1, della decisione di cui sopra.<br />
<a name="point67">67</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alla luce delle suesposte considerazioni, occorre rispondere alla seconda questione dichiarando che l’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro deve essere interpretato nel senso che, quando un mandato d’arresto europeo, che si fonda sull’esistenza di un «mandato d’arresto», ai sensi di tale disposizione, non contiene alcuna indicazione dell’esistenza di un mandato d’arresto nazionale, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione è tenuta a non darvi corso nel caso in cui essa, alla luce delle informazioni fornite in conformità dell’articolo 15, paragrafo 2, della decisione quadro, nonché di tutte le altre informazioni in suo possesso, constati che il mandato d’arresto europeo non è valido, in quanto è stato emesso senza che fosse stato effettivamente spiccato un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo.<br />
<strong>&nbsp;Sulle spese</strong><br />
<a name="point68">68</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.<br />
Per questi motivi, la Corte (Seconda Sezione) dichiara:<br />
<strong>1)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009, deve essere interpretato nel senso che la nozione di «mandato d’arresto», di cui a tale disposizione, deve essere intesa come designante un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo.</strong><br />
<strong>2)&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della decisione quadro 2002/584, come modificata dalla decisione quadro 2009/299, deve essere interpretato nel senso che, quando un mandato d’arresto europeo, che si fonda sull’esistenza di un «mandato d’arresto», ai sensi di tale disposizione, non contiene alcuna indicazione dell’esistenza di un mandato d’arresto nazionale, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione è tenuta a non darvi corso nel caso in cui essa, alla luce delle informazioni fornite in conformità dell’articolo 15, paragrafo 2, della decisione quadro 2002/584, come modificata, nonché di tutte le altre informazioni in suo possesso, constati che il mandato d’arresto europeo non è valido, in quanto è stato emesso senza che fosse stato effettivamente spiccato un mandato d’arresto nazionale distinto dal mandato d’arresto europeo.</strong><br />
<a name="_GoBack"></a>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 23/2/2016 n.68453</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-23-2-2016-n-68453/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Feb 2016 23:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-23-2-2016-n-68453/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 23/2/2016 n.68453</a></p>
<p>Pres. Karaka&#351; – Canc. Campos Illegittimo il diniego al permesso di soggiorno a coppie dello stesso sesso per il ricongiungimento familiare da paesi extra UE. Diritti civili- Permesso di soggiorno – Per ricongiungimento familiare – da paese extra UE – Coppie dello stesso sesso – Operatività – Sussiste – Ragioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-23-2-2016-n-68453/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 23/2/2016 n.68453</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzaquattro/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-23-2-2016-n-68453/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 23/2/2016 n.68453</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. Karaka&#351; – Canc. Campos</span></p>
<hr />
<p>Illegittimo il diniego al permesso di soggiorno a coppie dello stesso sesso per il ricongiungimento familiare da paesi extra UE.</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><b>Diritti civili- Permesso di soggiorno – Per ricongiungimento familiare – da paese extra UE – Coppie dello stesso sesso – Operatività – Sussiste – Ragioni.</b></span></span></span></span></span></p>
<hr />
<p>La convivenza di una coppia dello stesso sesso, nell’ambito di una relazione stabile, rientra nella nozione di vita familiare. Tale nozione sussiste anche nel caso in cui le parti, seppur all’interno di una relazione, non convivano stabilmente assieme. Ne consegue che il mancato rilascio di un permesso di soggiorno finalizzato al ricongiungimento familiare di una coppia dello stesso sesso residente rispettivamente in uno stato membro ed extra UE, costituisce un atto di discriminazione fondato sui differenti orientamenti sessuali. Tale condotta costituisce una violazione degli artt. 8 (<em>Diritto al rispetto della vita privata e familiare</em>) e 14 (<em>Divieto di discriminazione</em>).<br />
&nbsp;</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<div style="text-align: center;">
SECOND SECTION<br />
&nbsp;&nbsp;<br />
<strong>CASE OF </strong><strong>PAJI&#262; v. CROATIA</strong><br />
&nbsp;<br />
<em>(Application no. 68453/13)</em><br />
&nbsp;</div>
<div>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
JUDGMENT<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
STRASBOURG<br />
&nbsp;<br />
23 February 2016<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<em>This judgment will become final in the circumstances set out in Article&nbsp;44 §&nbsp;2 of the Convention. It may be subject to editorial revision.</em><br />
&nbsp;</div>
<p><br clear="all" /><br />
In the case of Paji&#263; v. Croatia,<br />
The European Court of Human Rights (Second Section), sitting as a Chamber composed of:<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; I&#351;&#305;l Karaka&#351;,<em> President,</em><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nebojša Vu&#269;ini&#263;,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Paul Lemmens,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Valeriu Gri&#355;co,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ksenija Turkovi&#263;,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Stéphanie Mourou-Vikström,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Georges Ravarani,<em> judges,</em><br />
and Abel Campos, <em>Deputy Section Registrar,</em><br />
Having deliberated in private on 2 February 2016,<br />
Delivers the following judgment, which was adopted on that date:<br />
PROCEDURE<br />
1.&nbsp;&nbsp;The case originated in an application (no. 68453/13) against the Republic of Croatia lodged with the Court under Article 34 of the Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms (“the Convention”) by a national of Bosnia and Herzegovina, Ms Danka Paji&#263; (“the applicant”), on 23 October 2013.<br />
2.&nbsp;&nbsp;The applicant was represented by Ms A. Bandalo and Ms N. Labavi&#263;, lawyers practising in Zagreb. The Croatian Government (“the Government”) were represented by their Agent, Ms Š. Stažnik.<br />
3.&nbsp;&nbsp;The applicant alleged discrimination on the grounds of her sexual orientation in obtaining a residence permit in Croatia, contrary to Articles 8 and 14 of the Convention.<br />
4.&nbsp;&nbsp;On 12 December 2013 the above complaints were communicated to the Government and the remainder of the application was declared inadmissible.<br />
5.&nbsp;&nbsp;The Government of Bosnia and Herzegovina, having been informed of their right to intervene (Article 36 § 1 of the Convention and Rule 44 § 1 (a) of the Rules of Court), did not avail themselves of this possibility.<br />
THE FACTS<br />
I.&nbsp;&nbsp;THE CIRCUMSTANCES OF THE CASE<br />
6.&nbsp;&nbsp;The applicant was born in 1973 and lives in Br&#269;ko, Bosnia and Herzegovina.<br />
7.&nbsp;&nbsp;On 29 December 2011 the applicant lodged a request for a residence permit in Croatia on the grounds of family reunification with her partner, Ms D.B., who was living in Sisak. She submitted that she had been educated in Croatia and that she had lived in Zagreb for seventeen years. She also explained that she wanted to live with D.B., with whom she had been in a relationship for two years, and with whom she wanted to establish a household and start a business.<br />
8.&nbsp;&nbsp;By a letter dated 28 December 2011 D.B. stated that she owned a house in Sisak where she wanted to live with the applicant. She explained that she had been in a relationship with the applicant for two years and that they wanted to live together so as to avoid constant travelling and the distance between them.<br />
9.&nbsp;&nbsp;During the proceedings the Sisak Police Department (<em>Policijska uprava Sisa&#269;ko-moslova&#269;ka</em>) found that the applicant and D.B. had been in a relationship since October 2009 and that in order to maintain their relationship they had been travelling to see each other. It was also established that the applicant had recently stayed with D.B. in the period between 16 September and 4 December 2011.<br />
10.&nbsp;&nbsp;On 24 February 2012 the Sisak Police Department dismissed the applicant’s request with a summary reasoning indicating that all the relevant requirements under the Aliens Act had not been met.<br />
11.&nbsp;&nbsp;The applicant appealed against that decision to the Ministry of the Interior (<em>Ministarstvo unutarnjih poslova</em>; hereinafter: the “Ministry”), arguing that it could be inferred from the decision of the Sisak Police Department that her request had been dismissed because the Aliens Act did not allow family reunification for same-sex couples. She considered that there had been no grounds for a difference in treatment based on sexual orientation and that the relevant law should not be construed in a manner that allowed for such a possibility. She relied, <em>inter alia</em>, on the Constitution and the Prohibition of Discrimination Act, arguing that even if she was not to be considered as D.B.’s “immediate family member”, within the meaning of the Aliens Act, she should in any case be considered as her “other relative” within the meaning of that Act.<br />
12.&nbsp;&nbsp;On 8 June 2012 the Ministry dismissed the applicant’s appeal and upheld the decision of the Sisak Police Department. The relevant part of the Ministry’s decision reads:<br />
“Concerning the family reunification, based on which the request for the regularisation of the status of an alien in Croatia has been submitted in the case at issue, [it is to be noted that] the case file shows that the appellant relies on the existence of a same-sex relationship with the Croatian national D.B., which has allegedly lasted for two years &#8230;<br />
The impugned decision shows that the [first-instance body], other than citing the [relevant] provisions of the Aliens Act, also cited section 3 of the Family Act, according to which the effects of an extramarital relationship, that is to say the rights and obligations following from its existence, relate to a union between an unmarried woman and man which has lasted for at least three years, or less if a child was born of [the union]; and section 2 of the Same-Sex Union Act &#8230; which defines a same-sex union as a union between two persons of the same sex (partners) who are not married, or in an extramarital relationship or other same-sex union, which has lasted for at least three years and which is based on the principles of equality of partners, mutual respect and assistance as well as the emotional bonds of partners.<br />
&#8230;<br />
It follows that the [Same-Sex Union] Act does not define a same-sex union as a family and the Family Act does not cover same-sex unions. It should also be taken into account that the provisions of the Aliens Act concerning temporary residence for family reunification do not provide for a possibility of regularisation of the status of an alien on the grounds of [the existence of] a same-sex union, nor does such a union fall within the scope of [the term] ‘immediate family member’ incorporated in that Act, which makes it clear that there is no legal ground for granting the request of the appellant.<br />
Therefore, the appellant wrongly considers that the first-instance body should have applied section 56 § 4 of the Aliens Act in her case &#8230; because that provision clearly provides that exceptionally to the provision defining immediate family members, ‘other relative’ could be so considered if there are specific personal or serious humanitarian reasons for a family reunification in Croatia.”<br />
13.&nbsp;&nbsp;On 24 July 2012 the applicant lodged an administrative action with the Zagreb Administrative Court (<em>Upravni sud u Zagrebu</em>), arguing that she had been discriminated against in comparison to different-sex couples who had a possibility to seek family reunification under the Aliens Act. She relied on the domestic anti-discrimination legislation, including the Prohibition of Discrimination Act, as well as the Convention and the Court’s case-law.<br />
14.&nbsp;&nbsp;The Zagreb Administrative Court dismissed the applicant’s action on 30 January 2013. The relevant part of the judgment provides:<br />
“The cited section 56 § 3(1) and (2) of the Aliens Act provides that the immediate family members are spouses or persons who live in an extramarital relationship in accordance with Croatian legislation. The cited sections 3 and 5 of the Family Act show that marriage and extramarital relationship are unions between a man and a woman. Thus, union between two same-sex persons cannot be considered under the relevant legal provisions as marriage or an extramarital relationship.<br />
Union between two same-sex persons can be considered under the legal term same-sex union under the conditions provided for in section 2 of the Same-Sex Union Act. However, given the limited legal effects of a same-sex union, the possible existence of such a union does not represent a basis for family reunification. It should be noted that section 56 of the [Aliens] Act explicitly enumerates persons who are to be considered immediate family members or who are to be exceptionally considered [so], which leads to a conclusion that it cannot be extended to cover persons living in a same-sex union.<br />
Accordingly, the granting of a request for temporary residence of an alien on the grounds of family reunification depends on the satisfaction of the requirements under sections 52 and 56 of the Aliens Act. In the case at issue the plaintiff is neither married nor in an extramarital relationship with the Croatian national D.B., which is not in dispute between the parties. It therefore follows that the plaintiff cannot be considered an immediate family member within the meaning of section 56 § 1(1) and (2) of the [Aliens] Act and thus she did not justify the purpose (in the concrete case: family reunification) for which a temporary residence of an alien in Croatia can be granted &#8230;<br />
In view of the cited legal provisions, and the facts of the case, this court finds that in the concrete case it was not possible to grant the plaintiff’s request.”<br />
15.&nbsp;&nbsp;On 8 March 2013 the applicant lodged a constitutional complaint with the Constitutional Court (<em>Ustavni sud Republike Hrvatske</em>), contending that she had been discriminated against on the basis of her sexual orientation. She relied on the Convention and the relevant domestic anti-discrimination legislation, and she cited the Court’s case-law on the question of discrimination related to sexual orientation.<br />
16.&nbsp;&nbsp;On 29 May 2013 the Constitutional Court dismissed the applicant’s constitutional complaint, endorsing the reasoning of the lower bodies. The relevant part of the decision reads:<br />
“8.&nbsp;&nbsp;The Constitutional Court reiterates that discrimination under Article 14 of the Constitution does not have an independent standing for a constitutional complaint but must be submitted in conjunction with another (substantive) constitutional right. Discrimination means difference in the treatment of persons in the same or relevantly similar situations without an objective and reasonable justification. Article 14 of the Constitution contains constitutional guarantee against discrimination on any ground in securing a concrete right.<br />
Although the appellant relied in her constitutional complaint in Article 35 of the Constitution and the related Article 8 of the Convention, the Constitutional Court finds that these provisions are not applicable in the case at issue.<br />
8.1.&nbsp;&nbsp;In the proceedings before it, the Constitutional Court did not find facts or circumstances which would suggest that in the proceedings before [the lower bodies] the appellant was discriminated against on any ground &#8230; Thus her complaint of a violation of Article 14 § 1 of the Constitution, the Constitutional Court finds unfounded.<br />
8.2.&nbsp;&nbsp;The Constitutional Court also notes that the appellant, in the concrete case, did not show that she has used the legal avenue under the Prohibition of Discrimination Act &#8230;<br />
There has therefore been no violation of her constitutional right under Article 14 §§&nbsp;1 and 2 of the Constitution.<br />
9.&nbsp;&nbsp;The case-law of the European Court cited in the constitutional complaint is of no relevance for the case at issue since it relates to cases concerning health insurance and inheritance of tenancy rights by same-sex partners living in a stable (<em>de facto</em>) relationship.”<br />
II.&nbsp;&nbsp;RELEVANT DOMESTIC LAW AND PRACTICE<br />
A.&nbsp;&nbsp;Relevant domestic law<br />
1.&nbsp;&nbsp;Constitution<br />
17.&nbsp;&nbsp;The relevant provisions of the Constitution of the Republic of Croatia (<em>Ustav Republike Hrvatske</em>, Official Gazette nos. 56/1990, 135/1997, 8/1998, 113/2000, 124/2000, 28/2001, 41/2001, 55/2001, 76/2010, 85/2010 and 5/2014) read as follows:<br />
Article 14<br />
“Everyone in the Republic of Croatia shall enjoy rights and freedoms regardless of their race, colour, sex, language, religion, political or other belief, national or social origin, property, birth, education, social status or other characteristics.<br />
All shall be equal before the law.”<br />
Article 35<br />
“Everyone has the right to respect for and legal protection of his or her private and family life, dignity, reputation and honour.”<br />
2.&nbsp;&nbsp;Constitutional Court Act<br />
18.&nbsp;&nbsp;The relevant part of section 62 of the Constitutional Court Act (<em>Ustavni zakon o Ustavnom sudu Republike Hrvatske</em>, Official Gazette no.&nbsp;49/2002) reads as follows:<br />
Section 62<br />
“1.&nbsp;&nbsp;Anyone may lodge a constitutional complaint with the Constitutional Court if he or she deems that an individual act on the part of a State body, a body of local or regional self-government, or a legal person with public authority, concerning his or her rights and obligations or a suspicion or accusation of a criminal deed, has violated his or her human rights or fundamental freedoms or his or her right to local or regional self-government guaranteed by the Constitution (hereinafter “a constitutional right”) &#8230;<br />
2.&nbsp;&nbsp;If another legal remedy exists in respect of the violation of the constitutional right [complained of], a constitutional complaint may be lodged only after that remedy has been used.”<br />
3.&nbsp;&nbsp;Aliens Act<br />
19.&nbsp;&nbsp;The relevant provisions of the Aliens Act (<em>Zakon o strancima</em>, Official Gazette nos. 79/2007 and 36/2009) provide:<br />
Section 43<br />
“(1)&nbsp;&nbsp;Temporary stay is stay of an alien for a period of 90 days &#8230;<br />
(2)&nbsp;&nbsp;An alien who does not need a visa to enter the territory of the Republic of Croatia can stay [on its territory] for a maximum period of 90 days in a period of 6&nbsp;months, which starts to run from the day of the first entry.<br />
(3)&nbsp;&nbsp;An alien referred to in paragraph 2 of this section who has stayed for 90 days before the expiry of the six-month time-limit, can again enter and stay in the Republic of Croatia after the expiry of the time-limit of 6 months, which starts to run from the day of the first entry.”<br />
Section 51<br />
“Temporary residence may be granted for the following purposes:<br />
1.&nbsp;&nbsp;family reunification; &#8230;”<br />
Section 52<br />
“Temporary residence shall be granted to an alien if:<br />
&#8230;<br />
5.&nbsp;&nbsp;he or she has justified the purpose of the temporary residence.”<br />
Section 56<br />
“(1) Temporary residence for the purpose of family reunification may be granted to an alien who is an immediate family member of:<br />
&#8211;&nbsp;a Croatian national;<br />
&#8230;<br />
(3)&nbsp;&nbsp;Immediate family members are:<br />
1.&nbsp;&nbsp;spouses,<br />
2.&nbsp;&nbsp;persons who live in an extramarital relationship in accordance with Croatian legislation,<br />
&#8230;<br />
(4)&nbsp;&nbsp;Exceptionally to the provision of paragraph 3 of this section, an immediate family member of a Croatian national &#8230; can be also another relative if there are specific personal or serious humanitarian reasons for a family reunification in Croatia.”<br />
20.&nbsp;&nbsp;Further amendments to the Aliens Act (Official Gazette nos. 13/2011 and 74/2013), in section 56 § 5, explicitly define the extramarital relationship referred to in that Act as a union between an unmarried woman and man which has lasted for at least three years, or less if a child was born of the union. Section 235 of these amendments provides that the proceedings instituted under the 2007 Aliens Act (see paragraph 19 above) shall be terminated under that Act.<br />
4.&nbsp;&nbsp;Family Act<br />
21.&nbsp;&nbsp;The Family Act (<em>Obiteljski zakon</em>, Official Gazette nos. 116/2003, 117/2004, 136/2004, 107/2007, 57/2011, 61/2011 and 25/2013) in its relevant parts provides:<br />
Section 3<br />
“An extramarital relationship [within the meaning of this Act] is a union between an unmarried woman and man which has lasted for at least three years, or less if a child was born of [the union].”<br />
Section 5<br />
“Marriage is a legal union between a woman and a man.”<br />
5.&nbsp;&nbsp;Same-Sex Union Act<br />
22.&nbsp;&nbsp;The relevant provisions at the relevant time of the Same-Sex Union Act (<em>Zakon o istospolnim zajednicama</em>, Official Gazette no. 116/2003) provided:<br />
Section 2<br />
“Same-sex union within the meaning of this Act is a union between two persons (hereinafter: partners) of the same sex who are not married, or in an extramarital relationship or other same-sex union, which has lasted for at least three years and which is based on the principles of equality of partners, mutual respect and assistance as well as the emotional bonds of partners.”<br />
Section 4<br />
“Legal effects of same-sex union are the right to the support of one of the partners and the right to obtain and regulate mutual relations with regard to property as well as the right to mutual assistance.”<br />
Section 21<br />
“(1)&nbsp;&nbsp;Any discrimination, direct or indirect, on the basis [of the existence] of same-sex union or homosexual orientation, is prohibited.<br />
&#8230;”<br />
23.&nbsp;&nbsp;The Same-Sex Union Act was repealed by the enactment of the Same-Sex Partnership Act (<em>Zakon o </em><em>ž</em><em>ivotnom partnerstvu osoba istog spola</em>, Official Gazette no. 92/2014) that came into force on 1 September 2014, which provides for a possibility of establishing a registered partnership between persons of the same sex. These amendments also introduced the possibility of family reunification for same-sex couples who live in an informal partnership, that is to say a relationship which has lasted for at least three years and otherwise satisfies all the requirements for a registered same-sex partnership. The relevant provision of this Act reads:<br />
Temporary residence for family reunification<br />
Section 73<br />
“&#8230; [T]he same-sex partners living in an informal partnership, which has lasted for at least three years, have the right to submit a request for temporary residence in the Republic of Croatia, as provided under the special legislation.”<br />
6.&nbsp;&nbsp;Prevention of Discrimination Act<br />
24.&nbsp;&nbsp;The relevant parts of the Prevention of Discrimination Act (<em>Zakon o suzbijanju diskriminacije</em>, Official Gazette no. 85/2008) provide:<br />
Section 1<br />
“(1)&nbsp;&nbsp;This Act ensures protection and promotion of equality as the highest value of the constitutional order of the Republic of Croatia; creates conditions for equal opportunities and regulates protection against discrimination on the basis of race or ethnic origin or skin colour, gender, language, religion, political or other conviction, national or social origin, state of wealth, membership of a trade union, education, social status, marital or family status, age, health, disability, genetic inheritance, gender identity, expression or sexual orientation.<br />
(2)&nbsp;&nbsp;Discrimination within the meaning of this Act means putting any person in a disadvantageous position on any of the grounds under subsection 1 of this section, as well as his or her close relatives.<br />
&#8230;”<br />
Section 8<br />
“This Act shall be applied in respect of all State bodies &#8230; legal entities and natural persons &#8230;”<br />
Section 16<br />
“Anyone who considers that, owing to discrimination, any of his or her rights has been violated may seek protection of that right in proceedings in which the determination of that right is the main issue, and may also seek protection in separate proceedings under section 17 of this Act.”<br />
Section 17<br />
“(1)&nbsp;&nbsp;A person who claims that he or she has been a victim of discrimination in accordance with the provisions of this Act may bring a claim and seek:<br />
(1)&nbsp;&nbsp;a ruling that the defendant has violated the plaintiff’s right to equal treatment or that an act or omission by the defendant may lead to the violation of the plaintiff’s right to equal treatment (claim for an acknowledgment of discrimination);<br />
(2)&nbsp;&nbsp;a ban on (the defendant’s) undertaking acts which violate or may violate the plaintiff’s right to equal treatment or an order for measures aimed at removing discrimination or its consequences to be taken (claim for a ban or for removal of discrimination);<br />
(3)&nbsp;&nbsp;compensation for pecuniary and non-pecuniary damage caused by the violation of the rights protected by this Act (claim for damages);<br />
(4)&nbsp;&nbsp;an order for a judgment finding a violation of the right to equal treatment to be published in the media at the defendant’s expense.”<br />
25.&nbsp;&nbsp;In 2009 the Office for Human Rights of the Government of Croatia (<em>Ured za ljudska prava Vlade Republike Hrvatske</em>) published a “Manual on the Application of the Prevention of Discrimination Act” (<em>Vodi</em><em>&#269;</em><em> uz Zakon o suzbijanju diskriminacije</em>; hereinafter: the “Manual”). The Manual explains, <em>inter alia</em>, that the Prevention of Discrimination Act provides two alternative avenues which an individual can pursue, as provided under section 16 of that Act. Accordingly, an individual may raise his or her discrimination complaint in the proceedings concerning the main subject matter of a dispute, or he or she may opt for separate civil proceedings, as provided under section 17 of the Act.<br />
B.&nbsp;&nbsp;Relevant practice<br />
26.&nbsp;&nbsp;On 9 November 2010, in the case no. U-III-1097/2009, the Constitutional Court declared a constitutional complaint alleging discrimination by a decision of the Parliament on the basis of the political affiliation of a deputy inadmissible for non-exhaustion of domestic remedies. The Constitutional Court found that the appellant had failed to pursue the relevant administrative remedies and the remedies provided under the Prevention of Discrimination Act. It declined, however, to determine what the relationship between several possible avenues in a case concerning allegations of discrimination was on the ground that it was primarily for the competent courts to determine that matter.<br />
27.&nbsp;&nbsp;The Government also provided a first-instance judgment of the Varaždin Municipal Court (<em>Op</em><em>&#263;</em><em>inski sud u Vara</em><em>ž</em><em>dinu</em>), no. P-3153/10-89 of 12 July 2012, by which a civil action of D.K. against the Zagreb University, Varaždin Faculty of Organisation and Informatics (<em>Sveu&#269;ilište u Zagrebu, Fakultet organizacije i informatike Varaždin</em>), alleging discrimination based on his sexual orientation, has been partially accepted. By this judgment, the Varaždin Municipal Court established, <em>inter alia</em>, that D.K. had suffered discrimination related to his employment status on the basis of his sexual orientation and ordered the defendant not to undertake any acts which could prevent his promotion on the basis of his sexual orientation.<br />
III.&nbsp;&nbsp;RELEVANT EUROPEAN AND INTERNATIONAL MATERIAL<br />
A.&nbsp;&nbsp;United Nations<br />
1.&nbsp;&nbsp;International Covenant on Civil and Political Rights<br />
28.&nbsp;&nbsp;The relevant provision of the International Covenant on Civil and Political Rights of 16 December 1966 reads:<br />
Article 26<br />
“All persons are equal before the law and are entitled without any discrimination to the equal protection of the law. In this respect, the law shall prohibit any discrimination and guarantee to all persons equal and effective protection against discrimination on any ground such as race, colour, sex, language, religion, political or other opinion, national or social origin, property, birth or other status.”<br />
2.&nbsp;&nbsp; Practice of the United Nations Human Rights Committee<br />
29.&nbsp;&nbsp;In the case <em>X v. Colombia</em>, CCPR/C/89/D/1361/2005, on 30 March 2007 the United Nations Human Rights Committee reaffirmed its case-law according to which Article 26 of the International Covenant on Civil and Political Rights comprises also discrimination based on sexual orientation.<br />
B.&nbsp;&nbsp;Council of Europe<br />
1.&nbsp;&nbsp;Parliamentary Assembly<br />
30.&nbsp;&nbsp;In its Recommendation 924 (1981) on discrimination against homosexuals of 1 October 1981, the Parliamentary Assembly of the Council of Europe (PACE) criticised various forms of discrimination against homosexuals in certain member States of the Council of Europe.<br />
31.&nbsp;&nbsp;In the Recommendation 1470 (2000) on the situation of gays and lesbians and their partners in respect of asylum and immigration in the member States of the Council of Europe of 30 June 2000, PACE observed the following:<br />
“2.&nbsp;&nbsp;The Assembly is concerned by the fact that immigration policies in most Council of Europe member states discriminate against lesbians and gays. In particular, the majority of them do not recognise persecution for sexual orientation as a valid ground for granting asylum, nor do they provide any form of residence rights to the foreign partner in a bi-national same-sex partnership.<br />
&#8230;<br />
7.&nbsp;&nbsp;Therefore the Assembly recommends that the Committee of Ministers:<br />
&#8230;<br />
ii.&nbsp;&nbsp;urge the member states:<br />
&#8230;<br />
e.&nbsp;&nbsp;to take such measures as are necessary to ensure that bi-national lesbian and gay couples are accorded the same residence rights as bi-national heterosexual couples; &#8230;”<br />
32.&nbsp;&nbsp;In Recommendation 1474 (2000) on the situation of lesbians and gays in Council of Europe member States of 26 September 2000, PACE called on member States, among other things, to include sexual orientation among the prohibited grounds for discrimination in their national legislation.<br />
33.&nbsp;&nbsp;It also reiterated the need to adopt and implement anti-discrimination legislation, including sexual orientation and gender identity among the prohibited grounds for discrimination in Resolution 1728 (2010) on discrimination on the basis of sexual orientation and gender identity of 29&nbsp;April 2010.<br />
2.&nbsp;&nbsp;Committee of Ministers<br />
34.&nbsp;&nbsp;The relevant parts of Recommendation CM/Rec(2010)5 of the Committee of Ministers to member States on measures to combat discrimination on grounds of sexual orientation or gender identity of 31&nbsp;March 2010 read:<br />
“Recommends that member states:<br />
&#8230;<br />
2.&nbsp;&nbsp;ensure that legislative and other measures are adopted and effectively implemented to combat discrimination on grounds of sexual orientation or gender identity, to ensure respect for the human rights of lesbian, gay, bisexual and transgender persons and to promote tolerance towards them;<br />
&#8230;<br />
<strong>IV. Right to respect for private and family life</strong><br />
&#8230;<br />
23.&nbsp;&nbsp;Where national legislation confers rights and obligations on unmarried couples, member states should ensure that it applies in a non-discriminatory way to both same-sex and different-sex couples, including with respect to survivor’s pension benefits and tenancy rights.<br />
24.&nbsp;&nbsp;Where national legislation recognises registered same-sex partnerships, member states should seek to ensure that their legal status and their rights and obligations are equivalent to those of heterosexual couples in a comparable situation.”<br />
C.&nbsp;&nbsp;European Union<br />
1.&nbsp;&nbsp;Charter of Fundamental Rights<br />
35.&nbsp;&nbsp;The relevant provisions of the Charter of Fundamental Rights of the European Union (2000/C 364/01) read:<br />
Article 7<br />
Respect for private and family life<br />
“Everyone has the right to respect for his or her private and family life, home and communications.”<br />
Article 20<br />
Equality before the law<br />
“Everyone is equal before the law.”<br />
Article 21<br />
Non-discrimination<br />
1.&nbsp;&nbsp;Any discrimination based on any ground such as &#8230; sexual orientation shall be prohibited.<br />
&#8230;”<br />
2.&nbsp;&nbsp;Directives 2003/86/EC and 2004/38/EC<br />
36.&nbsp;&nbsp;Several Directives of the European Union, although not directly applicable, are also of interest in the present case. The Council Directive 2003/86/EC of 22 September 2003 on the right to family reunification lays down the conditions for the exercise of the right to family reunification by third country nationals residing lawfully on the territory of a Member State.<br />
In Recital 5 it calls upon the Member States to give effect to its provisions without discrimination on the basis of, <em>inter alia</em>, sexual orientation.<br />
In the relevant part of Article 4, under the heading “Family Members”, it provides the following:<br />
“(3)&nbsp;&nbsp;The Member States may, by law or regulation, authorise the entry and residence, pursuant to this Directive and subject to compliance with the conditions laid down in Chapter IV, of the unmarried partner, being a third country national, with whom the sponsor is in a duly attested stable long-term relationship, or of a third country national who is bound to the sponsor by a registered partnership in accordance with Article 5(2) &#8230;”<br />
In addition, the relevant part of Article 5 the same Directive provides:<br />
“When examining an application concerning the unmarried partner of the sponsor, Member States shall consider, as evidence of the family relationship, factors such as a common child, previous cohabitation, registration of the partnership and any other reliable means of proof.”<br />
37.&nbsp;&nbsp;The Directive 2004/38/EC of the European Parliament and Council of 29 April 2004 concerns the right of citizens of the Union and their family members to move and reside freely within the territory of the Member States.<br />
Recital 31 of this Directive requires that its provisions be implemented without discrimination between the beneficiaries on grounds of, <em>inter alia</em>, sexual orientation.<br />
In Article 2 the term “family members” is defined in relation to, among other things, a partner with whom the Union citizen has contracted a registered partnership, on the basis of the legislation of a Member State, if the legislation of the host Member State treats registered partnerships as equivalent to marriage and in accordance with the conditions laid down in the relevant legislation of the host Member State.<br />
THE LAW<br />
I.&nbsp;&nbsp;ALLEGED VIOLATION OF ARTICLE 14 TAKEN IN CONJUNCTION WITH ARTICLE 8 OF THE CONVENTION<br />
38.&nbsp;&nbsp;The applicant complained that when applying for a residence permit in Croatia she had been discriminated against on the grounds of her sexual orientation, contrary to Article 14 read in conjunction with Article 8 of the Convention, which read as follows:<br />
Article 8<br />
“1.&nbsp;&nbsp;Everyone has the right to respect for his private and family life, his home and his correspondence.<br />
2.&nbsp;&nbsp;There shall be no interference by a public authority with the exercise of this right except such as is in accordance with the law and is necessary in a democratic society in the interests of national security, public safety or the economic well-being of the country, for the prevention of disorder or crime, for the protection of health or morals, or for the protection of the rights and freedoms of others.”<br />
Article 14<br />
“The enjoyment of the rights and freedoms set forth in [the] Convention shall be secured without discrimination on any ground such as sex, race, colour, language, religion, political or other opinion, national or social origin, association with a national minority, property, birth or other status.”<br />
A.&nbsp;&nbsp;Admissibility<br />
1.&nbsp;&nbsp;The parties’ arguments<br />
39.&nbsp;&nbsp;The Government argued that the applicant had failed to avail herself of the opportunity of instituting civil proceedings under section 17 of the Prevention of Discrimination Act, which could have led, in particular, to an acknowledgment of discrimination, and/or ordering of removal of discrimination and its consequences, and/or an award of damages, and/or publication of the findings in the media. In the Government’s view, the Prevention of Discrimination Act provided for effective domestic remedies, which must have been known to the applicant, who was duly represented by lawyers. The effectiveness of the legal remedy under the Prevention of Discrimination Act followed from the practice of the domestic courts and had moreover been recognised by the Constitutional Court, which had therefore declared the applicant’s constitutional complaint inadmissible for non-exhaustion of domestic remedies. In addition, the Government referred to the fact that the Prevention of Discrimination Act also provided an alternative avenue under section 16, allowing an individual to raise his or her discrimination complaint as a preliminary issue in the main proceedings, but they considered that the applicant had failed to raise that matter properly in the administrative proceedings concerning her request for family reunification.<br />
40.&nbsp;&nbsp;The applicant submitted that section 16 of the Prevention of Discrimination Act provided two alternative avenues through which an individual could seek protection from discrimination: firstly, by raising the matter in the main proceedings concerning his or her rights, or, alternatively, by lodging a civil action in a separate set of proceedings. In these circumstances she had sought protection through the administrative proceedings concerning her request for family reunification and she was therefore not required to use another remedy by lodging a separate civil action concerning the same discrimination complaint.<br />
2.&nbsp;&nbsp;The Court’s assessment<br />
41.&nbsp;&nbsp;The Court reiterates that under Article 35&nbsp;§&nbsp;1 of the Convention, it may only deal with an application after all domestic remedies have been exhausted. The purpose of Article 35 is to afford the Contracting States the opportunity of preventing or putting right the violations alleged against them before those allegations are submitted to the Court (see, for example, <em>Mifsud v.&nbsp;France</em> (dec.) [GC], no. 57220/00, §&nbsp;15, ECHR 2002-VIII). The obligation to exhaust domestic remedies requires an applicant to make normal use of remedies which are effective, sufficient and accessible in respect of his Convention grievances. To be effective, a remedy must be capable of resolving directly the impugned state of affairs (see <em>Balogh v.&nbsp;Hungary</em>, no.&nbsp;47940/99, §&nbsp;30, 20&nbsp;July&nbsp;2004).<br />
42.&nbsp;&nbsp;The rule of exhaustion of domestic remedies must be applied with some degree of flexibility and without excessive formalism. At the same time it requires in principle that the complaints intended to be made subsequently at international level should have been aired before domestic authorities, at least in substance and in compliance with the formal requirements laid down in domestic law (see <em>Azinas v. Cyprus</em> [GC], no.&nbsp;56679/00, § 38, ECHR 2004-III;<em> Melnik v. Ukraine</em>, no. 72286/01, §&nbsp;67, 28&nbsp;March 2006; <em>Hummatov v. Azerbaijan</em>, nos. 9852/03 and 13413/04, §&nbsp;91, 29&nbsp;November 2007; and <em>Dvo&#345;á&#269;ek and Dvo&#345;á&#269;ková v. Slovakia</em>, no.&nbsp;30754/04, § 54, 28 July 2009).<br />
43.&nbsp;&nbsp;However, in the event of there being a number of domestic remedies which an individual can pursue, that person is entitled to choose a remedy which addresses his or her essential grievance. In other words, when a remedy has been pursued, use of another remedy which has essentially the same objective is not required (see <em>T.W. v. Malta</em> [GC], no. 25644/94, §&nbsp;34, 29&nbsp;April 1999; <em>Moreira Barbosa v. Portugal</em> (dec.), no. 65681/01, ECHR 2004-V; and <em>Jeli&#269;i&#263; v. Bosnia and Herzegovina</em> (dec.), no.&nbsp;41183/02, 15&nbsp;November 2005; and <em>Jasinskis v. Latvia</em>, no. 45744/08, §&nbsp;50, 21&nbsp;December 2010).<br />
44.&nbsp;&nbsp;The Court notes at the outset that there is no dispute between the parties that the Prevention of Discrimination Act in section 16 provides two alternative avenues through which an individual can seek protection from discrimination. In particular, an individual may raise his or her discrimination complaint in the proceedings concerning the main subject matter of a dispute, or he or she may opt for separate civil proceedings, as provided under section 17 of that Act (see paragraphs 24-25 above).<br />
45.&nbsp;&nbsp;In the case at issue the applicant contended during the administrative proceedings that she had been discriminated against on the basis of her sexual orientation in obtaining a residence permit in Croatia. She explicitly relied on the domestic anti-discrimination legislation, including the Prevention of Discrimination Act (see paragraph 11 above). Moreover, in her remedies before the competent domestic courts, including the Constitutional Court, the applicant relied on the Convention and the Court’s case-law on the matter of discrimination related to sexual orientation (see paragraphs 13 and 15 above).<br />
46.&nbsp;&nbsp;In these circumstances, the Court finds that the applicant sufficiently raised her discrimination complaint before the competent domestic authorities. She was therefore not required to pursue another remedy under the Prevention of Discrimination Act with essentially the same objective in order to meet the requirements of Article 35 § 1 of the Convention (see paragraph 43 above).<br />
47.&nbsp;&nbsp;In any case, the Court notes, contrary to what the Government have asserted, that the Constitutional Court did not declare the applicant’s constitutional complaint inadmissible for non-exhaustion of domestic remedies, as it was its practice in other cases concerning discrimination complaints where, according to it, the appellants had not properly exhausted remedies before the lower domestic authorities (see paragraph 26 above; and compare<em> Bjedov v. Croatia</em>, no. 42150/09, § 48, 29 May 2012; and <em>Zrili&#263; v. Croatia</em>, no.&nbsp;46726/11, § 49, 3 October 2013). The Constitutional Court rather found that there had been no violation of the applicant’s constitutional right to the protection from discrimination. Accordingly, although the reasoning of the Constitutional Court’s decision is somewhat confusing (see paragraph 16 above; paragraphs 8.1-8.2 of the Constitutional Court’s decision), in that it is not clear what relevance it attached to the applicant’s failure to use a separate civil action under the Prevention of Discrimination Act, the Court has no reason to doubt the applicant’s proper use of remedies before the competent domestic authorities, including the Constitutional Court (see paragraphs 44-46 above).<br />
48.&nbsp;&nbsp;The Court therefore rejects the Government’s objection. It also notes that the applicant’s complaint is not manifestly ill-founded within the meaning of Article 35 § 3 (a) of the Convention. It further notes that it is not inadmissible on any other grounds. It must therefore be declared admissible.<br />
B.&nbsp;&nbsp;Merits<br />
1.&nbsp;&nbsp;The parties’ submissions<br />
(a)&nbsp;&nbsp;The applicant<br />
49.&nbsp;&nbsp;The applicant submitted that the facts of her case should be examined under the concepts of private and family life under Article 8 of the Convention. In particular, she stressed that it clearly followed from the Court’s case-law that a stable <em>de facto</em> relationship between same-sex couples should be considered as family life under that provision. In her case, she was in a stable relationship with D.B. with whom she maintained a relationship by constant visits for the periods of three months in which she was allowed to stay in Croatia without a residence permit.<br />
50.&nbsp;&nbsp;The applicant further contended that very weighty and convincing reasons were necessary when justifying discrimination on the ground of sexual orientation. In the case at issue no such reasons existed, as it was unreasonable to allow for the possibility of obtaining a residence permit for unmarried different-sex couples while excluding such a possibility for same-sex couples. Any possible argument concerning the protection of family in the traditional sense was inapplicable in this context since there had been various other less restrictive means for achieving that aim. The applicant also stressed that her request for a residence permit on the ground of family reunification with her partner had been dismissed at the outset since the relevant domestic law <em>per se</em> excluded the possibility of family reunification of same-sex couples. This, in her view, amounted to a direct discrimination contrary to the requirements of the Convention.<br />
(b)&nbsp;&nbsp;The Government<br />
51.&nbsp;&nbsp;The Government pointed out that it was within the State’s margin of appreciation to decide how to construe and treat the concepts of family and private life of individuals who entered into a relationship, in particular when it concerned same-sex couples. Moreover, the State had a wide margin of appreciation in matters of immigration. In the Government’s view, in the case at issue the applicant had failed to demonstrate that she had had family life with D.B. In particular, she had not lived with D.B. or otherwise demonstrated their mutual commitment to a family life. The fact that she wanted to move and live with D.B. and to start their common business could not amount to the recognition of a <em>de facto</em> family life. Moreover, the Government did not wish to speculate as to whether the matter concerned the applicant’s private life, since the right to a residence permit in Croatia could not be considered under the applicant’s right to respect for her private life. In any case, the Aliens Act clearly listed instances in which family reunification could be sought and there had therefore been no reason for the applicant to consider that her situation could fall within these requirements.<br />
52.&nbsp;&nbsp;The Government also considered that the applicant was not in a comparable situation with unmarried different-sex couples given that the relevant domestic law defined extramarital relationship of different-sex couples and same-sex couples differently. Moreover, even if the Aliens Act allowed for a family reunification of unmarried different-sex couples, the applicant would not satisfy the requirements of the relevant domestic law as at the moment when she had submitted her request for family reunification she had not been in a relationship with D.B. for a period of three years. In any case, there was nothing under the Convention imposing an obligation on the State to allow for family reunification, in particular in matters concerning same-sex couples.<br />
2.&nbsp;&nbsp;The Court’s assessment<br />
(a)&nbsp;&nbsp;General principles<br />
53.&nbsp;&nbsp;The Court has consistently held that Article 14 complements the other substantive provisions of the Convention and its Protocols. It has no independent existence since it has effect solely in relation to “the enjoyment of the rights and freedoms” safeguarded thereby. Although the application of Article 14 does not presuppose a breach of those provisions – and to this extent it is autonomous – there can be no room for its application unless the facts at issue fall within the ambit of one or more of them. The prohibition of discrimination enshrined in Article 14 thus extends beyond the enjoyment of the rights and freedoms which the Convention and the Protocols thereto require each State to guarantee. It applies also to those additional rights, falling within the general scope of any Convention Article, for which the State has voluntarily decided to provide (see, among many other authorities, <em>Abdulaziz, Cabales and Balkandali v. the United Kingdom</em>, 28 May 1985, § 71, Series A no. 94; and <em>E.B. v. France</em> [GC], no.&nbsp;43546/02, §§ 47-48, 22 January 2008;<em> Vallianatos and Others v. Greece </em>[GC], nos.&nbsp;29381/09 and 32684/09, § 72, ECHR 2013 (extracts); and <em>Genovese v. Malta</em>, no.&nbsp;53124/09, § 32, 11 October 2011).<br />
54.&nbsp;&nbsp;The Court has established in its case-law that only differences in treatment based on an identifiable characteristic, or status, are capable of amounting to discrimination within the meaning of Article 14 (see <em>Eweida </em><em>and Others v. the United Kingdom</em>, no. 48420/10, § 86, 15 January 2013).<br />
55.&nbsp;&nbsp;Generally, in order for an issue to arise under Article 14 there must be a difference in the treatment of persons in analogous, or relevantly similar, situations (see <em>X and Others v. Austria </em>[GC], no. 19010/07, §&nbsp;98, 19&nbsp;February 2013). However, not every difference in treatment will amount to a violation of Article 14. A difference of treatment is discriminatory if it has no objective and reasonable justification; in other words, if it does not pursue a legitimate aim or if there is not a reasonable relationship of proportionality between the means employed and the aim sought to be realised. The notion of discrimination within the meaning of Article 14 also includes cases where a person or group is treated, without proper justification, less favourably than another, even though the more favourable treatment is not called for by the Convention (see <em>Abdulaziz, Cabales and Balkandali</em>, cited above, § 82; <em>Vallianatos and Others</em>, cited above, § 76.<br />
56.&nbsp;&nbsp;A general policy or measure that has disproportionately prejudicial effects on a particular group may be considered discriminatory even where it is not specifically aimed at that group and there is no discriminatory intent This is only the case, however, if such policy or measure has no “objective and reasonable” justification (see, among other authorities, <em>S.A.S.</em> <em>v. France </em>[GC], no. 43835/11, § 161, ECHR 2014 (extracts)).<br />
57.&nbsp;&nbsp;The Contracting States enjoy a certain margin of appreciation in assessing whether and to what extent differences in otherwise similar situations justify a different treatment (see <em>Burden v. the United Kingdom</em> [GC], no. 13378/05, § 60, ECHR 2008; <em>X and Others v. Austria</em>, cited above, § 98; and <em>Vallianatos</em> <em>and Others</em>, cited above, § 76). The scope of the margin of appreciation will vary according to the circumstances, the subject matter and the background (see <em>Stummer v. Austria</em> [GC], no.&nbsp;37452/02, § 88, ECHR 2011; and <em>Hode and Abdi v. the United Kingdom</em>, no. 22341/09, §&nbsp;52, 6 November 2012).<br />
58.&nbsp;&nbsp;On the one hand, a wide margin is usually allowed to the State under the Convention when it comes to matters of immigration. In particular, a State is entitled, as a matter of well-established international law and subject to its treaty obligations, to control the entry of aliens into its territory and their residence there. The Convention does not guarantee the right of a foreign national to enter or to reside in a particular country (see, amongst many others, <em>Abdulaziz, Cabales and Balkandali</em>, cited above, § 67; and <em>Jeunesse</em> <em>v. the Netherlands </em>[GC], no. 12738/10, § 100, 3 October 2014).<br />
59.&nbsp;&nbsp;On the other hand, the Court has repeatedly held that, just like differences based on sex, differences based on sexual orientation require “particularly convincing and weighty reasons” by way of justification (see, for example, <em>Smith and Grady v. the United Kingdom</em>, nos. 33985/96 and 33986/96, § 90, ECHR 1999&#8209;VI; <em>Karner v. Austria</em>, no. 40016/98, §§ 37 and 42, ECHR 2003&#8209;IX; and <em>X and Others v. Austria</em>, cited above, § 99). Where a difference in treatment is based on sex or sexual orientation the State’s margin of appreciation is narrow (see <em>Karner</em>, cited above, § 41, and <em>Kozak v. Poland</em>, no. 13102/02, § 92, 2 March 2010). Differences based solely on considerations of sexual orientation are unacceptable under the Convention (see <em>Salgueiro da Silva Mouta v. Portugal</em>, no. 33290/96, § 36, ECHR 1999&#8209;IX; <em>E.B. v. France</em>, cited above, §§ 93 and 96; <em>X and Others </em><em>v. Austria</em>, cited above, § 99; and <em>Vallianatos</em> <em>and Others</em>, cited above, § 77).<br />
60.&nbsp;&nbsp;In any case, however, irrespective of the scope of the State’s margin of appreciation the final decision as to the observance of the Convention’s requirements rests with the Court (see, <em>inter alia</em>, <em>Konstantin Markin v. Russia </em>[GC], no. 30078/06, § 126, ECHR 2012 (extracts)). As to the burden of proof in relation to Article 14 of the Convention, the Court has held that once the applicant has shown a difference in treatment, it is for the Government to show that it was justified (see <em>D.H. and Others v. the Czech Republic </em>[GC], no. 57325/00, § 177, ECHR 2007&#8209;IV;<em> Kuri&#263; and Others v. Slovenia </em>[GC], no. 26828/06, § 389, ECHR 2012 (extracts); and <em>Vallianatos</em> <em>and Others</em>, cited above, § 85).<br />
(b)&nbsp;&nbsp;Application of these principles to the present case<br />
(i)&nbsp;&nbsp;Whether the facts underlying the complaint fall within the ambit of Article 8<br />
61.&nbsp;&nbsp;The Court notes at the outset that there is no doubt that the relationship of a same-sex couple like the applicants’ falls within the notion of “private life” within the meaning of Article 8 (see, for example, <em>Mata Estevez v. Spain </em>(dec.), no. 56501/00, ECHR 2001&#8209;VI). Indeed, the Court has previously held that the notion of “private life” within the meaning of Article 8 of the Convention is a broad concept which encompasses, <em>inter alia</em>, the right to establish and develop relationships with other human beings (see <em>Niemietz v. Germany</em>, 16 December 1992, § 29, Series A no.&nbsp;251&#8209;B), the right to “personal development” (see <em>Bensaid v. the United Kingdom</em>, no. 44599/98, § 47, ECHR 2001-I) or the right to self-determination as such (see <em>Pretty v. the United Kingdom</em>, no. 2346/02, § 61, ECHR 2002&#8209;III). It accordingly also encompasses elements such as gender identification, sexual orientation and sexual life, which fall within the personal sphere protected by Article 8 (see <em>E.B. v. France</em>, cited above, §&nbsp;43).<br />
62.&nbsp;&nbsp;However, in the light of the parties’ comments the Court finds it appropriate to address the issue whether the applicant’s relationship with D.B. also falls within the scope of “family life”.<br />
63.&nbsp;&nbsp;In this connection the Court reiterates its established case-law in respect of different-sex couples, namely that the notion of “family” under this provision is not confined to marriage-based relationships and may encompass other <em>de facto</em> “family” ties where the parties are living together out of wedlock (see <em>Schalk and Kopf v. Austria</em>, no. 30141/04, § 91, ECHR 2010). In contrast, the Court’s case-law has for a long time only accepted that the emotional and sexual relationship of a same-sex couple constitutes “private life” but has not found that it constitutes “family life”, even where a long-term relationship of cohabiting partners was at stake. In coming to that conclusion, the Court observed that despite the growing tendency in a number of European States towards the legal and judicial recognition of stable <em>de facto</em> same-sex partnerships, given the existence of little common ground between the Contracting States, this was an area in which they still enjoyed a wide margin of appreciation (see <em>Mata Estevez</em>, cited above, with further references).<br />
64.&nbsp;&nbsp;However, in<em> P.B. and J.S. v. Austria</em> and <em>Schalk and Kopf</em> the Court noted that since 2001, when the decision in <em>Mata Estevez</em> was given, a rapid evolution of social attitudes towards same-sex couples has taken place in many member States. Since then, a considerable number of member States have afforded legal recognition to same-sex couples. Certain provisions of European Union law also reflect a growing tendency to include same-sex couples in the notion of “family” (see paragraphs 36-37 above). In view of this evolution, the Court considered it artificial to maintain the view that, in contrast to a different-sex couple, a same-sex couple could not enjoy “family life” for the purposes of Article 8. It therefore held that the relationship of a cohabiting same-sex couple living in a stable <em>de facto</em> partnership fell within the notion of “family life”, just as the relationship of a different-sex couple in the same situation would (see <em>P.B. and J.S. v. Austria</em>, no. 18984/02, §§ 27-30, 22 July 2010; and<em> Schalk and Kopf</em>, cited above, §§ 91-94).<br />
65.&nbsp;&nbsp;The Court further explained in <em>Vallianatos</em> that there can be no basis for drawing a distinction between stable same-sex couples who live together and those who – for professional and social reasons – do not, since the fact of not cohabiting does not deprive the couples concerned of the stability which brings them within the scope of family life within the meaning of Article 8 (see <em>Vallianatos</em> <em>and Others</em>, cited above, § 73).<br />
66.&nbsp;&nbsp;In the case at hand the Court notes that it is undisputed between the parties that the applicant has maintained a stable relationship with D.B. since October 2009. In particular, she regularly travels to Croatia and sometimes spends three months living together with D.B. in Sisak, as that is the only possibility open to her to maintain a relationship with D.B. due to the relevant immigration restrictions (see paragraphs 8-9 above; and paragraph 19 above, section 43 of the Aliens Act). It should be also noted that they expressed a serious intention of living together in the same household in Croatia, and moreover starting a common business, in respect of which they instituted and duly pursued the relevant proceedings.<br />
67.&nbsp;&nbsp;In these circumstances, the Court finds that the fact of not cohabiting with D.B. for the objectively induced reason related to the State’s impugned immigration policy, does not deprive the applicant’s relationship of the stability which brings her situation within the scope of family life within the meaning of Article 8 of the Convention.<br />
68.&nbsp;&nbsp;The Court therefore concludes that the facts of the present case fall within the notion of “private life” as well as “family life” within the meaning of Article 8. Consequently, Article 14 taken in conjunction with Article 8 of the Convention applies.<br />
(ii)&nbsp;&nbsp;Whether there was a difference of treatment between persons in relevantly similar positions<br />
69.&nbsp;&nbsp;The Court starts by observing that it has constantly held that sexual orientation is a concept covered by Article 14 (see, for example, <em>E.B. v. France</em>, cited above, § 50; and <em>Vallianatos</em> <em>and Others</em>, cited above, § 77).<br />
70.&nbsp;&nbsp;It further notes that the case at issue concerns the applicant’s complaint that she was discriminated against on the grounds of her sexual orientation in obtaining a residence permit for family reunification with her partner D.B. in comparison to unmarried different-sex couples. In particular, whereas the possibility of obtaining a residence permit for family reunification was open to unmarried different-sex couples, it was excluded for same-sex couples since their relationship was not covered by the term “family member” under section 56 § 3 of the Aliens Act and the term “other relative” under paragraph 4 of the same section of the Aliens Act (see paragraphs 14 and 19 above).<br />
71.&nbsp;&nbsp;Thus, the initial question to be addressed by the Court is whether the applicant’s situation is comparable to that of unmarried different-sex couples applying for a residence permit for family reunification in Croatia. In making this assessment, the Court will bear in mind that in proceedings originating in an individual application it has to confine itself, as far as possible, to an examination of the concrete case before it (see, for example, <em>Schalk and Kopf</em>, cited above, § 103). Having said so, and in view of the applicant’s specific complaint, the Court considers that there is no need for it to examine whether the applicant was in a situation which is relevantly similar to that of a spouse in a married different-sex couple applying for family reunification.<br />
72.&nbsp;&nbsp;The Court observes that in the Croatian legal system an extramarital relationship is defined as an union between an unmarried woman and man which has lasted for at least three years, or less if a child was born of the union. At the relevant time this definition was provided under the Family Act whereas the applicable Aliens Act, in defining the scope of the term “family” under section 56, only made reference to an “extramarital relationship” (see paragraphs 19-20 above). At the same time, same-sex union was defined as a union between two persons of the same sex who are not married, or in an extramarital relationship or other same-sex union, which has lasted for at least three years and which is based on the principles of equality of partners, mutual respect and assistance as well as the emotional bonds of partners (see paragraph 22 above). The Aliens Act made no reference to a same-sex union with regard to the possibility of obtaining a residence permit for family reunification (see paragraph 19 above).<br />
73.&nbsp;&nbsp;It follows from the above that by recognising both extramarital relationships of different-sex couples and same-sex couples the Croatian legal system recognised in general the possibility that both categories of couples are capable of forming stable committed relationships (see, in this respect, <em>Schalk and Kopf</em>, cited above, 99; and <em>Vallianatos and Others</em>, cited above, § 78). In any case, a partner in a same-sex relationship, as the applicant, who applied for a residence permit for family reunification so he or she could pursue the intended family life in Croatia is in a comparable situation to a partner in a different-sex extramarital relationship as regards the same intended manner of making his or her family life possible.<br />
74.&nbsp;&nbsp;The Court notes, however, that the relevant provisions of the Aliens Act expressly reserved the possibility of applying for a residence permit for family reunification to different-sex couples, married or living in an extramarital relationship (see paragraphs 19 and 20 above). Accordingly, by tacitly excluding same-sex couples from its scope, the Aliens Act in question introduced a difference in treatment based on the sexual orientation of the persons concerned (compare <em>Vallianatos and Others</em>, cited above, §&nbsp;79; and paragraph 23 above, concerning the subsequent changes in the relevant legislation).<br />
75.&nbsp;&nbsp;With regard to the Government’s argument that the applicant was not in a comparable situation to different-sex couples living in an extramarital relationship given that she had not been in a relationship with D.B. for a period of three years, the Court firstly notes that when dismissing the applicant’s action the Administrative Court did not carry out any investigation into the circumstances of the case nor did it deal with the question of the relevance of the period in which the applicant was in a relationship with D.B. for its decision concerning her request for family reunification. Instead, it relied on the legal impossibility argument alone, finding that it was not possible under the limitations imposed by the Aliens Act to grant the applicant’s request (see paragraph 14 above). It also follows from the decision of the Ministry that the legal impossibility of obtaining a residence permit for family reunification by a partner in a same-sex relationship was at the centre of the domestic authorities’ considerations (see paragraph 12 above; and compare <em>X and Others </em><em>v. Austria</em>, cited above, §§ 118-119 and 123).<br />
76.&nbsp;&nbsp;Moreover, the Court notes that already by the time the applicant’s case reached the stage of the proceedings before the Administrative Court, the applicant’s relationship with D.B. had lasted more than three years (see paragraphs 9 and 14 above). Nevertheless, as already noted above, the Administrative Court did not consider it pertinent to examine the relevant factual aspects of the applicant’s case as it relied on the legal impossibility of obtaining a residence permit for family reunification by a partner in a same-sex relationship. This accordingly prevents the Court from speculating what would be the possible Administrative Court’s decision if it had considered that the family reunification of same-sex couples was possible under the relevant domestic law.<br />
77.&nbsp;&nbsp;The Court therefore dismisses the Government’s argument and finds that the applicant was affected by the difference in treatment based on sexual orientation introduced by the Aliens Act (see paragraph 74 above).<br />
78.&nbsp;&nbsp;It remains to be seen whether this had an objective and reasonable justification.<br />
(iii)&nbsp;&nbsp;Whether there was objective and reasonable justification<br />
79.&nbsp;&nbsp;The Court notes at the outset that the right of an alien to enter or to settle in a particular country is not guaranteed by the Convention. Where immigration is concerned, Article 8 or any other Convention provision cannot be considered to impose on a State a general obligation to, for instance, authorise family reunion in its territory (see <em>Jeunesse</em>, cited above, § 107; and <em>Gül v. Switzerland</em>, 19&nbsp;February 1996, § 38, <em>Reports </em>1996&#8209;I; and <em>Kiyutin v. Russia</em>, no. 2700/10, § 38, ECHR 2011). Whereas the applicant does not seem to contest this, the Government rely on it as their central argument (see paragraph 51 above).<br />
80.&nbsp;&nbsp;However, the present case concerns compliance with Article 14 in conjunction with Article 8 of the Convention, with the result that immigration control measures, which may be found to be compatible with Article 8 § 2, including the legitimate aim requirement, may nevertheless amount to unjustified discrimination in breach of Article 14 read in conjunction with Article 8. Indeed, it is the Court’s well-established case-law that although Article 8 does not include a right to settle in a particular country or a right to obtain a residence permit, the State must nevertheless exercise its immigration policies in a manner which is compatible with a foreign national’s human rights, in particular the right to respect for his or her private or family life and the right not to be subject to discrimination (see <em>Abdulaziz, </em><em>Cabales and Balkandali</em>, cited above, §§ 59-60; <em>Kiyutin</em>, cited above, § 53). Even in cases in which the State that has gone beyond its obligations under Article 8 in creating a right – a possibility open to it under Article 53 of the Convention – it cannot, in the application of that right, take discriminatory measures within the meaning of Article 14 (see, for instance, <em>E.B. v. France</em>, cited above, § 49; <em>P.B. and J.S. v. Austria</em>, cited above, § 34; and <em>X and Others </em><em>v. Austria</em>, cited above, §§ 135-136).<br />
81.&nbsp;&nbsp;Accordingly, once the Court has found a difference in treatment, as the one created in the case at issue by the Aliens Act (see paragraph 77 above), it is then for the respondent Government to show that the difference in treatment could be justified (see paragraph 60 above). Such justification must be objective and reasonable or, in other words, it must pursue a legitimate aim and there must be a reasonable relationship of proportionality between the means employed and the aim sought to be realised (see paragraph 55 above).<br />
82.&nbsp;&nbsp;In cases in which the margin of appreciation afforded to States is narrow, as is the position where there is a difference in treatment based on sex or sexual orientation (see paragraph 59 above), the principle of proportionality does not merely require the measure chosen to be suitable in principle for achievement of the aim sought. It must also be shown that it was necessary, in order to achieve that aim, to exclude certain categories of people – in this instance persons in a same-sex relationship – from the scope of application of the relevant domestic provisions at issue (see <em>Vallianatos and Others</em>, cited above, § 85). This equality requirement holds true in the immigration cases as well where States are otherwise allowed a wide margin of appreciation (see paragraph 58 above).<br />
83.&nbsp;&nbsp;The Court observes that the competent domestic authorities did not advance any such “justification”, nor did the Government adduce any particularly convincing and weighty reasons to justify the difference in treatment between same-sex and different-sex couples in obtaining the family reunification (see <em>X and Others </em><em>v. Austria</em>, cited above, § 151; and <em>Karner</em>, cited above, § 41).<br />
84.&nbsp;&nbsp;Instead, the relevant provisions of the Aliens Act provided for a blanket exclusion of persons living in a same-sex relationship from the possibility of obtaining family reunification, which cannot be considered compatible with the standards under the Convention (compare <em>Kozak</em>, cited above, § 99). Indeed, as already noted above, a difference in treatment based solely or decisively on considerations regarding the applicant’s sexual orientation would amount to a distinction which is not acceptable under the Convention (see <em>Salgueiro da Silva Mouta</em>, cited above, § 36; and <em>E.B. v. France</em>, cited above, §§ 93-96).<br />
85.&nbsp;&nbsp;Lastly, the Court would emphasise once more that the present case does not concern the question whether the applicant’s family reunification request should have been granted in the circumstances of the case. It concerns the question whether the applicants were discriminated against on account of the fact that the domestic authorities considered that such a possibility was in any case legally impossible. Accordingly, in light of the reasons adduced above (see paragraphs 79-84 above), the Court considers that the difference of treatment of the applicant’s situation in question is incompatible with the provisions of Article 14 taken in conjunction with Article 8 of the Convention.<br />
86.&nbsp;&nbsp;The Court therefore finds that there has been a violation of Article&nbsp;14 taken in conjunction with Article 8 of the Convention.<br />
II.&nbsp;&nbsp;APPLICATION OF ARTICLE 41 OF THE CONVENTION<br />
87.&nbsp;&nbsp;Article 41 of the Convention provides:<br />
“If the Court finds that there has been a violation of the Convention or the Protocols thereto, and if the internal law of the High Contracting Party concerned allows only partial reparation to be made, the Court shall, if necessary, afford just satisfaction to the injured party.”<br />
A.&nbsp;&nbsp;Damage<br />
88.&nbsp;&nbsp;The applicant claimed 10,000 euros (EUR) in respect of non-pecuniary damage.<br />
89.&nbsp;&nbsp;The Government considered this claim excessive, unfounded and unsubstantiated.<br />
90.&nbsp;&nbsp;The Court considers that the applicant must have sustained non-pecuniary damage which is not sufficiently compensated by the finding of a violation. Ruling on an equitable basis, it awards her the amount claimed in respect of non-pecuniary damage, plus any tax that may be chargeable on this amount.<br />
B.&nbsp;&nbsp;Costs and expenses<br />
91.&nbsp;&nbsp;The applicant also claimed EUR 5,690 for the costs and expenses incurred before the domestic authorities and for those incurred before the Court.<br />
92.&nbsp;&nbsp;The Government contested this claim as unfounded and unsubstantiated.<br />
93.&nbsp;&nbsp;According to the Court’s case-law, an applicant is entitled to the reimbursement of costs and expenses only in so far as it has been shown that these have been actually and necessarily incurred and are reasonable as to quantum. In the present case, regard being had to the documents in its possession and the above criteria, the Court considers it reasonable to award the sum claimed covering costs under all heads, plus any tax that may be chargeable on this amount.<br />
C.&nbsp;&nbsp;Default interest<br />
94.&nbsp;&nbsp;The Court considers it appropriate that the default interest rate should be based on the marginal lending rate of the European Central Bank, to which should be added three percentage points.<br />
FOR THESE REASONS, THE COUR, UNANIMOUSLY,<br />
1.&nbsp;&nbsp;<em>Declares</em> the application admissible;<br />
&nbsp;<br />
2.&nbsp;&nbsp;<em>Holds</em> that there has been a violation of Article 14 taken in conjunction with Article 8 of the Convention;<br />
&nbsp;<br />
3.&nbsp;&nbsp;<em>Holds</em><br />
(a)&nbsp;&nbsp;that the respondent State is to pay the applicant, within three months from the date on which the judgment becomes final in accordance with Article&nbsp;44&nbsp;§&nbsp;2 of the Convention, the following amounts, to be converted into Croatian kunas (HRK), at the rate applicable at the date of settlement:<br />
(i)&nbsp;&nbsp;EUR 10,000 (ten thousand euros), plus any tax that may be chargeable, in respect of non-pecuniary damage;<br />
(ii)&nbsp;&nbsp;EUR 5,690 (five thousand six hundred and ninety euros), plus any tax that may be chargeable to the applicant, in respect of costs and expenses;<br />
(b)&nbsp;&nbsp;that from the expiry of the above-mentioned three months until settlement simple interest shall be payable on the above amounts at a rate equal to the marginal lending rate of the European Central Bank during the default period plus three percentage points.<br />
Done in English, and notified in writing on 23 February 2016, pursuant to Rule 77 §§ 2 and 3 of the Rules of Court.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp; Abel Campos&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; I&#351;il Karaka&#351;<br />
Deputy Registrar&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; President<br />
&nbsp;</p>
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            <h3>Allegati</h3>
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		<title>Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 24/9/2013 n.43870</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-24-9-2013-n-43870/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2013 22:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-24-9-2013-n-43870/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-24-9-2013-n-43870/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 24/9/2013 n.43870</a></p>
<p>Pres. Jo&#269;ien&#279; – Est. Stanley Naismith M. G. De Luca (Avv.ti G. Romano e A. Ferrara) c/ Italia (Avv.ti E. Spatafora e M. N. Lettieri) sulla sussistenza dell&#8217;obbligo per lo Stato di coprire i debiti degli enti locali sottoposti a procedura di dissesto finanziario Enti locali – Cedu – Dissesto</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-24-9-2013-n-43870/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 24/9/2013 n.43870</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. Jo&#269;ien&#279; – Est. Stanley Naismith<br /> M. G. De Luca (Avv.ti G. Romano e A. Ferrara) c/ Italia (Avv.ti E. Spatafora e M. N. Lettieri)</span></p>
<hr />
<p>sulla sussistenza dell&#8217;obbligo per lo Stato di coprire i debiti degli enti locali sottoposti a procedura di dissesto finanziario</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Enti locali – Cedu – Dissesto finanziario – Mancato pagamento debiti – Illegittimità – Conseguenze – Pagamento da parte dello Stato – Obbligo – Legittimità – Sussiste.</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<p>L’avvio della procedura di dissesto finanziario a carico di un ente locale e la nomina di un organo straordinario liquidatore, nonché la successiva L.104/04 che impediva i pagamenti delle somme dovute fino al riequilibrio del bilancio dell’ente, non giustificano il mancato pagamento dei debiti accertati in sede giudiziaria, poiché lesive dei principi in materia di protezione della proprietà e di accesso alla giustizia riconosciuti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ne consegue l’obbligo per lo Stato di appartenenza di pagare le somme dovute dagli enti locali nei termini e secondo le modalità prescritte dalla Convenzione.</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
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		<title>Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 2/4/2013 n.0</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-2-4-2013-n-0/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Apr 2013 22:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-2-4-2013-n-0/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-2-4-2013-n-0/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 2/4/2013 n.0</a></p>
<p>Caso Tarantino c/ italia sulla compatibilità del &#8220;numero chiuso&#8221; per l&#8217;accesso ai corsi universitari con i principi della CEDU 1.Università – Cedu – Diritto all’istruzione – Corsi universitari &#8211; Numero chiuso – Compatibilità – Ragioni – Alto livello di professionalità &#8211; Tutela. 2. Università – Cedu – Diritto all’istruzione –</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzatre/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-2-4-2013-n-0/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 2/4/2013 n.0</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Caso Tarantino c/ italia</span></p>
<hr />
<p>sulla compatibilità del &ldquo;numero chiuso&rdquo; per l&#8217;accesso ai corsi universitari con i principi della CEDU</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">1.Università – Cedu – Diritto all’istruzione – Corsi universitari &#8211; Numero chiuso – Compatibilità – Ragioni – Alto livello di professionalità &#8211; Tutela.	</p>
<p>2. Università – Cedu – Diritto all’istruzione – Limitazioni – Ammissibilità – Condizioni – Proporzionalità e ragionevolezza.</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<p>1.L’applicazione del numero chiuso per l’accesso ai corsi universitari, previsto dalla l. n. 127/99 e n. 264/1999 non contrasta con il diritto all’istruzione sancito dall’art. 2 del protocollo n. 1 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Infatti, detta restrizione è giustificata dalla necessità di garantire un alto livello di professionalità  assicurando un livello di istruzione minimo ed adeguato nell’interesse generale.	</p>
<p>2. Il diritto all’istruzione sancito dall’art. 2 del protocollo n. 1 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo non è assoluto ma può essere soggetto a limitazioni a seconda delle caratteristiche dei diversi livelli di istruzione ed in base alle necessità ed ai mezzi della collettività di riferimento. Pertanto, gli Stati membri dispongono di un certo margine di discrezionalità in tale ambito pur nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza.</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
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		<title>Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 3/11/2009 n.819</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-3-11-2009-n-819/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-3-11-2009-n-819/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-3-11-2009-n-819/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 3/11/2009 n.819</a></p>
<p>Pres.Tulkens, Est. Karakas l&#8217;esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni e il diritto dei bambini di credere o non credere</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-3-11-2009-n-819/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 3/11/2009 n.819</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-3-11-2009-n-819/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 3/11/2009 n.819</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres.Tulkens, Est. Karakas</span></p>
<hr />
<p>l&#8217;esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni e il diritto dei bambini di credere o non credere</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Istruzione pubblica e privata – Esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche – Diritto all’istruzione – Libertà religiosa – Principio di laicità dello Stato – Violazione dell’art. 2 del prot. n° 1 congiuntamente all’art. 9 C.e.d.u.</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<p align=center>
<p align=center>AFFAIRE LAUTSI c. ITALIE</p>
<p>(Requête no 30814/06)</p>
<p align=center>ARRÊT</p>
<p>STRASBOURG</p>
<p>3 novembre 2009</p>
</p>
<p>Cet arrêt deviendra définitif dans les conditions définies à l&#8217;article 44 § 2 de la Convention. Il peut subir des retouches de forme.</p>
<p align=center>
<p align=center>
<p align=justify></p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
En l&#8217;affaire Lautsi c. Italie,</p>
<p>La Cour européenne des droits de l&#8217;homme (deuxième section), siégeant en une chambre composée de :</p>
<p>	Françoise Tulkens, présidente,</p>
<p>	Ireneu Cabral Barreto,</p>
<p>	Vladimiro Zagrebelsky,</p>
<p>	Danut&#279; Jo&#269;ien&#279;,</p>
<p>	Dragoljub Popovi&#263;,</p>
<p>	András Sajó,</p>
<p>	I&#351;&#305;l Karaka&#351;, juges,</p>
<p>et de Sally Dollé, greffière de section,</p>
<p>Après en avoir délibéré en chambre du conseil le 13 octobre 2009,</p>
<p>Rend l&#8217;arrêt que voici, adopté à cette date :</p>
<p>PROCÉDURE</p>
<p>1.  A l&#8217;origine de l&#8217;affaire se trouve une requête (no 30814/06) dirigée contre la République italienne et dont une ressortissante de cet Etat, Mme Soile Lautsi (« la requérante »), a saisi la Cour le 27 juillet 2006 en vertu de l&#8217;article 34 de la Convention de sauvegarde des droits de l&#8217;homme et des libertés fondamentales (« la Convention »). Elle agit en son nom ainsi qu&#8217;au nom de ses deux enfants, Dataico et Sami Albertin.</p>
<p>2.  La requérante est représentée par Me N. Paoletti, avocat à Rome. Le gouvernement italien (« le Gouvernement ») est représenté par son agent, Mme E. Spatafora et par son coagent adjoint, M. N. Lettieri.</p>
<p>3.  La requérante alléguait que l&#8217;exposition de la croix dans les salles de classe de l&#8217;école publique fréquentée par ses enfants était une ingérence incompatible avec la liberté de conviction et de religion ainsi qu&#8217;avec le droit à une éducation et un enseignement conformes à ses convictions religieuses et philosophiques.</p>
<p>4.  Le 1er juillet 2008, la Cour a décidé de communiquer la requête au Gouvernement. Se prévalant des dispositions de l&#8217;article 29 § 3 de la Convention, elle a décidé que seraient examinés en même temps la recevabilité et le bien-fondé de l&#8217;affaire. </p>
<p>5.  Tant la requérante que le Gouvernement ont déposé des observations écrites sur le fond de l&#8217;affaire (article 59 § 1 du règlement).</p>
<p>EN FAIT</p>
<p>I.  LES CIRCONSTANCES DE L&#8217;ESPÈCE</p>
<p>6.  La requérante réside à Abano Terme et a deux enfants, Dataico et Sami Albertin. Ces derniers, âgés respectivement de onze et treize ans, fréquentèrent en 2001-2002 l&#8217;école publique « Istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre », à Abano Terme.</p>
<p>7.  Les salles de classe avaient toutes un crucifix, ce que la requérante estimait contraire au principe de laïcité selon lequel elle souhaitait éduquer ses enfants. Elle souleva cette question au cours d&#8217;une réunion organisée le 22 avril 2002 par l&#8217;école et fit valoir que, selon la Cour de cassation (arrêt </p>
<p>no 4273 du 1er mars 2000), la présence d&#8217;un crucifix dans les salles de vote préparées pour les élections politiques avait déjà été jugée contraire au principe de laïcité de l&#8217;Etat.</p>
<p>8.  Le 27 mai 2002, la direction de l&#8217;école décida de laisser les crucifix dans les salles de cours.</p>
<p>9.  Le 23 juillet 2002, la requérante attaqua cette décision devant le tribunal administratif de la région de Vénétie. S&#8217;appuyant sur les articles 3 et 19 de la Constitution italienne et sur l&#8217;article 9 de la Convention, elle alléguait la violation du principe de laïcité. En outre, elle dénonçait la violation du principe d&#8217;impartialité de l&#8217;administration publique (article 97 de la Constitution). Ainsi, elle demandait au tribunal de saisir la Cour constitutionnelle de la question de constitutionnalité.</p>
<p>10.  Le 3 octobre 2007, le ministère de l&#8217;Instruction publique adopta la directive no 2666 qui recommandait aux directeurs d&#8217;écoles d&#8217;exposer le crucifix. Il se constitua partie dans la procédure, et soutint que la situation critiquée se fondait sur l&#8217;article 118 du décret royal no 965 du 30 avril 1924 et l&#8217;article 119 du décret royal no 1297 du 26 avril 1928 (dispositions antérieures à la Constitution et aux accords entre l&#8217;Italie et le Saint-Siège).</p>
<p>11.  Le 14 janvier 2004, le tribunal administratif de Vénétie estima, compte tenu du principe de laïcité (articles 2, 3, 7, 8, 9, 19 et 20 de la Constitution) que la question de constitutionnalité n&#8217;était pas manifestement mal fondée et dès lors saisit la Cour constitutionnelle. En outre, vu la liberté d&#8217;enseignement et l&#8217;obligation d&#8217;aller à l&#8217;école, la présence du crucifix était imposée aux élèves, aux parents d&#8217;élèves et aux professeurs et favorisait la religion chrétienne au détriment d&#8217;autres religions. La requérante se constitua partie dans la procédure devant la Cour constitutionnelle. Le Gouvernement soutint que la présence du crucifix dans les salles de classe était un « fait naturel », au motif qu&#8217;il n&#8217;était pas seulement un symbole religieux mais aussi le « drapeau de l&#8217;Eglise catholique », qui était la seule Eglise nommée dans la Constitution (article 7). Il fallait donc considérer que le crucifix  était un symbole de l&#8217;Etat italien.</p>
<p>12.  Par une ordonnance du 15 décembre 2004 no 389, la Cour constitutionnelle s&#8217;estima incompétente étant donné que les dispositions litigieuses n&#8217;étaient pas incluses dans une loi mais dans des règlements, qui n&#8217;avaient pas force de loi (paragraphe 26 ci-dessous).</p>
<p>13.  La procédure devant le tribunal administratif reprit. Par un jugement du 17 mars 2005 no 1110, le tribunal administratif rejeta le recours de la requérante. Il estimait que le crucifix était à la fois le symbole de l&#8217;histoire et de la culture italiennes, et par conséquent de l&#8217;identité italienne, et le symbole des principes d&#8217;égalité, de liberté et de tolérance ainsi que de la laïcité de l&#8217;Etat.</p>
<p>14.  La requérante introduisit un recours devant le Conseil d&#8217;Etat.</p>
<p>15.  Par un arrêt du 13 février 2006, le Conseil d&#8217;Etat rejeta le recours, au motif que la croix était devenue une des valeurs laïques de la Constitution italienne et représentait les valeurs de la vie civile.</p>
<p>II.  LE DROIT ET LA PRATIQUE INTERNES PERTINENTS</p>
<p>16.  L&#8217;obligation d&#8217;exposer le crucifix dans les salles de classe remonte à une époque antérieure à l&#8217;unité de l&#8217;Italie. En effet, aux termes de l&#8217;article 140 du décret royal no 4336 du 15 septembre 1860 du Royaume de Piémont-Sardaigne, « chaque école devra[it] sans faute être pourvue (&#8230;) d&#8217;un crucifix ».</p>
<p>17.  En 1861, année de naissance de l&#8217;Etat italien, le Statut du Royaume de Piémont-Sardaigne de 1848 devint le Statut italien. Il énonçait que « la religion catholique apostolique et romaine [était] la seule religion de l&#8217;Etat. Les autres cultes existants [étaient] tolérés en conformité avec la loi ».</p>
<p>18.  La prise de Rome par l&#8217;armée italienne, le 20 septembre 1870, à la suite de laquelle Rome fut annexée et proclamée capitale du nouveau Royaume d&#8217;Italie, provoqua une crise des relations entre l&#8217;Etat et l&#8217;Eglise catholique. Par la loi no 214 du 13 mai 1871, l&#8217;Etat italien réglementa unilatéralement les relations avec l&#8217;Eglise et accorda au Pape un certain nombre de privilèges pour le déroulement régulier de l&#8217;activité religieuse.</p>
<p>19.  Lors de l&#8217;avènement du fascisme, l&#8217;Etat adopta une série de circulaires visant à faire respecter l&#8217;obligation d&#8217;exposer le crucifix dans les salles de classe.</p>
<p>La circulaire du ministère de l&#8217;Instruction publique no 68 du 22 novembre 1922 disait ceci : « Ces dernières années, dans beaucoup d&#8217;écoles primaires du Royaume l&#8217;image du Christ et le portrait du Roi ont été enlevés. Cela constitue une violation manifeste et non tolérable d&#8217;une disposition réglementaire et surtout une atteinte à la religion dominante de l&#8217;Etat ainsi qu&#8217;à l&#8217;unité de la Nation. Nous intimons alors à toutes les administrations municipales du Royaume l&#8217;ordre de rétablir dans les écoles qui en sont dépourvues les deux symboles sacrés de la foi et du sentiment national. »</p>
<p>La circulaire du ministère de l&#8217;Instruction publique no 2134-1867 du 26 mai 1926 affirmait : « Le symbole de notre religion, sacré pour la foi ainsi que pour le sentiment national, exhorte et inspire la jeunesse studieuse, qui dans les universités et autres établissements d&#8217;enseignement supérieur aiguise son esprit et son intelligence en vue des hautes charges auxquelles elle est destinée. »</p>
<p>20.  L&#8217;article 118 du décret royal no 965 du 30 avril 1924 (Règlement intérieur des établissements scolaires secondaires du Royaume) est ainsi libellé : « Chaque établissement scolaire doit avoir le drapeau national, chaque salle de classe l&#8217;image du crucifix et le portrait du roi ».</p>
<p>L&#8217;article 119 du décret royal no 1297 du 26 avril 1928 (approbation du règlement général des services d&#8217;enseignement primaire) compte le crucifix parmi les « équipements et matériels nécessaires aux salles de classe des écoles ».</p>
<p>Les juridictions nationales ont considéré que ces deux dispositions étaient toujours en vigueur et applicables au cas d&#8217;espèce.</p>
<p>21.  Les Pactes du Latran, signés le 11 février 1929, marquèrent la « Conciliation » de l&#8217;Etat italien et de l&#8217;Eglise catholique. Le catholicisme fut confirmé comme la religion officielle de l&#8217;Etat italien. L&#8217;article 1 du Traité était ainsi libellé : « L&#8217;Italie reconnaît et réaffirme le principe consacré par l&#8217;article 1 du Statut Albertin du Royaume du 4 mars 1848, selon lequel la religion catholique, apostolique et romaine est la seule religion de l&#8217;Etat. »</p>
<p>22.  En 1948, l&#8217;Etat italien adopta sa Constitution républicaine.</p>
<p>L&#8217;article 7 de celle-ci reconnaît explicitement que l&#8217;Etat et l&#8217;Eglise catholique sont, chacun dans son ordre, indépendants et souverains. Les rapports entre l&#8217;Etat et l&#8217;Eglise catholique sont réglementés par les Pactes du Latran et les modifications de ceux-ci acceptées par les deux parties n&#8217;exigent pas de procédure de révision constitutionnelle.</p>
<p>L&#8217;article 8 énonce que les confessions religieuses autres que la catholique « ont le droit de s&#8217;organiser selon leurs propres statuts, en tant qu&#8217;elles ne s&#8217;opposent pas à l&#8217;ordre juridique italien ». Les rapports entre l&#8217;Etat et ces autres confessions « sont fixés par la loi sur la base d&#8217;ententes avec leurs représentants respectifs ».</p>
<p>23.  La religion catholique a changé de statut à la suite de la ratification, par la loi no 121 du 25 mars 1985, de la première disposition du protocole additionnel au nouveau Concordat avec le Vatican du 18 février 1984, modifiant les Pactes du Latran de 1929. Selon cette disposition, le principe, proclamé à l&#8217;origine par les Pactes du Latran, de la religion catholique comme la seule religion de l&#8217;Etat italien est considéré comme n&#8217;étant plus en vigueur.</p>
<p>24.  La Cour constitutionnelle italienne dans son arrêt no 508 du </p>
<p>20 novembre 2000 a ainsi résumé sa jurisprudence en affirmant que des principes fondamentaux d&#8217;égalité de tous les citoyens sans distinction de religion (article 3 de la Constitution) et d&#8217;égale liberté de toutes les religions devant la loi (article 8) découle en fait que l&#8217;attitude de l&#8217;Etat doit être marquée par l&#8217;équidistance et l&#8217;impartialité, sans attacher d&#8217;importance au nombre d&#8217;adhérents d&#8217;une religion ou d&#8217;une autre (voir arrêts no 925/88 ; 440/95 ; 329/97) ou à l&#8217;ampleur des réactions sociales à la violation des droits de l&#8217;une ou de l&#8217;autre (voir arrêt no 329/97). L&#8217;égale protection de la conscience de chaque personne qui adhère à une religion est indépendante de la religion choisie (voir arrêt no 440/95), ce qui n&#8217;est pas en contradiction avec la possibilité d&#8217;une différente régulation des rapports entre l&#8217;Etat et les différentes religions au sens des articles 7 et 8 de la Constitution. Une telle position d&#8217;équidistance et d&#8217;impartialité est le reflet du principe de laïcité que la Cour constitutionnelle a tiré des normes de la Constitution et qui a nature de « principe suprême » (voir arrêt no 203/89 ; 259/90 ; 195/93 ; 329/97), qui caractérise l&#8217;Etat dans le sens du pluralisme. Les croyances, cultures et traditions différentes doivent vivre ensemble dans l&#8217;égalité et la liberté (voir arrêt no 440/95).</p>
<p>25.  Dans son arrêt no 203 de 1989, la Cour constitutionnelle a examiné la question du caractère non obligatoire de l&#8217;enseignement de la religion catholique dans les écoles publiques. A cette occasion, elle a affirmé que la Constitution contenait le principe de laïcité (articles 2, 3, 7, 8, 9, 19 et 20) et que le caractère confessionnel de l&#8217;Etat avait explicitement été abandonné en 1985, en vertu du Protocole additionnel aux nouveaux Accords avec le Saint-Siège.</p>
<p>26.  La Cour constitutionnelle, appelée à se prononcer sur l&#8217;obligation d&#8217;exposer le crucifix dans les écoles publiques, a rendu l&#8217;ordonnance </p>
<p>du 15 décembre 2004 no 389 (paragraphe 12 ci-dessus). Sans statuer sur le fond, elle a déclaré manifestement irrecevable la question soulevée car elle avait pour objet des dispositions réglementaires, dépourvues de force de loi, qui par conséquent échappaient à sa juridiction.</p>
<p>EN DROIT</p>
<p>I.  SUR LA VIOLATION ALLÉGUÉE DE L&#8217;ARTICLE 2 DU PROTOCOLE No 1 EXAMINÉ CONJOINTEMENT AVEC L&#8217;ARTICLE 9 DE LA CONVENTION</p>
<p>27.  La requérante allègue en son nom et au nom de ses enfants que l&#8217;exposition de la croix dans l&#8217;école publique fréquentée par ceux-ci a constitué une ingérence incompatible avec son droit de leur assurer une éducation et un enseignement conformes à ses convictions religieuses et philosophiques au sens de l&#8217;article 2 du Protocole no 1, disposition qui est libellée comme suit :</p>
<p>« Nul ne peut se voir refuser le droit à l&#8217;instruction. L&#8217;Etat, dans l&#8217;exercice des fonctions qu&#8217;il assumera dans le domaine de l&#8217;éducation et de l&#8217;enseignement, respectera le droit des parents d&#8217;assurer cette éducation et cet enseignement conformément à leurs convictions religieuses et philosophiques. »</p>
<p>Par ailleurs, la requérante allègue que l&#8217;exposition de la croix a méconnu également sa liberté de conviction et de religion protégée par l&#8217;article 9 de la Convention, qui énonce :</p>
<p>« 1.  Toute personne a droit à la liberté de pensée, de conscience et de religion ; ce droit implique la liberté de changer de religion ou de conviction, ainsi que la liberté de manifester sa religion ou sa conviction individuellement ou collectivement, en public ou en privé, par le culte, l&#8217;enseignement, les pratiques et l&#8217;accomplissement des rites.</p>
<p>2.  La liberté de manifester sa religion ou ses convictions ne peut faire l&#8217;objet d&#8217;autres restrictions que celles qui, prévues par la loi, constituent des mesures nécessaires, dans une société démocratique, à la sécurité publique, à la protection de l&#8217;ordre, de la santé ou de la morale publiques, ou à la protection des droits et libertés d&#8217;autrui. »</p>
<p>28.  Le Gouvernement conteste cette thèse.</p>
<p>A.  Sur la recevabilité</p>
<p>29.  La Cour constate que les griefs formulés par la requérante ne sont pas manifestement mal fondés au sens de l&#8217;article 35 § 3 de la Convention. Elle relève par ailleurs qu&#8217;ils ne se heurtent à aucun autre motif d&#8217;irrecevabilité. Il convient donc de les déclarer recevables.</p>
<p>B.  Sur le fond</p>
<p>1.  Arguments des parties</p>
<p>a)  La requérante</p>
<p>30.  La requérante a fourni l&#8217;historique des dispositions pertinentes. Elle observe que l&#8217;exposition du crucifix se fonde, selon les juridictions nationales, sur des dispositions de 1924 et 1928 qui sont considérées comme étant toujours en vigueur, bien qu&#8217;antérieures à la Constitution italienne ainsi qu&#8217;aux accords de 1984 avec le Saint-Siège et au protocole additionnel à ceux-ci. Or, les dispositions litigieuses ont échappé au contrôle de constitutionnalité, car la Cour constitutionnelle n&#8217;aurait pu se prononcer sur leur compatibilité avec les principes fondamentaux de l&#8217;ordre juridique italien en raison de leur nature réglementaire.</p>
<p>Les dispositions en cause sont l&#8217;héritage d&#8217;une conception confessionnelle de l&#8217;Etat qui se heurte aujourd&#8217;hui au devoir de laïcité de celui-ci et méconnaît les droits protégés par la Convention. Il existe une « question religieuse » en Italie, car, en faisant obligation d&#8217;exposer le crucifix dans les salles de classe, l&#8217;Etat accorde à la religion catholique une position privilégiée qui se traduirait par une ingérence étatique dans le droit à la liberté de pensée, de conscience et de religion de la requérante et de ses enfants et dans le droit de la requérante d&#8217;éduquer ses enfants conformément à ses convictions morales et religieuses, ainsi que par une forme de discrimination à l&#8217;égard des non-catholiques.</p>
<p>31.  Selon la requérante, le crucifix a en réalité, surtout et avant tout, une connotation religieuse. Le fait que la croix ait d&#8217;autres « clés de lecture » n&#8217;entraîne pas la perte de sa principale connotation, qui est religieuse.</p>
<p>Privilégier une religion par l&#8217;exposition d&#8217;un symbole donne le sentiment aux élèves des écoles publiques – et notamment aux enfants de la requérante – que l&#8217;Etat adhère à une croyance religieuse déterminée. Alors que, dans un Etat de droit, nul ne devrait percevoir l&#8217;Etat comme étant plus proche d&#8217;une confession religieuse que d&#8217;une autre, et surtout pas les personnes qui sont plus vulnérables en raison de leur jeune âge.</p>
<p>32.  Pour la requérante, cette situation a entre autres pour répercussions une pression indiscutable sur les mineurs et donne le sentiment que l&#8217;Etat est loin de ceux qui ne se reconnaissent pas dans cette confession. La notion de laïcité signifie que l&#8217;Etat doit être neutre et faire preuve d&#8217;équidistance vis-à-vis des religions, car il ne devrait pas être perçu comme étant plus proche de certains citoyens que d&#8217;autres.</p>
<p>L&#8217;Etat devrait garantir à tous les citoyens la liberté de conscience, en commençant par une instruction publique apte à forger l&#8217;autonomie et la liberté de pensée de la personne, dans le respect des droits garantis par la Convention.</p>
<p>33.  Quant au point de savoir si un enseignant serait libre d&#8217;exposer d&#8217;autres symboles religieux dans une salle de classe, la réponse serait négative, vu l&#8217;absence de dispositions le permettant.</p>
<p>b)  Le Gouvernement</p>
<p>34.  Le Gouvernement observe d&#8217;emblée que la question soulevée par la présente requête sort du cadre proprement juridique pour empiéter sur le terrain de la philosophie. Il s&#8217;agit en effet de déterminer si la présence d&#8217;un symbole qui a une origine et une signification religieuses est en soi une circonstance de nature à influer sur les libertés individuelles d&#8217;une manière incompatible avec la Convention.</p>
<p>35.  Si la croix est certainement un symbole religieux, elle revêt d&#8217;autres significations. Elle aurait également une signification éthique, compréhensible et appréciable indépendamment de l&#8217;adhésion à la tradition religieuse ou historique car elle évoque des principes pouvant être partagés en dehors de la foi chrétienne (non-violence, égale dignité de tous les être humains, justice et partage, primauté de l&#8217;individu sur le groupe et importance de sa liberté de choix, séparation du politique du religieux, amour du prochain allant jusqu&#8217;au pardon des ennemis). Certes, les valeurs qui fondent aujourd&#8217;hui les sociétés démocratiques ont aussi leur origine immédiate dans la pensée d&#8217;auteurs non croyants, voire opposés au christianisme. Cependant, la pensée de ces auteurs serait nourrie de philosophie chrétienne, ne serait-ce qu&#8217;en raison de leur éducation et du milieu culturel dans lequel ils ont été formés et ils vivent. En conclusion, les valeurs démocratiques d&#8217;aujourd&#8217;hui plongeraient leurs racines dans un passé plus lointain, celui du message évangélique. Le message de la croix serait donc un message humaniste, pouvant être lu de manière indépendante de sa dimension religieuse, constitué d&#8217;un ensemble de principes et de valeurs formant la base de nos démocraties.</p>
<p>La croix renvoyant à ce message, elle serait parfaitement compatible avec la laïcité et accessible à des non-chrétiens et des non-croyants, qui pourraient l&#8217;accepter dans la mesure où elle évoquerait l&#8217;origine lointaine de ces principes et de ces valeurs. En conclusion, le symbole de la croix pouvant être perçu comme dépourvu de signification religieuse, son exposition dans un lieu public ne constituerait pas en soi une atteinte aux droits et libertés garantis par la Convention.</p>
<p>36.  Selon le Gouvernement, cette conclusion serait confortée par l&#8217;analyse de la jurisprudence de la Cour qui exige une ingérence beaucoup plus active que la simple exposition d&#8217;un symbole pour constater une atteinte aux droits et libertés. Ainsi, c&#8217;est une ingérence active qui a entraîné la violation de l&#8217;article 2 du Protocole no 1 dans l&#8217;affaire Folgerø (Folgerø et autres c. Norvège, [GC], no 15472/02, CEDH 2007-VIII).</p>
<p>En l&#8217;espèce, ce n&#8217;est pas la liberté d&#8217;adhérer ou non à une religion qui est en jeu, car en Italie cette liberté est pleinement garantie. Il ne s&#8217;agit pas non plus de la liberté de pratiquer une religion ou de n&#8217;en pratiquer aucune ; le crucifix est en effet exposé dans les salles de classe mais il n&#8217;est nullement demandé aux enseignants ou aux élèves de lui adresser le moindre signe de salut, de révérence ou de simple reconnaissance, et encore moins de réciter des prières en classe. En fait, il ne leur est même pas demandé de prêter une quelconque attention au crucifix.</p>
<p>Enfin, la liberté d&#8217;éduquer les enfants conformément aux convictions des parents n&#8217;est pas en cause : l&#8217;enseignement en Italie est totalement laïc et pluraliste, les programmes scolaires ne contiennent aucune allusion à une religion particulière et l&#8217;instruction religieuse est facultative.</p>
<p>37.  Se référant à l&#8217;arrêt Kjeldsen, Busk Madsen et Pedersen, (7 décembre 1976, série A no 23), où la Cour n&#8217;a pas constaté de violation, le Gouvernement soutient que, quelle qu&#8217;en soit la force évocatrice, une image n&#8217;est pas comparable à l&#8217;impact d&#8217;un comportement actif, quotidien et prolongé dans le temps tel que l&#8217;enseignement. En outre, il serait possible de faire éduquer ses enfants à l&#8217;école privée ou à la maison par des précepteurs.</p>
<p>38.  Les autorités nationales jouissent d&#8217;une grande marge d&#8217;appréciation pour des questions aussi complexes et délicates, étroitement liées à la culture et à l&#8217;histoire. L&#8217;exposition d&#8217;un symbole religieux dans des lieux publics n&#8217;excéderait pas la marge d&#8217;appréciation laissée aux Etats.</p>
<p>39.  Cela serait d&#8217;autant plus vrai qu&#8217;en Europe il existe une variété d&#8217;attitudes en la matière. A titre d&#8217;exemple, en Grèce toutes les cérémonies civiles et militaires prévoient la présence et la participation active d&#8217;un ministre du culte orthodoxe ; en outre, le Vendredi Saint, le deuil national serait proclamé et tous les bureaux et commerces seraient fermés, tout comme en Alsace.</p>
<p>40.  Selon le Gouvernement, l&#8217;exposition de la croix ne met pas en cause la laïcité de l&#8217;Etat, principe qui est inscrit dans la Constitution et dans les accords avec le Saint-Siège. Elle ne serait pas non plus le signe d&#8217;une préférence pour une religion, puisqu&#8217;elle rappellerait une tradition culturelle et des valeurs humanistes partagées par d&#8217;autres personnes que les chrétiens. En conclusion, l&#8217;exposition de la croix ne méconnaîtrait pas le devoir d&#8217;impartialité et de neutralité de l&#8217;Etat.</p>
<p>41.  Au demeurant, il n&#8217;y a pas de consensus européen sur la manière d&#8217;interpréter concrètement la notion de laïcité, si bien que les Etats auraient une plus ample marge d&#8217;appréciation en la matière. Plus précisément, s&#8217;il existe un consensus européen sur le principe de la laïcité de l&#8217;Etat, il n&#8217;y en aurait pas sur ses implications concrètes et sur sa mise en œuvre. Le Gouvernement demande à la Cour de faire preuve de prudence et retenue et de s&#8217;abstenir par conséquent de donner un contenu précis allant jusqu&#8217;à interdire la simple exposition de symboles. Sinon, elle donnerait un contenu matériel prédéterminé au principe de laïcité, ce qui irait à l&#8217;encontre de la légitime diversité des approches nationales et conduirait à des conséquences imprévisibles.</p>
<p>42.  Le Gouvernement ne soutient pas qu&#8217;il soit nécessaire, opportun ou souhaitable de maintenir le crucifix dans les salles de classe, mais le choix de l&#8217;y maintenir ou non relèverait du politique et répondrait donc à des critères d&#8217;opportunité, et non pas de légalité. Dans l&#8217;évolution historique du droit interne esquissée par l&#8217;intéressée, que le Gouvernement ne conteste pas, il faudrait comprendre que la République italienne, bien que laïque, a décidé librement de garder le crucifix dans les salles de classe pour différents motifs, dont la nécessité de trouver un compromis avec les partis d&#8217;inspiration chrétienne représentant une part essentielle de la population et le sentiment religieux de celle-ci.</p>
<p>43.  Quant à savoir si un enseignant serait libre d&#8217;exposer d&#8217;autres symboles religieux dans une salle de classe, aucune disposition ne l&#8217;interdirait.</p>
<p>44.  En conclusion, le Gouvernement demande à la Cour de rejeter la requête.</p>
<p>c)  Le tiers intervenant</p>
<p>45.  Le Greek Helsinki Monitor (« le GHM ») conteste les thèses du Gouvernement défendeur.</p>
<p>La croix, et plus encore le crucifix, ne peuvent qu&#8217;être perçus comme des symboles religieux. Le GHM conteste aussi l&#8217;affirmation selon laquelle il faut voir dans la croix autre chose que le symbole religieux et que la croix est porteuse de valeurs humanistes ; il estime que pareille position est offensante pour l&#8217;Eglise. En outre, le Gouvernement italien n&#8217;aurait pas même indiqué un seul non-chrétien qui serait d&#8217;accord avec cette théorie. Enfin, d&#8217;autres religions ne verraient dans la croix qu&#8217;un symbole religieux.</p>
<p>46.  Si l&#8217;on suit l&#8217;argument du Gouvernement selon lequel l&#8217;exposition du crucifix ne demande ni salut, ni attention, il y aurait lieu de se demander alors pourquoi le crucifix est exposé. L&#8217;exposition d&#8217;un tel symbole pourrait être perçue comme la vénération institutionnelle de celui-ci.</p>
<p>A cet égard, le GHM observe que, selon les principes directeurs de Tolède sur l&#8217;enseignement relatif aux religions et convictions dans les écoles publiques (Conseil d&#8217;experts sur la liberté de religion et de conviction de l&#8217;organisation pour la Sécurité et la Coopération en Europe (« OSCE »)), la présence d&#8217;un tel symbole dans une école publique peut constituer une forme d&#8217;enseignement implicite d&#8217;une religion, par exemple en donnant l&#8217;impression que cette religion particulière est favorisée par rapport à d&#8217;autres. Si la Cour, dans l&#8217;affaire Folgerø, a affirmé que la participation à des activités religieuses peut avoir une influence sur des enfants, alors, selon le GHM, l&#8217;exposition de symboles religieux peut elle aussi en avoir une. Il faut également penser à des situations où les enfants ou leurs parents pourraient avoir peur de représailles s&#8217;ils décidaient de protester.</p>
<p>3.  Appréciation de la Cour</p>
<p>d)  Principes généraux</p>
<p>47.  En ce qui concerne l&#8217;interprétation de l&#8217;article 2 du Protocole no 1, dans l&#8217;exercice des fonctions que l&#8217;Etat assume dans le domaine de l&#8217;éducation et de l&#8217;enseignement, la Cour a dégagé dans sa jurisprudence les principes rappelés ci-dessous qui sont pertinents dans la présente affaire (voir, en particulier, Kjeldsen, Busk Madsen et Pedersen c. Danemark, arrêt du 7 décembre 1976, série A no 23, pp. 24-28, §§ 50-54, Campbell et Cosans c. Royaume-Uni, arrêt du 25 février 1982, série A no 48, pp. 16-18, §§ 36-37, Valsamis c. Grèce, arrêt du 18 décembre 1996, Recueil des arrêts et décisions 1996 VI, pp. 2323-2324, §§ 25-28, et Folgerø et autres c. Norvège [GC], 15472/02, CEDH 2007-VIII, § 84).</p>
<p>(a)  Il faut lire les deux phrases de l&#8217;article 2 du Protocole no 1 à la lumière non seulement l&#8217;une de l&#8217;autre, mais aussi, notamment, des articles 8, 9 et 10 de la Convention.</p>
<p>(b)  C&#8217;est sur le droit fondamental à l&#8217;instruction que se greffe le droit des parents au respect de leurs convictions religieuses et philosophiques et la première phrase ne distingue, pas plus que la seconde, entre l&#8217;enseignement public et l&#8217;enseignement privé. La seconde phrase de l&#8217;article 2 du Protocole no 1 vise à sauvegarder la possibilité d&#8217;un pluralisme éducatif, essentiel à la préservation de la « société démocratique » telle que la conçoit la Convention. En raison de la puissance de l&#8217;Etat moderne, c&#8217;est surtout par l&#8217;enseignement public que doit se réaliser cet objectif.</p>
<p>(c)  Le respect des convictions des parents doit être possible dans le cadre d&#8217;une éducation capable d&#8217;assurer un environnement scolaire ouvert et favorisant l&#8217;inclusion plutôt que l&#8217;exclusion, indépendamment de l&#8217;origine sociale des élèves, des croyances religieuses ou de l&#8217;origine ethnique. L&#8217;école ne devrait pas être le théâtre d&#8217;activités missionnaires ou de prêche ; elle devrait être un lieu de rencontre de différentes religions et convictions philosophiques, où les élèves peuvent acquérir des connaissances sur leurs pensées et traditions respectives.</p>
<p>(d)  La seconde phrase de l&#8217;article 2 du Protocole no 1 implique que l&#8217;Etat, en s&#8217;acquittant des fonctions assumées par lui en matière d&#8217;éducation et d&#8217;enseignement, veille à ce que les informations ou connaissances figurant dans les programmes soient diffusées de manière objective, critique et pluraliste. Elle lui interdit de poursuivre un but d&#8217;endoctrinement qui puisse être considéré comme ne respectant pas les convictions religieuses et philosophiques des parents. Là se place la limite à ne pas dépasser.</p>
<p>(e) Le respect des convictions religieuses des parents et des croyances des enfants implique le droit de croire en une religion ou de ne croire en aucune religion. La liberté de croire et la liberté de ne pas croire (la liberté négative) sont toutes les deux protégées par l&#8217;article 9 de la Convention (voir, sous l&#8217;angle de l&#8217;article 11, Young, James et Webster c. Royaume-Uni, 13 août 1981, §§ 52-57, série A no 44).</p>
<p>Le devoir de neutralité et d&#8217;impartialité de l&#8217;Etat est incompatible avec un quelconque pouvoir d&#8217;appréciation de la part de celui-ci quant à la légitimité des convictions religieuses ou des modalités d&#8217;expression de celles-ci. Dans le contexte de l&#8217;enseignement, la neutralité devrait garantir le pluralisme (Folgero, précité, § 84).</p>
<p>b)  Application de ces principes</p>
<p>48.  Pour la Cour, ces considérations conduisent à l&#8217;obligation pour l&#8217;Etat de s&#8217;abstenir d&#8217;imposer, même indirectement, des croyances, dans les lieux où les personnes sont dépendantes de lui ou encore dans les endroits où elles sont particulièrement vulnérables. La scolarisation des enfants représente un secteur particulièrement sensible car, dans ce cas, le pouvoir contraignant de l&#8217;Etat est imposé à des esprits qui manquent encore (selon le niveau de maturité de l&#8217;enfant) de la capacité critique permettant de prendre distance par rapport au message découlant d&#8217;un choix préférentiel manifesté par l&#8217;Etat en matière religieuse.</p>
<p>49.  En appliquant les principes ci-dessus à la présente affaire, la Cour doit examiner la question de savoir si l&#8217;Etat défendeur, en imposant l&#8217;exposition du crucifix dans les salles de classe, a veillé dans l&#8217;exercice de ses fonctions d&#8217;éducation et d&#8217;enseignement à ce que les connaissances soient diffusées de manière objective, critique et pluraliste et a respecté les convictions religieuses et philosophiques des parents, conformément à l&#8217;article 2 du Protocole no 1.</p>
<p>50.  Pour examiner cette question, la Cour prendra notamment en compte la nature du symbole religieux et son impact sur des élèves d&#8217;un jeune âge, en particulier les enfants de la requérante. En effet, dans les pays où la grande majorité de la population adhère à une religion précise, la manifestation des rites et des symboles de cette religion, sans restriction de lieu et de forme, peut constituer une pression sur les élèves qui ne pratiquent pas ladite religion ou sur ceux qui adhèrent à une autre religion (Karaduman c. Turquie, décision de la Commission du 3 mai 1993).</p>
<p>51.  Le Gouvernement (paragraphes 34-44 ci-dessus) justifie l&#8217;obligation (ou le fait) d&#8217;exposer le crucifix en se rapportant au message moral positif de la foi chrétienne, qui transcende les valeurs constitutionnelles laïques, au rôle de la religion dans l&#8217;histoire italienne ainsi qu&#8217;à l&#8217;enracinement de celle-ci dans la tradition du pays. Il attribue au crucifix une signification neutre et laïque en référence à l&#8217;histoire et à la tradition italiennes, intimement liées au christianisme. Le Gouvernement soutient que le crucifix est un symbole religieux mais qu&#8217;il peut également représenter d&#8217;autres valeurs (voir tribunal administratif de Vénétie, no 1110 du 17 mars 2005, § 16, paragraphe 13 ci-dessus).</p>
<p>De l&#8217;avis de la Cour, le symbole du crucifix a une pluralité de significations parmi lesquelles la signification religieuse est prédominante.</p>
<p>52.  La Cour considère que la présence du crucifix dans les salles de classe va au-delà de l&#8217;usage de symboles dans des contextes historiques spécifiques. Elle a d&#8217;ailleurs estimé que le caractère traditionnel, dans le sens social et historique, d&#8217;un texte utilisé par les parlementaires pour prêter serment ne privait pas le serment de sa nature religieuse (Buscarini et autres c. Saint-Marin [GC], no 24645/94, CEDH 1999 I).</p>
<p>53.  La requérante allègue que le symbole heurte ses convictions et viole le droit de ses enfants de ne pas professer la religion catholique. Ses convictions atteignent un degré de sérieux et de cohérence suffisant pour que la présence obligatoire du crucifix puisse être raisonnablement comprise par elle comme étant en conflit avec celles-ci. L&#8217;intéressée voit dans l&#8217;exposition du crucifix le signe que l&#8217;Etat se range du côté de la religion catholique. Telle est la signification officiellement retenue dans l&#8217;Eglise catholique, qui attribue au crucifix un message fondamental. Dès lors, l&#8217;appréhension de la requérante n&#8217;est pas arbitraire.</p>
<p>54.  Les convictions de Mme Lautsi concernent aussi l&#8217;impact de l&#8217;exposition du crucifix sur ses enfants (paragraphe 32 ci-dessus), âgés à l&#8217;époque de onze et treize ans. La Cour reconnaît que, comme il est exposé, il est impossible de ne pas remarquer le crucifix dans les salles de classe. Dans le contexte de l&#8217;éducation publique, il est nécessairement perçu comme partie intégrante du milieu scolaire et peut dès lors être considéré comme un « signe extérieur fort » (Dahlab c. Suisse (déc.), no 42393/98, CEDH 2001 V).</p>
<p>55.  La présence du crucifix peut aisément être interprétée par des élèves de tous âges comme un signe religieux et ils se sentiront éduqués dans un environnement scolaire marqué par une religion donnée. Ce qui peut être encourageant pour certains élèves religieux, peut être perturbant émotionnellement pour des élèves d&#8217;autres religions ou ceux qui ne professent aucune religion. Ce risque est particulièrement présent chez les élèves appartenant à des minorités religieuses. La liberté négative n&#8217;est pas limitée à l&#8217;absence de services religieux ou d&#8217;enseignement religieux. Elle s&#8217;étend aux pratiques et aux symboles exprimant, en particulier ou en général, une croyance, une religion ou l&#8217;athéisme. Ce droit négatif mérite une protection particulière si c&#8217;est l&#8217;Etat qui exprime une croyance et si la personne est placée dans une situation dont elle ne peut se dégager ou seulement en consentant des efforts et un sacrifice disproportionnés.</p>
<p>56.  L&#8217;exposition d&#8217;un ou plusieurs symboles religieux ne peut se justifier ni par la demande d&#8217;autres parents qui souhaitent une éducation religieuse conforme à leurs convictions, ni, comme le Gouvernement le soutient, par la nécessité d&#8217;un compromis nécessaire avec les partis politiques d&#8217;inspiration chrétienne. Le respect des convictions de parents en matière d&#8217;éducation doit prendre en compte le respect des convictions des autres parents. L&#8217;Etat est tenu à la neutralité confessionnelle dans le cadre de l&#8217;éducation publique obligatoire où la présence aux cours est requise sans considération de religion et qui doit chercher à inculquer aux élèves une pensée critique.</p>
<p>La Cour ne voit pas comment l&#8217;exposition, dans des salles de classe des écoles publiques, d&#8217;un symbole qu&#8217;il est raisonnable d&#8217;associer au catholicisme (la religion majoritaire en Italie) pourrait servir le pluralisme éducatif qui est essentiel à la préservation d&#8217;une « société démocratique » telle que la conçoit la Convention, pluralisme qui a été reconnu par la Cour constitutionnelle en droit interne (voir paragraphe 24).</p>
<p>57.  La Cour estime que l&#8217;exposition obligatoire d&#8217;un symbole d&#8217;une confession donnée dans l&#8217;exercice de la fonction publique relativement à des situations spécifiques relevant du contrôle gouvernemental, en particulier dans les salles de classe, restreint le droit des parents d&#8217;éduquer leurs enfants selon leurs convictions ainsi que le droit des enfants scolarisés de croire ou de ne pas croire. La Cour considère que cette mesure emporte violation de ces droits car les restrictions sont incompatibles avec le devoir incombant à l&#8217;Etat de respecter la neutralité dans l&#8217;exercice de la fonction publique, en particulier dans le domaine de l&#8217;éducation.</p>
<p>58.  Partant, il y a eu violation de l&#8217;article 2 du Protocole no 1 conjointement avec l&#8217;article 9 de la Convention.</p>
<p>II.  SUR LA VIOLATION ALLÉGUÉE DE L&#8217;ARTICLE 14 DE LA CONVENTION</p>
<p>59.  La requérante soutient que l&#8217;ingérence qu&#8217;elle a dénoncée sous l&#8217;angle de l&#8217;article 9 de la Convention et de l&#8217;article 2 du Protocole no 1 méconnaît également le principe de non-discrimination, consacré par l&#8217;article 14 de la Convention.</p>
<p>60.  Le Gouvernement combat cette thèse.</p>
<p>61.  La Cour constate que ce grief n&#8217;est pas manifestement mal fondé au sens de l&#8217;article 35 § 3 de la Convention. Elle relève par ailleurs qu&#8217;il ne se heurte à aucun autre motif d&#8217;irrecevabilité. Il convient donc de le déclarer recevable.</p>
<p>62.  Toutefois, eu égard aux circonstances de la présente affaire et au raisonnement qui l&#8217;a conduite à constater une violation de l&#8217;article 2 du Protocole no 1 combiné avec l&#8217;article 9 de la Convention (paragraphe 58 </p>
<p>ci-dessus), la Cour estime qu&#8217;il n&#8217;y a pas lieu d&#8217;examiner l&#8217;affaire de surcroît sous l&#8217;angle de l&#8217;article 14, pris isolément ou combiné avec les dispositions ci-dessus.</p>
<p>III.  SUR L&#8217;APPLICATION DE L&#8217;ARTICLE 41 DE LA CONVENTION</p>
<p>63.  Aux termes de l&#8217;article 41 de la Convention,</p>
<p>« Si la Cour déclare qu&#8217;il y a eu violation de la Convention ou de ses Protocoles, et si le droit interne de la Haute Partie contractante ne permet d&#8217;effacer qu&#8217;imparfaitement les conséquences de cette violation, la Cour accorde à la partie lésée, s&#8217;il y a lieu, une satisfaction équitable. »</p>
<p>A.  Dommage</p>
<p>64.  La requérante sollicite le versement d&#8217;une somme d&#8217;au moins 10 000 EUR pour préjudice moral.</p>
<p>65.  Le Gouvernement estime qu&#8217;un constat de violation serait suffisant. Subsidiairement, il considère que la somme réclamée est excessive et non étayée et en demande le rejet ou la réduction en équité.</p>
<p>66.  Etant donné que le Gouvernement n&#8217;a pas déclaré être prêt à revoir les dispositions régissant la présence du crucifix dans les salles de classe, la Cour estime qu&#8217;à la différence de ce qui fut le cas dans l&#8217;affaire Folgerø et autres (arrêt précité, § 109), le constat de violation ne saurait suffire en l&#8217;espèce. En conséquence, statuant en équité, elle accorde 5 000 EUR au titre du préjudice moral.</p>
<p>B.  Frais et dépens</p>
<p>67.  La requérante demande 5 000 EUR pour les frais et dépens engagés dans la procédure à Strasbourg.</p>
<p>68.  Le Gouvernement observe que la requérante n&#8217;a pas étayé sa demande, et suggère le rejet de celle-ci.</p>
<p>69.  Selon la jurisprudence de la Cour, un requérant ne peut obtenir le remboursement de ses frais et dépens que dans la mesure où se trouvent établis leur réalité, leur nécessité et le caractère raisonnable de leur taux. En l&#8217;espèce, la requérante n&#8217;a produit aucune pièce justificative à l&#8217;appui de sa demande de remboursement. La Cour décide par conséquent de rejeter celle-ci.</p>
<p>C.  Intérêts moratoires</p>
<p>70.  La Cour juge approprié de calquer le taux des intérêts moratoires sur le taux d&#8217;intérêt de la facilité de prêt marginal de la Banque centrale européenne majoré de trois points de pourcentage.</p>
<p>PAR CES MOTIFS, LA COUR À L&#8217;UNANIMITÉ,</p>
<p>1.  Déclare la requête recevable ;</p>
<p>2.  Dit qu&#8217;il y a eu violation de l&#8217;article 2 du Protocole no 1 examiné conjointement avec l&#8217;article 9 de la Convention ;</p>
<p>3.  Dit qu&#8217;il n&#8217;y a pas lieu d&#8217;examiner le grief tiré de l&#8217;article 14 pris isolément ou combiné avec l&#8217;article 9 de la Convention et l&#8217;article 2 du Protocole no 1 ;</p>
<p>4.  Dit</p>
<p>a)  que l&#8217;Etat défendeur doit verser à la requérante, dans les trois mois à compter du jour où l&#8217;arrêt sera devenu définitif conformément à l&#8217;article 44 § 2 de la Convention, 5 000 EUR (cinq mille euros), pour dommage moral, plus tout montant pouvant être dû à titre d&#8217;impôt ;</p>
<p>b)  qu&#8217;à compter de l&#8217;expiration dudit délai et jusqu&#8217;au versement, ce montant sera à majorer d&#8217;un intérêt simple à un taux égal à celui de la facilité de prêt marginal de la Banque centrale européenne applicable pendant cette période, augmenté de trois points de pourcentage ;</p>
<p>5.  Rejette la demande de satisfaction équitable pour le surplus.</p>
<p>Fait en français, puis communiqué par écrit le 3 novembre 2009, en application de l&#8217;article 77 §§ 2 et 3 du règlement.</p>
<p>	Sally Dollé	Françoise Tulkens</p>
<p>	Greffière	Présidente</p>
<p></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 28/4/2009 n.14</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-28-4-2009-n-14/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 22:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-28-4-2009-n-14/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 28/4/2009 n.14</a></p>
<p>Pres. Tulkens Est. Karakas Savino ed altri c/ Italia sulla compatibilità della tutela offerta dagli organi giurisdizionali delle Camere con la disciplina dell&#8217;Art. 6 &#167; 1 della CEDU La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è pronunciata sulla compatibilità della tutela offerta dagli organi giurisdizionali delle Camere con la disciplina</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-28-4-2009-n-14/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 28/4/2009 n.14</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
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<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. Tulkens   Est. Karakas<br /> Savino ed altri c/ Italia</span></p>
<hr />
<p>sulla compatibilità della tutela offerta dagli organi giurisdizionali delle Camere con la disciplina dell&#8217;Art. 6 &sect; 1 della CEDU</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></span></span></p>
<hr />
<p>La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è pronunciata sulla compatibilità della tutela offerta dagli organi giurisdizionali delle Camere con la disciplina dell’Art. 6 § 1 della Convenzione. Tale articolo prevede, infatti, che ogni persona debba essere giudicata da un tribunale indipendente ed imparziale costituito per legge.  	</p>
<p>La Corte sostiene, in primo luogo che gli organi di tutela interna delle Camere rientrano nella nozione di “tribunale” ai sensi della Convenzione. Infatti, in base alla giurisprudenza della stessa Corte, per tribunale non si intende una giurisdizione di tipo “classico”, ma una struttura giurisdizionale con pieni poteri di decisione, regolata da una procedura prestabilita, le cui decisioni siano obbligatorie e non possano essere modificate da un’autorità non giudiziaria (§ 73).  	</p>
<p>La Corte ribadisce, inoltre, che la tutela offerta dagli organi giurisdizionali delle Camere è conforme alla disciplina dell’Art. 6, par. 1 CEDU poiché tali organi sono istituiti per legge (§ 99),  essendo previsti dai Regolamenti Parlamentari che costituiscono l’espressione dell’autonomia normativa attribuita alle Camere dalla Costituzione. 	</p>
<p>Infine la Corte si è pronunciata sulla indipendenza e sull’imparzialità della Sezione giurisdizionale, organo competente a decidere in appello, interamente formata da membri dell’Ufficio di Presidenza della Camera. Secondo i giudici, la presenza di competenze amministrative e giurisdizionali nello stesso organo, può creare dubbi sull’imparzialità della giurisdizione (§§ 105-106) e costituisce, di conseguenza, una violazione della Convenzione.</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<p><b></p>
<p align=center>AFFAIRE SAVINO ET AUTRES c. Italie<br />	<br />
(Requêtes nos 17214/05, 20329/05, 42113/04)</p>
<p>ARRÊT<br />	<br />
STRASBOURG<br />	<br />
28 avril 2009</p>
<p>	</p>
<p align=justify>
<p></b></p>
<p align=center>
<p>Cet arrêt deviendra définitif dans les conditions définies à l&#8217;article 44 § 2 de la Convention. Il peut subir des retouches de forme.<br />	
</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
<b></p>
<p>En l&#8217;affaire Savino et autres c. Italie<br />	<br />
</b>La Cour européenne des droits de l&#8217;homme (deuxième section), siégeant en une chambre composée de :<br />	<br />
Françoise Tulkens, présidente, <br />	<br />
Ireneu Cabral Barreto, <br />	<br />
Vladimiro Zagrebelsky, <br />	<br />
Danut&#279; Jo&#269;ien&#279;, <br />	<br />
Dragoljub Popovi&#263;, <br />	<br />
András Sajó, <br />	<br />
I&#351;&#305;l Karaka&#351;, juges,<br />	<br />
et de Sally Dollé, greffière de section,<br />	<br />
Après en avoir délibéré en chambre du conseil les 2 décembre 2008 et 7 avril 2009,<br />	<br />
Rend l&#8217;arrêt que voici, adopté à cette dernière date :</p>
<p>PROCÉDURE</p>
<p>1. A l&#8217;origine de l&#8217;affaire se trouvent trois requêtes (nos 17214/05, 20329/05 et 42113/04) dirigées contre la République italienne et dont sept ressortissants de cet Etat, M. P. S. (requête no 17214/05), M. A. P. (no 20329/05), MM. A. B., D. C., A. F. et D. G. ainsi que Mme D. C. (no 42113/04) (« les requérants »), ont saisi la Cour le 19 avril 2005, le 18 mai 2005 et le 17 novembre 2004, respectivement, en vertu de l&#8217;article 34 de la Convention de sauvegarde des droits de l&#8217;homme et des libertés fondamentales (« la Convention »).<br />	<br />
2. Les requérants sont représentés par Mes F. S., S. G. et R. C., avocats à Rome. Le gouvernement italien (« le Gouvernement ») est représenté par son agent, Mme E. Spatafora, et par son coagent adjoint, M. N. Lettieri.<br />	<br />
3. Les requérants alléguaient ne pas avoir eu accès à un tribunal au sens de la Convention.<br />	<br />
4. Le 16 octobre 2007, la Cour a décidé de communiquer les requêtes au Gouvernement. Comme le permet l&#8217;article 29 § 3 de la Convention, il a en outre été décidé que la chambre se prononcerait en même temps sur la recevabilité et sur le fond de l&#8217;affaire.<br />	<br />
5. Une audience s&#8217;est déroulée en public au Palais des droits de l&#8217;homme, à Strasbourg, le 2 décembre 2008 (article 59 § 3 du règlement).</p>
<p>Ont comparu :</p>
<p>– pour le Gouvernement <br />	<br />
M. N. Lettieri, magistrat co-agent adjoint, <br />	<br />
M. V. Cozzoli, avocat conseil, <br />	<br />
M. G. Pelella, avocat, conseil.</p>
<p>– pour les requérants <br />	<br />
M. F. S., avocat, conseil, <br />	<br />
M. S G., avocat, conseil.</p>
<p>La Cour a entendu en leurs déclarations MM. Lettieri, Cozzoli, S. et G., qui ont également répondu aux questions de certains juges.</p>
<p>EN FAIT</p>
<p>I. LES CIRCONSTANCES DE L&#8217;ESPÈCE<br />	<br />
<b><br />	<br />
</b>6. Les requérants sont nés respectivement en 1955, 1948, 1966, 1976, 1971 et 1974, et résident à Civitella San Paolo et à Rome.</p>
<p><b>Requêtes no 17214/05 et no 20329/05<br />	<br />
</b><br />	<br />
7. Les requérants, MM. S. et P., sont des employés de la Chambre des députés italienne. Respectivement géomètre et architecte, ils sont classés dans la quatrième catégorie professionnelle et exercent des fonctions techniques relatives à l&#8217;élaboration de projets et à la direction des travaux de construction et de restauration de bâtiments appartenant au Parlement.<br />	<br />
8. Le 22 octobre et le 12 novembre 2001, ils sollicitèrent auprès de l&#8217;administration l&#8217;octroi d&#8217;une l&#8217;indemnité spéciale de travail (« incentivo di progettazione »), attribuée par la loi no 109 de 1994 aux employés publics chargés de l&#8217;élaboration de projets et de la direction de travaux dans la réalisation d&#8217;ouvrages pour le compte de l&#8217;administration publique. Ils demandèrent également l&#8217;annulation du protocole additionnel au règlement comptable de la Chambre des députés adopté par le Bureau (Ufficio di presidenza) de la Chambre des députés le 20 avril 2001, dans la mesure où ce protocole ne prévoyait pas de fonds destinés à garantir le versement des indemnités prévues par la loi no 109.<br />	<br />
9. Par la suite, le 1er juillet 2002, le premier requérant demanda à l&#8217;administration de lui reconnaître le statut de directeur des travaux et de lui rembourser les cotisations d&#8217;assurance qu&#8217;il avait versées, conformément aux critères fixés par le décret du Président de la République (DPR) no 554 de 1999.<br />	<br />
10. Les 15 et 17 janvier 2002, les requérants, n&#8217;ayant pas reçu de réponse à leurs demandes de 2001, saisirent la Commission juridictionnelle pour le personnel de la Chambre des députés (ci-après « la Commission »), contestant la légitimité du « silence-refus » (« silenzio rifiuto ») de l&#8217;administration.<br />	<br />
11. Le 7 novembre 2002, le premier requérant saisit la Commission relativement à l&#8217;absence de réponse à sa demande du 1er juillet 2002.<br />	<br />
12. L&#8217;administration, pour sa défense, argua que ni la loi no 109 ni le DPR no 554 ne s&#8217;appliquaient à l&#8217;administration de la Chambre des députés, celle-ci bénéficiant, comme tout organe prévu par la Constitution, d&#8217;une large autonomie législative. Elle estimait par conséquent que les requérants n&#8217;avaient pas droit aux allocations prévues par les dispositions de la loi étatique.<br />	<br />
13. Par des décisions du 18 février 2004, la Commission fit partiellement droit aux recours des requérants. Elle releva d&#8217;emblée que le protocole additionnel du 20 avril 2001 avait modifié de façon substantielle le régime comptable en matière de gestion des travaux publics au sein de l&#8217;administration de la Chambre des députés, et en particulier son règlement comptable, en excluant expressément la possibilité que l&#8217;affectation d&#8217;employés à la fonction de directeur des travaux entraînât des charges supplémentaires pour l&#8217;administration.<br />	<br />
14. La Commission observa que le but du protocole additionnel, expression de l&#8217;autonomie législative de la Chambre des députés, était de déroger à la législation nationale en la matière. Elle conclut que la loi no 109 trouvait donc à s&#8217;appliquer pour la période antérieure au 20 avril 2001, date d&#8217;entrée en vigueur dudit protocole.<br />	<br />
15. La Commission estima par conséquent que les requérants avaient droit à l&#8217;indemnité demandée pour les travaux effectués avant le 20 avril 2001 en qualité de directeurs des travaux, à condition que le délai de prescription de cinq ans ne fût pas expiré. <br />	<br />
16. Quant au recours spécifique du premier requérant, elle conclut qu&#8217;il avait droit au remboursement des cotisations versées à titre d&#8217;assurance pour tout travail effectué en qualité de directeur des travaux.<br />	<br />
17. Le 24 mai 2004, l&#8217;administration attaqua les décisions de la Commission devant la Section juridictionnelle du Bureau de la Chambre des députés (ci-après « la Section »).<br />	<br />
18. Le 10 juin 2004, l&#8217;administration demanda à la Section qu&#8217;il fût sursis à l&#8217;exécution des décisions dans l&#8217;attente de l&#8217;examen des appels correspondants.<br />	<br />
19. Par des décisions du 6 octobre 2004 déposées au secrétariat le 25 novembre 2004, la Section, tout en déclarant les demandes de sursis irrecevables car trop tardives, accueillit quant au fond les appels de l&#8217;administration et annula les décisions de la Commission.<br />	<br />
20. La Section rappela que selon l&#8217;article 12 du règlement de la Chambre des députés, les matières de la comptabilité et du traitement économique du personnel étaient couvertes par une « réserve de règlement » et que, dans ces domaines, les seules normes applicables étaient celles qui figuraient dans les règlements internes de la Chambre des députés, qui constituaient des normes primaires et autonomes : en raison du principe de la séparation des compétences entre le législateur national et le législateur interne de la Chambre des députés, les dispositions de la loi no 109 ne pouvaient s&#8217;appliquer dans les matières couvertes par la réserve que si elles étaient expressément incorporées dans les règlements internes.<br />	<br />
21. Les allocations en question n&#8217;ayant jamais été prévues par le règlement de la Chambre des députés, la Section considéra que les requérants n&#8217;avaient aucun droit à l&#8217;indemnité spéciale de travail, ni pour la période antérieure à l&#8217;entrée en vigueur du protocole additionnel de 2001 ni pour celle postérieure. Pour les mêmes raisons, le premier requérant ne pouvait prétendre au remboursement des cotisations d&#8217;assurance.<br />	<br />
22. Enfin, sur les demandes formées par les requérants aux fins de l&#8217;annulation du règlement de la Chambre des députés, la Section observa que seul le Bureau, en tant que législateur interne de l&#8217;organe parlementaire, était compétent pour adopter et modifier les normes régissant les matières couvertes par la réserve formulée à l&#8217;article 12 du règlement.</p>
<p><b>Requête no 42113/04<br />	<br />
</b><br />	<br />
23. Le 11 août 2000, la Chambre des députés italienne diffusa un avis de concours destiné à pourvoir cent trente postes d&#8217;assistants (« commessi ») parlementaires de premier niveau (« primo livello funzionale-retributivo »), dont la qualification professionnelle et le traitement économique étaient établis par le Règlement des services et du personnel de la Chambre des députés (voir « le droit et la pratique internes pertinents » (qualification professionnelle des assistants parlementaires), paragraphe 38 ci-dessous).<br />	<br />
24. Les requérants furent sélectionnés et admis à participer au concours. Les épreuves écrites se déroulèrent en février 2002.<br />	<br />
Selon les critères d&#8217;évaluation fixés dans l&#8217;avis de concours, seraient admis à passer l&#8217;épreuve orale les candidats ayant obtenu une note moyenne de 21/30 ainsi qu&#8217;une note minimale de 18/30 pour chaque épreuve écrite.<br />	<br />
25. Le 21 mars 2002, l&#8217;administration publia la liste des candidats ayant réussi les épreuves écrites. Les requérants n&#8217;y figuraient pas.<br />	<br />
26. Ceux-ci, ainsi que d&#8217;autres candidats, saisirent la Commission juridictionnelle pour le personnel de la Chambre des députés (« la Commission »). Ils contestèrent le déroulement du concours et les critères d&#8217;évaluation des épreuves écrites, et demandèrent l&#8217;annulation de la décision de l&#8217;administration les excluant de la liste des candidats admis à passer l&#8217;épreuve orale ainsi qu&#8217;un sursis à l&#8217;exécution de ladite décision.<br />	<br />
27. Par des décisions du 15 mai 2002, la Commission accueillit les recours des requérants.<br />	<br />
Elle rappela tout d&#8217;abord qu&#8217;en vertu de l&#8217;article 2 du Règlement pour la protection juridictionnelle du personnel, les actes de l&#8217;administration n&#8217;étaient attaquables que pour incompétence, abus de pouvoir ou violation des dispositions d&#8217;une loi ou d&#8217;un règlement. Elle affirma ensuite sa compétence, dans le cadre de ses prérogatives de contrôle, pour examiner le processus décisionnel en vue de déceler la présence éventuelle de vices découlant de l&#8217;illégitimité de l&#8217;appréciation du jury.<br />	<br />
La Commission considéra qu&#8217;en l&#8217;espèce, il s&#8217;agissait de savoir si le choix d&#8217;utiliser les notes numériques comme seul critère d&#8217;évaluation des épreuves était compatible avec l&#8217;obligation des jurys de motiver les appréciations portées sur les candidats. Après avoir rappelé différentes approches jurisprudentielles en la matière, elle conclut que les principes de transparence et d&#8217;impartialité n&#8217;étaient pas respectés lorsque l&#8217;attribution d&#8217;une simple note numérique ne permettait pas de déterminer les éléments d&#8217;évaluation spécifiques utilisés par le jury, rendant ainsi impossible un contrôle de légitimité extérieur sur les délibérations. En l&#8217;espèce, la Commission estima que les critères d&#8217;évaluation généraux fixés par l&#8217;administration de la Chambre des députés pour les épreuves du 14 février 2002 étaient abstraits et que, de plus, la simple attribution d&#8217;une note numérique ne permettait pas d&#8217;établir les motivations de l&#8217;appréciation du jury au cas par cas. Par conséquent, elle annula la décision d&#8217;exclure les requérants de la liste des candidats admis à passer l&#8217;épreuve orale et enjoignit à l&#8217;administration de réexaminer les épreuves écrites sur la base des principes énoncés. En outre, faisant droit à la demande de sursis des requérants, elle ordonna leur admission à participer à la suite de la procédure de concours dans l&#8217;attente des résultats des nouvelles délibérations du jury.<br />	<br />
28. Le 10 juin 2002, l&#8217;administration de la Chambre des députés interjeta appel devant la Section juridictionnelle du Bureau de la Chambre des députés (« la Section »). Elle fit valoir en particulier que l&#8217;administration n&#8217;était pas tenue de motiver les appréciations des épreuves des candidats au cas par cas.<br />	<br />
29. L&#8217;administration demanda également un sursis à l&#8217;exécution des décisions de la Commission.<br />	<br />
30. La Section fixa l&#8217;audience au 27 juin 2002 et, le jour venu, décida de joindre les appels. Toutes les parties déposèrent des mémoires.<br />	<br />
31. Par une décision déposée le 9 juillet 2002, la Section accueillit les appels de l&#8217;administration. Elle releva que, selon la jurisprudence constante des juridictions administratives étatiques et des organes juridictionnels internes de la Chambre des députés, l&#8217;attribution d&#8217;une note numérique satisfaisait à l&#8217;obligation de motiver les délibérations des jurys de concours, dans la mesure où les paramètres d&#8217;évaluation généraux, fixés préalablement, permettaient l&#8217;individualisation des critères appliqués, le jury étant tenu de motiver globalement les délibérations proclamant les résultats du concours, et non d&#8217;expliquer au cas par cas les appréciations de chaque épreuve.<br />	<br />
La Section considéra que cette jurisprudence bien établie était motivée par l&#8217;exigence de concilier le principe de transparence et le principe de célérité et d&#8217;efficacité de l&#8217;activité de l&#8217;administration. Par ailleurs, les normes internes pertinentes, à savoir, d&#8217;une part, le règlement des concours pour le recrutement du personnel adopté par le Bureau de la Chambre des députés et, d&#8217;autre part, l&#8217;avis de concours du 11 août 2000, ne prévoyaient pas d&#8217;obligation spécifique à la charge des jurys d&#8217;examen de la Chambre des députés. Elle estima en outre qu&#8217;en l&#8217;espèce, l&#8217;existence d&#8217;un vice permettant le contrôle judiciaire de la légitimité de la procédure d&#8217;appréciation n&#8217;avait pas été démontrée.<br />	<br />
32. Les requérants se pourvurent en cassation contre la décision de la Section. Se référant à l&#8217;article 6 de la Convention, ils soutinrent en particulier que les organes internes ayant statué sur leurs demandes n&#8217;étaient pas des tribunaux établis par la loi, et qu&#8217;il avait donc été porté atteinte aux garanties posées à l&#8217;article 108 de la Constitution italienne et au principe du procès équitable introduit par le nouvel article 111 de la Constitution. Ils contestèrent également la légitimité constitutionnelle de l&#8217;article 12 du règlement de la Chambre des députés.<br />	<br />
La Chambre des députés était représentée dans la procédure par son Président.<br />	<br />
33. Par un arrêt déposé le 10 juin 2004, la Cour de cassation jugea qu&#8217;au sens de l&#8217;article 12 du règlement général de la Chambre des députés, les contentieux concernant les procédures de recrutement du personnel, de même que ceux qui portaient sur les rapports juridiques entre l&#8217;administration de la Chambre et son personnel, étaient couverts par la « réserve de règlement » prévue par la Constitution et relevaient donc de la compétence exclusive des organes de justice internes de la Chambre des députés.<br />	<br />
Elle estima que ladite disposition réglementaire constituait une norme primaire qui, en vertu des principes d&#8217;autonomie et d&#8217;indépendance des organes parlementaires, n&#8217;était susceptible de contrôle ni de la part des juridictions ordinaires ni de la part de la Cour constitutionnelle. A cet égard, la Cour de cassation se référa à l&#8217;arrêt no 154 de 1985, par lequel la Cour constitutionnelle avait affirmé que l&#8217;« autodichia », c&#8217;est-à-dire l&#8217;autonomie normative du Parlement prévue à l&#8217;article 64 de la Constitution, était justifiée compte tenu de la place centrale occupée par cet organe, émanation de la souveraineté du peuple, dans le système constitutionnel italien.<br />	<br />
Selon la Cour de cassation, le Bureau de la Chambre des députés avait créé la Commission et la Section juridictionnelles de la Chambre des députés dans l&#8217;exercice des prérogatives normatives et décisionnelles qui lui étaient conférées par l&#8217;article 12 f) du règlement général afin qu&#8217;elles appliquent et exécutent les dispositions de ladite norme primaire.<br />	<br />
34. Elle conclut donc à l&#8217;irrecevabilité du recours formé par les requérants contre les décisions rendues par les organes de justice internes de la Chambre des députés et rejeta leur grief relatif à la légitimité constitutionnelle de l&#8217;article 12 du règlement de la Chambre.</p>
<p>II. LE DROIT ET LA PRATIQUE INTERNES PERTINENTS</p>
<p><b>Les articles pertinents de la Constitution italienne<br />	<br />
</b><br />	<br />
35. Les articles pertinents de la Constitution sont les suivants :</p>
<p><b></p>
<p align=center>Article 24<br />	
</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>« Il est reconnu à tout individu le droit d&#8217;ester en justice pour la protection de ses droits et de ses intérêts légitimes. La défense est un droit inviolable dans tous les états et à tous les degrés de la procédure. Les moyens d&#8217;ester et de se défendre devant toutes les juridictions sont assurés aux indigents par des institutions juridiques spécifiques. La loi détermine les conditions et les modalités de la réparation des erreurs judiciaires. »	</p>
<p align=center>	<br />
<b>Article 64</p>
<p>	<br />
</b></p>
<p align=justify>
<p>« Chacune des deux Chambres adopte son règlement à la majorité absolue de ses membres (&#8230;) »<br />	<br />
<b></p>
<p align=center>	<br />
Article 97<br />	
</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>« (&#8230;) L&#8217;accès aux emplois des administrations publiques a lieu par concours, hormis dans les cas fixés par la loi. »</p>
<p><b></p>
<p align=center>Article 113</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b><br />	<br />
« La protection juridictionnelle des droits et des intérêts légitimes devant les organes de la juridiction ordinaire ou administrative est toujours admise contre les actes de l&#8217;administration publique. Cette protection juridictionnelle ne peut être exclue ou limitée à des voies de recours particulières ou à des catégories d&#8217;actes déterminées. La loi détermine les organes de juridiction pouvant annuler les actes de l&#8217;administration publique dans les cas et avec les effets que la loi prévoit elle-même. »<br />	<br />
<b><br />	<br />
Les règlements internes de la Chambre des députés<br />	<br />
</b><br />	<br />
36. Aux termes de l&#8217;article 12 du règlement de la Chambre des députés,<br />	<br />
« Le Bureau adopte les règlements et les autres normes concernant :<br />	<br />
a) les conditions et les modalités d&#8217;accès des personnes étrangères au siège de la Chambre ;<br />	<br />
b) l&#8217;administration et la comptabilité intérieure ;<br />	<br />
c) l&#8217;organisation des services et les tâches qui leur sont attribuées, indispensables à l&#8217;exercice des fonctions parlementaires ;<br />	<br />
d) le statut juridique, le traitement économique et de pension, la discipline du personnel de la Chambre, y compris les devoirs relatifs au secret de bureau ;<br />	<br />
e) les critères pour l&#8217;attribution, à un personnel étranger à la Chambre, de tâches non directement nécessaires à l&#8217;exercice des fonctions parlementaires, ainsi que les devoirs de discrétion et les autres obligations que ces derniers sont tenus d&#8217;observer, y compris à l&#8217;égard d&#8217;organes étrangers à la Chambre ;<br />	<br />
f) les recours dans les matières faisant l&#8217;objet de la lettre d) ci-dessus ainsi que les recours et toute autre opposition, même présentée par des personnes étrangères à la Chambre, contre les autres actes d&#8217;administration de la Chambre elle-même. »<br />	<br />
En vertu de l&#8217;article 5 du règlement de la Chambre des députés, le Bureau est présidé par le Président de la Chambre et composé de quinze députés élus par la Chambre, dont quatre vice-présidents, trois questeurs (questori) et huit secrétaires.<br />	<br />
Il nomme, sur proposition du Président, le Secrétaire général de la Chambre (article 12).<br />	<br />
37. Le « Règlement pour la protection juridictionnelle du personnel de la Chambre des députés » (ci-après « le RPJ »), adopté le 28 avril 1988 par le Bureau en vertu de l&#8217;article 12 du règlement de la Chambre des députés, énonce ceci :<br />	<br />
<b></p>
<p align=center>	<br />
Article 1<br />	<br />
(Protection juridictionnelle du personnel)</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b><br />	<br />
« Les membres du personnel de la Chambre des députés peuvent en vertu du présent règlement, qu&#8217;ils soient en service ou retraités, introduire un recours pour la protection de leurs droits et de leurs intérêts contre les actes et les décisions, même de caractère général, émanant de l&#8217;administration.<br />	<br />
Les tiers intéressés par les décisions de l&#8217;administration concernant les procédures de concours pour le recrutement aux postes de la Chambre des députés ont également la faculté d&#8217;introduire un recours.<br />	<br />
(&#8230;) la protection juridictionnelle prévue au premier alinéa du présent article est accordée à l&#8217;égard de toute décision susceptible de recours administratif de la part des employés. (&#8230;) »</p>
<p><b></p>
<p align=center>Article 2<br />	<br />
(Recevabilité des recours)<br />	
</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>« Les recours visés à l&#8217;article 1 peuvent être introduits pour incompétence, abus de pouvoir ou violation des dispositions d&#8217;une loi ou d&#8217;un règlement.<br />	<br />
Les décisions des organes de la Chambre constituant par leur contenu des actes politiques ou de haute administration ainsi que celles concernant les nominations discrétionnaires (a scelta) et les affectations ou les mutations aux services et aux bureaux qui relèvent de la compétence du Président, du Bureau, du collège des questeurs et du Secrétaire général ne sont susceptibles de recours que pour incompétence et pour violation des dispositions d&#8217;une loi ou d&#8217;un règlement. »</p>
<p><b></p>
<p align=center>Article 3<br />	<br />
(Commission juridictionnelle pour le personnel)</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b><br />	<br />
« La Commission juridictionnelle pour le personnel (ci-après « la Commission ») statue en première instance sur les recours visés à l&#8217;article 1.<br />	<br />
Elle est nommée par décret du Président de la Chambre dans un délai de 45 jours à compter du début de la législature, et composée de six membres choisis par tirage au sort dans des listes de députés (&#8230;) dont l&#8217;établissement est décidé respectivement par le Président de la Chambre, le Secrétaire général et les organisations syndicales.<br />	<br />
Le président de la Commission est nommé par le Président de la Chambre parmi les membres de la Commission.<br />	<br />
Au début de chaque législature, dans un délai de trente jours à compter de la première séance de la Chambre, les listes visées à l&#8217;alinéa 2 sont établies et il est procédé au tirage au sort des six députés qui siégeront à la Commission et de trois suppléants (&#8230;)<br />	<br />
Les membres du Bureau ne peuvent figurer sur les listes susmentionnées.<br />	<br />
Seuls peuvent être inscrits sur ces listes les députés répondant à l&#8217;un des critères suivants : magistrats, même retraités, des juridictions ordinaires ou administratives ; professeurs universitaires de matières juridiques ; avocats ; avocats de l&#8217;Etat ou procureurs près le Barreau de l&#8217;Etat, même retraités.<br />	<br />
En vue des audiences, le président de la Commission décide de la composition des collèges (&#8230;) »</p>
<p>	<br />
<b></p>
<p align=center>Article 4<br />	<br />
(Procédure devant la Commission)<br />	
</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>« Le recours doit être introduit dans un délai de trente jours à compter de la communication de la décision attaquée. (&#8230;)<br />	<br />
Dans un délai de dix jours à compter du dépôt du recours, le secrétariat de la Commission le communique au Secrétaire général et aux autres intéressés.<br />	<br />
Dans un délai de cinq jours, le requérant et les autres intéressés peuvent présenter des documents. Les parties à la procédure peuvent avoir accès au dossier et peuvent, le cas échéant, présenter des moyens supplémentaires (&#8230;) »<br />	<br />
<b></p>
<p align=center>	<br />
Article 5<br />	<br />
(Décision de la Commission)<br />	
</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>« (&#8230;) Devant la Commission, l&#8217;administration est représentée par le conseiller en chef du service du personnel, avec l&#8217;assistance du Barreau de la Chambre des députés. Le requérant peut se représenter lui-même ou se faire assister par un représentant syndical.<br />	<br />
Les parties peuvent être assistées par un avocat.<br />	<br />
Les audiences de la Commission ne sont pas publiques. Ne peuvent y assister que les parties qui en ont fait la demande.<br />	<br />
Après l&#8217;exposé par le rapporteur des points soulevés par les parties, celles-ci peuvent présenter leurs conclusions.<br />	<br />
La cause est entendue dans le cadre d&#8217;une audience unique, sauf cas exceptionnels décidés par le Président de la Commission.<br />	<br />
Si le recours est accueilli, la Commission annule l&#8217;acte attaqué, ou le réforme, dans les cas où elle est compétente pour décider sur le fond de la requête.<br />	<br />
La décision de la Commission, qui doit être adoptée dans un délai de soixante jours à compter du dépôt du recours, est motivée et déposée au secrétariat, qui procède à la notification aux parties. (&#8230;) »<br />	<br />
<b></p>
<p align=center>Article 6<br />	<br />
(Appel des décisions de la Commission)<br />	
</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>« Les décisions de la Commission peuvent être attaquées devant la Section juridictionnelle du Bureau (ci-après « la Section »).<br />	<br />
L&#8217;appel ne suspend pas les effets de la décision de la Commission. Le requérant peut présenter en même temps au Bureau une demande de sursis.<br />	<br />
La Section est composée de quatre membres, plus deux suppléants, nommés parmi les membres du Bureau sur proposition du Président dans un délai de quarante-cinq jours à compter du début de la législature. »</p>
<p><b></p>
<p align=center>Article 6 bis<br />	<br />
(Procédure devant la Section)<br />	
</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>« L&#8217;appel, qui doit être motivé, est déposé dans un délai de vingt jours à compter de la notification de la décision de la Commission.<br />	<br />
L&#8217;appel est porté devant le Président qui désigne un rapporteur, à moins qu&#8217;il n&#8217;estime nécessaire un examen par le Bureau en raison de l&#8217;importance des questions soulevées. Le Président fixe la date de l&#8217;audience.<br />	<br />
La Section statue sur la demande de sursis dans un délai de trente jours.<br />	<br />
Les parties peuvent déposer des mémoires écrits.<br />	<br />
La présentation de nouveaux documents n&#8217;est pas admise.<br />	<br />
Les parties qui en font la demande sont admises à l&#8217;audience et peuvent présenter oralement leurs conclusions.<br />	<br />
La Section délibère à l&#8217;audience, après la discussion. (&#8230;)<br />	<br />
Devant la Section, l&#8217;administration est représentée par le Secrétaire général. Le requérant peut se représenter lui-même ou se faire assister par un représentant syndical.<br />	<br />
Les parties peuvent se faire représenter par un avocat habilité à exercer devant les juridictions supérieures. »</p>
<p><b></p>
<p align=center>Article 6 ter<br />	<br />
(Procédure d&#8217;examen des appels des décisions de la Commission devant le Bureau)<br />	
</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b>« (&#8230;) Le Président de la Chambre nomme un rapporteur choisi parmi les membres du Bureau. (&#8230;) »<br />	<br />
Article 6 quater<br />	<br />
(Recours en révision)<br />	<br />
« Les décisions du Bureau, de la Section et de la Commission sont susceptibles de recours en révision, conformément aux dispositions du code de procédure civile relatives au recours en révision devant la Cour de cassation. (&#8230;) »</p>
<p><b></p>
<p align=center>Article 9<br />	<br />
(Règles de procédure applicables)</p>
<p>	</p>
<p align=justify>	<br />
</b><br />	<br />
« Pour les aspects qui ne sont pas prévus par le présent règlement, sont applicables, si elles sont compatibles, les règles de procédure des tribunaux administratifs régionaux en ce qui concerne les litiges devant la Commission, et les règles de procédure du Conseil d&#8217;Etat pour les recours devant la Section (&#8230;)<br />	<br />
Lorsqu&#8217;un préjudice grave et irréparable pour le requérant est susceptible de découler de la décision attaquée en première instance, la Commission peut, à la demande de l&#8217;intéressé et après avoir entendu les parties, adopter les mesures d&#8217;urgence nécessaires, par une ordonnance non susceptible de recours (&#8230;). »</p>
<p><b>La qualification professionnelle des assistants parlementaires</p>
<p></b>38. L&#8217;article 45 du « Règlement des services et du personnel » de la Chambre des députés concerne la description de la qualification professionnelle des fonctionnaires de premier niveau (« primo livello funzionale–retributivo »). A l&#8217;époque des faits, il était ainsi rédigé :<br />	<br />
« Le premier niveau d&#8217;attributions et de rétribution consiste à s&#8217;acquitter de tâches surtout manuelles, pour lesquelles n&#8217;est pas requise une formation professionnelle spécialisée, et à collaborer aux tâches propres au deuxième niveau. L&#8217;autonomie dans l&#8217;exercice des activités est limitée au choix des modalités matérielles nécessaires à la bonne exécution du travail à effectuer. Le fonctionnaire est responsable de la conformité du travail accompli avec les règles de service ».<br />	<br />
Cette disposition fut modifiée le 30 juillet 2004 par une décision du Bureau de la Chambre des députés. La nouvelle disposition se lit ainsi :<br />	<br />
« Le premier niveau d&#8217;attributions et de rétributions consiste à s&#8217;acquitter d&#8217;activités de base concernant la surveillance, la sécurité des lieux, la représentation, l&#8217;assistance opérationnelle, la prestation de services et la gestion d&#8217;installations, et à collaborer aux tâches propres au deuxième niveau.<br />	<br />
L&#8217;autonomie dans l&#8217;exercice des activités est limitée au choix des modalités matérielles nécessaires à la bonne exécution du travail à effectuer. Le fonctionnaire est responsable de la célérité du travail accompli et de sa conformité avec les règles de service. »</p>
<p>EN DROIT<br />	<br />
I. JONCTION DES REQUÊTES</p>
<p>39. La Cour constate que les trois requêtes sont similaires en ce qui concerne les griefs soulevés et les problèmes de fond qu&#8217;elles posent. En conséquence, elle juge approprié de procéder à leur jonction et de les examiner conjointement.</p>
<p>II. SUR LA VIOLATION ALLÉGUÉE DE L&#8217;ARTICLE 6 § 1 DE LA CONVENTION</p>
<p>40. Les requérants soutiennent que la Commission et la Section juridictionnelles pour le personnel de la Chambre des députés ne sont pas des tribunaux établis par la loi et ne présentent pas l&#8217;indépendance et l&#8217;impartialité voulues au regard de la Convention. Ils se plaignent de ne pas avoir eu accès à un « tribunal » au sens de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention, qui est ainsi libellé :<br />	<br />
« Toute personne a droit à ce que sa cause soit entendue équitablement (&#8230;) par un tribunal indépendant et impartial, établi par la loi, qui décidera, (&#8230;) des contestations sur ses droits et obligations de caractère civil (&#8230;) »<br />	<br />
41. Le Gouvernement s&#8217;oppose à cette thèse.</p>
<p><b>A. Sur la recevabilité</p>
<p></b>1. Thèses des parties</p>
<p>a) Le Gouvernement</p>
<p>42. Le Gouvernement soutient que les requêtes échappent à l&#8217;applicabilité de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention pour différentes raisons.<br />	<br />
43. Tout d&#8217;abord, il considère que les droits revendiqués par les requérants au cours des procédures litigieuses ne sauraient être qualifiés de droits de caractère civil au sens de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention.<br />	<br />
44. En particulier, il estime, quant aux requêtes no 17214/05 et no 20329/05, que les griefs des requérants étaient manifestement dépourvus de tout fondement, l&#8217;indemnité qu&#8217;ils sollicitent, prévue par la loi no 109 de 1994 pour tous les fonctionnaires publics, n&#8217;étant manifestement pas applicable aux fonctionnaires parlementaires compte tenu de leur statut et des bénéfices économiques spéciaux dont ils jouissent, parmi lesquels un salaire bien plus élevé que celui des autres employés publics et une indemnité de fonction (indennità de funzione) réservée aux employés de la Chambre des députés.<br />	<br />
45. Selon le Gouvernement, la contestation n&#8217;étant ni réelle ni sérieuse, ces deux requêtes ne sauraient en aucun cas entrer dans le champ d&#8217;application de l&#8217;article 6 § 1.<br />	<br />
46. Pour ce qui est de la requête no 42113/04, le Gouvernement fait valoir que le litige concerne le droit des requérants d&#8217;accéder à des postes de la fonction publique, et que ni ledit droit, ni celui de choisir une profession particulière ne sont protégés par la Convention. La requête introduite par les candidats au poste d&#8217;assistants parlementaires serait donc également incompatible ratione materiae avec la Convention.<br />	<br />
47. Ensuite, le Gouvernement soutient que même si l&#8217;on admettait que ces droits sont protégés par la Convention, les contentieux litigieux sortiraient du champ d&#8217;application de l&#8217;article 6 § 1 en vertu des principes qui se dégagent de la jurisprudence Eskelinen (Vilho Eskelinen et autres c. Finlande [GC], no 63235/00, CEDH 2007– &#8230;).<br />	<br />
48. A cet égard, il argue que si le droit interne n&#8217;offrait à aucun des requérants la possibilité de voir leurs demandes examinées par un tribunal, cette restriction à leur droit d&#8217;accès à un tribunal était en l&#8217;espèce justifiée à la lumière de la jurisprudence Eskelinen, compte tenu des fonctions qu&#8217;ils exerçaient et de l&#8217;objet des litiges qu&#8217;ils avaient engagés.<br />	<br />
49. Quant aux requêtes no 17214/05 et no 20329/05, le Gouvernement fait valoir que les requérants, respectivement géomètre et architecte, sont affectés à l&#8217;élaboration de projets et à la réalisation des travaux de construction et de restauration de bâtiments appartenant à la Chambre des députés. De ce fait, les requérants, dont l&#8217;activité serait étroitement liée au bon déroulement des activités parlementaires en ce qu&#8217;elle aurait trait à la sécurité des bâtiments et à la qualité des structures réglant l&#8217;accès au siège institutionnel, participeraient à l&#8217;exercice de la puissance publique.<br />	<br />
50. En outre, le Gouvernement considère que l&#8217;objet des litiges engagés par MM. S. et P. n&#8217;est de type patrimonial qu&#8217;en apparence. En réalité, les contentieux en question portaient sur l&#8217;applicabilité de dispositions de droit commun en matière d&#8217;emploi public à des fonctionnaires parlementaires bénéficiant d&#8217;un statut spécial et soumis, dès lors, aux normes spéciales établies par le règlement de la Chambre des députés. Or un tel enjeu justifierait la soustraction des litiges au champ d&#8217;application de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention.<br />	<br />
51. Pour ce qui est de la requête no 42113/04, le Gouvernement indique que les assistants parlementaires, qui peuvent être classés entre le premier et le cinquième niveau suivant leur ancienneté, exercent notamment des fonctions de sécurité et de police au sein des sièges parlementaires. Ce rôle serait lié au principe de l&#8217;« immunité de siège », selon lequel les forces de l&#8217;ordre ordinaires n&#8217;ont accès au siège de la Chambre des députés qu&#8217;après autorisation préalable de son Président. Ainsi, les fonctionnaires appartenant à cette catégorie seraient amenés à maintenir l&#8217;ordre dans la salle de la Chambre des députés, à gérer des situations d&#8217;urgence, à accompagner et protéger les parlementaires, ou encore à aménager les bureaux des députés. Il s&#8217;agirait donc d&#8217;activités extrêmement délicates, étroitement liées au bon déroulement des activités parlementaires et donc à l&#8217;exercice de la puissance publique, qui nécessiteraient un lien spécial de confiance et de loyauté avec l&#8217;Etat.<br />	<br />
52. Le Gouvernement soutient que l&#8217;objet du litige concerne la genèse de ce lien spécial de confiance, à savoir la procédure de sélection et d&#8217;évaluation des capacités professionnelles des intéressés aux fins de leur recrutement. Il ne saurait dès lors entrer dans le champ d&#8217;application de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention.<br />	<br />
53. Lors de l&#8217;audience, le Gouvernement a également développé une autre argumentation, selon laquelle le système juridique en vigueur aurait assuré aux requérants l&#8217;accès à un tribunal au sens de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention, puisque les organes de justice internes de la Chambre des députés assurent aux parties à la procédure toutes les garanties prévues par cette disposition.<br />	<br />
54. Enfin, le Gouvernement considère que permettre à un tribunal ordinaire de juger de l&#8217;opportunité d&#8217;octroyer ou de refuser une certaine indemnité de travail, ou encore d&#8217;annuler ou de valider une procédure de sélection d&#8217;assistants parlementaires, reviendrait à admettre qu&#8217;un « tiers pouvoir » connaisse et juge d&#8217;activités faisant intervenir les prérogatives institutionnelles du Parlement.<br />	<br />
55. A cet égard, le Gouvernement renvoie aux principes de la séparation des pouvoirs et de l&#8217;immunité de juridiction indispensables au bon fonctionnement des parlements. Se référant à l&#8217;arrêt Waite et Kennedy c. Allemagne ([GC], no 26083/94, CEDH 1999-I), il revendique la faculté pour la Chambre des députés de bénéficier d&#8217;un espace privilégié d&#8217;autonomie et d&#8217;indépendance, justifiant l&#8217;immunité face aux juridictions ordinaires et, par conséquent, la dérogation à l&#8217;application des principes garantis par l&#8217;article 6 § 1 de la Convention.<br />	<br />
56. Le Gouvernement soutient qu&#8217;il serait impossible de définir a priori, parmi tous les litiges susceptibles d&#8217;être introduits contre l&#8217;administration de la Chambre des députés, ceux qui n&#8217;impliqueraient pas l&#8217;exercice de l&#8217;autorité étatique et qui pourraient donc être jugés par les juridictions ordinaires. C&#8217;est pour cette raison que les organes de juridiction internes sont compétents pour juger de tout contentieux mettant en cause d&#8217;une façon ou d&#8217;une autre l&#8217;administration de la Chambre des députés.</p>
<p><i>b) Les requérants<br />	<br />
</i><br />	<br />
57. Les requérants contestent la thèse du Gouvernement concernant l&#8217;applicabilité de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention et soutiennent qu&#8217;il n&#8217;existe aucune raison d&#8217;intérêt public pouvant justifier l&#8217;impossibilité d&#8217;avoir accès à un tribunal.<br />	<br />
58. En particulier, dans le cadre des requêtes no 17214/05 et no 20329/05, MM. S. et P. soulignent que leurs demandes vis-à-vis de l&#8217;administration de la Chambre des députés concernaient une question purement pécuniaire, à savoir l&#8217;octroi d&#8217;une indemnité de travail prévue par la loi no 109 et liée aux activités d&#8217;élaboration de projets et à la direction de travaux. Ils font valoir qu&#8217;ils exercent effectivement ces activités au sein de la Chambre des députés et que ce point n&#8217;a jamais été remis en question par l&#8217;administration. En outre, ils considèrent que l&#8217;octroi de l&#8217;indemnité en question est parfaitement compatible avec la reconnaissance de l&#8217;indemnité de fonction prévue à titre spécial pour les fonctionnaires parlementaires, cette dernière étant liée à la qualification professionnelle des fonctionnaires et reposant sur des critères d&#8217;attribution différents.<br />	<br />
59. Dès lors, les requérants récusent l&#8217;argument du Gouvernement selon lequel l&#8217;objet du contentieux était manifestement dépourvu de tout fondement et de toute chance de succès.<br />	<br />
60. Dans le cadre de la requête no 42113/04, les requérants, se référant aux articles 24, 97 et 113 de la constitution italienne, font valoir qu&#8217;en droit italien, l&#8217;accès à la fonction publique se fait par concours. Dès lors, hormis quelques exceptions expressément prévues par la loi, l&#8217;administration publique n&#8217;aurait aucun pouvoir discrétionnaire dans le choix de ses fonctionnaires, mais serait tenue d&#8217;organiser des concours publics pour évaluer les compétences et les capacités des candidats aux postes à pourvoir. Or, selon le droit national, tout participant à un concours aurait le droit de saisir un tribunal indépendant et impartial pour voir examiner ses demandes concernant le déroulement de la procédure de recrutement.<br />	<br />
Selon les requérants, aucune loi ne prévoit une dérogation à ces principes constitutionnels quant au recrutement des assistants parlementaires.<br />	<br />
61. Par ailleurs, la spécificité des activités exercées par les assistants parlementaires, qui relèvent selon le Gouvernement des fonctions de police, ne saurait selon les requérants constituer un motif justifiant la soustraction à la compétence d&#8217;un tribunal des litiges relatifs à leur recrutement. A cet égard, les requérants font valoir que, selon l&#8217;avis de concours diffusé par la Chambre des députés le 11 août 2000 et l&#8217;article 45 du règlement des services et du personnel en vigueur à la même époque, les fonctions des assistants parlementaires de premier niveau étaient surtout manuelles et se caractérisaient par un niveau d&#8217;autonomie très réduit.<br />	<br />
62. Au demeurant, les requérants soulignent que les candidats à des postes au sein des forces armées, tout comme les candidats à des postes dans la magistrature, l&#8217;éducation publique, le système universitaire et les autres secteurs de l&#8217;administration publique, ont la faculté de saisir le tribunal administratif afin qu&#8217;il contrôle la légitimité et le bon déroulement de la procédure de recrutement.</p>
<p><i>2. Appréciation de la Cour<br />	<br />
</i><br />	<br />
63. La Cour rappelle que l&#8217;applicabilité de l&#8217;article 6 § 1 dans le contexte civil présuppose l&#8217;existence d&#8217;une « contestation » sur un « droit de caractère civil ». Elle doit d&#8217;abord rechercher l&#8217;existence d&#8217;un « droit » que l&#8217;on puisse prétendre, au moins de manière défendable, reconnu en droit interne, qu&#8217;il soit ou non protégé de surcroît par la Convention (voir, entre autres, Pudas c. Suède, 27 octobre 1987, série A no 125-A, § 31 ; Neves e Silva c. Portugal, 27 avril 1989, série A no 153-A, p. 14, § 37). Il doit s&#8217;agir d&#8217;une contestation réelle et sérieuse ; elle peut concerner aussi bien l&#8217;existence même d&#8217;un droit que son étendue ou ses modalités d&#8217;exercice. L&#8217;issue de la procédure doit être directement déterminante pour le droit en question (voir, notamment, Athanassoglou et autres c. Suisse [GC], no 27644/95, § 43, CEDH 2000-IV ; Mennitto c. Italie [GC], no 33804/96, § 23, CEDH 2000-X). Enfin, ce droit doit revêtir un caractère « civil ».<br />	<br />
64. A cet égard, la Cour rappelle sa jurisprudence dans l&#8217;affaire Eskelinen précitée, dans laquelle elle a posé deux critères devant tous deux être remplis pour que l&#8217;Etat défendeur puisse valablement opposer à un requérant fonctionnaire l&#8217;inapplicabilité de l&#8217;article 6 § 1 en l&#8217;absence d&#8217;un droit « civil » : d&#8217;une part, le requérant fonctionnaire doit être expressément privé du droit d&#8217;accéder à un tribunal d&#8217;après le droit national ; d&#8217;autre part, l&#8217;exclusion des droits garantis à l&#8217;article 6 § 1 doit reposer sur des motifs objectifs liés à l&#8217;intérêt de l&#8217;Etat. A ce dernier égard, il ne suffit pas que l&#8217;Etat démontre que le fonctionnaire en question participe à l&#8217;exercice de la puissance publique ou qu&#8217;il existe un « lien spécial de confiance et de loyauté » entre l&#8217;intéressé et l&#8217;Etat employeur. Il faut aussi que l&#8217;Etat montre que l&#8217;objet du litige est lié à l&#8217;exercice de l&#8217;autorité étatique ou remet en cause le lien spécial susmentionné. Ainsi, rien en principe ne justifie de soustraire aux garanties de l&#8217;article 6 § 1 les conflits ordinaires du travail – tels ceux portant sur un salaire, une indemnité ou d&#8217;autres droits de ce type – à raison du caractère spécial de la relation entre le fonctionnaire concerné et l&#8217;Etat en question (ibidem, § 62).<br />	<br />
65. La Cour observe d&#8217;emblée que les demandes des requérants concernaient bien des « droits » au sens de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention.<br />	<br />
66. Pour ce qui est des requêtes no 17214/05 et no 20329/05, la Cour relève que la loi no 109 de 1994 prévoit l&#8217;octroi de l&#8217;indemnité revendiquée par les requérants à tout fonctionnaire chargé de l&#8217;élaboration de projets et de la direction de travaux dans la réalisation d&#8217;ouvrages pour le compte de l&#8217;administration publique. Devant les organes juridictionnels de la Chambre des députés, les intéressés sollicitaient l&#8217;application de la loi no 109 et l&#8217;octroi de ladite indemnité compte tenu de leur statut de fonctionnaires publics et de la nature des fonctions exercées au sein du Parlement. La Cour observe que la Commission juridictionnelle de la Chambre des députés, statuant en première instance, a fait partiellement droit aux demandes des requérants en leur reconnaissant le droit à l&#8217;indemnité litigieuse pour la période antérieure à la date de l&#8217;entrée en vigueur du protocole additionnel de 2001 (paragraphes 13-14 ci-dessous). Ce faisant, l&#8217;organe juridictionnel saisi par les requérants a examiné leurs demandes au fond, à la lumière des critères d&#8217;attribution de l&#8217;indemnité et des activités exercées par les intéressés, et n&#8217;a pas estimé devoir les rejeter pour défaut de fondement.<br />	<br />
67. Dès lors, la Cour ne partage pas la thèse du Gouvernement selon laquelle les contestations des requérants ne sont ni réelles ni sérieuses (Sporrong et Lönnroth c. Suède, 23 septembre 1982, § 81, série A no 52) et estime que ceux-ci peuvent prétendre de manière défendable avoir un droit au sens de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention.<br />	<br />
68. Concernant la requête no 42113/04, la Cour relève que le droit interne garantit le droit de saisir un tribunal et d&#8217;obtenir ainsi un contrôle juridictionnel de la légalité de toute procédure de recrutement par concours public. Elle observe en outre que, même s&#8217;il ne s&#8217;agissait que d&#8217;une décision de première instance annulée par la suite en appel, la Commission a accueilli les arguments des requérants concernant les critères d&#8217;évaluation des épreuves écrites du concours et, faisant droit à leurs demandes de sursis, leur a permis de participer à la suite de la procédure de recrutement.<br />	<br />
69. La Cour conclut donc que les organes compétents de la Chambre des députés devaient décider de contestations sur des « droits » au sens de l&#8217;article 6 § 1.<br />	<br />
70. Elle doit ensuite déterminer si le droit interne assurait une protection juridictionnelle aux requérants, c&#8217;est-à-dire s&#8217;ils avaient la possibilité d&#8217;introduire un recours juridictionnel au niveau national et de voir ainsi examiner leur revendications relatives au salaire ou aux indemnités, voire au recrutement (Eskelinen, précité, §§ 57 et 59).<br />	<br />
71. La Cour note que les requérants ont présenté leurs demandes devant les organes de juridiction internes de la Chambre des députés, compétents en matière de protection juridictionnelle du personnel de la Chambre, lesquels ont examiné leurs revendications et tranché les contentieux par des décisions définitives et exécutoires.<br />	<br />
72. Certes, les intéressés allèguent devant la Cour que ces organes ne présentent pas les qualités de « tribunaux » requises par la Convention. Cependant, la Cour rappelle que sa conclusion quant à l&#8217;applicabilité de l&#8217;article 6 § 1 ne préjuge en rien de la réponse à la question de savoir comment les diverses garanties attachées à cet article doivent s&#8217;appliquer aux litiges concernant des fonctionnaires (Eskelinen, précité, § 64).<br />	<br />
La Cour estime devoir se borner, afin d&#8217;évaluer l&#8217;applicabilité de l&#8217;article 6 § 1 dans chaque cas d&#8217;espèce, à vérifier si les requérants disposaient d&#8217;une protection juridictionnelle au niveau interne.<br />	<br />
73. Elle rappelle que sa jurisprudence n&#8217;entend pas nécessairement, par le terme « tribunal », une juridiction de type classique, intégrée aux structures judiciaires ordinaires du pays (Campbell et Fell c. Royaume-Uni, 28 juin 1984, § 76, série A no 80). Aux fins de la Convention, une autorité peut s&#8217;analyser en un « tribunal », au sens matériel du terme, lorsqu&#8217;il lui appartient de trancher, sur la base de normes de droit, avec plénitude de juridiction et à l&#8217;issue d&#8217;une procédure organisée, toute question relevant de sa compétence (Sramek c. Autriche, 22 octobre 1984, § 36, série A no 84 ; Beaumartin c. France, 24 novembre 1994, § 38, série A no 296-B). En effet, un « tribunal » se distingue par son pouvoir de réformer en tous points, en fait comme en droit, la décision rendue par une autorité administrative (Schmautzer c. Autriche, 23 octobre 1995, § 36, série A no 328-A). Enfin, le pouvoir de rendre une décision obligatoire ne pouvant être modifiée par une autorité non judiciaire au détriment d&#8217;une partie est inhérent à la notion même de « tribunal » (Van de Hurk c. Pays-Bas, 19 avril 1994, § 45, série A no 288).<br />	<br />
74. Or, il ressort des dispositions normatives pertinentes du règlement pour la protection juridictionnelle du personnel que la Commission et la Section juridictionnelles de la Chambre des députés sont compétentes pour trancher tout contentieux mettant en cause l&#8217;administration de la Chambre des députés. Elles décident à l&#8217;issue d&#8217;une procédure organisée, avec plénitude de juridiction et de manière obligatoire, tant pour l&#8217;administration que pour les justiciables. Aux yeux de la Cour, elles exercent sans nul doute une fonction juridictionnelle (voir, mutatis mutandis, Argyrou et autres c. Grèce, no 10468/04, §§ 24-27, 15 janvier 2009 ; a contrario, Suküt c. Turquie (déc.), no 59773/00, CEDH 2007-&#8230; (extraits)). C&#8217;est d&#8217;ailleurs ce qu&#8217;a soutenu le Gouvernement défendeur à l&#8217;audience devant la Cour (voir paragraphe 53 ci-dessus).<br />	<br />
75. Compte tenu de ces considérations, la Cour estime que l&#8217;article 6 § 1 est applicable aux présentes requêtes en vertu de la première condition posée dans l&#8217;arrêt Eskelinen.<br />	<br />
76. Au demeurant, la Cour observe que même si le cadre normatif national privait expressément les requérants du droit d&#8217;accéder à un tribunal, dans les cas d&#8217;espèce et abstraction faite d&#8217;autres matières susceptibles de recours en vertu de l&#8217;article 12 du règlement de la Chambre (paragraphe 36 ci-dessus), l&#8217;inapplicabilité de l&#8217;article 6 § 1 ne saurait en tout état de cause reposer que sur des motifs objectifs liés à l&#8217;intérêt de l&#8217;Etat.<br />	<br />
77. Compte tenu des objets respectifs des litiges engagés par les requérants, qui concernent le droit d&#8217;obtenir une indemnité spéciale de travail liée à l&#8217;exercice des activités de directeur des travaux et l&#8217;exercice du métier d&#8217;assistant parlementaire, qui comporte des activités essentiellement manuelles et implique un degré d&#8217;autonomie très réduit (paragraphe 38 ci-dessus), la Cour estime que le lien spécial de confiance et de loyauté entre l&#8217;Etat et les intéressés n&#8217;était pas mis en cause.<br />	<br />
78. Dès lors, au vu de la nature de ces contentieux, la Cour estime qu&#8217;on ne saurait affirmer que l&#8217;exercice de la puissance publique est en jeu dans les présentes affaires ou qu&#8217;un lien spécial de confiance entre l&#8217;Etat et les requérants justifie leur exclusion des droits garantis par la Convention (voir Itslaïev c. Russie, no 34631/02, § 29, 9 octobre 2008 et, a contrario, Apay c. Turquie (déc.), no 3964/05, 11 décembre 2007). L&#8217;article 6 § 1 est donc applicable également à la lumière de la seconde condition posée dans l&#8217;arrêt Eskelinen.<br />	<br />
79. Il s&#8217;ensuit que l&#8217;exception du Gouvernement ne saurait être retenue.<br />	<br />
La Cour constate par ailleurs que les requêtes ne sont pas manifestement mal fondées au sens de l&#8217;article 35 § 3 de la Convention et qu&#8217;elles ne se heurtent à aucun autre motif d&#8217;irrecevabilité. Il convient donc de les déclarer recevables.</p>
<p><b>B. Sur le fond<br />	<br />
</b><i><br />	<br />
1. Thèses des parties<br />	<br />
</i><br />	<br />
80. Les requérants soutiennent que la Commission et la Section ne peuvent être considérés comme des tribunaux prévus par la loi, indépendants et impartiaux au sens de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention.<br />	<br />
Ils font valoir tout d&#8217;abord que les organes de justice internes de la Chambre des députés sont établis par une norme de rang secondaire, à savoir le RPJ. A la différence du règlement général de la Chambre des députés, directement prévu par la Constitution et approuvé par l&#8217;assemblée législative à la majorité absolue de ses membres, le règlement mineur, approuvé par le Bureau, ne saurait, selon eux, être considéré une source de droit primaire, pouvant légitimer l&#8217;existence et le fonctionnement de « tribunaux ».<br />	<br />
En outre, les règlements mineurs de la Chambre des députés ne présenteraient pas la qualité indispensable de l&#8217;accessibilité, n&#8217;étant pas publiés au journal officiel mais dans une publication interne de la Chambre des députés.<br />	<br />
81. Par ailleurs, les requérants soutiennent que, compte tenu notamment des modalités de désignation de leurs membres, la Commission et la Section ne présentent ni l&#8217;apparence d&#8217;indépendance ni l&#8217;impartialité objective requises par la Convention. Ils appellent l&#8217;attention de la Cour sur le fait que les organes de justice appelés à trancher des contentieux entre la Chambre des députés et des particuliers sont intégralement composés de membres de la Chambre elle-même, qui est partie aux contentieux.<br />	<br />
82. En particulier, la Section ne serait autre qu&#8217;un organe interne du Bureau, qui est responsable de la gestion du budget et de toutes les questions touchant à l&#8217;administration de la Chambre. A cet égard, les requérants soulignent que l&#8217;organe d&#8217;appel est présidé par le Président de la Chambre et composé de parlementaires membres du Bureau, qui sont choisis par le Président et n&#8217;ont souvent aucune formation juridique.<br />	<br />
83. En outre, ils font valoir que l&#8217;article 6 bis du règlement prévoit la possibilité pour le Président de décider que les questions particulièrement importantes soient tranchées directement par le Bureau. Dans ce contexte, l&#8217;absence de lien hiérarchique direct entre les membres de la Section et l&#8217;administration de la Chambre des députés ne pourrait constituer en soi un indice d&#8217;impartialité.<br />	<br />
84. Par ailleurs, les garanties d&#8217;inamovibilité dont jouissent les membres de la Commission et de la Section ne permettraient pas non plus de garantir l&#8217;indépendance de ces organes. En effet, il ne s&#8217;agirait pas de juger de leur indépendance à l&#8217;égard d&#8217;un pouvoir extérieur mais à l&#8217;égard de l&#8217;une des parties aux affaires qu&#8217;ils sont amenés à juger.<br />	<br />
85. Enfin, les requérants dénoncent l&#8217;absence de publicité des audiences devant la Commission et devant la Section.<br />	<br />
86. Le Gouvernement conteste les arguments des requérants. Il soutient tout d&#8217;abord que les organes juridictionnels en question ont été créés par l&#8217;article 12 du règlement général de la Chambre des députés, adopté à la majorité absolue par les membres de l&#8217;Assemblée parlementaire, conformément à l&#8217;article 64 § 1 de la Constitution. Seuls le fonctionnement et les règles de procédure de ces organes juridictionnels seraient régis par le RPJ, adopté en vertu du paragraphe 3 de l&#8217;article 12 du règlement général de la Chambre des députés par le Bureau, qui est formé par les représentants de tous les groupes parlementaires et constitue l&#8217;organe de direction politique le plus élevé de la Chambre.<br />	<br />
87. Le Gouvernement soutient ensuite que, bien qu&#8217;ils ne soient pas des actes formellement législatifs, les règlements parlementaires, y compris les règlements dits « mineurs » adoptés par le Bureau, sont considérés comme des normes primaires par la jurisprudence constitutionnelle et ordinaire.<br />	<br />
Il fait valoir par ailleurs que dans sa jurisprudence, la Cour, lorsqu&#8217;elle admet l&#8217;existence de limitations à l&#8217;accès à un tribunal, considère que ces limitations doivent être prévues par le « droit national » ou par « l&#8217;ordre juridique national ». Il estime ces formules pleinement compatibles avec la conception des règlements parlementaires évoquée plus haut, à plus forte raison si l&#8217;on considère que ces règlements sont, de toute façon, l&#8217;expression d&#8217;une assemblée parlementaire élue ou d&#8217;un organe politique suffisamment représentatif de la volonté populaire.<br />	<br />
88. Le Gouvernement soutient en outre que la Commission et la Section sont des tribunaux indépendants et impartiaux par excellence.<br />	<br />
Il argue tout d&#8217;abord que ces deux organes sont indépendants tant de l&#8217;exécutif que d&#8217;autres organismes internes de la Chambre, notamment de l&#8217;administration qui adopte les actes susceptibles de faire l&#8217;objet de recours. A cet égard, il fait valoir que ni les juges du premier degré ni les juges d&#8217;appel n&#8217;ont à craindre de conséquences préjudiciables pour leur statut, leur carrière ou l&#8217;exercice de leurs fonctions du fait de l&#8217;accomplissement des tâches juridictionnelles qui leur incombent : ils ne peuvent être relevés de leurs fonctions ni subir de sanctions disciplinaires ou d&#8217;atteintes à leurs prérogatives parlementaires. Ils jouiraient donc d&#8217;une autonomie et d&#8217;une indépendance plus marquées que les magistrats ordinaires.<br />	<br />
89. Le Gouvernement souligne en outre, au sujet de l&#8217;exigence d&#8217;impartialité, que les membres de la Commission juridictionnelle ne participent en aucune façon, qu&#8217;elle soit directe ou indirecte, à la formation des actes administratifs adoptés par l&#8217;administration ou par d&#8217;autres organes internes de la Chambre qui sont susceptibles d&#8217;être attaqués par des fonctionnaires ou des tiers.<br />	<br />
Quant aux membres de la Section, le Gouvernement fait valoir que sauf lorsqu&#8217;ils participent, en tant que membres du Bureau, à l&#8217;adoption des actes relatifs à la nomination des responsables administratifs de la Chambre, ces parlementaires ne sont normalement pas appelés à adopter des mesures spécifiques concernant des employés ou des tiers, celles-ci relevant en premier lieu de la compétence de l&#8217;administration de la Chambre.<br />	<br />
90. Enfin, le Gouvernement rappelle que l&#8217;article 9 du RPJ prévoit expressément l&#8217;application des règles de procédure des juridictions administratives. Dès lors, les délais de prescription et les modalités de notification des actes dans la procédure devant la Commission et la Section juridictionnelles se trouveraient alignés sur ceux du droit commun et le respect de l&#8217;oralité, du contradictoire et de l&#8217;égalité des armes entre les parties serait garanti. Rappelant en outre que les justiciables ont la possibilité d&#8217;obtenir l&#8217;application de mesures provisoires et d&#8217;engager des recours en exécution des décisions rendues par la Commission et la Section, le Gouvernement conclut que la procédure devant les organes de juridiction internes de la Chambre des députés assure aux justiciables le respect des droits garantis par l&#8217;article 6 § 1 de la Convention.</p>
<p><i>2. Appréciation de la Cour<br />	<br />
</i><br />	<br />
91. La Cour relève d&#8217;emblée que le pouvoir de la Chambre des députés italienne et d&#8217;autres organes constitutionnels étatiques de disposer d&#8217;un système judiciaire interne et de réglementer de manière autonome la protection juridictionnelle de leurs employés et les rapports juridiques avec des tiers ne se trouve pas en jeu. Elle rappelle que ni l&#8217;article 6 § 1 ni aucune autre disposition de la Convention n&#8217;obligent les Etats et leurs institutions à se conformer à un ordre judiciaire donné. A cet égard, la Cour renvoie de nouveau à sa jurisprudence selon laquelle, par le terme « tribunal », l&#8217;article 6 § 1 de la Convention n&#8217;entend pas nécessairement une juridiction de type classique, intégrée aux structures judiciaires ordinaires du pays (Campbell et Fell c. Royaume-Uni, précité, § 76).<br />	<br />
92. Par ailleurs, il n&#8217;est pas question d&#8217;imposer aux Etats un modèle constitutionnel donné réglant d&#8217;une manière ou d&#8217;une autre les rapports et l&#8217;interaction entre les différents pouvoirs étatiques. Le choix du législateur italien de préserver l&#8217;autonomie et l&#8217;indépendance du Parlement en lui reconnaissant l&#8217;immunité face aux juridictions ordinaires ne saurait constituer en soi un objet de contestation devant la Cour.<br />	<br />
93. La question qui se pose est celle de savoir si, dans une affaire donnée, les exigences de la Convention ont été respectées (Demicoli c. Malte, 27 août 1991, § 39, série A no 210). Dans les présentes espèces, la tâche de la Cour est de rechercher si la Commission et la Section de la Chambre des députés étaient des « tribunaux établis par la loi, indépendants et impartiaux », lorsqu&#8217;elles ont entendu les causes des requérants.</p>
<p><i>1. Les tribunaux étaient-ils « établis par la loi » ?<br />	<br />
</i><br />	<br />
94. La Cour rappelle qu&#8217;en vertu de l&#8217;article 6 § 1, un « tribunal » doit toujours être « établi par la loi ». Cette expression reflète le principe de l&#8217;Etat de droit, inhérent à tout le système de la Convention et de ses protocoles. L&#8217;expression « établi par la loi » concerne non seulement la base légale de l&#8217;existence même du tribunal, mais encore la composition du siège dans chaque affaire (voir Coëme et autres c. Belgique, nos 32492/96, 32547/96, 32548/96, 33209/96 et 33210/96, § 99, CEDH 2000-VII).<br />	<br />
Selon la jurisprudence, l&#8217;introduction du terme « établi par la loi » dans l&#8217;article 6 § 1 de la Convention a pour objet d&#8217;éviter que l&#8217;organisation du système judiciaire ne soit laissée à la discrétion de l&#8217;Exécutif et de faire en sorte que cette matière soit régie par une loi du Parlement (Zand c. Autriche, no 7360/76, rapport de la Commission du 12 octobre 1978, DR 15, § 69). En outre, dans des pays de droit codifié, l&#8217;organisation du système judiciaire ne saurait pas davantage être laissée à la discrétion des autorités judiciaires, ce qui n&#8217;exclut cependant pas de leur reconnaître un certain pouvoir d&#8217;interprétation de la législation nationale en la matière (Coëme et autres c. Belgique, précité, § 98).<br />	<br />
D&#8217;ailleurs, la Cour rappelle que la délégation de pouvoirs dans des questions touchant à l&#8217;organisation judiciaire est acceptable dans la mesure où cette possibilité s&#8217;inscrit dans le cadre du droit interne de l&#8217;Etat en question, y compris les dispositions pertinentes de la Constitution (Zand c. Autriche, précité, §§ 69 et 71).<br />	<br />
95. Les requérants considèrent que la Commission et la Section n&#8217;ont pas de base légale en droit italien, leur mise en place et leur fonctionnement ayant été établis par le RPJ, c&#8217;est-à-dire un règlement secondaire de la Chambre des députés.<br />	<br />
96. La Cour observe que la question de la portée normative des règlements de la Chambre des députés a été examinée par les juridictions internes. Ainsi, la Cour de cassation italienne, appliquant les conclusions de la Cour constitutionnelle en la matière, a dit que le règlement général de la Chambre des députés comme ses règlements « mineurs » adoptés par le Bureau en exécution de celui-ci constituaient l&#8217;expression de l&#8217;autonomie normative attribuée par la Constitution à la Chambre des députés. Il s&#8217;ensuit que tout règlement de la Chambre des députés trouve sa source normative dans la Constitution et est insusceptible de contrôle de la part des autres pouvoirs étatiques (paragraphe 33 ci-dessus).<br />	<br />
97. La Cour rappelle qu&#8217;elle n&#8217;a pas pour tâche de se substituer aux juridictions internes dans l&#8217;interprétation de la législation interne, ni d&#8217;examiner in abstracto la législation et la pratique internes pertinentes.<br />	<br />
Par ailleurs, elle ne saurait perdre de vue le fait que l&#8217;autonomie normative du Parlement italien poursuit le but de préserver le pouvoir législatif de toute ingérence externe, y compris de la part de l&#8217;exécutif, ce qui ne saurait être jugé contraire à la lettre ou à l&#8217;esprit de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention tels que précisés par la jurisprudence de la Cour.<br />	<br />
98. La Cour doit maintenant rechercher si la « loi » en question présente les qualités de l&#8217;accessibilité et de la prévisibilité.<br />	<br />
Les requérants déduisent du fait que le RPJ n&#8217;est pas publié au Journal officiel qu&#8217;il n&#8217;est pas accessible.<br />	<br />
De l&#8217;avis de la Cour, cet élément n&#8217;entache pas en soi l&#8217;accessibilité du RPJ, pourvu que les personnes concernées puissent aisément le consulter. Compte tenu du domaine couvert par ce règlement, à savoir la réglementation des procédures judiciaires internes de la Chambre des députés, sa publication dans un journal à diffusion interne suffit, aux yeux de la Cour, à satisfaire au critère d&#8217;accessibilité prévu par la Convention. Par ailleurs, les requérants n&#8217;ont pas allégué avoir rencontré de difficultés dans la recherche du texte en question.<br />	<br />
Enfin, la Cour observe que les dispositions concernées sont rédigées dans des termes suffisamment clairs pour permettre à tout justiciable de connaître les règles régissant la procédure devant la Commission et la Section (voir, a contrario, Coëme et autres c. Belgique, précité, § 103).<br />	<br />
99. Compte tenu de ce qui précède, la Cour estime que la Commission et la Section juridictionnelles de la Chambre des députés satisfont à l&#8217;exigence de base légale en droit interne prévue à l&#8217;article 6 § 1.</p>
<p><i>2. Le tribunal était-il « impartial » et « indépendant » ?<br />	<br />
</i><br />	<br />
100. Pour établir si un tribunal peut passer pour « indépendant » à l&#8217;égard tant des parties que de l&#8217;exécutif, il faut prendre en compte, notamment, le mode de désignation et la durée du mandat de ses membres, l&#8217;existence d&#8217;une protection contre les pressions extérieures et le point de savoir s&#8217;il y a ou non apparence d&#8217;indépendance.<br />	<br />
101. Quant à la condition d&#8217;« impartialité », au sens de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention, elle revêt deux aspects. Il faut d&#8217;abord que le tribunal ne manifeste subjectivement aucun parti pris ni préjugé personnel. Ensuite, le tribunal doit être objectivement impartial, c&#8217;est-à-dire offrir des garanties suffisantes pour exclure tout doute légitime à cet égard. Dans le cadre de la démarche objective, il s&#8217;agit de se demander si, indépendamment de la conduite personnelle des juges, certains faits vérifiables autorisent à suspecter l&#8217;impartialité de ces derniers. En la matière, même les apparences peuvent revêtir de l&#8217;importance. Il y va de la confiance que les tribunaux d&#8217;une société démocratique se doivent d&#8217;inspirer aux justiciables, à commencer par les parties à la procédure (Morris c. Royaume-Uni, no 38784/97, § 58, CEDH 2002-I).<br />	<br />
102. La Cour observe d&#8217;emblée que la question de l&#8217;impartialité subjective n&#8217;est pas en jeu en l&#8217;espèce, les requérants n&#8217;ayant pas allégué l&#8217;existence de préjugés ou de partis pris à l&#8217;égard de leurs situations personnelles. <br />	<br />
En revanche, ils se sont plaints d&#8217;un défaut d&#8217;impartialité objective et d&#8217;un manque d&#8217;indépendance à l&#8217;égard d&#8217;une des parties au litige (la Chambre des députés) de la Commission et de la Section, au vu notamment des modalités de désignation de leurs membres. Les notions d&#8217;indépendance et d&#8217;impartialité objective étant étroitement liées, la Cour les examinera ensemble (Findlay c. Royaume-Uni, 25 février 1997, Recueil des arrêts et décisions 1997-I, § 73).<br />	<br />
103. La Cour observe que les membres de la Commission sont choisis par tirage au sort à partir de listes de députés établies par le Président de la Chambre des députés, le Secrétaire général et les organisations syndicales du personnel. Les membres du Bureau ne peuvent pas faire partie de la Commission (article 3 du RPJ, paragraphe 37 ci-dessus). En revanche, la Section est composée de quatre députés membres du Bureau et présidée par le Président de la Chambre des députés (article 6 du RPJ, ibidem).<br />	<br />
104. La Cour considère tout d&#8217;abord que le simple fait que les membres des deux organes juridictionnels de la Chambre des députés soient choisis parmi les députés membres de la Chambre ne saurait jeter le doute sur l&#8217;indépendance de ces juridictions.<br />	<br />
Néanmoins, elle ne saurait ignorer le fait que la Section, organe d&#8217;appel statuant à titre définitif, est entièrement composée de membres du Bureau, c&#8217;est-à-dire de l&#8217;organe de la Chambre des députés compétent pour régler les principales questions administratives de la Chambre, y compris celles concernant la comptabilité et l&#8217;organisation des concours pour le recrutement du personnel (paragraphe 36 ci-dessus). En particulier, le protocole additionnel au règlement comptable de la Chambre des députés ainsi que le règlement des concours pour le recrutement du personnel, objets des litiges respectifs des requérants (paragraphes 8 et 31 ci-dessus), sont des actes adoptés par le Bureau dans le cadre de ses prérogatives normatives.<br />	<br />
En outre, la Chambre des députés est représentée devant la Section par le Secrétaire général, nommé lui aussi par le Bureau.<br />	<br />
105. Dans ces conditions, la Cour comprend les craintes des requérants quant à l&#8217;impartialité de la Section. De l&#8217;avis de la Cour, le fait que l&#8217;organe administratif ayant des compétences telles que celles du Bureau soit le même que l&#8217;organe juridictionnel compétent pour trancher tout contentieux administratif peut suffire à inspirer des doutes quant à l&#8217;impartialité de la juridiction ainsi formée.<br />	<br />
Par ailleurs, elle observe qu&#8217;on ne saurait mettre en doute le lien étroit existant entre l&#8217;objet des procédures juridictionnelles engagées devant la Section et les actes adoptés par le Bureau dans le cadre de ses fonctions (paragraphe 36 ci-dessus). A cet égard, la Cour relève la différence avec l&#8217;affaire Kleyn et autres, où elle avait estimé que les avis rendus par le Conseil d&#8217;Etat dans ses fonctions consultatives et la procédure judiciaire subséquente ne pouvaient passer pour représenter « la même affaire » ou « la même décision » (Kleyn et autres c. Pays-Bas [GC], nos 39343/98, 39651/98, 43147/98 et 46664/99, § 200, CEDH 2003-V).<br />	<br />
La Cour observe qu&#8217;elle n&#8217;a pas pour tâche d&#8217;indiquer aux États, parmi les nombreuses possibilités envisageables, la solution à adopter pour se conformer à l&#8217;article 6 § 1 de la Convention. Néanmoins, elle réaffirme qu&#8217;il est capital que les cours et tribunaux soient indépendants et impartiaux et qu&#8217;ils inspirent confiance aux justiciables (paragraphe 101 ci-dessus).<br />	<br />
106. Compte tenu de ce qui précède, la Cour estime que les craintes nourries par les requérants quant à l&#8217;indépendance et à l&#8217;impartialité de la Section juridictionnelle de la Chambre des députés étaient objectivement justifiées. Il n&#8217;y a donc pas lieu d&#8217;examiner les autres aspects du grief.<br />	<br />
107. Partant, il y a eu violation de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention.</p>
<p>III. SUR L&#8217;APPLICATION DE L&#8217;ARTICLE 41 DE LA CONVENTION</p>
<p>108. Aux termes de l&#8217;article 41 de la Convention,</p>
<p>« Si la Cour déclare qu&#8217;il y a eu violation de la Convention ou de ses Protocoles, et si le droit interne de la Haute Partie contractante ne permet d&#8217;effacer qu&#8217;imparfaitement les conséquences de cette violation, la Cour accorde à la partie lésée, s&#8217;il y a lieu, une satisfaction équitable. »</p>
<p><b>A. Dommage<br />	<br />
</b><br />	<br />
109. Les requérants réclament une indemnisation pour le préjudice matériel qu&#8217;ils estiment avoir subi en raison de leurs « pertes de chances ». Les requérants des requêtes no 17214/05 et no 20329/05 chiffrent leurs prétentions à 75 000 euros (EUR) chacun. Ceux de la requête no 42113/04 s&#8217;en remettent à la sagesse de la Cour.<br />	<br />
Les intéressés demandent également une indemnisation pour préjudice moral.<br />	<br />
110. Le Gouvernement s&#8217;oppose aux prétentions des requérants.<br />	<br />
111. La Cour n&#8217;aperçoit pas de lien de causalité entre la violation de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention et le dommage matériel. Elle ne peut en effet spéculer sur ce qu&#8217;aurait été l&#8217;issue d&#8217;une procédure conforme à l&#8217;article 6 § 1 (voir, entre autres, Coëme c. Belgique, précité, § 155). Partant, elle rejette les prétentions des requérants à ce titre.<br />	<br />
112. S&#8217;agissant du préjudice moral subi par les requérants, la Cour estime que le constat de violation de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention représente une satisfaction équitable suffisante.</p>
<p><b>B. Frais et dépens<br />	<br />
</b><br />	<br />
113. Les requérants demandent le remboursement des frais et dépens engagés devant les juridictions internes. Les requérants des requêtes no 17214/05 et no 20329/05 chiffrent leurs prétentions à 9 200 EUR chacun. Ceux de la requête no 42113/04 s&#8217;en remettent à la sagesse de la Cour. Pour justifier leurs demandes, les requérants se référent aux barèmes des honoraires professionnels en vigueur en Italie à l&#8217;époque de l&#8217;introduction des contentieux litigieux.<br />	<br />
Ils sollicitent également le remboursement des frais engagés pour la procédure devant la Cour. Les requérants des requêtes no 17214/05 et no 20329/05 sollicitent 10 000 EUR chacun ; ceux de la requête no 42113/04 30 000 EUR chacun.<br />	<br />
114. Le Gouvernement considère que ces prétentions sont excessives.<br />	<br />
115. Selon la jurisprudence de la Cour, un requérant ne peut obtenir le remboursement de ses frais et dépens que dans la mesure où se trouvent établis leur réalité, leur nécessité et le caractère raisonnable de leur taux. En l&#8217;espèce, et compte tenu des documents en sa possession et des critères susmentionnés, la Cour note que les requérants n&#8217;ont présenté aucun justificatif à l&#8217;appui de leurs prétentions concernant les frais et dépens afférents à la procédure nationale et rejette les demandes à ce titre.<br />	<br />
En revanche, elle estime raisonnable d&#8217;octroyer à chaque requérant la somme de 10 000 EUR pour la procédure devant elle.</p>
<p><b>C. Intérêts moratoires<br />	<br />
</b><br />	<br />
116. La Cour juge approprié de calquer le taux des intérêts moratoires sur le taux d&#8217;intérêt de la facilité de prêt marginal de la Banque centrale européenne majoré de trois points de pourcentage.</p>
<p><B>PAR CES MOTIFS, LA COUR, À L&#8217;UNANIMITÉ,<br />	<br />
</B><br />	<br />
1. Décide de joindre les requêtes ;<br />	<br />
2. Déclare les requêtes recevables ;<br />	<br />
3. Dit qu&#8217;il y a eu violation de l&#8217;article 6 § 1 de la Convention ;<br />	<br />
4. Dit que le constat de violation représente une satisfaction équitable suffisante pour tout préjudice moral subi par les requérants ;<br />	<br />
5. Dit<br />	<br />
a) que l&#8217;Etat défendeur doit verser à chaque requérant, dans les trois mois à compter du jour où l&#8217;arrêt sera devenu définitif conformément à l&#8217;article 44 § 2 de la Convention, 10 000 EUR (dix mille euros), pour frais et dépens, plus tout montant pouvant être dû à titre d&#8217;impôt par les requérants ;<br />	<br />
b) qu&#8217;à compter de l&#8217;expiration dudit délai et jusqu&#8217;au versement, ce montant sera à majorer d&#8217;un intérêt simple à un taux égal à celui de la facilité de prêt marginal de la Banque centrale européenne applicable pendant cette période, augmenté de trois points de pourcentage ;<br />	<br />
6. Rejette la demande de satisfaction équitable pour le surplus.</p>
<p>Fait en français, puis communiqué par écrit le 28 avril 2009, en application de l&#8217;article 77 §§ 2 et 3 du règlement.<br />	<br />
Sally Dollé Françoise Tulkens <br />	<br />
Greffière Présidente</p>
<p></p>
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		<title>Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 20/1/2009 n.0</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-20-1-2009-n-0/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 23:00:00 +0000</pubDate>
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<p>Sud Fondi srl ed altri c/ Italia E’ illegittima la confisca dei terreni di Punta Perotti (Bari), applicata ai sensi dell’articolo 19 della legge n. 47/1985, in quanto disposta in violazione del diritto della protezione della proprietà privata, dell’art. 7 della Convenzione dei diritti dell&#8217;uomo e dell’art. 1 del Protocollo</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzadue/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sezione-ii-sentenza-20-1-2009-n-0/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;uomo &#8211; Sezione II &#8211; Sentenza &#8211; 20/1/2009 n.0</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Sud Fondi srl ed altri c/ Italia</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">E’ illegittima la confisca dei terreni di Punta Perotti (Bari), applicata ai sensi dell’articolo 19 della legge n. 47/1985, in quanto disposta in violazione del diritto della protezione della proprietà privata, dell’art. 7 della Convenzione dei diritti dell&#8217;uomo e dell’art. 1 del Protocollo n. 1.</span></span></span></span></span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
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