<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>29/1/2004 Archivi - Giustamm</title>
	<atom:link href="https://www.giustamm.it/data-provvedimento/29-1-2004/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.giustamm.it/data-provvedimento/29-1-2004/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 05 Oct 2021 15:56:39 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0</generator>

<image>
	<url>https://www.giustamm.it/wp-content/uploads/2021/04/cropped-giustamm-32x32.png</url>
	<title>29/1/2004 Archivi - Giustamm</title>
	<link>https://www.giustamm.it/data-provvedimento/29-1-2004/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.49</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-49/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-49/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-49/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.49</a></p>
<p>Pres. CHIEPPA, Red. FINOCCHIARO Opere pubbliche di interesse regionale e locale &#8211; Ambito della potestà legislativa regionale &#8211; Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato &#8211; Legge finanziaria 2002 &#8211; Fondo nazionale per il sostegno alla progettazione delle opere pubbliche delle Regioni e degli enti locali</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-49/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.49</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-49/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.49</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. CHIEPPA, Red. FINOCCHIARO</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Opere pubbliche di interesse regionale e locale &#8211; Ambito della potestà legislativa regionale &#8211; Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato &#8211; Legge finanziaria 2002 &#8211; Fondo nazionale per il sostegno alla progettazione delle opere pubbliche delle Regioni e degli enti locali &#8211; Fondo nazionale per la realizzazione di infrastrutture di interesse locale – Rinvio a decreti ministeriali della disciplina regolamentare degli interventi &#8211; Contrasto con gli artt. 117 e 119 Costituzione &#8211; Questione di legittimità costituzionale in via principale</span></span></span></p>
<hr />
<p>1. Sono illegittimi gli articoli 54 e 55 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2002), per contrasto con gli artt. 117 e 119, comma 4, della Costituzione.<br />
2. La progettazione delle opere pubbliche delle Regioni e degli enti locali e la realizzazione di opere pubbliche di interesse locale indispensabili per la valorizzazione delle risorse produttive e delle realtà sociali interessate rappresentano finalità estranee a materie o compiti di competenza esclusiva dello Stato, ma sono invece riconducibili a materie e ambiti di competenza concorrente (a partire dal «governo del territorio») o residuale delle Regioni.<br />
3. Per quanto riguarda la disciplina della spesa ed il trasferimento di risorse dal bilancio statale, lo Stato deve agire in conformità al nuovo riparto di competenze e alle nuove regole, disponendo i trasferimenti senza vincoli di destinazione specifica, passando, se del caso, attraverso il filtro dei programmi regionali e coinvolgendo le Regioni interessate nei processi decisionali concernenti il riparto e la destinazione dei fondi, nel rispetto dell’autonomia di spesa degli enti locali. (1)<br />
&#8212; *** &#8212;</p>
<p>(1) La Corte richiama principi già enunciati nella sentenza n. 16 del 2004, esaminando analoga questione relativa all’istituzione del Fondo per la riqualificazione urbana dei comuni (art. 25, comma 10, della legge n. 448 del 2001).</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">La Corte dichiara l’illegittimità degli artt. 54 e 55 della Legge finanziaria 2002 in tema di opere pubbliche di interesse regionale e locale.</span></span></span></p>
<hr />
<p><center><b>REPUBBLICA ITALIANA<br />
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO</b></center></p>
<p>SENTENZA N. 49 &#8211; ANNO 2004</p>
<p><b><center>LA CORTE COSTITUZIONALE</b></center></p>
<p>composta dai Signori: Riccardo CHIEPPA Presidente &#8211; Gustavo ZAGREBELSKY Giudice &#8211; Valerio ONIDA &#8221; &#8211; Carlo MEZZANOTTE &#8221; &#8211; Fernanda CONTRI &#8221; &#8211; Guido NEPPI MODONA &#8221; &#8211; Piero Alberto CAPOTOSTI &#8221; &#8211; Annibale MARINI &#8221; &#8211; Franco BILE &#8221; &#8211; Giovanni Maria FLICK &#8221; &#8211; Francesco AMIRANTE &#8221; &#8211; Ugo DE SIERVO &#8221; &#8211; Romano VACCARELLA &#8221; &#8211; Alfio FINOCCHIARO &#8221;</p>
<p>ha pronunciato la seguente<br />
<center><b>SENTENZA</b></center><br />
nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 54 e 55 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2002) promosso con ricorso della Regione Emilia–Romagna notificato il 27 febbraio 2002 depositato in cancelleria l’8 marzo 2002 ed iscritto al n. 23 del registro ricorsi 2002.<br />
Visto l’atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;<br />
udito nell’udienza pubblica del 17 giugno 2003 il Giudice relatore Alfio Finocchiaro;<br />
uditi l’avvocato Giandomenico Falcon per la Regione Emilia Romagna e l’Avvocato dello Stato Paolo Cosentino per il Presidente del Consiglio dei ministri.<br />
<center><b>Ritenuto in fatto</b></center><br />
1.– Con ricorso notificato il 27 febbraio e depositato l’8 marzo del 2002 (registro ricorsi n. 23 del 2002), la Regione Emilia–Romagna ha sollevato questione di legittimità costituzionale in via principale, tra l’altro, degli articoli 54 e 55 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2002), in riferimento agli articoli 117 e 119, quarto comma, della Costituzione.<br />
In particolare, rispetto all’oggetto del presente ricorso, la Regione lamenta che con gli artt. 54 e 55 della legge n. 488 del 2001, siano stati istituiti ex novo il “Fondo nazionale per il sostegno alla progettazione delle opere pubbliche delle Regioni e degli enti locali” e il “Fondo nazionale per la realizzazione di infrastrutture di interesse locale” e si sia rinviato a decreti ministeriali la disciplina regolamentare degli interventi. Ad avviso della ricorrente, il rinvio al regolamento statale, per di più ministeriale, è radicalmente illegittimo, non trattandosi di materia di potestà legislativa statale esclusiva, né concorrente; ed inoltre, le disposizioni impugnate violano le attribuzioni regionali, regolate dall’art. 117 della Costituzione, in base alle quali la materia delle opere pubbliche di interesse regionale e locale rientra, al di là di ogni possibile dubbio, nell’ambito della potestà legislativa regionale.<br />
Infine – aggiunge la Regione – trattandosi di funzioni pubbliche ordinarie delle Regioni e degli enti locali per le quali lo Stato deve assicurare l’integrale copertura finanziaria ai sensi dell’art. 119, quarto comma, della Costituzione, nessuna giustificazione è invocabile a sostegno dell’intervento legislativo statale e dell’istituzione di riserve finanziarie da disciplinarsi e gestirsi a livello ministeriale, dovendo le risorse a disposizione del sistema locale confluire ad esso nei modi costituzionalmente previsti, esclusi i fondi separati a gestione ministeriale.<br />
2.– Si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che il ricorso – per la parte relativa agli artt. 54 e 55 cit. – sia dichiarato infondato.<br />
Secondo la difesa erariale le norme impugnate non ledono le prerogative delle Regioni in materia di opere pubbliche di interesse regionale e locale perché non invadono le funzioni pubbliche ordinarie delle Regioni, ma prevedono fondi ausiliari per il sostegno e la realizzazione delle opere in questione al fine di quella perequazione delle risorse finanziarie che l’art. 117 della Costituzione riserva alla competenza esclusiva dello Stato.<br />
<center><b>Considerato in diritto</b></center><br />
1.– La Regione Emilia–Romagna ha dedotto, fra l’altro, l’illegittimità costituzionale degli artt. 54 e 55 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2002), perché gli stessi, istituendo ex novo il “Fondo nazionale per il sostegno alla progettazione delle opere pubbliche delle Regioni e degli enti locali” e il “Fondo nazionale per la realizzazione di infrastrutture di interesse locale” e rinviando a decreti ministeriali la disciplina regolamentare degli interventi, sono in contrasto con l’art. 117 Costituzione, in base al quale la materia delle opere pubbliche di interesse regionale e locale rientra nell’ambito della potestà legislativa regionale, e con l’art. 119, quarto comma, della Costituzione, in base al quale, trattandosi di funzioni pubbliche ordinarie delle Regioni e degli enti locali, lo Stato deve assicurare l’integrale copertura finanziaria, e non essendo invocabile alcuna giustificazione a sostegno dell’intervento legislativo statale e dell’istituzione di riserve finanziarie da disciplinarsi e gestirsi a livello ministeriale, dovendo le risorse a disposizione del sistema locale confluire ad esso nei modi costituzionalmente previsti, esclusi i fondi separati a gestione ministeriale.<br />
2.– Le questioni sono fondate.<br />
Nell’esaminare analoga questione relativa all’istituzione del Fondo per la riqualificazione urbana dei comuni (art. 25, comma 10, della legge n. 448 del 2001) questa Corte – nell’interpretazione degli art. 117 e 119 della Costituzione, sulla base del novellato Titolo V – ha recentemente deciso (sentenza n. 16 del 2004):<br />
– che, per quanto attiene alle funzioni amministrative, la legge statale può solo disciplinare le “funzioni fondamentali” degli enti locali territoriali e può dettare norme nelle sole materie di competenza esclusiva elencate nell’art. 117, secondo comma, e principi fondamentali in quelle di competenza concorrente elencate nell’art. 117, terzo comma;<br />
– che, sul piano finanziario, in base al nuovo art. 119, è prevista solo la possibilità che lo Stato destini risorse aggiuntive ed effettui interventi finanziari speciali “in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni” per scopi particolari, comunque “diversi dal normale esercizio delle loro funzioni”;<br />
– che, in questo contesto, possono trovare spazio interventi finanziari dello Stato a favore dei Comuni, vincolati nella destinazione, per normali attività e compiti di competenza di questi ultimi, solo nell’ambito dell’attuazione di discipline dettate dalla legge statale nelle materie di propria competenza, o della disciplina degli speciali interventi finanziari in favore di determinati Comuni (art. 119, quinto comma), con la conseguente inammissibilità di siffatte forme di intervento nell’ambito di materie e funzioni la cui disciplina spetta invece alla legge regionale, pur eventualmente nel rispetto (quanto alle competenze concorrenti) dei principi fondamentali della legge dello Stato.<br />
La stessa sentenza ha, poi, precisato che gli interventi speciali previsti dall’art. 119, quinto comma, a loro volta, non solo debbono essere aggiuntivi rispetto al finanziamento integrale delle funzioni spettanti ai Comuni o agli altri enti, e riferirsi alle finalità di perequazione e di garanzia enunciate nella norma costituzionale, o comunque a scopi diversi dal normale esercizio delle funzioni, ma debbono essere indirizzati a determinati Comuni o categorie di Comuni (o Province, Città metropolitane, Regioni), con la conseguenza che quando tali finanziamenti riguardino ambiti di competenza delle Regioni, queste – per l’esigenza di rispettare il riparto costituzionale delle competenze fra Stato e Regioni – siano chiamate ad esercitare compiti di programmazione e di riparto di fondi all’interno del proprio territorio.<br />
Il ricorso a finanziamenti da parte dello Stato, senza il rispetto di questi limiti e criteri, rischia di diventare uno strumento di ingerenza nell’esercizio delle funzioni degli enti locali e di “sovrapposizione di politiche e di indirizzi governati centralmente a quelli legittimamente decisi dalle Regioni negli ambiti materiali di propria competenza”.<br />
3.– Le norme impugnate non rispettano questi criteri e limiti.<br />
L’art. 54 della legge n. 448 del 2001 istituisce un “Fondo nazionale per il sostegno alla progettazione delle opere pubbliche delle Regioni e degli enti locali”, per promuovere la realizzazione delle opere pubbliche di Regioni, Province, Comuni, comunità montane e relativi consorzi (comma 1), aggiungendo che i contributi erogati dal Fondo sono volti al finanziamento di spese di progettazione delle opere pubbliche delle Regioni e degli enti locali e devono risultare almeno pari al 50 per cento del costo effettivo di progettazione (comma 2). <br />
L’art. 55 della stessa legge istituisce, a decorrere dal 2002, un “Fondo nazionale per la realizzazione di infrastrutture di interesse locale”, “al fine di contribuire alla realizzazione delle opere pubbliche e delle infrastrutture di interesse locale, promuovere la funzione delle autonomie locali nella valorizzazione delle risorse del territorio e nella soddisfazione dei bisogni primari delle popolazioni, coerentemente con i principi di sussidiarietà e diffuso decentramento, nonché garantire l’efficace raccordo, in coerenza con gli obiettivi indicati dal Documento di programmazione economico–finanziaria, tra le realizzazione del piano straordinario delle infrastrutture e delle opere di grandi dimensioni con le esigenze infrastrutturali locali” (comma 1). La stessa norma aggiunge, poi, che i contributi erogati dal Fondo sono finalizzati alla realizzazione di opere pubbliche di interesse locale indispensabili per la valorizzazione delle risorse produttive e delle realtà sociali interessate (comma 2).<br />
I fini indicati sono estremamente generici, sicché è da dire che si è in presenza di strumenti di finanziamento – fra l’altro solo parziali (quanto meno per il Fondo di cui all’art. 54), cui possono, astrattamente, accedere tutti gli enti – che non si configurano come appartenenti alla sfera degli interventi speciali di cui al quinto comma dell’articolo 119 della Costituzione, sia perché non risulta alcuna specifica finalità qualificante degli stessi, diversa dal normale esercizio delle funzioni degli enti interessati, sia perché i finanziamenti sono disposti in favore della generalità degli enti.<br />
D’altra parte “la progettazione delle opere pubbliche delle Regioni e degli enti locali” e “la realizzazione di opere pubbliche di interesse locale indispensabili per la valorizzazione delle risorse produttive e delle realtà sociali interessate” rappresentano finalità estranee a materie o compiti di competenza esclusiva dello Stato, ma sono invece riconducibili a materie e ambiti di competenza concorrente (a partire dal “governo del territorio”) o residuale delle Regioni. Le norme impugnate non prevedono alcun ruolo per queste ultime, volta a volta interessate all’attribuzione dei finanziamenti, limitandosi a prevedere, in sede di prima applicazione, deliberazioni “delle competenti Commissioni parlamentari”.<br />
Gli interventi di cui alle norme impugnate si atteggiano – conformemente a quanto rilevato dalla sentenza di questa Corte in precedenza richiamata – come prosecuzione di una pratica di trasferimento diretto di risorse dal bilancio dello Stato agli enti locali in base a criteri stabiliti dall’amministrazione centrale, senza tenere presente che, per quanto riguarda la disciplina della spesa ed il trasferimento di risorse dal bilancio statale, lo Stato deve agire in conformità al nuovo riparto di competenze e alle nuove regole, disponendo i trasferimenti senza vincoli di destinazione specifica, passando, se del caso, attraverso il filtro dei programmi regionali e coinvolgendo le Regioni interessate nei processi decisionali concernenti il riparto e la destinazione dei fondi, nel rispetto dell’autonomia di spesa degli enti locali.<br />
Né, contrariamente alla tesi erariale, la previsione di fondi ausiliari per il sostegno e la realizzazione delle opere in questione può ricollegarsi al fine della perequazione delle risorse finanziarie che l’art. 117 della Costituzione riserva alla competenza esclusiva dello Stato, dal momento che i Fondi istituiti sono completamente al di fuori dell’ottica della perequazione delle risorse finanziarie.<br />
Le norme impugnate devono essere dichiarate costituzionalmente illegittime e poiché la caducazione di tali norme non comporta diretto e immediato pregiudizio per diritti delle persone, non sussistono ragioni di ordine costituzionale che si oppongano ad una dichiarazione di incostituzionalità in toto, con la conseguenza che i Fondi in questione dovranno essere assoggettati, se del caso, ad una nuova disciplina legislativa, rispettosa della Costituzione, per essere destinati alla finanza locale.<br />
<center><br />
<b>per questi motivi<br />
LA CORTE COSTITUZIONALE</b><br />
</center><br />
riservata ogni decisione sulle ulteriori questioni sollevate con il ricorso in epigrafe,<br />
dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 54 e 55 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2002).<br />
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 gennaio 2004.</p>
<p>Depositata in Cancelleria il 29 gennaio 2004.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-49/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.49</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.308</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-308/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-308/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-308/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.308</a></p>
<p>Comune di Venezia c/ Lana Pres. Quaranta – Est. Buonvino 1. Edilizia ed urbanistica – denuncia di inizio attività – termine per l’inizio dei lavori e termine per l’adozione di atti inibitori da parte del Comune – coincidenza – esclusione 2. Edilizia ed urbanistica – denuncia di inizio attività &#8211;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-308/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.308</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-308/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.308</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Comune di Venezia c/ Lana Pres. Quaranta – Est. Buonvino</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">1. Edilizia ed urbanistica – denuncia di inizio attività – termine per l’inizio dei lavori e termine per l’adozione di atti inibitori da parte del Comune – coincidenza – esclusione<br />
2. Edilizia ed urbanistica – denuncia di inizio attività &#8211; termine per l’inizio dei lavori e termine per l’adozione di atti inibitori da parte del Comune ai sensi del t.u. sull’edilizia – coincidenza – decorrenza – dalla notificazione della d.i.a.</span></span></span></p>
<hr />
<p>1. Il decorso del termine di soli venti giorni di cui al comma 7 del d.l. n. 398/1993 non comporta la formazione del consenso alla realizzazione, dell’opera edilizia di cui ad una denuncia di inizio attività, questa potendo seguire, se del caso,solo dopo il decorso del termine di sessanta giorni di cui all’art. 19, l. 241/90, ai sensi del quale spetta all&#8217;amministrazione competente, entro e non oltre sessanta giorni dalla denuncia, verificare d&#8217;ufficio la sussistenza dei presupposti e dei requisiti di legge richiesti e disporre, se del caso, il divieto di prosecuzione dell&#8217;attività e la rimozione dei suoi effetti, salvo che, ove ciò sia possibile, l&#8217;interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività.<br />
2. Ai sensi dell’art. 23 del t.u. sull’edilizia n. 380 del 2001, si collocano allo scadere del trentesimo giorno dalla notificazione della D.I.A. sia il termine dopo il quale l’interessato può iniziare i lavori, sia il termine ultimo entro il quale la P.A. può inibire l’inizio delle opere</p>
<p>&#8212; *** &#8212;</p>
<p>Con nota di N. Paolantonio su <a href="/ga/id/2004/1/1388/d">“Denuncia di inizio attività e consenso tacito dell’amministrazione”</a></p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il decorso del termine dilatorio per l’inizio dei lavori a seguito di d.i.a. non impedisce al Comune di adottare provvedimenti sanzionatori nel termine di cui all’art. 19, l. 241/90. Non più così, però, ai sensi del t.u. sull’edilizia d.P.R. 380/2001,ove detti due termini coincidono. V nota di N. Paolantonio su <a href="/ga/id/2004/1/1388/d">“Denuncia di inizio attività e consenso tacito dell’amministrazione”</a></span></span></span></p>
<hr />
<p>REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO<br />
N.308/04 REG.DEC.N. 2153 REG.RIC.ANNO 2003<br />
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Quinta Sezione<br />
ha pronunciato la seguente</p>
<p>D E C I S I O N E</p>
<p>sul ricorso in appello n. 2153/2003, proposto dal<br />
Comune di VENEZIA, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dagli avv.ti Nicolò PAOLETTI, Maria Maddalena MORINO e Giulio GIDONI e presso il primo elettivamente domiciliato in Roma, via Tortolini 34,</p>
<p>C O N T R O</p>
<p>LANA Bianca, costituitasi in giudizio, rappresentata e difesa dall’avv. Antonio IERADI presso il quale elettivamente domicilia in Roma, via Crescenzio 25,<br />
PER L’ANNULLAMENTO</p>
<p>della sentenza del TAR di Venezia, Sezione II, 13 gennaio 2003, n. 324;<br />
visto il ricorso in appello con i relativi allegati;<br />
visto l’atto di costituzione in giudizio dell’appellata;<br />
viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;<br />
visti gli atti tutti di causa;<br />
vista l’ordinanza della Sezione n. 1237 del 1° aprile 2003, di accoglimento dell’istanza cautelare di sospensione dell’efficacia della sentenza appellata;<br />
relatore, alla pubblica udienza del 18 novembre 2003, il Consigliere Paolo BUONVINO; uditi, l’avv. PAOLETTI per il Comune appellante e l’avv. IERADI per l’appellata.</p>
<p>Ritenuto e considerato, in fatto e in diritto, quanto segue:</p>
<p>F A T T O<br />
1) &#8211; Con la sentenza qui appellata il TAR ha accolto il ricorso proposto dalla Sig.ra Lana Bianca per l’annullamento del provvedimento comunale 6 settembre 2002, n. 2002/341146, di diffida a non eseguire i lavori indicati nella D.I.A.</p>
<p>2) &#8211; Per l’appellante Comune di Venezia la sentenza sarebbe erronea e dovrebbe essere riformata.<br />
Si è costituita l’appellata, insistendo per l’infondatezza dell’appello e per la conferma della sentenza appellata.<br />
Con memorie conclusionali le parti ribadiscono i rispettivi assunti difensivi.</p>
<p>D I R I T T O<br />
1) &#8211; Con la sentenza in forma semplificata qui impugnata il TAR ha accolto il ricorso proposto dall’odierna appellata per l’annullamento del provvedimento comunale 6 settembre 2002, n. 2002/341146, di diffida a non eseguire i lavori indicati nella D.I.A.<br />
Deduce il Comune appellante l’erroneità della sentenza in quanto basata su di una non corretta interpretazione normativa.</p>
<p>2) – L’appello è fondato.<br />
Nella specie, l’originaria ricorrente ha notificato al Comune di Venezia, in data 18 luglio 2002, la Dichiarazione di Inizio Attività per opere che sarebbe andata ad eseguire in variante alla concessione edilizia n. 73/86 e successive varianti alla stessa nn. 95/1999 e 9592/2001 (si trattava dell’esecuzione di opere di modifica all’edificio sito in via Cà Marcello, sezione Mestre, finalizzate ad adibire la nuova costruzione ad uso turistico-ricettivo, anziché direzionale).<br />
Il Comune, con il provvedimento impugnato in primo grado, ha diffidato l’interessata dal dare esecuzione ai lavori, in quanto il cambio d’uso non era da ritenersi consentito dal vigente strumento urbanistico.<br />
Il TAR ha accolto il ricorso proposto avverso tale determinazione nella considerazione che, decorso inutilmente il termine di giorni venti di cui all’art. 4, comma 15, del D.L. n. 398/1993, convertito in legge n. 493/1993, non poteva più essere esercitato, dal Comune, il potere inibitorio ivi previsto, ma potevano solo essere emanati provvedimenti di autotutela e sanzionatori.</p>
<p>3) &#8211; Tale convincimento non può essere condiviso.<br />
E, invero, ai sensi dell’art. 4 (come sostituito dall&#8217;art. 2, comma 60, della legge 23 dicembre 1996, n. 662) comma 7, del decreto legge 5 ottobre 1993, n. 398, convertito in legge n. 493 del 4 dicembre 1993, “i seguenti interventi sono subordinati alla denuncia di inizio attività ai sensi e per gli effetti dell&#8217;articolo 2 della legge 4 dicembre 1993, n. 537”:<br />
“e) opere interne di singole unità immobiliari che non comportino modifiche della sagoma e dei prospetti e non rechino pregiudizio alla statica dell&#8217;immobile ……;g) varianti a concessioni edilizie già rilasciate che non incidano sui parametri urbanistici e sulle volumetrie, che non cambino la destinazione d&#8217;uso e la categoria edilizia e non alterino la sagoma e non violino le eventuali prescrizioni contenute nella concessione edilizia ……..”.<br />
Ai sensi del comma 11 dello stesso art. 4, poi, “nei casi di cui al comma 7, venti giorni prima dell&#8217;effettivo inizio dei lavori l&#8217;interessato deve presentare la denuncia di inizio dell&#8217;attività………” .<br />
Ebbene &#8211; premesso che, nel caso in esame, il Comune non ha fatto questione alcuna circa l’astratta applicabilità della disciplina relativa alla D.I.A. in una fattispecie quale quella in esame, di variante a concessione edilizia incidente anche sulla destinazione d’uso &#8211; è da notare che, in effetti, il decorso di venti giorni dal momento della denuncia di inizio attività non determina affatto, in base alle norme succitate, che hanno trovato applicazione nella specie, la formazione di un sostanziale silenzio assenso o, comunque, di un consenso tacito all’esecuzione dell’opera.<br />
Al contrario, in base a dette norme, il termine di venti giorni a seguito della cui decorrenza potevano essere iniziati i lavori valeva solo come termine di massima utile a consentire alla P.A. di verificare la ritualità della denuncia ai sensi del citato art. 4.<br />
In tal caso, difettando un immediato intervento della Amministrazione, potevano essere iniziati, in base al predetto regime normativo, i lavori, ma ciò non inibiva affatto che la stessa Amministrazione potesse, poi, intervenire, nel rispetto del disposto di cui all’art. 19 della legge n. 241/1990, come modificato dall’art. 2 della legge n. 537/1993, e degli specifici termini ivi indicati (sessanta giorni) per inibire il prosieguo dell’attività intrapresa.<br />
In base all’art. 19 ore detto, infatti, “in tutti i casi in cui l&#8217;esercizio di un&#8217;attività privata sia subordinato ad autorizzazione, licenza, abilitazione, nulla-osta, permesso o altro atto di consenso comunque denominato, ………..il cui rilascio dipenda esclusivamente dall&#8217;accertamento dei presupposti e dei requisiti di legge……….. l&#8217;atto di consenso si intende sostituito da una denuncia di inizio di attività da parte dell&#8217;interessato alla pubblica amministrazione competente, attestante l&#8217;esistenza dei presupposti e dei requisiti di legge …… In tali casi, spetta all&#8217;amministrazione competente, entro e non oltre sessanta giorni dalla denuncia, verificare d&#8217;ufficio la sussistenza dei presupposti e dei requisiti di legge richiesti e disporre, se del caso, con provvedimento motivato da notificare all&#8217;interessato entro il medesimo termine, il divieto di prosecuzione dell&#8217;attività e la rimozione dei suoi effetti, salvo che, ove ciò sia possibile, l&#8217;interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti entro il termine prefissatogli dall&#8217;amministrazione stessa”.<br />
Il decorso del termine di soli venti giorni di cui al comma 7 del d.l. n. 398/1993, quindi, non comportava la formazione del consenso, questa potendo seguire, se del caso, solo dopo il decorso di sessanta giorni ai sensi delle norme appena riportate.<br />
Il richiamo all’art. 2 della legge n. 537/1993, modificativo dell’art. 19 della legge n. 241/1990, operava, infatti, un rinvio dinamico al quale si ricollegava l’operatività, anche nel campo edilizio, e a determinate condizioni, di tale disciplina; ma non sostituiva affatto al termine, ivi indicato, di sessanta giorni – necessario per la formazione del consenso &#8211; quello più breve, di appena venti giorni, previsto per la D.I.A. (termine, questo, normalmente inidoneo ai fini di un compiuto esame delle pratiche edilizie da parte della P.A., specialmente nei grandi centri).<br />
E poiché nella specie il Comune di Venezia ha fatto pervenire all’interessata la propria determinazione preclusiva del consenso prima del decorso di sessanta giorni dal ricevimento, da parte della stessa Amministrazione, della D.I.A., ne consegue la legittimità, sotto il profilo in esame, del provvedimento impugnato</p>
<p>4) &#8211; Può soggiungersi, ad ogni buon conto, che, a disciplinare la D.I.A., è sopravvenuto il T.U. in materia edilizia 6 giugno 2001, n. 380, che ha modificato l’assetto normativo che ha trovato applicazione nella specie.<br />
In particolare, l’art 23 (R) [la cui rubrica reca: &#8211; (L comma 3 e 4 &#8211; R comma 1, 2, 5, 6 e 7) (Disciplina della denuncia di inizio attività) &#8211; (legge 24 dicembre 1993, n. 537, art. 2, comma 10, che sostituisce l&#8217;art. 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241; decreto-legge 5 ottobre 1993, n. 398, art. 4, commi 8-bis, 9, 10, 11, 14, e 15, come modificato dall&#8217;art. 2, comma 60, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall&#8217;art. 10 del decreto-legge 31 dicembre 1996, n. 669)] prescrive che:<br />
&#8211; comma 1: “il proprietario dell&#8217;immobile o chi abbia titolo per presentare la denuncia di inizio attività, almeno trenta giorni prima dell&#8217;effettivo inizio dei lavori, presenta allo sportello unico la denuncia……..”;- comma 6: “il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, ove entro il termine indicato al comma 1 sia riscontrata l&#8217;assenza di una o più delle condizioni stabilite, notifica all&#8217;interessato l&#8217;ordine motivato di non effettuare il previst<br />
Il T.U. per l’edilizia ha, quindi, espressamente collocato allo scadere del trentesimo giorno dalla notificazione della D.I.A. il termine dopo il quale l’interessato può iniziare i lavori e il termine ultimo entro il quale la P.A. può inibire l’inizio delle opere; in altre parole, ha unificato i due termini in questione, ampliando quello relativo all’inizio dei lavori e dimezzando quello relativo all’adozione di eventuali misure inibitorie preventive.<br />
Vertendosi, però, come si ripete, in una fattispecie caratterizzata dall’applicabilità della pregressa disciplina normativa, non può che ribadirsi la piena correttezza, nel caso in esame, dell’operato del Comune di Venezia.</p>
<p>5) – Per tali motivi l’appello in epigrafe appare fondato e va accolto e, per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, va respinto il ricorso di primo grado.<br />
Le spese dei due gradi di giudizio possono essere integralmente compensate tra le parti.</p>
<p>P.Q.M.</p>
<p>il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta, accoglie l’appello in epigrafe e, per l’effetto, respinge il ricorso di primo grado.<br />
Spese dei due gradi compensate.<br />
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’Autorità amministrativa.</p>
<p>Così deciso in Roma il 18 novembre 2003 dal Collegio costituito dai Sigg.ri:<br />
ALFONSO QUARANTA – Presidente<br />
PAOLO BUONVINO – Consigliere est.<br />
FRANCESCO D’OTTAVI &#8211; Consigliere<br />
CLAUDIO MARCHITIELLO-Consigliere<br />
ANIELLO C E R R E T O &#8211; Consigliere</p>
<p>L&#8217;ESTENSORE IL PRESIDENTE<br />
f.to Paolo Buonvino f.to Alfonso Quaranta</p>
<p>IL SEGRETARIO<br />
f.to Francesco Cutrupi</p>
<p>DEPOSITATA IN SEGRETERIA<br />
Il 29 gennaio 2004(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)</p>
<p>IL DIRIGENTE<br />
f.to Dott. Antonio Natale</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-308/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.308</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>T.A.R. Puglia &#8211; Bari &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.241</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-puglia-bari-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-241/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-puglia-bari-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-241/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-puglia-bari-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-241/">T.A.R. Puglia &#8211; Bari &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.241</a></p>
<p>Ric. Spagnoletti contro Comune di Molfetta (articoli 22 e 64 della legge 8 giugno 1990 n.142) – Pres. Ferrari, Rel. Urbano. 1. Servizi pubblici – affidamento dei servizi pubblici – trasporto funebre – regime autorizzatorio – tariffe – determinazione autoritativa – potestà dei comuni – insussistenza. 1. Posto che, ai</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-puglia-bari-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-241/">T.A.R. Puglia &#8211; Bari &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.241</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-puglia-bari-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-241/">T.A.R. Puglia &#8211; Bari &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.241</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Ric. Spagnoletti contro Comune di Molfetta (articoli 22 e 64 della legge 8 giugno 1990 n.142) – Pres. Ferrari, Rel. Urbano.</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">1. Servizi pubblici – affidamento dei servizi pubblici – trasporto funebre – regime autorizzatorio – tariffe – determinazione autoritativa – potestà dei comuni – insussistenza.</span></span></span></p>
<hr />
<p>1. Posto che, ai sensi degli artt.22 e 64, l. 8 giugno 1990 n.142, non è più possibile affidare in concessione il servizio di trasporto funebre, essendo esso assoggettato al regime di autorizzazione, l’Amministrazione comunale non può autoritativamente fissare le tariffe per l’espletamento di detto servizio, il quale è ormai governato dalle regole del mercato secondo il principio della libera concorrenza introdotto, anche in sede comunitaria, dal trattato di Maastrich</p>
<p>&#8212; *** &#8212;</p>
<p>Con commento del dott. Biagio Delfino <a href="/ga/id/2004/2/1402/d">&#8220;Trasporto funebre e tariffe comunali&#8221;</a></p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">i Comuni non possono più fissare autoritativamente le tariffe per l’espletamento del servizio di trasporto funebre</span></span></span></p>
<hr />
<p><center> <b> REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO</center></b><br />
<center><b>IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE PER LA PUGLIASede di Bari &#8211; Sezione Prima</center></b></p>
<p>Nr.<br />
Reg.Sent.Nr. 1971/2000Reg.Ric<br />
ha pronunciato la seguente<br />
<center><b>S E N T E N Z A</center></b><br />
sul ricorso n. 1971/2000, proposto da<br />
<b>SPAGNOLETTI GIUSEPPE</b>, titolare dell’impresa di Onoranze Funebri La Cattolica, rappresentato e difeso dall’Avv. Aldo Loiodice, presso il cui studio è elettivamente domiciliato in Bari alla via Nicolai, 29;<br />
<center>C O N T R O</center><br />
il <b>COMUNE DI MOLFETTA</b>, non costituito;<br />
per l’annullamento<br />
&#8211; della delibera della Giunta Comunale di Molfetta n. 207 del 19.4.2000, trasmessa con nota del 22.5.2000, prot. 19381 Uff. Affari Legali;<br />
&#8211; della nota del Funzionario dell&#8217;Ufficio Affari Legali del Comune di Molfetta del 22.6.2000, prot. n. 24746; nonché, ove occorra,<br />
&#8211; della delibera del Consiglio Comunale di Molfetta n. 53 del 28.5.1991 e del relativo regolamento per l&#8217;affidamento in concessione del servizio di trasporto funebre;<br />
&#8211; delle delibere di Consiglio Comunale n. 142 del 3.10.96 e n. 35 del 10.3.2000;<br />
&#8211; della nota del Funzionario dell&#8217;Ufficio Affari Legali del 29.6.2000 prot. n. 25691;<br />
Visto il ricorso con i relativi allegati;<br />
Visti gli atti tutti della causa;<br />
Udita alla pubblica udienza del 5 novembre 2003 la relazione del Cons. Amedeo Urbano e udito, altresì, l’Avv. I. Lagrotta per A. Loiodice;<br />
Ritenuto in fatto e diritto quanto segue:<br />
<center><b>FATTO</center></b><br />
Con ricorso notificato il 21 luglio 2000, Spagnoletti Giuseppe, titolare dell’impresa di Onoranze Funebri La Cattolica, ha impugnato, chiedendone l’annullamento, la deliberazione della Giunta Comunale di Molfetta n. 207 del 19.4.2000 e la nota del Funzionario dell&#8217;Ufficio Affari Legali del Comune di Molfetta del 22.6.2000, prot. n. 24746.<br />
Si é dedotto:<br />
1) Elusione della sentenza del TAR Puglia, Bari, sez.1a, n. 1056/2000; violazione e falsa applicazione dell&#8217;art. 32 della legge n.142/90; eccesso di potere per assenza dei presupposti ed erronea presupposizione; incompetenza.La deliberazione impugnata é stata adottata da un Organo incompetente con riferimento ad atti che non possono produrre più effetti, perché travolti dall’annullamento, in forza della sentenza di questo TAR n. 1056/2000, della deliberazione del Consiglio Comunale n. 53 dei 28.5.1991 e dell&#8217;unito regolamento, che aveva istituito il servizio pubblico locale del trasporto funebre, in cui si era disposto che la tariffa del trasporto funebre era fissata dal Consiglio Comunale.<br />
2) Elusione della sentenza del TAR Puglia, Bari, sez.1a, n. 1056/2000; violazione del principio di buon andamento e imparzialità dell&#8217;azione amministrativa; violazione e falsa applicazione dell&#8217;art.3/A del trattato della Comunità europea introdotto dall&#8217;art. G par. 4 del trattato di Maastricht; violazione dei principi di libera concorrenza; violazione e falsa applicazione degli artt. 22 e 64 della l. n.142 dell’8.6.1990; violazione e falsa applicazione degli artt. 16 e 19 del d.p.r. 10.9.1990, n.285; eccesso di potere per erronea presupposizione, assenza di presupposti, carenza di motivazione, sviamento, illegittimità manifesta. incompetenza.Il Comune non può stabilire l’ammontare delle tariffe del servizio di trasporto funebre, giacché questo si svolge in regime di libera concorrenza con le altre imprese.<br />
<center><b>DIRITTO</center></b><br />
Il ricorrente, Giuseppe Spagnoletti, titolare dell’impresa Onoranze Funebri La Cattolica, con sede in Molfetta, concessionaria del servizio comunale di trasporti funebri, ha impugnato la deliberazione della Giunta Comunale di Molfetta n.207 del 19.4.2000, in forza della quale, oltre ad aver deciso di “demandare al Consiglio comunale le determinazioni di competenza alla luce della sentenza e del principio autorizzatorio in essa enunciato”, furono pure confermate “ nelle more delle determinazioni del Consiglio comunale, le vigenti tariffe per trasporti funebri, come fissate con delibera consiliare n. 142 del 3.10.1996, e confermate per l’anno 2000 con delibera consiliare n. 35 del 10 marzo 2000”.<br />
Con la suddetta deliberazione il Comune di Molfetta prende atto della sentenza di questo TAR &#8211; Sez. I n. 1056 del 2000 e, ritenuto opportuno non appellare la stessa, disciplina in via transitoria il servizio di trasporti funebri, confermando le vigenti tariffe, nelle more delle determinazioni del Consiglio comunale, secondo il principio autorizzatorio enunciato nella sentenza.<br />
Orbene, va premesso, al riguardo, che questo Tribunale in accoglimento di ricorso proposto da altra impresa di onoranze funebri, anch’essa con sede in Molfetta, con sentenza n. 1056/2000 statuì che, a seguito dell’entrata in vigore degli artt. 22 e 64 della legge n. 142/1990, era ormai stata abrogata la disciplina concessoria, prevista per i servizi gestiti dal Comune con diritto di privativa dal R. D. n. 2578/1925; in applicazione di tale principio questa Sezione dispose l’annullamento delle deliberazione del Consiglio comunale di Molfetta n. 53 del 28.5.1991 e del relativo regolamento che prevedeva l’affidamento in concessione ai privati del servizio di trasporto funebre, con determinazione delle relative tariffe, in quanto illegittima, perché fondata sul presupposto che il servizio in questione fosse riservato al Comune in privativa.<br />
In sostanza, questo Tribunale ha sanzionato l’illegittimità dell’assunzione in via esclusiva da parte del Comune dell’espletamento del servizio del trasporto funebre, poiché tale servizio è ormai assoggettato all’ordinario regime della semplice autorizzazione amministrativa, fermo restando la possibilità di gestione diretta dello stesso servizio da parte del Comune non già, però, in via di privativa esclusiva, bensì in regime di libera concorrenza con le imprese private autorizzate.Alla luce di tali principi e di tali statuizioni, cui il Comune di Molfetta con la deliberazione gravata n. 207/2000 ha fatto acquiescenza, dichiarando espressamente di dare anche esecuzione alla sentenza, si manifesta fondato il secondo motivo del ricorso in esame, con cui si denuncia l’elusione della sentenza TAR n. 1056/2000 e la violazione del principio della libera concorrenza, in quanto, venuto meno il regime di privativa, il Comune non ha più il potere di determinare le tariffe del servizio di trasporto funebre, trattandosi non già di un servizio affidato in concessione, ma di un servizio svolto in base a semplice autorizzazione.In vero, considera il Collegio che la deliberazione gravata n. 207/2000, che la Giunta comunale dichiara di adottare per dare esecuzione alla sentenza n. 1056/2000 – non appellata – nella sostanza, risulta assunta dall’Amministrazione al solo scopo di confermare surrettiziamente l’illegittimo regime concessorio del servizio &#8211; sanzionato con l’annullamento in sede giurisdizionale – in grave ed evidente sostanziale elusione della sentenza, cui, invece, si dichiara di fare acquiescenza, nonché in violazione degli artt. 22 e 64 della legge n. 142/1990.<br />
Ed infatti, abrogate dall&#8217;art. 64, comma 2, della legge 142/1990 tutte le disposizioni con essa incompatibili, erano decadute, altresì, le norme di legge che avevano riservato il servizio in questione alla gestione esclusiva dei Comuni e delle Province.<br />
Venuta meno la possibilità di affidare tale servizio in concessione, perché assoggettato al regime di autorizzazione, l’Amministrazione comunale non poteva autoritativamente fissare le tariffe per l’espletamento del servizio, che era ormai governato dalle regole del mercato secondo il principio della libera concorrenza introdotto, anche in sede comunitaria, dal trattato di Maastrich.Ne consegue che il Comune, persa la posizione di Ente concedente del servizio, ove decida di gestire direttamente lo stesso servizio, agisce iure privatorum e, quindi, in posizione paritaria e concorrente con le altre ditte, con preclusione assoluta, perciò, di interferire, avvalendosi della potestà pubblica, in qualsivoglia modo nel regime di determinazione delle tariffe del servizio.In definitiva, il ricorso in esame va accolto, risultando fondato e assorbente il secondo motivo.Le spese di giudizio seguono la soccombenza.<br />
<center><b>P.Q.M.</center> </b></p>
<p>IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE PER LA PUGLIASede di Bari &#8211; Sezione I,<br />
Accoglie il ricorso in epigrafe e, per l’effetto, annulla gli atti gravati.<br />
Condanna il Comune di Molfetta al pagamento delle spese di giudizio in favore del ricorrente che liquida in complessivi €.3.000,00.Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall&#8217;Autorità Amministrativa.<br />
Così deciso in Bari nella Camera di Consiglio del 5 novembre 2003 con l’intervento dei Magistrati:<br />
Dott. GENNARO FERRARI PRESIDENTEDott. AMEDEO URBANO CONSIGLIERE, Rel.<br />
Dott. ROBERTO MARIA BUCCHI REFERENDARIO</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-puglia-bari-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-241/">T.A.R. Puglia &#8211; Bari &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.241</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tribunale di Napoli &#8211; Ordinanza &#8211; 29/1/2004 n.0</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/tribunale-di-napoli-ordinanza-29-1-2004-n-0/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/tribunale-di-napoli-ordinanza-29-1-2004-n-0/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/tribunale-di-napoli-ordinanza-29-1-2004-n-0/">Tribunale di Napoli &#8211; Ordinanza &#8211; 29/1/2004 n.0</a></p>
<p>Giudice Unico Troncone le questioni relative alla legittimità del provvedimento di fermo amministrativo, in quanto questioni di giurisdizione amministrativa esclusiva ex art. 33 D.lgs n. 80/98, rientrano nella sfera di competenza del giudice amministrativo Provvedimento cautelare ex art.700 c.p.c. – Carenza di giurisdizione (art.86 del D.P.R. n.602/1973; D.M. 7/9/1998, n.503).</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/tribunale-di-napoli-ordinanza-29-1-2004-n-0/">Tribunale di Napoli &#8211; Ordinanza &#8211; 29/1/2004 n.0</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/tribunale-di-napoli-ordinanza-29-1-2004-n-0/">Tribunale di Napoli &#8211; Ordinanza &#8211; 29/1/2004 n.0</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Giudice Unico Troncone</span></p>
<hr />
<p>le questioni relative alla legittimità del provvedimento di fermo amministrativo, in quanto questioni di giurisdizione amministrativa esclusiva ex art. 33 D.lgs n. 80/98, rientrano nella sfera di competenza del giudice amministrativo</p>
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<p>Provvedimento cautelare ex art.700 c.p.c. – Carenza di giurisdizione (art.86 del D.P.R. n.602/1973; D.M. 7/9/1998, n.503).</p>
<p>Il fermo amministrativo è un provvedimento in senso proprio, estrinsecandosi nell’emanazione di un atto unilaterale idoneo ad incidere in modo autoritativo nella sfera giuridico-patrimoniale del destinatario, con l’imposizione di un vincolo di indisponibilità del bene che implica la temporanea privazione del diritto di godimento del mezzo. <br />
Il fermo non costituisce un atto tipico rientrante nel procedimento esecutivo, donde, esclusa la configurabilità di sindacato diretto a favore del g.o., si radica la giurisdizione del g.a.<br />
Opzione interpretativa che trova ulteriore conforto nel disposto di cui all’art.33 D.lgs. 80/98, come sostituito dall’art. 7 L.205/2000, comma 29, lett. “e”.</p>
<p>&#8212; *** &#8212;</p>
<p>Con commento dell&#8217;avv. Sebastiano Napolitano <a href="/ga/id/2004/3/1445/d">&#8220;Giurisdizione esclusiva in tema fermo amministrativo di beni mobili registrati&#8221;</a></p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Le questioni relative alla legittimità del provvedimento di fermo amministrativo, in quanto questioni di giurisdizione amministrativa esclusiva ex art. 33 D.lgs n. 80/98, rientrano nella sfera di competenza del giudice amministrativo</span></span></span></p>
<hr />
<p>Il Tribunale di Napoli, nella persona del g.des., dott. Fulvio Troncone, a scioglimento della riserva assunta il 23/12/2003;<br />lette le note autorizzate;<br />richiamate le esposizioni in fatto contenute nei rispettivi libelli difensivi;<br />
ha emesso la seguente</p>
<p><center><b>Ordinanza </b></center><br />
………<br />
Reputa lo scrivente che nella fattispecie si radichi la giurisdizione del g.a.<br />
E difatti, secondo quanto già affermato dalla giurisprudenza amministrativa (Tar Puglia-Bari, ord. 5 marzo 2003, n.216; sent. 3 aprile 2003, n. 1567; ord. 16 aprile 2003), il fermo amministrativo è un provvedimento in senso proprio, estrinsecandosi nell’emanazione di un atto unilaterale idoneo ad incidere in modo autoritativo nella sfera giuridico-patrimoniale del destinatario, con la imposizione di un vincolo di indisponibilità del bene che implica la temporanea privazione del diritto di godimento, e cioè dello ius utendi ac fruendi  e che si risolve anche in un divieto di utilizzazione del mezzo, la cui violazione espone all’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria e all’asportazione del veicolo affidato in custodia a depositario autorizzato.<br />
Esso dunque in ossequio alla lettera dell’art.86 I co Dpr 602/73, come modificato dall’art.1, comma secondo, lettera q) Dlgs 27 aprile 2001, n.193, è il precipitato dell’esercizio di un potere discrezionale sull’an, ma anche sul quid, poiché il concessionario non soltanto può scegliere se adottare la misura, ma anche graduarla nel suo oggetto.<br />
Sul punto, giova richiamare (sia pure con il dissenso di cui infra) quanto palesato dal giudicante salernitano (Trib.Salerno, ord.18 aprile 2003), ovvero che la dianzi citata disposizione attribuisce un potere assolutamente discrezionale, quasi rudimentale, senza limiti di importo, senza controlli di proporzionalità sulla misura, con possibilità di applicazione indiscriminata della medesima ed unica misura alle situazioni più diverse.<br />
Ed allora, come acutamente osservato dalla dottrina, il fermo de quo non costituisce una sanzione amministrativa, integrando piuttosto una misura cautelare disposta dall’Autorità Amministrativa, di natura atipica ed eccezionale, sostanziandosi in un vero e proprio divieto di utilizzazione del veicolo colpito.<br />
Non convince, quindi, quanto sostenuto in alcune pronunce (cfr sul punto la citata ordinanza del Tribunale di Salerno), secondo cui a causa della mancata emissione del regolamento di attuazione (di cui all’ultimo comma dell’art.86 D.P.R. 602/73), il nuovo istituto sarebbe ancora inoperante e si sarebbe in presenza non di scorretto esercizio, bensì di assoluta carenza di potere, ipotesi in cui, come noto, non vi è affievolimento della posizione da diritto soggettivo ad interesse legittimo ed è consentito il sindacato del giudice ordinario.<br />
……<br />
Ne discende che la motivazione, essendo, appunto, volta ad estrinsecare le esigenze di natura cautelare ed il quomodo della risposta adottata –di guisa che deve essere redatta in modo coerente e specifico non adempibile in via apparente o con l’adozione di formule di mero stile- costituisce il vero limite nell’esercizio del potere de quo , al di là del quale il provvedimento può essere sanzionato siccome illegittimo.<br />
Alla luce di tali rilievi esegetici non può che convenirsi che il fermo non costituisce un atto tipico rientrante nel procedimento esecutivo, donde, esclusa la configurabilità di sindacato diretto a favore del g.o., si radica la giurisdizione del g.a.<br />
Opzione interpretativa che trova ulteriore conforto anche dal disposto di cui all’art.33 Dlgs 80/98, come sostituito dall’art.7 L.205/2000, relativa alla materia dei pubblici servizi, che comprende, in base al comma 29 della lettera e) anche le controversie riguardanti le attività…di ogni genere…rese…nell’espletamento di pubblici servizi.<br />
Difatti, a tale è in ultima analisi riconducibile l’attività svolta dal concessionario convenuto, incaricato della riscossione, senza potersi nella fattispecie, nemmeno in tesi, configurare un rapporto individuale di utenza.<br />
Epperaltro, convince la tesi che qui esclude la giurisdizione tributaria, che attiene alle controversie aventi oggetto tributi, nel cui novero non rientra il fermo, che come dinanzi detto, non si correla ad alcuna violazione, costituendo, viceversa, una mera misura cautelare.<br />
Il sin qui detto conferma la bontà della opzione ermeneutica in epigrafe anticipata.<br />
Giusti motivi consigliano, tuttavia, la compensazione integrale delle spese di lite.</p>
<p><center><b>P.Q.M.</b></center></p>
<p>Respinge per carenza di giurisdizione il ricorso ex art.700 c.p.c.  di…. Diretto ad ottenere dalla ….. la cancellazione presso il competente PRA del provvedimento di fermo amministrativo iscritto sul veicolo …;<br />
compensa le spese.<br />
Si Comunichi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/tribunale-di-napoli-ordinanza-29-1-2004-n-0/">Tribunale di Napoli &#8211; Ordinanza &#8211; 29/1/2004 n.0</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>T.A.R. Abruzzo &#8211; Pescara &#8211; Ordinanza sospensiva &#8211; 29/1/2004 n.32</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-abruzzo-pescara-ordinanza-sospensiva-29-1-2004-n-32/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-abruzzo-pescara-ordinanza-sospensiva-29-1-2004-n-32/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-abruzzo-pescara-ordinanza-sospensiva-29-1-2004-n-32/">T.A.R. Abruzzo &#8211; Pescara &#8211; Ordinanza sospensiva &#8211; 29/1/2004 n.32</a></p>
<p>Beni culturali e ambientali – nulla osta &#8211; annullamento – ristrutturazione e demolizione di fabbricato – violazione della legge 241/1990 &#8211; considerazioni tecnico discrezionali del ministero contrapposte a quelle dell’ente locale &#8211; tutela cautelare – accoglimento. Vedi anche:CONSIGLIO DI STATO, SEZ. VI – ordinanza n. 2080 del 07 maggio 2004</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-abruzzo-pescara-ordinanza-sospensiva-29-1-2004-n-32/">T.A.R. Abruzzo &#8211; Pescara &#8211; Ordinanza sospensiva &#8211; 29/1/2004 n.32</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-abruzzo-pescara-ordinanza-sospensiva-29-1-2004-n-32/">T.A.R. Abruzzo &#8211; Pescara &#8211; Ordinanza sospensiva &#8211; 29/1/2004 n.32</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;"></span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Beni culturali e ambientali – nulla osta &#8211;  annullamento – ristrutturazione e demolizione di fabbricato – violazione della legge 241/1990   &#8211; considerazioni  tecnico  discrezionali   del ministero contrapposte      a quelle  dell’ente locale  &#8211; tutela cautelare – accoglimento.</span></span></span></p>
<hr />
<p>Vedi anche:CONSIGLIO DI STATO, SEZ. VI – <a href="/ga/id/2004/5/3881/g">ordinanza n. 2080 del 07 maggio 2004</a></p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"></span></span></span></p>
<hr />
<p align=center><b>REPUBBLICA ITALIANA<br />
TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE<br />PER L&#8217;ABRUZZO SEZ. PESCARA<br />SEDE DI PESCARA &#8211; SEZIONE UNO</b></p>
<p>Registro Ordinanze:32/04<br />
Registro Generale:27/2004<br />
nelle persone dei Signori:<br />
ANTONIO CATONI Presidente<br />MICHELE ELIANTONIO Cons.<br />MARIO DI GIUSEPPE Cons. , relatore<br />ha pronunciato la seguente</p>
<p align=center><b>ORDINANZA</b></p>
<p>nella Camera di Consiglio del 29 Gennaio 2004<br />
Visto il ricorso 27/2004 proposto da:<br />
<b>FARINA MARIO</b>rappresentato e difeso da:<br />
RUSSO MARCELLOe DE MONTE Manuel<br />
con domicilio eletto in PESCARA<br />
VIA VITTORIA COLONNA 31<br />
presso<br />
RUSSO MARCELLO</p>
<p align=center>contro</p>
<p><b>MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA&#8217; CULTURALI</b>, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato di L’Aquila, domiciliataria per legge;<br /><b>COMUNE DI PESCARA</b>, in persona dell’Assessore delegato, rappresentato e difeso dall’avv. Paola Di Marco, elettivamente domiciliato in Pescara presso la Residenza comunale;<br />
per l&#8217;annullamento,<br />previa adozione di misura cautelare,di provv.ti vari per permesso di costruire e ordine sospensione lavori &#8211;</p>
<p>Visti gli atti e i documenti depositati con il ricorso;<br />Visto l&#8217;atto di costituzione in giudizio di: MINISTERO BENI ATTIVITA’ CULTURALI e COMUNE DI PESCARA</p>
<p>Udito il relatore Cons. MARIO DI GIUSEPPE e uditi gli avv.ti M.Russo e M.De Monte per la parte ricorrente, l’avv. dello Stato Fabio Tortora per il resistente e l’avv. P.Di Marco per il Comune;<br />
Visto l’art. 21, 7° comma, dela Legge 6 dicembre 1971, n.1034 (quale sostituto dall’art.3 della Legge 21.07.2000, n. 205);</p>
<p>Ritenuto che il ricorso s’appalesa fondato (per il I motivo, cfr. Cons. St., Sez.VI, 17 ottobre 2003 n.6342; per il III motivo, cfr. Cons. St., Sez. VI , 20 gennaio 2003 n.204) e che dall’esecuzione dei provvedimenti impugnati (come da epigrafe del ricorso) deriva un pregiudizio grave ed irreparabile);</p>
<p align=center><b>P.Q.M.</b></p>
<p>Accoglie la suindicata domanda incidentale di sospensione.</p>
<p>La presente ordinanza sarà eseguita dalla Amministrazione ed è depositata presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.</p>
<p>SEDE DI PESCARA , li 29 Gennaio 2004</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-abruzzo-pescara-ordinanza-sospensiva-29-1-2004-n-32/">T.A.R. Abruzzo &#8211; Pescara &#8211; Ordinanza sospensiva &#8211; 29/1/2004 n.32</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.50</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-50/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-50/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-50/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.50</a></p>
<p>Pres. CHIEPPA, Red. FINOCCHIARO Imposte e tasse &#8211; Imposta unica sulle scommesse &#8211; Quote di prelievo sulle scommesse sportive spettanti al CONI – Riserva relativa di legge in materia di prestazioni patrimoniali &#8211; Intervento in giudizio &#8211; Questione di legittimità costituzionale in via incidentale E&#8217; manifestamente inammissibile la questione di</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-50/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.50</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-50/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.50</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. CHIEPPA, Red. FINOCCHIARO</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Imposte e tasse &#8211; Imposta unica sulle scommesse &#8211; Quote di prelievo sulle scommesse sportive spettanti al CONI – Riserva relativa di legge in materia di prestazioni patrimoniali &#8211; Intervento in giudizio &#8211; Questione di legittimità costituzionale in via incidentale</span></span></span></p>
<hr />
<p>E&#8217; manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell&#8217;art. 3, comma 231, della legge 28 dicembre 1995, n. 549 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), come sostituito dall&#8217;articolo 24, comma 26, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica) e dell&#8217;art. 4, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 23 dicembre 1998, n. 504 (Riordino dell&#8217;imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse, a norma dell&#8217;art. 1, comma 2, della legge 3 agosto 1998, n. 288), sollevata, in riferimento all&#8217;art. 23 della Costituzione, dalla Commissione tributaria provinciale di Pistoia, per contraddittorietà della motivazione dell’ordinanza di rimessione. (1)<br />
&#8212; *** &#8212;</p>
<p>(1) Sulla prospettazione contraddittoria nell’ordinanza di rimessione che rende la questione di costituzionalità manifestamente inammissibile v., ex multis, l’ordinanza n. 407 del 1991.</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">E&#8217; inammissibile la questione sulle quote di prelievo relative alle scommesse sportive spettanti al CONI.</span></span></span></p>
<hr />
<p align=center><b>REPUBBLICA ITALIANA<br />
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO</b></p>
<p>ORDINANZA N. 50<br />
ANNO 2004</p>
<p align=center><b>LA CORTE COSTITUZIONALE</b></p>
<p>composta dai Signori: &#8211; Riccardo CHIEPPA Presidente &#8211; Gustavo ZAGREBELSKY Giudice &#8211; Valerio ONIDA &#8221; &#8211; Carlo MEZZANOTTE &#8221; &#8211; Fernanda CONTRI &#8221; &#8211; Guido NEPPI MODONA &#8221; &#8211; Piero Alberto CAPOTOSTI &#8221; &#8211; Annibale MARINI &#8221; &#8211; Franco BILE &#8221; &#8211; Giovanni Maria FLICK &#8221; &#8211; Francesco AMIRANTE &#8221; &#8211; Ugo DE SIERVO &#8221; &#8211; Romano VACCARELLA &#8221; &#8211; Paolo MADDALENA &#8221; &#8211; Alfio FINOCCHIARO &#8221; ha pronunciato la seguente</p>
<p><b></p>
<p align=center>ORDINANZA</p>
<p></b></p>
<p>nel giudizio di legittimità costituzionale dell&#8217;art. 3, comma 231, della legge 28 dicembre 1995, n. 549 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), come sostituito dall&#8217;articolo 24, comma 26, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica) e dell&#8217;art. 4, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 23 dicembre 1998, n. 504 (Riordino dell&#8217;imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse, a norma dell&#8217;art. 1, comma 2, della legge 3 agosto 1998, n. 288) promosso con ordinanza del 30 settembre 2002 dalla Commissione tributaria provinciale di Pistoia sul ricorso proposto dalla Giada – Bet s.r.l. contro l&#8217;Agenzia delle Entrate – Ufficio di Pescia, iscritta al n. 225 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 18, prima serie speciale, dell&#8217;anno 2003.</p>
<p>Visto l&#8217;atto di costituzione della Giada – Bet s.r.l., nonché gli atti di intervento del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, CONI e del Presidente del Consiglio dei ministri;</p>
<p>udito nell&#8217;udienza pubblica del 25 novembre 2003 il Giudice relatore Alfio Finocchiaro;</p>
<p>uditi gli avvocati Nicolò Zanon e Andrea Manzi per Giada – Bet s.r.l., Giuseppe Morbidelli e Massimo Ranieri per il Comitato Olimpico Nazionale, CONI e l&#8217;Avvocato dello Stato Massimo Mari per il Presidente del Consiglio dei ministri.</p>
<p>Ritenuto che la Commissione Tributaria Provinciale di Pistoia – con ordinanza del 30 settembre 2002 – ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell&#8217;art. 3, comma 231, della legge 28 dicembre 1995, n. 549 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), come sostituito dall&#8217;articolo 24, comma 26, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica), nonché dell&#8217;art. 4, comma 1, lett. b), del decreto legislativo 23 dicembre 1998, n. 504 (Riordino dell&#8217;imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse, a norma dell&#8217;art. 1, comma 2, della legge 3 agosto 1998, n. 288), in riferimento all&#8217;art. 23 della Costituzione, per contrasto con la riserva relativa di legge in materia di prestazioni patrimoniali;</p>
<p>che il remittente – investito del ricorso presentato dalla Giada – Bet s.r.l. (concessionaria del servizio di scommesse) per l&#8217;annullamento del provvedimento (atto n. 26572/02) emesso dall&#8217;Agenzia delle Entrate di Pescia, contenente la determinazione degli omessi e ritardati versamenti dell&#8217;imposta unica sulle scommesse relativamente all&#8217;anno 2001 e la contestuale irrogazione della sanzione – si sofferma preliminarmente sulla ammissibilità della proposizione del ricorso dinanzi a sé e, quindi, sulla natura dell&#8217;atto impugnato;<br />
che in proposito sottolinea che si tratta di atto impositivo, impugnabile ai sensi dell&#8217;art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell&#8217;art. 32 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), poiché costituisce la premessa sufficiente per l&#8217;escussione della garanzia prestata dal contribuente, restando invece irrilevante la forma e la denominazione dello stesso e l&#8217;omissione in calce delle modalità per il ricorso; omissione che avrebbe potuto eventualmente rilevare solo ai fini dell&#8217;irregolarità e conseguente remissione in termini per l&#8217;instaurazione del giudizio;</p>
<p>che, sotto il profilo della rilevanza, la Commissione Tributaria argomenta che se – in accoglimento della eccezione di costituzionalità prospettata dalla parte – non sollevasse la questione, dovrebbe rigettare il ricorso atteso che: l&#8217;amministrazione finanziaria ha correttamente applicato le norme di legge e regolamento in materia di imposta unica sulle scommesse, essendo l&#8217;atto sufficientemente motivato, senza che rilevino, nella specie, le vicende relative al d.m. 13 dicembre 2001;</p>
<p>che, con riferimento alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo sostiene che l&#8217;art. 3, comma 231, legge n. 549 del 1995, il quale disciplina le quote di prelievo sulle scommesse sportive spettanti al CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), viola direttamente il principio costituzionale della riserva relativa di legge per le prestazioni patrimoniali imposte e che, in via derivata, lo stesso principio è violato dall&#8217;art. 4, comma 1, lett. b), d. lgs. n. 504 del 1998, essendo le aliquote dell&#8217;imposta unica sulle scommesse individuate quale percentuale delle suddette quote di prelievo;<br />
che le predette quote hanno natura di prestazione patrimoniale imposta, nella quale hanno peso decisivo gli aspetti pubblicistici dell&#8217;intervento delle autorità e che ciò che conta è la disciplina della destinazione e dell&#8217;uso di beni o servizi, per i quali – in considerazione della loro natura giuridica, della situazione di monopolio pubblico o della essenzialità di alcuni bisogni della vita soddisfatti da quei beni o servizi – accade che la determinazione della prestazione è unilateralmente imposta con atti autoritativi i quali, incidendo sostanzialmente sulla sfera dell&#8217;autonomia privata, giustificano la previsione di una riserva di legge;</p>
<p>che, rispetto alla disciplina che impone ai concessionari del servizio di scommesse il versamento delle quote, il remittente sottolinea: la situazione di monopolio del servizio, riservato all&#8217;autorità e affidato ai privati solo tramite concessioni; la non contrattabilità nella convenzione stipulata dal privato della percentuale del prelievo, imposta da fonti pubblicistiche; l&#8217;irrilevanza della qualificazione delle quote di prelievo quali corrispettivo della concessione, atteso che la Corte costituzionale non attribuisce rilievo alla qualificazione formale della prestazione, né alla natura negoziale o meno della fonte dell&#8217;obbligazione, né alla circostanza che l&#8217;obbligazione imposta ex lege si inserisca in uno schema negoziale;</p>
<p>che il remittente argomenta in ordine alla violazione della riserva relativa di legge e che, secondo la giurisprudenza costituzionale (sent. n. 129 del 1969, n. 27 del 1979, n. 157 del 1996, nn. 7 e 323 del 2001), il legislatore ha l&#8217;obbligo di determinare preventivamente e sufficientemente criteri direttivi di base o linee generali idonee a limitare la discrezionalità amministrativa nella produzione di fonti secondarie e che la norma censurata relativa alle quote di prelievo (art. 3, comma 231, della legge n. 549 del 1995) si limita ad individuare il soggetto competente alla decisione (Ministro delle finanze con decreto) e la destinazione al CONI, al netto dell&#8217;imposta unica e delle spese, con la conseguenza che, non solo le percentuali, ma anche i criteri per stabilirle sono contenuti nella fonte secondaria (d.m. 15 febbraio 1999);</p>
<p>che le aliquote dell&#8217;imposta unica sulle scommesse sono individuate quale percentuale delle suddette quote di prelievo, sicchè lo stesso principio è violato in via derivata dall&#8217;art. 4, comma 1, lett. b), d. lgs. n. 504 del 1998;<br />
che, anche a non voler riconoscere la natura di prestazione patrimoniale imposta all&#8217;art. 3, comma 231, della legge n. 549 del 1995) e, quindi a non pervenire per questa via al mancato rispetto dell&#8217;art. 23 della Costituzione, comunque la disposizione sull&#8217;imposta unica (art. 4, comma 1, lett. b), cit.) viola anche direttamente lo stesso principio costituzionale poiché un elemento essenziale della prestazione tributaria è comunque desunto da una fonte secondaria e non primaria, sicchè, in sostanza, l&#8217;aliquota dell&#8217;imposta unica sulle scommesse sportive non è determinata con riferimento a criteri e parametri chiaramente prestabiliti nella legge, ma dipende di fatto da decisioni amministrative (sulle quote di prelievo) a loro volta non ancorate a parametri e criteri fissati in fonte primaria;</p>
<p>che è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall&#8217;Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e, comunque, infondata, perchè l&#8217;attività inerente alla raccolta delle scommesse sportive è – contrariamente a quanto ritenuto dall&#8217;ordinanza di rimessione – pienamente libera, ricadendo nella sfera di autonomia contrattuale del soggetto concessionario (Tar Lazio, sez. II, 10 novembre 1984, n. 1592), con conseguente non operatività dell&#8217;art. 23 della Costituzione, poiché si versa in una di quelle ipotesi in cui la prestazione patrimoniale richiesta, comprese le modalità per la sua determinazione, è stata previamente e liberamente accettata dal soggetto sul quale grava, e perchè il legislatore, nel rimettere al Ministro delle finanze la determinazione delle quote di prelievo, ha delimitato compiutamente l&#8217;esercizio del potere discrezionale dell&#8217;amministrazione rispettando la riserva relativa di legge (C.d.S., sez. VI. 13 febbraio 1984, n. 72);</p>
<p>che è legittimo disciplinare l&#8217;entità di un tributo attraverso il ricorso alla normazione secondaria sulla base di norma primaria che individui i principi generali relativi all&#8217;imposizione (Corte dei conti, sez. I, 19 settembre 1983, n. 113) e che, nel caso di specie, il d.m. 15 febbraio 1999 è stata adottato sulla base dei criteri previsti dall&#8217;art. 1 della legge 3 agosto 1998, n. 288, e cioè l&#8217;esigenza del mantenimento del livello complessivo del gettito e la differenziazione delle aliquote percentuali sulla base del grado di difficoltà e della propensione degli scommettitori ai diversi tipi di scommesse;</p>
<p>che si è costituita la società Giada–Bet. s.r.l., parte nel giudizio a quo, chiedendo l&#8217;accoglimento della questione di costituzionalità e riservando le motivazioni ad una futura memoria;</p>
<p>che è intervenuto il CONI il quale – premesso che il giudizio di merito ha per oggetto il provvedimento con il quale è stato richiesto il pagamento di poste creditorie dovute a titolo di quote di prelievo e di avere un interesse diretto ed immediato alla questione, essendo il destinatario di dette quote, nonché di essere parte nel giudizio a quo – chiede che la questione sia dichiarata infondata;</p>
<p>che, sostiene il CONI, la quota di prelievo non è una prestazione patrimoniale imposta e, quindi, non è soggetta al rispetto dell&#8217;art. 23 della Costituzione, e che, comunque, in subordine, la riserva di legge è rispettata, dal momento che i criteri per delimitare la discrezionalità dell&#8217;ente impositore possono essere desunti, secondo la giurisprudenza costituzionale, dalla destinazione della prestazione o dalla composizione e funzionamento degli organi competenti a determinare la misura (sent. n. 90 del 1994, n. 507 del 1988, n. 67 del 1973, n. 21 del 1969) o è sufficiente l&#8217;individuazione di un modulo procedimentale dell&#8217;amministrazione (sent. n. 34 del 1986), ed è consentita la determinazione delle aliquote dell&#8217;imposizione mediante atto amministrativo (sent. n. 21 del 1969);</p>
<p>che, nel caso di specie, la norma impugnata contiene gli elementi per escludere che la determinazione del quantum delle quote di prelievo sia rimessa all&#8217;arbitrio dell&#8217;amministrazione, rinviando ad un d.m. del Ministro delle finanze, che è ampiamente procedimentalizzato, tanto è vero che ha determinato l&#8217;ammontare tenendo conto della propensione degli scommettitori e dell&#8217;esigenza di garantire al CONI lo svolgimento dei compiti istituzionali;</p>
<p>che, in prossimità dell&#8217;udienza, la Giada–Bet s.r.l. ha depositato memoria con la quale – previa contestazione della legittimazione del CONI all&#8217;intervento non essendo parte nel processo dinanzi al giudice a quo – ha sviluppato varie argomentazioni a sostegno dell&#8217;accoglimento della questione di costituzionalità;</p>
<p>che le quote di prelievo sono determinate solo da un organo politico, quale il Ministro delle finanze, che non ha competenza tecnica neutrale, ed in assenza di qualunque modulo procedimentale a mezzo del quale possa dirsi realizzata la collaborazione tra più organi, come invece richiede la giurisprudenza;</p>
<p>che in prossimità dell&#8217;udienza ha pure depositato memoria – fuori termine – il CONI, il quale insiste sulle argomentazioni già sviluppate con l&#8217;atto di intervento, osservando in particolare che manca il requisito della essenzialità, per i bisogni della vita, del servizio delle scommesse, in ragione del quale è dovuta la quota di prelievo, e che la stessa costituisce il corrispettivo di un rapporto contrattuale di tipo privatistico, concludendo nel senso che la quota di prelievo non è prestazione patrimoniale imposta (citando a conferma Tar Lombardia, sez. Brescia, 26 febbraio 2003, n. 287);</p>
<p>che, per escludere che il quantum delle quote sia rimesso all&#8217;arbitrio dell&#8217;amministrazione, l&#8217;intervenuto si sofferma sulla destinazione al CONI e sui vincoli posti dalla norma all&#8217;utilizzazione dei proventi, nonché sulla procedimentalizzazione del decreto di determinazione delle quote.</p>
<p>Considerato che, con ordinanza allegata, emessa nel corso dell&#8217;udienza pubblica, l&#8217;intervento del CONI è stato ritenuto ammissibile;</p>
<p>che il giudice remittente ha sollevato la questione di costituzionalità in modo contraddittorio, prospettando cioè due diverse interpretazioni della norma relativa alle quote di prelievo, sia pure in modo subordinato l&#8217;una all&#8217;altra, dal momento che secondo la prima interpretazione le quote di prelievo vengono classificate come prestazioni patrimoniali imposte ricadenti nella sfera di applicabilità dell&#8217;art. 23 della Costituzione, mentre secondo l&#8217;altra interpretazione l&#8217;incostituzionalità viene sostenuta anche non accettando la tesi per cui le stesse quote di prelievo sono prestazioni patrimoniali imposte;</p>
<p>che tale prospettazione contraddittoria rende la questione di costituzionalità manifestamente inammissibile (cfr. ordinanza n. 407 del 1991).</p>
<p align=center><b>Per questi motivi<br />
LA CORTE COSTITUZIONALE</b></p>
<p>dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell&#8217;art. 3, comma 231, della legge 28 dicembre 1995, n. 549 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), come sostituito dall&#8217;articolo 24, comma 26, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica) e dell&#8217;art. 4, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 23 dicembre 1998, n. 504 (Riordino dell&#8217;imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse, a norma dell&#8217;art. 1, comma 2, della legge 3 agosto 1998, n. 288), sollevata, in riferimento all&#8217;art. 23 della Costituzione, dalla Commissione tributaria provinciale di Pistoia con l&#8217;ordinanza indicata in epigrafe.</p>
<p>Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 gennaio 2004.</p>
<p>Depositata in Cancelleria il 29 gennaio 2004.<br />
Il Direttore della Cancelleria</p>
<p align=center><b>ALLEGATO</b></p>
<p align=center>ordinanza letta all&#8217;udienza del 25 novembre 2003</p>
<p align=center><b>ORDINANZA</b></p>
<p>Considerato che il CONI è destinatario per legge del provento della prestazione della cui costituzionalità si discute e che quindi è titolare di una posizione giuridica specifica coinvolta nel giudizio</p>
<p align=center><b>PER QUESTI MOTIVI</b></p>
<p>dichiara ammissibile l&#8217;intervento del CONI.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-costituzionale-sentenza-29-1-2004-n-50/">Corte Costituzionale &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.50</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.307</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-307/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-307/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-307/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.307</a></p>
<p>Comune di Castel Guelfo c/ CO.ER.BUS. s.c.r.l.. Pres. Quaranta &#8211; Est. Buonvino Contratti della Pubblica Amministrazione – Appalti di Servizi &#8211; Documentazione – Richiesta di integrazioni e chiarimenti – art. 16 d.lgs. n. 157/95 – Criteri di applicabilità &#8211; Mancata esclusione dalla gara – Illegittimità In una gara per l’affidamento</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-307/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.307</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-307/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.307</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Comune di Castel Guelfo c/ CO.ER.BUS. s.c.r.l.. Pres. Quaranta &#8211; Est. Buonvino</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Contratti della Pubblica Amministrazione – Appalti di Servizi &#8211; Documentazione – Richiesta di integrazioni e chiarimenti – art. 16 d.lgs. n. 157/95 – Criteri di applicabilità &#8211; Mancata esclusione dalla gara – Illegittimità</span></span></span></p>
<hr />
<p>In una gara per l’affidamento si servizi, qualora il concorrente abbia omesso di contrassegnare una casella dello schema di domanda predisposto dalla stazione appaltante poichè ritenuta equivoca nel contenuto, e conseguentemente di effettuare la dichiarazione avente il medesimo oggetto prevista a pena di esclusione dal bando di gara, la Stazione Appaltante non può esercitare il potere di chiedere i chiarimenti e le integrazioni di cui all’art. 16 d.lgs. 157/95, in quanto tale circostanza, comporta l’incompletezza dell’offerta per mancanza di una delle dichiarazioni previste nel bando e dunque l’esclusione del concorrente.</p>
<p>&#8212; *** &#8212;</p>
<p>Con commento dell&#8217;Avv. Antonella Migliore <a href="/ga/id/2004/2/1529/d">&#8220;Il potere della pubblica amministrazione di richiedere le integrazioni ed i chiarimenti di cui all&#8217;art. 16, D.Lgs 157/95&#8221;</a></p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">E&#8217; incompleta e non sanabile con richiesta di chiarimenti o integrazioni l&#8217;offerta mancante di una dichiarazione prevista dal bando</span></span></span></p>
<hr />
<p align=center><b>REPUBBLICA ITALIANA<br />IN NOME DEL POPOLO ITALIANO </b></p>
<p>N.307/04REG.DEC.<br />
N. 1342 REG.RIC.<br />
ANNO 2003</p>
<p align=center><b>Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale<br />
Quinta Sezione</b></p>
<p>ha pronunciato la seguente</p>
<p align=center><b>DECISIONE</b></p>
<p>sul ricorso in appello n. 1342/2003, proposto dal<br />
<b>Comune di CASTEL GUELFO</b>, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall’avv. Lucio SOLAZZI ed elettivamente domiciliato in Roma, via Michelini Tocci 50, presso lo studio dell’avv. Carlo VISCONTI,</p>
<p align=center>CONTRO</p>
<p>la <b>CO.ER.BUS. s.c.r.l</b>., in persona del legale rappresentante p.t., costituitasi in giudizio, rappresentata e difesa dagli avv.ti Nicola ADRAGNA e Franco FIORENZA e presso il primo elettivamente domiciliata in Roma, via Barberini 86, anche nella veste di APPELLANTE INCIDENTALE</p>
<p>E NEI CONFRONTI</p>
<p>della <b>ditta NEGRONI Raffaele</b>, in persona del legale rappresentante p.t., non costituitasi in giudizio,<br />
PER L’ANNULLAMENTO<br />
della sentenza del TAR dell’Emilia Romagna, sede di Bologna, Sezione II, 27 gennaio 2003, n. 39;</p>
<p>visto il ricorso in appello con i relativi allegati;<br />
visto l’atto di costituzione in giudizio della CO.ER.BUS. s.c.r.l.;<br />
viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;<br />
visti gli atti tutti di causa;<br />
relatore, alla pubblica udienza del 18 novembre 2003, il Consigliere Paolo BUONVINO; uditi, l’avv. ROMANELLI, per delega dell’avv. SOLAZZI, per l’appellante e l’avv. ADRAGNA per l’appellata; <br />
visto il dispositivo n. 366 del 19 novembre 2003. <br />
Ritenuto e considerato, in fatto e in diritto, quanto segue:</p>
<p align=center><b>FATTO </b></p>
<p>1) &#8211; Con la sentenza appellata il TAR ha accolto il ricorso proposto dalla CO.ER.BUS. s.c.r.l. per l’annullamento del provvedimento 10 settembre 2002, n. 328, con il quale il responsabile del settore amministrativo/finanziario del Comune di Castel Guelfo ha approvato il verbale di gara del 29 settembre 2002, avente ad oggetto l’aggiudicazione del servizio di trasporto scolastico per il periodo 16 settembre 2002/10 settembre 2004, con specifico riferimento alla parte in cui la controinteressata ditta Negroni è stata ammessa in gara; nonché del provvedimento 11 settembre 2002, n. 329, avente ad oggetto l’approvazione del verbale di aggiudicazione.<br />
Nell’accogliere il ricorso e nell’annullare gli atti impugnati, il TAR ha, peraltro, disatteso la domanda risarcitoria avanzata dalla ricorrente.</p>
<p>2) &#8211; La sentenza è appellata dal Comune di Castel Guelfo, secondo cui, stante il difetto materiale che caratterizzava il modulo da accludere alla domanda di partecipazione alla gara, sarebbe stata pienamente giustificata l’integrazione della domanda della controinteressata a suo tempo consentita dall’Amministrazione e non sarebbero sussistiti, quindi, i presupposti per l’esclusione della ditta Negroni.<br />
Si è costituita in giudizio la ditta ora indicata che, oltre ad insistere per il rigetto dell’appello, svolge anche appello incidentale avverso il capo della sentenza appellata recante il rigetto della domanda risarcitoria.</p>
<p>3) &#8211; Con ordinanza 11 marzo 2003, n. 878, la Sezione ha respinto l’istanza di sospensione dell’efficacia della sentenza appellata, in quanto “la concorrente controinteressata era comunque tenuta ad effettuare la dichiarazione prescritta nella forma prevista”.<br />
Con successive memorie le parti ribadiscono i rispettivi assunti difensivi.</p>
<p align=center><b>DIRITTO</b></p>
<p>1) &#8211; Con la sentenza appellata il TAR ha accolto il ricorso proposto dalla CO.ER.BUS. s.c.r.l. per l’annullamento del provvedimento 10 settembre 2002, n. 328, con il quale il responsabile del settore amministrativo/finanziario del Comune di Castel Guelfo ha approvato il verbale di gara del 29 settembre 2002, avente ad oggetto l’aggiudicazione del servizio di trasporto scolastico per il periodo 16 settembre 2002/10 settembre 2004, con specifico riferimento alla parte in cui la controinteressata ditta Negroni è stata ammessa in gara; nonché del provvedimento 11 settembre 2002, n. 329, avente ad oggetto l’approvazione del verbale di aggiudicazione.<br />
Avverso detta sentenza propone appello principale il Comune di Castel Guelfo e appello incidentale l’originaria ricorrente.<br />
Entrambi gli appelli sono infondati.</p>
<p>2) – Quanto a quello principale, è vero che il modulo predisposto dal Comune quale istanza di partecipazione recava, per ciò che atteneva alle dichiarazioni da rendere ai fini della legge n. 68/1999, una sola casella da barrare; ma ciò in quanto, in effetti, era sufficiente, per la concorrente, barrare quell’unica casella, con ciò attestando che la medesima soddisfaceva, comunque, a quanto richiesto dalla legge anzidetta, sia che occupasse più di 35 dipendenti, sia che ne occupasse da 15 a 35, sia che ne occupasse meno di 15.<br />
Detto modulo, infatti, non era sostitutivo della dichiarazione che la concorrente era, comunque, tenuta a rendere ai sensi dell’art. 8, lett. s), del bando di gara, che richiedeva la produzione di apposita dichiarazione da parte delle concorrenti, secondo cui “la ditta è in regola con le norme che disciplinano il diritto al lavoro dei disabili ai sensi della legge 68/99 (dichiarazione prevista per le imprese che occupano più di 35 dipendenti e per le imprese che occupano da 15 a 35 dipendenti che abbiano effettuato una nuova assunzione dopo il gennaio 2000)”, ovvero altra dichiarazione secondo cui “la ditta non è tenuta al rispetto delle norme che disciplinano il diritto al lavoro dei disabili ai sensi della legge 68/99 (dichiarazione prevista per le imprese che occupano meno di 15 dipendenti e per le imprese che occupano e da 15 a 35 dipendenti che non abbiano effettuato nuove assunzioni dopo il 18 gennaio 2000)”.<br />
Pertanto, l’aver richiesto, in limine, chiarimenti alla ditta interessata e l’averli ottenuti ha finito per consentire una non ammessa integrazione della domanda, in quanto lesiva della par condicio dei concorrenti; la lex specialis della gara era, infatti, chiara nel richiedere la dichiarazione di cui si tratta, mentre lo schema di istanza di partecipazione rivestiva mero carattere riassuntivo delle dichiarazioni autonomamente rese, ma non sostitutivo delle stesse; di qui la sufficienza della presenza di un’unica casella da barrare volta a significare che la concorrente si trovava, comunque, in una delle situazioni previste dal bando all’art. 8, lettera s).<br />
Poiché, quindi, difettante di uno dei documenti espressamente richiesti dal bando di gara, la ditta Negroni avrebbe dovuto esserne esclusa ai sensi dell’art. 4, terzo trattino, dello stesso bando di gara.</p>
<p>3) &#8211; A ciò si aggiunga anche la fondatezza dell’ulteriore motivo del ricorso di primo grado, che si appuntava avverso il difetto di sigillatura della busta contenente l’offerta della controinteressata; questa era, infatti, costituita da fogli ripiegati in due parti e sigillati solo su di un lato, mentre lateralmente i fogli venivano sigillati con semplice nastro adesivo, ma senza appositi sigilli di ceralacca e controfirma sui lembi; ciò che costituiva sigillatura del tutto inidonea e, quindi, autonoma causa di esclusione della ditta medesima ai sensi dell’art. 4, quarto trattino, del bando stesso.</p>
<p>4) &#8211; Ne consegue, in definitiva, che correttamente i primi giudici hanno annullato le operazioni di gara nella parte in cui non è stata esclusa la ditta Negroni e la gara stessa è stata a quest’ultima definitivamente aggiudicata.</p>
<p>5) &#8211; Quanto alla pretesa risarcitoria pure avanzata in primo grado dall’originaria ricorrente, il TAR l’ha disattesa in quanto, tenuto conto anche dell’accoglimento dell’istanza cautelare, non vengono prodotte prove concrete in ordina all’effettiva sussistenza di un pregiudizio apprezzabile sotto il profilo patrimoniale.<br />
Il capo di sentenza ora detto è appellato, in via incidentale, dalla stessa originaria ricorrente, che ne deduce l’erroneità in quanto solo il 17 febbraio 2003 alla CO.ER.BUS. sarebbe stato concretamente affidato il servizio, mentre questo avrebbe dovuto avere inizio il precedente 16 settembre 2002; viene, perciò, reclamata la corresponsione del 10% dall’importo posto dal Comune a base di gara, con specifico riferimento al detto periodo.<br />
L’appello incidentale è infondato.<br />
Nessun elemento è stato offerto dalla deducente atto a comprovare che, nel periodo in questione, i mezzi e il personale a disposizione della medesima (neppure precisati nella loro entità) siano rimasti, di fatto, almeno, in parte, inattivi e non siano stati impegnati in altri analoghi servizi.<br />
In questa situazione deve ritenersi rimasta priva di ogni principio di prova la domanda risarcitoria di cui si tratta.</p>
<p>6) – Per tali motivi appaiono infondati e vanno respinti sia l’appello principale che quello incidentale.<br />
Le spese del grado, attesa la reciproca soccombenza, possono essere integralmente compensate tra le parti.</p>
<p align=center><b>P.Q.M.</b></p>
<p>il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta, respinge l’appello principale e quello incidentale in epigrafe indicati.<br />
Spese del grado compensate.<br />
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’Autorità amministrativa.</p>
<p>Così deciso in Roma il 18 novembre 2003 dal Collegio costituito dai Sigg.ri:<br />
ALFONSO QUARANTA &#8211; Presidente, PAOLO BUONVINO -Consigliere est., FRANCESCO D’OTTAVI &#8211; Consigliere, CLAUDIO MARCHITIELLO &#8211; Consigliere, ANIELLO C E R R E T O &#8211; Consigliere</p>
<p>DEPOSITATA IN SEGRETERIA<br />
Il 29 gennaio 2004 <br />
(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/consiglio-di-stato-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-307/">Consiglio di Stato &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.307</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.914</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-914/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-914/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-914/">T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.914</a></p>
<p>Pres. Giancarlo Coraggio, Cons. e rel. Arcangelo Monaciliuni Impresa di costruzione Geom. Enrico Ferrante/Comune di Vico Equense Contratti della P.A. &#8211; Project financing &#8211; Promotore (art. 37-bis legge 109 del 1994) &#8211; Proposta &#8211; Verifica da parte della P.A. della documentazione presentata ed eventuale richiesta di integrazione dei documenti &#8211;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-914/">T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.914</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-914/">T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.914</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. Giancarlo Coraggio, Cons. e rel. Arcangelo Monaciliuni<br /> Impresa di costruzione Geom. Enrico Ferrante/Comune di Vico Equense</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Contratti della P.A. &#8211; Project financing &#8211; Promotore (art. 37-bis legge 109 del 1994) &#8211; Proposta &#8211; Verifica da parte della P.A. della documentazione presentata ed eventuale richiesta di integrazione dei documenti &#8211; Va ammessa in presenza di un’unica proposta &#8211; Va esclusa in presenza di più proposte &#8211; Principio di terzietà dell’azione amministrativa &#8211; Va garantito</span></span></span></p>
<hr />
<p>L’art. 37- bis, comma 2 ter della legge 109 del 1994 (come modificato dalla legge 166 del 2002) che impone alle amministrazioni di procedere entro quindici giorni dalla ricezione della proposta del promotore alla verifica della completezza dei documenti presentati ed alla eventuale richiesta di integrazione, configura un momento procedimentale di natura collaborativa fra soggetto imprenditoriale ed amministrazione che esclude ogni rigore formale. Di talché è ammissibile tale integrazione documentale nell’ipotesi in cui sia pervenuta una sola proposta (ovvero si sia in presenza di un solo soggetto aspirante promotore) non violandosi in tal modo il principio di terzietà che deve informare l’azione amministrativa. Diverso è il caso in cui vi sia una proposta che risulti priva dei contenuti minimi (ad esempio il piano economico-finanziario) e si sia in presenza di più soggetti aspiranti promotori: in tale evenienza infatti una richiesta integrativa da parte della P.A. si tradurrebbe non in una mera integrazione documentale, sempre ammessa, ma in una integrazione della proposta stessa nei suoi elementi essenziali e costitutivi, tra l’altro dopo l’intervenuta conoscenza delle proposte formulate dagli altri aspiranti promotori, con una evidente violazione del principio di terzietà.<br />
&#8212; *** &#8212;</p>
<p>Con nota della Prof. Avv. Ginevra Cerrina Feroni <a href="/ga/id/2004/2/1629/d">&#8220;Per il promotore negligente che non ha concorrenti, l’amministrazione può &#8216;chiudere un occhio&#8217;…o forse anche tutti e due!&#8221;</a></p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">nel project financing l’amministrazione può richiedere al promotore l’integrazione della documentazione mancante solo quando non vi siano altri aspiranti promotori</span></span></span></p>
<hr />
<p align=center><b>REPUBBLICA ITALIANA<br />
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO</b></p>
<p align=center><b>Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania<br />
Sezione prima</b></p>
<p>composto dai Magistrati: dr. Giancarlo Coraggio &#8211; Presidente; dr. Arcangelo Monaciliuni &#8211; Consigliere, relatore; dr. Sergio De Felice &#8211; Referendario</p>
<p>ha pronunciato la seguente</p>
<p align=center><b>SENTENZA</b></p>
<p>sul ricorso n. 11197/2003 Reg. gen., proposto<br />
dall&#8217;<b>impresa di costruzione geom. Enrico Ferrante</b>, in persona del suo legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa, giusta mandato a margine dell&#8217;atto introduttivo del giudizio, dall&#8217;avv. Enrico Soprano, con domicilio eletto in Napoli, via Melisburgo, n. 4</p>
<p align=center>contro</p>
<p>il <b>Comune di Vico Equense</b>, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso, giusta mandato in calce all&#8217;atto di costituzione in giudizio, dall&#8217;avv. Maurizio Pasetto, Capo sezione dell&#8217;Ufficio contenzioso dello stesso Ente, con domicilio presso la segreteria del giudice adito e nei confronti delle società Base House s.r.l. e P.AL.MI Costruzioni s.r.l., in persona dei rispettivi legali rappresentanti, entrambe rappresentate e difese, giusta mandato a margine dell&#8217; (unico) atto di costituzione in giudizio, dall&#8217;avv. Pierdomenico De Caterina, con domicilio eletto in Napoli, via Duomo, n. 266, presso l&#8217;avv. Mario Barretta;</p>
<p>per l&#8217;annullamento, previa sospensione <br />
&#8211; del verbale n. 4 del 17 luglio 2003 con il quale la commissione di valutazione di supporto al RUP delle proposte di opera pubblica da affidare a soggetto promotore ai sensi dell&#8217;art. 37 bis della l. 109 del 1994 e s.m.i., per quanto attiene al progetto- dei verbali nn. 5 e 6 rispettivamente del 22 e del 23 luglio 2003 della medesima commissione con i quali è stata dichiarata valida ad essere classificata Promoter la proposta presentata dalla Ati Base House &#8211; Palmi Costruzioni;<br />
&#8211; della delibera di Giunta municipale del 14 agosto 2003, n. 18331 recante la presa d&#8217;atto della decisione della commissione di cui sopra;<br />
&#8211; di tutti gli atti presupposti, preparatori, conseguenti e comunque connessi;</p>
<p>Visto il ricorso ed i relativi allegati;<br />
Visti gli atti di costituzione in giudizio dell&#8217;amministrazione e delle controinteressate Base House e Palmi Costruzioni ss.rr.ll. con le annesse produzioni;<br />
Vista la documentazione e le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive ragioni;<br />
Visti gli atti tutti di causa;<br />
Relatore il consigliere dott. Arcangelo Monaciliuni;<br />
Uditi, nella pubblica udienza del 14 gennaio 2004 i procuratori delle parti, giusta verbale di udienza;<br />
Ritenuto e considerato in fatto e diritto:</p>
<p align=center><b>Fatto</b></p>
<p>Il Comune di Vico Equense, con deliberazione di consiglio comunale n. 19 del 26 marzo 2003 ha approvato il programma triennale 2003-2005, redatto ai sensi della l. 109 del 1994, nel quale è inserito l&#8217;intervento relativo ai &#8220;lavori di realizzazione di un parcheggio a Piazza Mercato&#8221; con metodologia finanziamento al 100% di capitale privato &#8211; Project Financing ex art. 37 bis legge cit. Di ciò, veniva poi dato pubblico avviso con invito a presentare proposte entro il 30 giugno 2003; l&#8217;avviso precisa che le proposte devono essere corredate da tutti gli elaborati richiesti dal comma 1 dell&#8217;art. 37 bis ripetuto.<br />
L&#8217;impresa ricorrente, che ha avanzata proposta, si è vista dichiarare la stessa non idonea per non aver presentato “l’elaborato di quantificazione degli elementi per la successiva valutazione dell&#8217;offerta economicamente più vantaggiosa, come richiesto dalla l. 109/1994” e per non aver proposto “le garanzie del promotore”.<br />
Avverso detta decisione (della commissione prima e della giunta municipale poi che la stessa ha ratificato, procedendo nei lavori e scegliendo la proposta formulata dall&#8217;Ati Base House/Palmi Costruzioni) l&#8217;impresa è insorta a mezzo del gravame in esame, affidato a due mezzi di impugnazione, volti a denunciare violazione e falsa applicazione dell&#8217;art. 37 bis e ss. l.109/1994 e del giusto procedimento.<br />
Nella prospettazione attorea, si sarebbe dovuto procedere alla richiesta di integrazione documentale, di cui all&#8217;espressa previsione dell&#8217;art. 37 bis in commento (primo motivo); peraltro, l&#8217;avviso non prevedeva alcuna comminatoria di esclusione (secondo motivo). Da qui, l&#8217;illegittimità dell&#8217;operato dell&#8217;amministrazione.<br />
Comune e controinteressate Base House e P.AL.MI. Costruzioni ss.rr.ll. si sono costituite in giudizio per resistere alla pretesa attorea, sostenendone l&#8217;infondatezza.<br />
Con ordinanza n. 5465 del 12 novembre 2003, la Sezione, visto l&#8217;art. 23 bis l. 1034/1971, ha fissato l&#8217;udienza per la discussione del merito al 14 gennaio 2003, senza far luogo all&#8217;assunzione di misure cautelari interinali. <br />
Alla pubblica udienza del 14 gennaio 2004, il ricorso è stato trattenuto in decisione.</p>
<p align=center><b>Diritto</b></p>
<p>1 &#8211; La controversia in esame oppone l&#8217;impresa di costruzioni Geom. Ferrante Enrico al Comune di Vico Equense che ha dichiarato non idonea per non aver presentato &#8220;l&#8217;elaborato di quantificazione degli elementi per la successiva valutazione dell&#8217;offerta economicamente più vantaggiosa, come richiesto dalla l. 109/1994&#8221; e per non aver proposto &#8220;le garanzie del promotore&#8221; la proposta dalla stessa impresa avanzata in seno alla procedura attivata dal Comune in relazione all&#8217;intervento relativo ai &#8220;lavori di realizzazione di un parcheggio a Piazza Mercato&#8221; con &#8220;metodologia finanziamento al 100% di capitale privato &#8211; Project Financing ex art. 37 bis legge 109/1994&#8221;.<br />
2 &#8211; Parte ricorrente sostiene l&#8217;illegittimità di detta decisione ritenendo che l&#8217;amministrazione, invece di far luogo a detta, immediata, dichiarazione di non idoneità della proposta, avrebbe dovuto procedere alla richiesta di integrazione documentale, di cui all&#8217;espressa previsione dell&#8217;art. 37 bis in commento (primo motivo). Previsione che trova la sua ratio nella considerazione che quanto attiene alla (prima) fase della composita procedura di che trattasi, quale qui in evidenza, non si perviene alla scelta del concessionario, ma solo a quella del progetto da porre poi a base di gara.<br />
Tale fase, anche alla luce delle novità introdotte dalla l. 166/2002, sostanzierebbe, in sintesi, un momento procedimentale di natura collaborativa fra soggetto imprenditoriale ed amministrazione: il primo contribuirebbe, cioè, all&#8217;elaborazione programmatoria della P.A., e ciò escluderebbe ogni rigore formale.<br />
L&#8217;astratta prospettazione attorea contiene indubbi elementi di verità; essi non esauriscono tuttavia la complessa fattispecie e vanno peraltro calati ed applicati nella realtà in concreto data.<br />
E&#8217; certamente vero che la novella del 2002 ha aggiunto all&#8217;art. 37 bis il comma 2 ter, la cui lettera b) impone alle amministrazioni di procedere, entro quindici giorni dalla ricezione della proposta (al singolare), alla verifica della completezza dei documenti presentati ed all&#8217;eventuale dettagliata richiesta di integrazione ed è ancora vero che la legge prefigura una partecipazione del privato all&#8217;attività dell&#8217;amministrazione presupposta e propedeutica all&#8217;indizione della gara a seguire.<br />
Tuttavia, da un canto, va distinta l&#8217;ipotesi in cui sia pervenuta una sola proposta, ovvero si sia in presenza di un solo soggetto aspirante promotore in riferimento al singolo intervento: in tal caso evidentemente non vengono in evidenza i principi di terzietà che comunque devono informare l&#8217;azione amministrativa, fermo il perseguimento dell&#8217;interesse pubblico specifico, e, d&#8217;altro canto, non potrebbe ritenersi ammissibile (in particolare, in presenza di più soggetti interessati al medesimo intervento) una proposta che risulti priva dei contenuti minimi per poter essere qualificata tale.<br />
Non va, infatti, dimenticato che la gara da esperirsi in appresso deve avere a base gli elementi contenuti nella proposta prescelta, ovvero: il progetto preliminare presentato, nonché i valori degli elementi necessari per la determinazione dell&#8217;offerta economicamente più vantaggiosa nelle misure previste dal piano economico finanziario presentato dal promotore (art. 37 quater, comma 1, lettera a).<br />
E se tali elementi mancano, come qui avvenuto, e se, in una, mancano ancora le garanzie del promotore, non può censurarsi la determinazione dell&#8217;amministrazione di ritenere la proposta presentata non idonea alla bisogna.<br />
Aggiungasi che, in presenza di più aspiranti per il medesimo intervento, un&#8217;eventuale richiesta integrativa si tradurrebbe non in un&#8217;integrazione documentale, essa possibile, ma in un&#8217;integrazione della proposta stessa nei suoi elementi essenziali e costitutivi, che si avrebbe ad intervenuta conoscenza delle proposte formulate dai restanti soggetti che hanno risposto all&#8217;invito. Ed invero, quel che caratterizza l&#8217;istituto in discorso (le cui disposizioni non sono calibrate per normare nello specifico l&#8217;ipotesi di più aspiranti promotori in riferimento al medesimo intervento) è la parte economico-finanziaria che si aggiunge agli studi ed alla progettazione tecnica: se essa manca, manca il cuore della proposta e correttamente le si nega la qualificazione relativa.<br />
Il coacervo di quanto sopra evidenziato conduce di per sé a mandare indenne da utili censure l&#8217;operato dell&#8217;amministrazione.</p>
<p>3 &#8211; Peraltro, non va trascurato il fatto che l&#8217;avviso del Comune specificava chiaramente l&#8217;obbligo di produzione di tutta la documentazione e di tutti gli elaborati richiesti dal comma 1 dell&#8217;art. 37 bis della l. 109/1994. Il che appare rendere ancor più dovuta la conclusione raggiunta, senza che ad essa (rimasto inoppugnato l&#8217;avviso) possa opporsi la mancanza di una previsione espressa di esclusione, di cui al secondo, ed ultimo, motivo di ricorso.<br />
Come lo stesso ricorrente ammette prendendo a riferimento i principi giurisprudenziali in tema di affidamenti di concessioni di lavori pubblici, la mancanza di una previsione espressa non esclude la doverosità dell&#8217;esclusione laddove si sia in presenza di omissione di elementi che concorrono a stabilire che il concorrente è in possesso complessivamente dei requisiti per poter correttamente assumere l&#8217;impegno. Ebbene, contrariamente a quanto ritenuto ex parte attorea, mutatis mutandis, per quanto sopra chiarito in tali condizioni qui ci si trova.</p>
<p>4 &#8211; Il ricorso deve quindi essere respinto; le spese di giudizio possono essere integralmente compensate fra le parti per giusti motivi.</p>
<p align=center><b>P.Q.M.</b></p>
<p>Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania &#8211; Sezione prima, respinge il ricorso in esame.<br />
Compensa integralmente fra le parti le spese di giudizio.<br />
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall&#8217;Autorità amministrativa.</p>
<p>Così deciso in Napoli, nella Camera di consiglio del 14 gennaio 2004.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-i-sentenza-29-1-2004-n-914/">T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione I &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.914</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.851</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-851/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-851/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-851/">T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.851</a></p>
<p>Pres. Carlo d’Alessandro, Est. Fabio Donadono Ric. Fusco Giacomo e Guerriero Esterina c. Comune di Striano 1. Dichiarazione di p.u. &#8211; Mediante approvazione di un progetto &#8211; Avviso di inizio del procedimento ex art. 7 L. n. 241/1990 &#8211; Necessità &#8211; Ragioni. 2. Dichiarazione di p.u &#8211; Mediante approvazione del</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-851/">T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.851</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-851/">T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.851</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Pres. Carlo d’Alessandro, Est. Fabio Donadono<br /> Ric. Fusco Giacomo e Guerriero Esterina c. Comune di Striano</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">1. Dichiarazione di p.u. &#8211; Mediante approvazione di un progetto &#8211; Avviso di inizio del procedimento ex art. 7 L. n. 241/1990 &#8211; Necessità &#8211; Ragioni.<br />
2. Dichiarazione di p.u &#8211; Mediante approvazione del progetto &#8211; Adempimenti garantistici, ex artt. 10 e 11 della legge n. 865 del 1971 &#8211; Necessità di contraddittorio &#8211; Sussiste, prima dell&#8217;emanando decreto di espropriazione.</span></span></span></p>
<hr />
<p>1. La dichiarazione di pubblica utilità è l’esito di un autonomo procedimento, connotato da peculiare effetto; sicché per essa vale il principio generale che, a garanzia della partecipazione dell’interessato, impone la comunicazione preventiva dell’avvio del procedimento: garanzia che risponde ad essenziali esigenze di democraticità e trasparenza dell’azione amministrativa, le quali si impongono anche quando la dichiarazione di pubblica utilità sia un effetto implicito nell’approvazione del progetto dell’opera pubblicaIn particolare l’approvazione del progetto di opera pubblica, che valga come dichiarazione implicita di pubblica utilità deve essere preceduta dalla comunicazione dell’avviso di procedimento. La disposizione prevista dall’art. 7 della l. n. 241 del 1990 è applicabile come regola generale a tutti i procedimenti espropriativi (4) e, in particolare, va osservata anche nel caso di una procedura di rinnovazione della dichiarazione per implicito della pubblica utilità dell’opera pubblica.<br />
2. Anche nei casi di dichiarazione implicita di pubblica utilità deve essere assicurato, prima dell&#8217;approvazione del progetto dell&#8217;opera pubblica, il contraddittorio con i soggetti interessati, adempiendo alle formalità all&#8217;uopo previste dalle specifiche disposizioni regolanti l&#8217;iter espropriativo a tutela, appunto, delle garanzie del giusto procedimento.</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">adempimenti garantistici nel caso di dichiarazione implicita di pubblica utilità mediante approvazione del progetto di opera pubblica</span></span></span></p>
<hr />
<p><b></p>
<p align=center>REPUBBLICA ITALIANA</p>
<p></b><br />
<b></p>
<p align=center>Il Tribunale amministrativo regionale per la Campania<br />
sezione quinta</p>
<p></b></p>
<p>Ha pronunciato la seguente</p>
<p align=center><b>S E N T E N Z A </b></p>
<p>sul ricorso n. 9588/03 reg. gen. proposto da<br />
<b>Fusco Giacomo</b> e <b>Guerriero Esterina</b>, rappresentati e difesi dall’avv. Leonardo Polito, con lo stesso elettivamente domiciliati in Napoli alla via M. Schipa n. 44 presso lo studio dell’avv. Carlo Formisano;</p>
<p align=center>contro</p>
<p><b>Comune di Striano</b>, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall’avv. Gianpiero Cipolletta, con lo stesso elettivamente domiciliato in Napoli alla via Santa Teresa al Museo n. 8 presso lo studio dell’avv. Maurizio Russo;<br />
per l’annullamento<br />della deliberazione consiliare n. 32 del 27/6/2003, recante l’approvazione del progetto esecutivo di sistemazione della viabilità comunale, I lotto (via Le Vecchie e via Fusaro), nonché degli atti connessi;<br />
visto il ricorso con i relativi allegati;<br />
vista la memoria di costituzione in giudizio del Comune, con la produzione allegata;<br />
visti gli atti tutti di causa;<br />
all’udienza del 20/11/2003, relatore il cons. Donadono, uditi gli avvocati presenti di cui al verbale di udienza; <br />
premesso che i ricorrenti, nella dedotta qualità di soggetti espropriandi di un’area (fl. 5, p.lle 457-459-461) compresa tra quelle occorrenti per le opere di sistemazione della viabilità comunale, impugnano l’atto in epigrafe, all’uopo lamentando:<br />
&#8211; incompetenza del Consiglio comunale;<br />
&#8211; mancanza della maggioranza qualificata per la dichiarazione di immeditata eseguibilità;<br />
&#8211; difetto di valutazione e motivazione sugli interessi coinvolti nella scelta delle aree da espropriare;<br />&#8211; manifeste carenze in ordine normativo e documentale del progetto approvato;<br />
&#8211; difformità del tracciato rispetto alle previsioni del vigente piano regolatore e difetto di apposita variante urbanistica;<br />
&#8211; inadeguatezza delle soluzioni progettuali;<br />
&#8211; violazione delle disposizioni dettate a tutela del contraddittorio procedimentale;<br />
considerato che i ricorrenti fanno anche riferimento e rinvio alla sentenza di questo T.a.r. n. 3035 del 2003, con la quale era stata annullata l’approvazione del medesimo progetto precedentemente deliberata dal Comune resistente; ciò in considerazione del riscontrato vizio del relativo procedimento per la omissione delle garanzie partecipative;<br />
rilevato che l’amministrazione resistente obietta che:<br />
&#8211; i ricorrenti non avrebbero precisato la natura dell’interesse a proporre l’impugnativa;<br />
&#8211; il piano regolatore contemplerebbe la localizzazione dell’opera su aree già destinate al potenziamento ed adeguamento della viabilità ordinaria;<br />
&#8211; la pur riconosciuta illegittimità della dichiarazione di immediata eseguibilità della delibera impugnata non si estenderebbe tuttavia alla determinazione di approvazione del progetto;<br />
&#8211; la comunicazione di avvio del procedimento, inviata unitamente alla delibera di approvazione del progetto esecutivo, sarebbe tempestiva;<br />
&#8211; le formalità previste dagli artt. 10 e 11 della legge n. 865 del 1971 non sarebbero necessarie nella fase di approvazione del progetto, comportante “ex lege” la dichiarazione di pubblica utilità, ma andrebbero compiute nel corso del procedimento espropr<br />
&#8211; la progettazione risulterebbe completa e conforme agli strumenti urbanistici;<br />
&#8211; il parziale allargamento della carreggiata sarebbe realizzato utilizzando zone di rispetto del contiguo tracciato autostradale;<br />
&#8211; la localizzazione dell’opera rientrerebbe nella discrezionalità della pubblica amministrazione, non sindacabile nel merito;<br />
ritenuto, preliminarmente, che l’interesse all’impugnativa è sufficientemente dimostrato dalla circostanza che i ricorrenti sono destinatari della nota n. 7228 del 31/7/2003 inviata dal Comune alle ditte espropriande;<br />
considerato che tale comunicazione di avvio del procedimento è stata inviata ai ricorrenti solo dopo che la determinazione di approvazione del progetto era stata adottata, senza che peraltro quest’ultima risulti preceduta dall’adempimento delle formalità previste dall’art. 10 della legge n. 865 del 1971;<br />
ritenuto, nel merito, che:<br />&#8211; i principi desumibili dalla legge n. 241 del 1990 garantiscono la partecipazione di tutti i soggetti interessati al processo di formazione della volontà amministrativa, sancendo a tale scopo il diritto degli interessati stessi ad avere tempestiva notizi<br />
&#8211; ciò postula che, prima dell’approvazione di un’opera pubblica, comportante la dichiarazione di pubblica utilità, venga assicurato il contraddittorio con i soggetti interessati, adempiendo alle formalità all’uopo previste dalle specifiche disposizioni re<br />
&#8211; le determinazioni progettuali non possono essere considerate come meramente attuative o esecutive della pregressa pianificazione, ma anzi presentano ambiti discrezionali non marginali, per cui il procedimento costituisce la sede di acquisizione degli ap<br />
considerato che la fondatezza della esaminata doglianza è assorbente rispetto alle ulteriori censure dedotte;<br />
ravvisato che le spese di giudizio vanno poste a carico, come di norma, della parte soccombente;</p>
<p align=center><b>P.Q.M</b></p>
<p>.<br />
Il Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sezione quinta, in accoglimento del ricorso n. 9588/03, annulla la delibera consiliare n. 32 del 27/6/2003.<br />
Condanna il Comune di Striano al pagamento, in favore di Fusco Giacomo e Guerriero Esterina, delle spese di causa liquidate in euro 1.000,00 (mille/00).<br />
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.<br />
Così deciso in Napoli, addì 20 novembre 2003, in camera di consiglio con l’intervento dei signori:<br />
Carlo d’Alessandro Presidente<br />Fabio Donadono consigliere estensore<br />
Diego Sabatino referendario</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/t-a-r-campania-napoli-sezione-v-sentenza-29-1-2004-n-851/">T.A.R. Campania &#8211; Napoli &#8211; Sezione V &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.851</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.0</title>
		<link>https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sentenza-29-1-2004-n-0/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 23:00:00 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sentenza-29-1-2004-n-0/</guid>

					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sentenza-29-1-2004-n-0/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.0</a></p>
<p>Søren NIELSEN &#8211; Greffier Christos ROZAKIS &#8211; Président STORNAIUOLO e altri contro Italia 1. Espropriazione per pubblica utilità – Quantum dell’indennizzo –Ammontare dell’indennizzo &#8211; C.e.d.u. &#8211; Protocollo n. 1, articolo 1. &#8211; Indennizzo per privazione della proprietà – Retroattività della legge – Durata del procedimento &#8211; Certezza e prevedibilità dell&#8217;esito</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sentenza-29-1-2004-n-0/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.0</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sentenza-29-1-2004-n-0/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.0</a></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">Søren NIELSEN &#8211; Greffier<br /> Christos ROZAKIS &#8211; Président<br /> STORNAIUOLO e altri contro Italia</span></p>
<hr />
<hr />
<p><span style="color: #ff0000;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">1. Espropriazione per pubblica utilità – Quantum dell’indennizzo –Ammontare dell’indennizzo &#8211; C.e.d.u. &#8211; Protocollo n. 1, articolo 1. &#8211; Indennizzo per privazione della proprietà – Retroattività della legge – Durata del procedimento &#8211; Certezza e prevedibilità dell&#8217;esito del procedimento &#8211; Effettiva tutela del diritto &#8211; Violazione &#8211; Pubblico interesse &#8211; Diritti fondamentali &#8211; Equo bilanciamento &#8211; Interferenze arbitrarie &#8211; Pacifico godimento della proprietà &#8211; Legalità</p>
<p> 2. Espropriazione per pubblica utilità – Quantum dell’indennizzo – Durata della procedura volta all’ottenimento dell’indennizzo &#8211; Violazione Art. 1 Prot. n. 1 C.e.d.u. &#8211; Ricevibilità del ricorso</span></span></span></p>
<hr />
<p>L’importanza del caso in esame risiede nella pronuncia di ricevibilità concernente la seconda doglianza dei ricorrenti.<br />
Invocando l’articolo 1 del Protocollo addizionale n. 1, questi ultimi lamentano la circostanza per cui, a più di ventidue anni dalla privazione del loro terreno in forza di un procedimento espropriativo, non sono ancora stati indennizzati e, per di più, prevedono una forte riduzione dell’ammontare che gli sarà riconosciuto dalle giurisdizioni interne in applicazione delle disposizioni legislative in materia di indennità di espropriazione.<br />
Analizzate le osservazioni delle parti, la Corte ha ritenuto di dichiarare ricevibile questa doglianza, in attesa di statuire definitivamente sul merito per tramite della futura sentenza.</p>
<hr />
<p><span style="color: #808080;"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">un altro intervento della Corte di Strasburgo in materia di indennità di espropriazione.</span></span></span></p>
<hr />
<p align=center><b>EN FAIT</b></p>
<p>Les requérants, Andrea, Anna et Antonio Stornaiuolo, sont des ressortissants italiens, nés respectivement en 1939, 1937 et 1947, et résident à Naples. Ils sont représentés devant la Cour par Me G. Romano, avocat à Bénévent.<br />A. Les circonstances de l’espèce<br />
Les faits de la cause, tels qu’ils ont été exposés par les parties, peuvent se résumer comme suit.</p>
<p><b>a) L’expropriation du terrain</b></p>
<p>Le 5 mars 1974, la Région Campanie autorisa l’institut régional du bâtiment (IREC) à occuper le terrain des requérants, en vue de son expropriation, afin d’y construire un ouvrage public. Le 18 avril 1974, le terrain des requérants fut matériellement occupé.<br />
Par un décret du 25 janvier 1975, 16 020 m2 de terrain furent expropriés et l’indemnité provisoire fut fixée à 11 019 400 lires italiennes.<br />
Par un acte notifié le 4 juillet 1975, l’administration communiqua aux requérants le montant de l’indemnité définitive.<br />
Le 18 juillet 1977, les requérants assignèrent l’IREC devant la cour d’appel de Naples pour contester notamment l’indemnisation proposée.<br />
La mise en état de l’affaire commença le 15 décembre 1977. Dix des onze audiences fixées entre le 23 février 1978 et le 29 janvier 1980 furent renvoyées à la demande des parties, une fut reportée en raison d’une grève des avocats. Le 25 mars 1980, le conseiller de la mise en état fixa l’audience de présentation des conclusions au 6 mai 1980. Toutefois, elle n’eut lieu que le 12 décembre 1980, à la suite d’un renvoi demandé par les parties. Par une ordonnance hors audience du 19 décembre 1980, dont le texte fut déposé au greffe le7 avril 1981, la cour rouvrit l’instruction en raison d’un changement intervenu dans la législation et fixa l’audience suivante au 12 mai 1981.<br /> Toutefois, cette audience fut reportée au 29 septembre 1981, en raison d’une grève des avocats. Des neufs audiences fixées entre cette date et le 8 mars 1993, deux furent renvoyées en raison de l’absence des requérants et sept le furent à la demande des parties. A l’audience du 12 avril 1983, les parties demandèrent un nouveau renvoi et le juge réserva sa décision ; par une ordonnance hors audience du 11 mai 1983, le juge fixa l’audience de présentation des conclusions au 7 juin 1983. Toutefois, cette audience fut reportée à quatre reprises à la demande des parties et une fois pour des raisons non précisées jusqu’au 31 janvier 1984. L’audience de plaidoirie eut lieu le 16 mars 1984.<br />
Par une décision du 6 avril 1984, la cour d’appel de Naples déclara le recours irrecevable pour tardiveté.<br />Le 26 juin 1985, les requérants se pourvurent en cassation.<br />Par un arrêt du 17 octobre 1988, dont le texte fut déposé au greffe le 7 mars 1990, la Cour de cassation annula la décision et remit les parties devant une autre chambre de la cour d’appel de Naples.<br />Le 18 décembre 1990, les parties reprirent la procédure. La mise en état de l’affaire commença le 31 janvier 1991. L’union des coopératives EDILABIT succéda à l’IREC et se constitua dans la procédure.<br />
L’expert nommé par la cour d’appel déposa son rapport en date du 14 octobre 1999. Selon l’expert, la valeur vénale du terrain à la date de l’expropriation était de 426 132 000 ITL (26 600 ITL par mètre carré). Conformément aux critères introduits par l’article 5bis de la loi no 359 de 1992, l’indemnité à verser était de 213 082 020 ITL.<br />
Par un arrêt déposé au greffe le 22 décembre 2000, la cour d’appel de Naples déclara que les requérants avaient droit à une indemnité d’expropriation au sens de l’article 5bis de la loi no 359 de 1992, dont l’application rétroactive était prévue expressément par la loi.<br />
En conclusion, la cour d’appel ordonna à EDILABIT de verser aux requérants :<br />
&#8211; une indemnité d’expropriation de 213 082 020 ITL (moins 11 019 400 ITL qui avaient été déjà payés à titre d’acompte)<br />
&#8211; une indemnité de 16 461 537 ITL pour la période d’occupation du terrain ayant précédé l’expropriation.<br />Ces sommes devaient être assorties d’intérêts jusqu’au jour du paiement.<br />
Cet arrêt devint définitif le 6 février 2002.</p>
<p><b>b) La procédure d’exécution </b></p>
<p>Par un jugement du 21 février 2001, le tribunal de Rome prononça la faillite de l’union des coopératives EDILABIT.<br />
Le 4 novembre 2002, afin d’obtenir le paiement de la somme due à titre d’indemnité d’expropriation, les requérants demandèrent l’admission au passif de leur créance.<br />
A ce jour, la créance des requérants n’a toujours pas été inscrite au passif.</p>
<p><b>c) Le recours Pinto</b></p>
<p>Le 18 septembre 2001, les requérants déposèrent auprès de la cour d’appel de Rome une demande en réparation pour la durée de la procédure, au sens de la loi Pinto. Les requérants sollicitaient la réparation du dommage moral et du dommage matériel.<br />
Par une décision du 25 mars 2002, la cour d’appel de Rome constata la durée excessive de la procédure et accorda 3 500 euros (EUR) pour chaque requérant au titre du dommage moral uniquement. En outre, elle accorda 1 500 EUR pour les frais de procédure à Strasbourg.<br />Par une lettre du 14 septembre 2002, les requérants ont fait savoir qu’ils n’entendaient pas se pourvoir en cassation, étant donné la jurisprudence de la Cour de cassation en la matière.<br />L’Etat ne s’étant pas exécuté, le 14 avril 2003 les requérants signifièrent au ministère de la justice un commandement de payer (atto di precetto).<br />
A une date non précisée, les requérants entamèrent devant le tribunal de Rome une saisie-arrêt (pignoramento presso terzi) à l’encontre du Ministère de la justice.<br />
La procédure est encore pendante.</p>
<p>B. Le droit et la pratique internes pertinents<br />
1. Quant au grief tiré de la durée de la procédure<br />
L’article 111 de la Constitution italienne, dans ses parties pertinentes, se lit ainsi :<br />
1. La juridiction est exercée au moyen d’un procès équitable, régi par la loi.<br />
2. Chaque procès se déroule dans le respect des principes du contradictoire et de l’égalité des armes devant un juge tiers et impartial. La loi en garantit la durée raisonnable.&#8221;<br />
La loi Pinto (loi no 89 de 2001), dans ses parties pertinentes, se lit comme suit.</p>
<p><b>1. Quant au grief tiré de la durée de la procédure</b><br />
L’article 111 de la Constitution italienne, dans ses parties pertinentes, se lit ainsi :<br />
1. La juridiction est exercée au moyen d’un procès équitable, régi par la loi.<br />
2. Chaque procès se déroule dans le respect des principes du contradictoire et de l’égalité des armes devant un juge tiers et impartial. La loi en garantit la durée raisonnable.&#8221;<br />
La loi Pinto (loi no 89 de 2001), dans ses parties pertinentes, se lit comme suit.<br />
Article 2 (Droit à une satisfaction équitable)<br />
 Toute personne ayant subi un préjudice patrimonial ou non patrimonial suite à la violation de la Convention de sauvegarde des Droits de l’Homme et des Libertés fondamentales, ratifiée par la loi du 4 août 1955, no 848, en matière de “ délai raisonnable  conformément à l’article 6 § 1 de la Convention, a droit à une satisfaction équitable.<br />
En constatant la violation, le juge prend en compte la complexité de l’affaire et, eu égard à celle-ci, le comportement des parties et du juge chargé de la procédure, ainsi que le comportement de toute autorité appelée à participer ou à contribuer à son règlement.<br />
Le juge détermine le montant du préjudice conformément à l’article 2056 du code civil, en respectant les dispositions suivantes :<br />
seul le préjudice qui peut se rapporter à la période excédant le délai raisonnable indiqué à l’alinéa 1 peut être pris en compte ;<br />
le préjudice non patrimonial est réparé non seulement par le paiement d’une somme d’argent, mais aussi par des formes adéquates de publicité du constat de violation. “<br />
Article 3 (Procédure)<br />
 (&#8230;)<br />
La demande est introduite par un recours déposé au greffe de la cour d’appel, par un avocat ayant un mandat spécifique et contenant tous les éléments prévus par l’article 125 du code de procédure civile.<br />
La cour prononce, dans les quatre mois suivant le dépôt du recours, une décision contre laquelle il est possible de se pourvoir en cassation. La décision est immédiatement exécutoire&#8230; &#8220;<br />
La Cour de cassation italienne est une juridiction compétente uniquement pour les questions de droit. En matière civile, l’article 360 du code de procédure civile prévoit les cas où un pourvoi est possible.<br />
En matière de loi Pinto, la Cour de cassation a prononcé et publié à ce jour une centaine d’arrêts, dont copie a été remise au Greffe de la Cour.<br />Dans l’affaire “ Adamo et autres c. Ministère de la Justice “ (arrêt du 10 juin 2002), les requérants avaient demandé à la cour d’appel de Rome une réparation au sens de la loi Pinto pour la durée excessive d’une procédure (contentieux du travail). La cour d’appel de Rome avait rejeté la demande au motif que les requérants n’avaient pas prouvé avoir subi de préjudice. Devant la Cour de cassation, les requérants ont fait valoir qu’ils avaient droit à la réparation du préjudice moral, à la lumière de la jurisprudence de Strasbourg.<br />La Cour de cassation a affirmé que le constat de violation du droit au respect du délai raisonnable du procès n’entraîne pas la reconnaissance automatique de l’existence d’un préjudice subi par le requérant, c’est-à-dire que le préjudice n’est pas in re ipsa. A cet égard, la Cour de cassation a affirmé que le droit au “ délai raisonnable “ n’est pas un droit fondamental de la personne garanti par une disposition constitutionnelle immédiatement applicable ; il s’agit au contraire d’un droit uniquement prévu dans une loi ordinaire (la loi Pinto). Ce droit ne peut même pas être rattaché au “ droit à un procès équitable “ qui, lui, est garanti par la Constitution mais qui ne donne pas lieu à des garanties individuelles étant donné qu’il s’agit d’une disposition de programme. Par conséquent, lorsque le juge constate la durée excessive d’une procédure, il pourra indemniser un préjudice uniquement si l’existence de celui-ci est prouvée. Par conséquent, la Cour de cassation a rejeté le recours puisqu’il n’y avait pas la preuve du préjudice moral subi.<br />
Dans l’affaire “ Ministère de la Justice c. Maccarone “ (arrêt du 10 juin 2002), le requérant avait obtenu huit millions de lires (4 132 euros) de la cour d’appel de Perugia. Le Ministère avait attaqué la décision, faisant valoir notamment que, le préjudice moral n’étant pas in re ipsa, lorsque le juge a constaté la durée excessive d’une procédure, il doit ensuite évaluer les preuves du préjudice allégué.<br />
La Cour de cassation a accueilli le recours et annulé la décision attaquée avec renvoi à la cour d’appel. Ce faisant, la Cour a réaffirmé que la violation du droit au respect du délai raisonnable ne constitue pas en soi une source de préjudice et qu’il faut donc rechercher si ce dernier a été subi par le requérant. En effet, selon la Cour de cassation, le droit au délai raisonnable n’est pas un droit fondamental étant donné qu’il est prévu uniquement par la loi ordinaire. Partant, les préjudices, y inclus le préjudice moral, doivent être prouvés par l’intéressé. Cette preuve peut en pratique être recherchée au moyen d’un raisonnement par induction et par présomption, en s’appuyant sur la connaissance des répercussions qu’une durée de procédure a sur l’individu.<br />Un examen comparatif des arrêts de la Cour de cassation disponibles à ce jour permet de voir que les principes établis dans les deux affaires précitées ont été constamment appliqués.<br />
Dans aucun des cas la Cour de cassation n’a pris en considération un grief tiré de ce que le montant accordé par la cour d’appel était insuffisant par rapport au préjudice allégué ou inadéquat par rapport à la jurisprudence de Strasbourg. En effet, il s’agit de griefs considérés par la Cour de cassation soit comme des questions de fait, échappant à sa compétence, soit comme des questions soulevées à la lumière de dispositions non applicables directement.</p>
<p><b>2. Quant à l’expropriation</b><br />
La loi no 2359 de 1865, dans son article 39, prévoyait qu’en cas d’expropriation d’un terrain, l’indemnité à verser devait correspondre à la valeur marchande du terrain au moment de l’expropriation.<br />
L’article 42 de la Constitution, tel qu’interprété par la Cour constitutionnelle (voir parmi d’autres l’arrêt no 138 du 6 décembre 1977), garantit, en cas d’expropriation, une indemnisation qui n’atteint pas la valeur marchande du terrain.<br />
La loi no 865 de 1971 a introduit de nouveaux critères : tout type de terrain, agricole ou constructible, devait être indemnisé comme s’il s’agissait d’un terrain agricole.<br />Par l’arrêt no 5 de 1980, la Cour constitutionnelle a déclaré inconstitutionnelle la loi no 865 de 1971, au motif que celle-ci traitait de manière identique deux situations très différentes, à savoir qu’elle prévoyait le même type d’indemnisation pour des terrains constructibles et des terrains agricoles.<br />
Pour pallier cette situation, le Parlement a adopté la loi no 385 du 29 juillet 1980, qui réintroduisait les critères venant d’être déclarés inconstitutionnels, mais cette fois à titre provisoire : la loi disposait en effet que la somme versée était un acompte devant être complété par une indemnité, qui serait calculée sur la base d’une loi à adopter et prévoyant des critères d’indemnisation spécifiques pour les terrains constructibles.<br />
Par l’arrêt no 223 de 1983, la Cour constitutionnelle a déclaré inconstitutionnelle la loi no 385 de 1980, au motif que celle-ci soumettait l’indemnisation en cas d’expropriation d’un terrain constructible à l’adoption d’une loi future.<br />
Par l’effet de l’arrêt no 223 de 1983, la loi no 2359 de 1865 a été à nouveau en vigueur ; par conséquent, un terrain constructible devait être indemnisé à concurrence de sa valeur marchande (voir par exemple, Cour de cassation, sec. I, arrêt no 13479 du 13 décembre 1991 ; sec. I, arrêt no 2180 du 22 février 1992).<br />
Le décret-loi no 333 du 11 juillet 1992, converti en loi no 359 du 8 août 1992, a introduit, dans son article 5bis, une mesure “ provisoire, exceptionnelle et urgente “ tendant au redressement des finances publiques, valable jusqu’à ce que des mesures structurelles soient adoptées.<br />
L’article 5bis dispose que l’indemnité à verser en cas d’expropriation d’un terrain constructible correspond à environ 50 % de la valeur marchande, qui est calculée selon la formule suivante :<br />
Valeur marchande du terrain + (rente foncière annuelle x 10 dernières années) : 2 – abattement de 40%.<br />
Dans ce cas, l’indemnité correspond à 30% de la valeur marchande. Sur ce montant, un impôt de 20 % à la source est appliqué (impôt prévu par l’article 11 de la loi no 413 de 1991)<br />
L’abattement de 40 % est évitable si, au lieu d’un décret d’expropriation, l’expropriation a lieu par acte de “ cession volontaire “ du terrain, ou bien, comme en l’espèce, lorsque l’expropriation a eu lieu avant l’entrée en vigueur de l’article 5bis (voir l’arrêt de la Cour constitutionnelle no 283 du 16 juin 1993).<br />
Dans ce cas, l’indemnité qui en résulte correspond à 50 % de la valeur vénale. De ce montant il faudra encore déduire 20 % à titre d’impôt (voir supra).<br />
La Cour constitutionnelle a estimé que l’article 5bis de la loi no 359 de 1992 et son application rétroactive est compatible avec la Constitution (arrêt no 283 du 16 juin 1993 ; arrêt no 442 du 16 décembre 1993), dans la mesure où cette loi a un caractère urgent et provisoire.</p>
<p align=center><b>GRIEFS</b></p>
<p>Invoquant l’article 6 § 1 de la Convention, les requérants se plaignent de la durée de la procédure.<br />Invoquant l’article 1 du Protocole no 1, les requérants se plaignent qu’à ce jour aucune indemnité d’expropriation ne leur a été versée et que le montant qui leur a été accordé au sens de la loi no 359 de 1992 est insuffisant.</p>
<p align=center><b>EN DROIT</b></p>
<p>1. Les requérant se plaignent de la durée de la procédure. Ils invoquent l’article 6 § 1 de la Convention, qui, en ses parties pertinentes, se lit ainsi :<br />
“ Toute personne a droit à ce que sa cause soit entendue (&#8230;) dans un délai raisonnable, par un tribunal (&#8230;), qui décidera (&#8230;) des contestations sur ses droits et obligations de caractère civil (&#8230;) “<br />
L’exception du Gouvernement</p>
<p>Le Gouvernement soulève une exception tirée du non-épuisement des voies de recours internes, au motif que les requérants ne se sont pas pourvus en cassation contre la décision de la cour d’appel de Rome.<br />Le Gouvernement soutient que le pourvoi en cassation est un remède efficace au sens de l’article 35 § 1 aussi bien que de l’article 13 de la Convention, en ce qu’il aurait notamment permis aux requérants de contester le caractère insuffisant du montant de l’indemnité accordée.<br />Le Gouvernement soutient ensuite que la conformité d’une voie de recours interne aux exigences des dispositions précitées ne saurait être évaluée à la lumière du montant de la compensation pécuniaire octroyée dans un cas particulier, à moins de réduire la question des droits fondamentaux de la personne à une simple question d’argent.<br />
A ce sujet, le Gouvernement rappelle que la satisfaction équitable n’est point dans le système de la Convention un dédommagement, mais bien une indemnité forfaitaire calculée en équité et purement éventuelle, le simple constat de violation pouvant parfois suffire à dédommager la victime du préjudice subi. La détermination de cette indemnité n’entrerait pas en jeu lorsqu’il s’agit d’établir le caractère adéquat et efficace d’une voie de recours interne, mais s’inscrirait dans la marge d’appréciation réservée aux autorités nationales, et ne saurait faire l’objet d’une requête à la Cour.<br />
Enfin, le Gouvernement rappelle que les juridictions nationales appliquent les paramètres dégagés de la jurisprudence de la Cour européenne afin d’évaluer les faits qui leur sont présentés. De ce fait, le grief des requérants serait à rejeter aussi puisque manifestement mal fondé.<br />
Arguments des requérants</p>
<p>Les requérants soutiennent que le recours en cassation n’est pas un recours à épuiser compte tenu de la jurisprudence de la Cour de cassation en la matière, dont ils ont cité un exemple (affaire Adamo, voir droit interne pertinent ci-dessus). Selon eux, il ne leur était pas loisible de soulever devant la Cour de cassation des griefs concernant le montant de l’indemnisation et l’étendue du préjudice allégué.<br />
Se référant au montant qui leur a été accordé par la cour d’appel de Rome, les requérants soutiennent que la cour d’appel n’a pas réparé la violation de la Convention qu’elle a constatée, au motif que le montant n’est pas adéquat. De l’avis des requérants, ceci serait dû au fait que les juridictions nationales ne reconnaissent pas le statut de droit fondamental au droit au délai raisonnable et au fait que la Convention n’est pas considérée par les juridictions nationales comme étant directement applicable.<br />Soulignant l’insuffisance du montant qui leur a été accordé, les requérants estiment que le remède interne constitué par la loi Pinto s’avère inapte à répondre aux exigences de l’article 13 de la Convention.<br />
Appréciation de la Cour<br />
La Cour doit déterminer si les requérants ont épuisé, conformément à l’article 35 § 1 de la Convention, les voies de recours qui leur étaient ouvertes en droit italien. Il s’agit en l’espèce de savoir s’ils étaient tenus de se pourvoir en cassation contre la décision rendue par la cour d’appel en matière de loi Pinto.<br />La Cour rappelle que, s’agissant du recours devant les cours d’appel, dans des affaires récentes (Brusco c. Italie (déc.), no 69789/01, CEDH 2001-IX ; Di Cola c. Italie (déc.), no 44897/98, 11.10.2001), elle a estimé que le remède introduit par la loi Pinto était accessible et que rien ne permettait de douter de son efficacité. De plus, la Cour a considéré qu’au vu de la nature de la loi Pinto et du contexte dans lequel elle est intervenue, il était justifié de faire une exception au principe général selon lequel la condition de l’épuisement doit être appréciée au moment de l’introduction de la requête.<br />
La Cour rappelle que la règle de l’épuisement des voies de recours internes énoncée à l’article 35 de la Convention impose aux personnes désireuses d’intenter contre l’Etat une action devant un organe judiciaire ou arbitral international l’obligation d’utiliser auparavant les recours qu’offre le système juridique de leur pays. Les Etats n’ont donc pas à répondre de leurs actes devant un organisme international avant d’avoir eu la possibilité de redresser la situation dans leur ordre juridique interne. Cette règle se fonde sur l’hypothèse, objet de l’article 13 de la Convention – avec lequel elle présente d’étroites affinités – que l’ordre interne offre un recours effectif pour la violation alléguée, indépendamment de l’incorporation ou non dans l’ordre interne des dispositions de la Convention. De la sorte, elle constitue un aspect important du principe voulant que le mécanisme de sauvegarde instauré par la Convention revête un caractère subsidiaire par rapport aux systèmes nationaux de garantie des droits de l’homme (Akdivar et autres c Turquie, arrêt du 16 septembre 1996, Recueil des arrêts et décisions 1996-IV, p. 1210, § 65).<br />Même si les Etats contractants n’ont pas d’obligation formelle d’incorporer la Convention dans l’ordre interne (James et autres c. Royaume-Uni, arrêt du 21 février 1986, série A no 98, p. 48, § 86 ; Christine Goodwin c. Royaume-Uni [GC], no 28957/95, CEDH 2002, § 113), il découle du principe de subsidiarité ci-dessus que les juridictions nationales doivent, dans la mesure du possible, interpréter et appliquer le droit interne conformément à la Convention. En effet, s’il est vrai qu’il incombe au premier chef aux autorités nationales d’interpréter et d’appliquer le droit interne, la Cour est appelée en tout état de cause à vérifier si la manière dont le droit interne est interprété et appliqué produit des effets conformes aux principes de la Convention (Carbonara et Ventura c. Italie, no 24638/94, CEDH 2000-VI, § 68 ; Streletz, Kessler et Krenz c. Allemagne ?GC?, nos 34044/96, 35532/97, 44801/98, § 49, CEDH 2001 II) dont la jurisprudence de la Cour fait partie intégrante.<br />A cet égard, la Cour rappelle enfin que, en substituant le mot “ reconnaissant “ au mot “ s’engagent à reconnaître “ dans le libellé de l’article 1, les rédacteurs de la Convention ont voulu indiquer de surcroît que les droits et les libertés du Titre I seraient directement reconnus à quiconque relèverait de la juridiction des Etats contractants (document H (61) 4, pp. 664-703, 733 et 927). Leur intention se reflète avec une fidélité particulière là où la Convention a été incorporée à l’ordre juridique interne (De Wilde,Ooms et Versyp c. Belgique, arrêt du 18 juin 1971, série A no 12, p. 43, § 82 ; Syndicat suédois des conducteurs de locomotives c. Suède, arrêt du 6 février 1976, série A, no 20, p. 18, § 50 ; Irlande c. Royaume-Uni, arrêt du 18 janvier 1978 série A, no 25, § 239). Néanmoins la Convention, qui vit dans la jurisprudence de la Cour, a désormais applicabilité directe pratiquement dans tous les Etats Parties (Scordino c. Italie (déc), no 36813/97, 27 mars 2003, CEDH 2003-&#8230;).<br />
Dans le cadre de l’article 35, un requérant doit se prévaloir des recours normalement disponibles et suffisants pour lui permettre d’obtenir réparation des violations qu’il allègue. Ces recours doivent exister à un degré suffisant de certitude, en pratique comme en théorie, sans quoi leur manquent l’effectivité et l’accessibilité voulues. Cependant, rien n’impose d’user de recours qui ne sont ni adéquats ni effectifs. De plus, selon les “ principes de droit international généralement reconnus “, certaines circonstances particulières peuvent dispenser le requérant de l’obligation d’épuiser les voies de recours internes qui s’offrent à lui. Cette règle ne s’applique pas non plus lorsqu’est prouvée une pratique administrative consistant dans la répétition d’actes interdits par la Convention et la tolérance officielle de l’Etat, de sorte que toute procédure serait vaine ou ineffective (Akdivar et autres, précité, p. 1210, §§ 66 et 67).<br />La Cour souligne qu’elle doit appliquer cette règle en tenant dûment compte du contexte : le mécanisme de sauvegarde des droits de l’homme que les Parties contractantes sont convenues d’instaurer. Elle a ainsi reconnu que l’article 35 doit s’appliquer avec une certaine souplesse et sans formalisme excessif. Elle a de plus admis que la règle de l’épuisement des voies de recours internes ne s’accommode pas d’une application automatique et ne revêt pas un caractère absolu; et en contrôlant le respect, il faut avoir égard aux circonstances de la cause. Cela signifie notamment que la Cour doit tenir compte de manière réaliste non seulement des recours prévus en théorie dans le système juridique de la Partie contractante concernée, mais également du contexte juridique et politique dans lequel ils se situent ainsi que de la situation personnelle du requérant (Akdivar et autres, précité, p. 1211, § 69).<br />La Cour rappelle que dans le cadre de la requête Scordino (voir Scordino c. Italie précité), elle a procédé à un examen comparatif des arrêts de la Cour de cassation disponibles à ce jour là. Elle a pu constater que les principes fixés dans les deux affaires citées par les requérants (voir droit interne pertinent ci-dessus) ont été constamment appliqués, à savoir : non reconnaissance du statut de droit fondamental au droit au délai raisonnable ; non applicabilité directe de la Convention et de la jurisprudence de Strasbourg en matière de satisfaction équitable.<br />La Cour n’a trouvé aucun cas où la Cour de cassation a pris en considération un grief tiré de ce que le montant accordé par la cour d’appel était insuffisant par rapport au préjudice allégué ou inadéquat par rapport à la jurisprudence de Strasbourg. En effet, il s’agit de griefs rejetés par la Cour de cassation puisque considérés ou bien comme des questions de fait, échappant à sa compétence, ou bien comme des questions soulevées à la lumière de dispositions non applicables directement.<br />
La Cour n’a pas eu connaissance d’arrêts prononcés ultérieurement qui se seraient écartés de la jurisprudence ci-dessus.<br />La Cour rappelle que l’article 6 § 1 garantit à toute personne le droit à ce qu’un tribunal connaisse de toute contestation relative à ses droits et obligations de caractère civil (Golder c. Royaume Uni, arrêt du 21 février 1975, série A, no 18, p. 18, § 36 et Waite et Kennedy c. Allemagne ?GC?, no 6083/94, CEDH 1999-I, § 50). Il consacre de la sorte le droit de toute personne “ à ce que sa cause soit entendue &#8230; dans un délai raisonnable “.<br />Le droit au “ délai raisonnable “, reconnu par l’article 6 § 1 de la Convention, est un droit fondamental et un impératif pour toutes les procédures visées par l’article 6 : la Convention souligne par là l’importance qui s’attache à ce que la justice ne soit pas rendue avec des retards propres à en compromettre l’efficacité et la crédibilité (Pelissier et Sassi c. France ?GC?, no 25444/94, CEDH 1999-II, § 74).<br />
Compte tenu de ces éléments, la Cour en conclut que les requérants n’avaient aucun intérêt à se pourvoir en cassation, leur grief étant lié au montant de l’indemnité perçue et tombant donc dans les cas de figure ci dessus. En outre, les requérants encouraient le risque d’être condamnés à des frais de procédure.<br />
En conclusion, la Cour estime qu’en l’espèce, les requérants n’étaient pas obligés, aux fins de l’épuisement des voies de recours, de se pourvoir en cassation. Dès lors, l’exception du Gouvernement doit être rejetée.<br />
Cette conclusion ne remet toutefois pas en cause l’obligation de déposer une demande en réparation au sens de la loi Pinto auprès des cours d’appel et de la Cour de cassation, dans le cas où les juridictions nationales montrent, dans leur jurisprudence, qu’elles appliquent la loi précitée conformément à l’esprit de la Convention, et par conséquent que le remède est efficace.<br />
Dans la mesure où le Gouvernement soutient que le montant accordé aux requérants entraînerait le rejet de ce grief pour défaut manifeste de fondement, la Cour rappelle que la question de savoir si une personne se dit victime d’une violation de la Convention implique essentiellement pour la Cour un examen ex post facto de la situation de la personne concernée. A cet égard, la question de savoir si celle-ci a obtenu pour le dommage qui lui a été causé une réparation – comparable à la satisfaction équitable dont parle l’article 41 de la Convention – revêt de l’importance. Il ressort de la jurisprudence constante de la Cour que lorsque les autorités nationales ont constaté une violation et que leur décision constitue un redressement approprié et suffisant de cette violation, la partie concernée ne peut plus se prétendre victime au sens de l’article 34 de la Convention.<br />La Cour considère par conséquent que le statut de victime d’un requérant peut dépendre de l’indemnisation qui lui a été accordée au niveau national pour la situation dont il se plaint devant la Cour (Normann c. Danemark, no 44704/98, déc. 14.06.2001 ; Jensen et Rasmussen c. Danemark, no 52620/99, déc. 20.03.2003) ainsi que du fait que les autorités nationales ont reconnu, explicitement ou en substance, la violation de la Convention. Ce n’est que lorsque ces deux conditions sont remplies que la nature subsidiaire du mécanisme de protection de la Convention empêche un examen de la part de la Cour (Eckle c. Allemagne, arrêt du 15 juillet 1982, série A no 51, p. 32, §§ 69 ss. ; Jensen c. Danemark (déc.), no 48470/99, CEDH 2001-X).<br />En l’espèce, la cour d’appel de Rome a reconnu, par sa décision du 1er juillet 2001, que la procédure engagée par les requérants avait eu une durée excessive et leur a accordé une somme de 3 500 EUR chacun au titre du préjudice moral.<br />De l’avis de la Cour, la reconnaissance par la cour d’appel de la durée excessive de la procédure remplit, en substance, la première condition énoncée par la jurisprudence de la Cour : l’acceptation, de la part des autorités, d’une transgression d’un droit protégé par la Convention.<br />
En ce qui concerne la deuxième condition, à savoir le redressement approprié par les autorités de l’infraction subie par les requérants, la Cour relève que ces derniers allèguent devant elle que la somme accordée par la cour d’appel ne saurait être considérée comme adéquate pour réparer le préjudice et la violation allégués.<br />La Cour rappelle que dans les affaires italiennes de durée de procédure, une large jurisprudence accepte que le redressement approprié pour ce genre d’affaires consiste toujours en une compensation pécuniaire. Dans ce contexte, dans des cas similaires à la présente affaire (Sonego c. Italie, no 44491/98, 1er mars 2002 ; Giovannangeli c. Italie, no 46531/99, 16 novembre 2000), la Cour a accordé des sommes nettement plus élevées.<br />
Comme la Cour l’a dit à propos de la requête Scordino précitée, il est incontestable que l’appréciation de la durée d’une procédure et de ses répercussions, en particulier pour ce qui est du préjudice moral, ne se prête pas à une quantification exacte et qu’elle relève par nature d’une appréciation en équité. Par conséquent, la Cour accepte que les autorités judiciaires ou autres puissent calculer la compensation, dans une affaire de longueur de procédure, d’une manière pouvant s’écarter d’une application stricte et formaliste des critères adoptés par la Cour.<br />Cependant, dans la présente affaire, la somme accordée aux requérants par la cour d’appel de Rome n’a pas de rapport raisonnable avec les sommes accordées par la Cour dans les affaires similaires précitées &#8211; sommes nettement plus élevées que celle accordée aux requérants par la cour d’appel.<br />Tout en respectant la marge d’appréciation dont les juridictions nationales disposent, ces dernières doivent aussi se conformer à la jurisprudence de la Cour en accordant des sommes conséquentes.<br />Compte tenu des éléments du dossier, la Cour estime qu’un tel écart entre la jurisprudence de Strasbourg et l’application au cas d’espèce de la loi Pinto ne peut pas se justifier. Partant, elle estime que la somme accordée aux requérants ne peut être considérée comme adéquate et de ce fait apte à réparer la violation alléguée.<br />
Il s’ensuit que les requérants peuvent se prétendre victimes au sens de l’article 34 de la Convention et qu’il convient de rejeter l’exception du Gouvernement considérée sous cet angle.<br />Sur le fond<br />
Le Gouvernement fait observer que la durée de la procédure d’expropriation ne saurait être considérée comme étant excessive, compte tenu des difficultés objectives survenues pendant le procès, telles que la nouvelle loi sur l’expropriation, le nombre de renvois demandés par les requérants, la grève des avocats, la complexité de l’affaire.<br />Les requérants s’opposent à la thèse du Gouvernement.<br />
La Cour estime, à la lumière de l’ensemble des arguments des parties, que ce grief pose de sérieuses questions de fait et de droit qui ne peuvent être résolues à ce stade de l’examen de la requête, mais nécessitent un examen au fond ; il s’ensuit que ce grief ne saurait être déclaré manifestement mal fondé, au sens de l’article 35 § 3 de la Convention.</p>
<p>2. Les requérants se plaignent d’une atteinte à leur droit au respect de leurs biens en ce qu’aucune indemnité ne leur a été versée à ce jour et au motif que l’indemnité qui leur a été accordée en application de la loi no 359 de 1992 est inadéquate. Ils allèguent la violation de l’article 1 du Protocole no 1, qui est ainsi libellé :<br />
“ Toute personne physique ou morale a droit au respect de ses biens. Nul ne peut être privé de sa propriété que pour cause d’utilité publique et dans les conditions prévues par la loi et les principes généraux du droit international.<br />
Les dispositions précédentes ne portent pas atteinte au droit que possèdent les Etats de mettre en vigueur les lois qu’ils jugent nécessaires pour réglementer l’usage des biens conformément à l’intérêt général ou pour assurer le paiement des impôts ou d’autres contributions ou des amendes. “<br />
Le Gouvernement soutient que la violation alléguée par les requérants n’a pas d’existence autonome par rapport à la durée de la procédure. Le Gouvernement estime avoir prouvé que le délai raisonnable du procès a été respecté et cela devrait donc suffire à exclure la violation de l’article 1 du Protocole no1.<br />
Le Gouvernement fait ensuite observer que les requérants ne se plaignent pas des critères fixés par la loi no 359 de 1992 pour le calcul de l’indemnité d’expropriation, mais uniquement du montant qui leur a été accordé à la suite de l’entrée en vigueur de cette loi. A cet égard, le Gouvernement précise qu’il s’agit non d’une application rétroactive de la loi, mais d’une application immédiate, ce qui constitue la règle générale dans un Etat de droit. S’agissant du montant qui a été calculé en fonction de cette loi, le Gouvernement observe que les requérants n’indiquent pas clairement par rapport à quelle valeur ils estiment avoir obtenu une indemnité inadéquate.<br />
Le Gouvernement admet que l’indemnité litigieuse est inférieure à la valeur vénale du terrain et reconnaît que l’article 5bis de la loi no 359 de 1992 a été inspiré par des raisons budgétaires. Par ailleurs le Gouvernement fait observer que, compte tenu de son caractère provisoire, cette disposition a été jugée par la Cour constitutionnelle comme étant conforme à la Constitution. Le Gouvernement observe ensuite que la valeur vénale du terrain est en tout cas prise en compte, dans la mesure où elle constitue la base de départ du calcul à effectuer pour déterminer l’indemnité d’expropriation. En conclusion, le Gouvernement soutient que le système de calcul de l’indemnité d’expropriation appliqué en l’espèce ne soulève aucun problème au regard de l’article 1 du Protocole no 1.<br />
Quant à l’écoulement du temps entre l’expropriation et le versement de l’indemnité, le Gouvernement fait observer que le préjudice provoqué par l’écoulement du temps est compensé par le versement d’intérêts. Le Gouvernement insiste sur le fait qu’une indemnité a finalement été reconnue aux requérants par la cour d’appel et observe que les déboires financiers du consortium débiteur ne sont pas imputables à une responsabilité quelconque des autorités nationales.<br />A la lumière de ces considérations, le Gouvernement demande à la Cour de rejeter ce grief pour défaut manifeste de fondement.<br />Les requérants s’opposent aux arguments du Gouvernement.<br />Se référant aux arrêts Guillemin c. France (arrêt du 1er février 1997, Recueil 1997-I) et Zubani c. Italie (arrêt du 7 août 1996, Recueil 1996-IV), les requérants soutiennent avoir subi une atteinte disproportionnée à leur droit au respect des biens. A cet égard, ils soulignent, d’une part, le laps de temps qui s’est écoulé depuis l’expropriation en l’absence de toute indemnité à ce jour, et les difficultés d’encaisser cette somme au vu de la faillite de l’union des coopératives. D’autre part, les requérants mettent en cause le montant de l’indemnité qui résulte de l’application de la loi no 359 de 1992 et font valoir que l’indemnité calculée au sens de cette loi correspond à moins de la moitié de la valeur vénale du terrain.<br />En conclusion, les requérants affirment que le juste équilibre entre l’intérêt général et les droits fondamentaux de l’individu n’a pas été respecté.<br />La Cour estime, à la lumière de l’ensemble des arguments des parties, que cette partie de la requête pose de sérieuses questions de fait et de droit qui ne peuvent être résolues à ce stade de l’examen de la requête, mais nécessitent un examen au fond ; il s’ensuit que cette partie de la requête ne saurait être déclarée manifestement mal fondée, au sens de l’article 35 § 3 de la Convention. Aucun autre motif d’irrecevabilité n’a été relevé.<br />
Par ces motifs, la Cour, à l’unanimité,<br />
Déclare recevables, tous moyens de fond réservés, les griefs des requérants.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/giurisprudenzauno/corte-europea-dei-diritti-delluomo-sentenza-29-1-2004-n-0/">Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo &#8211; Sentenza &#8211; 29/1/2004 n.0</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
