Direzione Scientifica:
Prof. Avv. Angelo Clarizia
Prof. Avv. Giuseppe Morbidelli

Codice ISSN:
1972-3431

Redazione:
Giustamm
redazione.giustamm@gmail.com

Editore:
Editoriale Scientifica S.r.l. editoriale.abbonamenti@gmail.com

Direttore Responsabile:
Prof. Avv. Alfonso Celotto

Iscrizione presso
il Tribunale di Roma al n. 106 del
22/10/2020

Documento


Rapporto del 10-12-2018

UNIVERSITA' DEGLI STUDI “LA SAPIENZA”
DOTTORATO DI RICERCA
IN DIRITTO PUBBLICO COMPARATO E INTERNAZIONALE
- Curriculum Diritto Amministrativo Europeo dell'Ambiente –
Resoconto dell'incontro di studi del 19 novembre 2018:
Dott. Raffaele Tuccillo
(Tar Lazio)
di Iuliana Grigorut
 
Profili di rilevanza ambientale nella disciplina dei contratti pubblici

L’incontro di studi tenutosi il 19 novembre 2018 presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza” ha accolto l’intervento del Dott. Raffaele Tuccillo, sul tema “Profili di rilevanza ambientale nella disciplina dei contratti pubblici”.
La questione in esame è stata trattata non solo da una prospettiva di carattere amministrativistico, ma anche da una di carattere civilistico.
In primis, il Dott. Tuccillo effettua una breve introduzione sull’evoluzione del diritto dell’ambiente, sia interno, sia europeo, per arrivare ad elencare e a trattare in dettaglio l’insieme degli strumenti di intervento a tutela dell’ambiente presenti all’interno del Codice dei contratti pubblici[1].
Nell’ordinamento italiano, il diritto dell’ambiente è stato oggetto di uno sviluppo graduale, costante e progressivo; sono state varie le fasi che hanno attraversato l’ordinamento giuridico interno: si è passati da una fase caratterizzata dalla mancanza di norme dirette a disciplinare espressamente il diritto dell’ambiente a una fase caratterizzata da una disciplina sempre più dettagliata e puntuale, fino ad istituire un vero e proprio Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare[2].
Una svolta sostanziale è stata attribuita alla rivalutazione della interpretazione della stessa Costituzione. In particolare, l’art. 9 della Costituzione non è visto soltanto come una disciplina volta a tutelare il paesaggio, ma anche a indicare l’ambiente come luogo in cui si manifesta ed esprime la personalità dell’individuo. Inoltre, il collegamento diretto tra l’art. 9 e l’art. 2 della Costituzione ha determinato che la tutela dell’ambiente rientri nell’ambito dei diritti inviolabili dell’uomo. Tale rinnovata valutazione dell’interesse ambientale comporta anche una modifica degli strumenti diretti a tutelare dell’ambiente. Il legislatore, difatti, non limita il proprio intervento solo a livello sanzionatorio, ma tende anche a fare in modo che il mercato lavori per l’ambiente; è nato, appunto, il concetto del green public procurement[3].
Parallelamente all’evoluzione interna, il contributo dell’Unione europea rappresenta una spinta per attribuire una particolare rilevanza alla tutela dell’ambiente. Il punto di partenza del contributo europeo è rappresentato dall’art. 3, c. 3 del Tue, in cui l’Unione europea sostiene di adoperarsi per lo sviluppo sostenibile dell’Europa. Un importante passo successivo è rappresentato dalla Strategia Europa2020[4], in cui lo scopo specifico del diritto europeo è il perseguimento di un’economia sostenibile e solidale. Il legislatore europeo orienta le pubbliche amministrazioni ad effettuare operazioni di acquisto non strettamente incentrate solo sui requisiti economici, ma anche diretti a tutelare interessi sociali e ambientali, affinché tramite gli appalti si realizzino una costante promozione e sviluppo del territorio.
Nell’ambito degli strumenti di tutela dell’ambiente utilizzabili all’interno dell’ordinamento giuridico possiamo effettuare due classificazioni di carattere cronologico.
La prima classificazione, compiuta dalla dottrina, utilizza come parametro di riferimento la lesione del bene ambiente. In questo modo si può distinguere una tutela di carattere preventivo da una tutela di carattere successivo. Tra gli strumenti di tutela di carattere preventivo rientra, oltre all’insieme delle norme che impongono l’adozione di una valutazione di impatto ovvero di incidenza ambientale (Via, Vas, Aia), l’inserimento, nell’ambito dei contratti pubblici, di clausole di carattere ambientale. Tra gli strumenti di tutela di carattere successivo, ossia che intervengono dopo la realizzazione del danno ambientale, rientrano, invece, tutti gli strumenti di carattere sanzionatorio, riparatorio ovvero ripristinatorio, diretti a superare la lesione.
Una seconda classificazione, più adatta al tema in esame, utilizza come parametro di riferimento la conclusione del contratto. In questo caso, si differenzia una tutela dell’ambiente antecedente da una tutela dell’ambiente successiva alla stipulazione del contratto. Gli strumenti diretti a operare anteriormente alla stipulazione del contratto, salvo alcune eccezioni, tendono a incidere sulla scelta del contraente, sulla determinazione del contenuto del contratto e sulla stipulazione dell’atto. Gli strumenti che operano successivamente alla stipulazione del contratto, al contrario, sono diretti a incidere sull’efficacia del contratto già stipulato ovvero a descrivere un inadempimento degli obblighi contrattuali, che potrà determinare una risoluzione ovvero un risarcimento del danno.
Tale classificazione è quella più coerente con il ruolo assunto dai criteri ecologici del diritto ambientale interno e, in particolare, con gli strumenti che ci offre il Codice dei contratti pubblici, per quanto concerne la tutela ambientale e il c.d. green public procurement.
Tuttavia, il riferimento al green public procurement non può essere ridotto al solo Codice dei contratti pubblici, poiché nel nostro ordinamento giuridico sono presenti diversi interventi normativi diretti a tutelare l’ambiente in tutto il ciclo di vita del contratto.
Un’importanza particolare è attribuita alle direttive del 2014[5], che hanno preceduto il Codice dei contratti pubblici e di cui quest’ultimo costituisce attuazione. Altri riferimenti normativi di rilievo sono rappresentati dalla legge finanziaria del 2007[6], in cui l’art. 1, c. 1126 prevede espressamente il finanziamento, l’attuazione e il monitoraggio di un "Piano d'azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della pubblica amministrazione”. La parte generale di questo Piano è stata adottata con d. interm. 11 aprile 2008. Le parti relative ai singoli piani, invece, adottate in concreto con decreto ministeriale, contengono i cosiddetti criteri ambientali minimi (Cam), ossia indicazioni tecniche e specifiche in materia ambientale relative a categorie di prodotti o di servizi, che devono essere osservate all’interno dei contratti pubblici e che devono essere presenti nel bando di gara. Un ulteriore contributo è rappresentato dal collegato ambientale[7], le cui disposizioni hanno previsto significative modifiche al Codice dei contratti pubblici del 2006[8], ma le quali sono state, successivamente, assorbite all’interno del Codice dei contratti pubblici del 2016.
Un primo approccio con il quale il Codice dei contratti pubblici interviene sulla tutela dell’ambiente è rappresentato dai principi, ossia dagli artt. 4 e 30 dello stesso Codice.
Tuttavia, per mettere in rilievo le novità introdotte da tali disposizioni, un breve accenno va fatto al Codice dei contratti pubblici del 2006. L’art. 2, c. 2 di tale Codice prevedeva la possibilità per le stazioni appaltanti di subordinare il principio di economicità alla tutela dell’ambiente, entro i limiti in cui ciò fosse espressamente consentito dalle norme vigenti e dal medesimo Codice. Dunque, le esigenze di tutela ambientale potevano consentire di derogare al principio di economicità nello svolgimento delle procedure di esecuzione del contratto, soltanto se vi era un’espressa previsione di legge; la fattispecie in esame, tuttavia, risultava essere complessa, poiché richiedeva sia una previsione di legge, sia un’espressa manifestazione di volontà della stazione appaltante. In ogni caso, sia la dottrina, sia la giurisprudenza hanno evidenziato il carattere innovativo dell’art. 2, in quanto veniva superata la concezione esclusivamente economicistica dell’attività della pubblica amministrazione.
Il Codice dei contratti pubblici del 2016 introduce significative novità; innanzitutto, effettua una distinzione tra i contratti pubblici c.d. esclusi, ossia quelli ai quali non è applicabile il Codice stesso, e i contratti per i quali si applica il Codice.
L’art. 4 è dedicato ai contratti pubblici esclusi. Una delle principali novità consiste nel fatto che tale disposizione stabilisce che la stazione appaltante può derogare al principio di economicità, per porre in prevalenza i profili di tutela ambientale, senza nessuna limitazione. Dunque, in questo caso, non è necessaria l’espressa previsione di legge.
Per i contratti per i quali, invece, si applica il Codice dei contratti pubblici, l’art. 30 propone una definizione analoga a quella dell’art. 2 del Codice dei contratti pubblici del 2006. Si prevede, infatti, sia la necessaria previsione normativa, sia la possibilità che la stazione appaltante faccia prevalere il principio di tutela ambientale rispetto a quello di economicità.
Oltre ai principi, tra gli strumenti di intervento con i quali si mette in evidenza il profilo della rilevanza ambientale nel Codice dei contratti pubblici troviamo le c.d. clausole ambientali[9], relative al contenuto del bando di gara. L’art. 68, c. 5, lett. a) del Codice consente alle stazioni appaltanti la facoltà di indicare i requisiti ambientali nelle specifiche tecniche di un determinato contratto pubblico. Si tratta, quindi, di una valutazione rimessa all’opportunità della stazione appaltante[10]. La questione da porre in rilievo, tuttavia, riguarda l’ipotesi in cui il legislatore non si limiti a prevedere la facoltà, bensì l’obbligo della stazione appaltante di indicare una clausola ambientale nel bando di gara. In tal caso, l’attività della stazione appaltante è caratterizzata da tre alternative. Una prima alternativa è data dall’ipotesi in cui la stazione appaltante inserisca la clausola contenente il criterio ambientale minimo all’interno del bando di gara; dunque, salva la verifica della corrispondenza tra il contenuto della norma e il contenuto della clausola, la fonte dell’obbligo ambientale è l’atto di autonomia privata.
Una seconda alternativa è rappresentata dall’ipotesi in cui la stazione appaltante ometta di inserire la clausola contenente il criterio ambientale minimo all’interno del bando di gara. In questo caso trova applicazione l’art. 1364 del C. c., in base al quale il contenuto del contratto è integrato da quanto deriva dalla legge. Ai sensi di tale articolo anche il bando di gara può essere integrato da quanto deriva dalla legge, poiché, si ritiene che questo rientri tra gli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale, trovando, quindi, applicazione l’art. 1324 del C. c.; se si ritenesse, invece, che il bando di gara non rientri tra gli atti unilaterali tra vivi, si applicherebbe l’analogia.
La terza alternativa è quella in cui la stazione appaltante inserisca una clausola contrastante con il contenuto dei criteri ambientali minimi. In questo caso operano gli artt. 1339 e 1419 del C. c.. Il primo articolo ha una funzione sostitutiva, mediante la quale le norme autodeterminate dalla stazione appaltante nel bando di gara, ovvero nel contratto, devono essere sostituite dalle norme eterodeterminate, ossia da quelle che prevedono la clausola ambientale. L’art. 1419 esprime, invece, una funzione conservativa, in base alla quale il bando, ovvero il contratto, non è integralmente nullo, ma lo è soltanto limitatamente alla clausola contraria alla norma imperativa.
Tuttavia, la funzione sostitutiva dell’art. 1339 pone un problema di grande impatto in ambito giurisprudenziale sia interno, sia europeo, che riguarda il rapporto tra la norma imperativa e i principi di certezza di diritto e di affidamento. Per fare riferimento a una delle cause recenti in cui questo problema si pone, possiamo ricordare la questione degli oneri di sicurezza aziendali inseriti all’interno dei contratti pubblici, in particolare dell’offerta posta dai partecipanti alla gara pubblica: il problema è se questi oneri debbano essere indicati all’interno ovvero separatamente dal contenuto dell’offerta stessa. La questione, dopo essere stata dibattuta ampiamente in dottrina e giurisprudenza, era stata parzialmente risolta dal Consiglio di Stato, sotto la vigenza del Codice dei contratti pubblici del 2006; oggi, è stata riproposta all’attenzione del Consiglio di Stato sulla base del nuovo Codice dei contratti pubblici. La domanda che viene in rilievo è, dunque, se sia necessario indicare o meno specificamente tali oneri nell’offerta e, soprattutto, quali siano le conseguenze derivanti da questa specificazione. Il concorrente deve essere escluso ovvero si debba far riferimento al soccorso istruttorio?
Un altro esempio di questo genere, posto di recente dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, è quello relativo alla sopravvenuta disciplina dei criteri di rimborso agli ex concessionari dei servizi di distribuzione dei gas naturali. Di recente, la legge ha stabilito non solo la cessazione anticipata delle concessioni, ma sono stati anche rideterminati i criteri attraverso i quali rimborsare il concessionario che si trova a gestire la distribuzione di gas naturali. La domanda è se la legge possa incidere sui contratti esistenti ovvero si finisca con il ledere il principio di affidamento e di certezza del diritto del contraente. Nel nostro ordinamento giuridico, una norma imperativa può incidere sul contratto sia esistente, sia sopravvenuto, poiché non sembra che il principio dell’affidamento possa consentire di derogare alle norme in tema di nullità del contratto. Il problema si pone, invece, nell’ordinamento europeo, in cui il principio di affidamento costituisce senz’altro una norma vigente, anche se si tratta più di un principio che di una norma. Dobbiamo ricordare, inoltre, che le norme interne in tema di clausole ambientali minime sono previste in attuazione di norme ambientali europee. Dunque, occorre valutare, all’interno del diritto europeo, se prevale il principio dell’affidamento oppure una norma specifica di provenienza europea, che preveda per le pubbliche amministrazioni l’obbligo di utilizzare determinate clausole ambientali.
Il legislatore, tuttavia, introduce anche dei limiti alla possibilità di prevedere delle clausole ambientali all’interno dei bandi di gara ovvero del contratto. I limiti sono rappresentati, innanzitutto, dal rispetto dei principi di non discriminazione, di proporzionalità e di adeguatezza. Un altro limite è rappresentato dal fatto che la clausola ambientale deve essere strettamente correlata alla tutela dell’ambiente da un lato e, dall’altro lato, all’oggetto del contratto. Infine, un terzo limite è rappresentato dal rispetto del principio di trasparenza, ai sensi del quale la clausola deve essere espressamente indicata nel bando di gara.
Un altro strumento con il quale si mette in rilievo l’interesse ambientale all’interno del Codice dei contratti pubblici è rappresentato dalla certificazione ambientale, disciplinata dall’art. 87, c. 2. Ai sensi di questo comma le stazioni appaltanti, qualora richiedano ai concorrenti la presentazione di certificati rilasciati da organismi indipendenti per attestare il rispetto da parte dell'operatore economico di determinati sistemi ovvero di norme di gestione ambientale, farebbero riferimento al sistema dell'Unione di ecogestione e audit (Emas - Eco-Management and Audit Scheme). Anche in tal caso, le considerazioni di carattere ambientale possono assumere un aspetto rilevante nella valutazione della capacità tecnica dell’offerente, come esperienza specifica in campo ambientale. Inoltre, nel caso in cui il concorrente possieda delle certificazioni ambientali, si otterrebbero delle agevolazioni in tema di cauzione provvisoria e definitiva, il cui importo può essere ridotto ai sensi dell’art. 93 del Codice.
Altri strumenti presenti nel nostro Codice dei contratti pubblici sono rappresentati dalla utilizzabilità dei criteri ambientali per individuare l’offerta economicamente più vantaggiosa, scelta come criterio generale di selezione del contraente. All’interno di tale criterio, l’art. 95, c. 6 del Codice e, in particolare, gli elementi qualitativi su cui poggiare il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa fanno espresso riferimento anche alle caratteristiche sociali e ambientali.
Un altro strumento è rappresentato dalle cause di esclusione. In questo caso si può distinguere una rilevanza diretta da una rilevanza indiretta. Si ha una rilevanza diretta in quanto la relazione dell’interesse ambientale può ripercorrersi sui requisiti di partecipazione dell’offerente, integrando una causa di esclusione dalla procedura di evidenza pubblica e, quindi, una causa di efficacia di contratto, se è già stipulato. Ciò può verificarsi sia nell’ipotesi in cui il concorrente abbia commesso infrazioni, quindi sia stato sanzionato, anche penalmente, per infrazioni ovvero per obblighi di rilevanza ambientale, sia qualora siano in corso gravi illeciti professionali che possano incidere sulla stipulazione del contratto successivo. In base alla rilevanza indiretta, invece, l’illecito ambientale può assumere rilievo in quanto la giurisprudenza amministrativa ha evidenziato che alcune categorie di reati, quali traffico illecito di rifiuti, appartengono al novero dei reati maggiormente inizianti dal pericolo di infiltrazione mafiosa. Perciò, sono previsti degli interventi antimafia, dai quali può derivare l’esclusione dalla gara.
Un importante profilo è rappresentato dal rapporto tra gli interessi ambientali e il Codice civile. Secondo un orientamento dottrinale, il green public procurement, e in generale l’inserimento di clausole ambientali all’interno dei contratti pubblici, ha creato il presupposto per descrivere un nuovo schema contrattuale, ossia il c.d. “contratto ecologico”. Tale tipologia di contratto si differenzia dal contratto descritto dal Codice civile, in quanto l’interesse ambientale giunge a incidere sulla causa dell’atto, determinando la costituzione di rapporti giuridici patrimoniali sostenibili. In senso difforme, invece, un diverso orientamento evidenzia che, ferma l’esistenza di contratti tipici e atipici, pubblici e privati, aventi ad oggetto una prestazione di rilevanza ambientale, il lemma del contratto ecologico sembra semplicemente evocare il complesso di norme derogatorie del diritto patrimoniale. Quindi, non si tratterebbe altro che di singole norme, che derogano ad alcuni aspetti della disciplina del contratto ovvero delle obbligazioni del Codice civile, caratterizzati dal profilo della patrimonialità; la presenza dell’interesse ambientale non inciderebbe, tuttavia, sull’applicabilità delle altre norme del Codice civile in tema di contratto e di obbligazioni. Infatti, secondo questo diverso orientamento non si tratterebbe di un vero contratto ecologico, ma semplicemente di singole specifiche norme, che derogano ad alcune delle disposizioni del Codice sul punto.
A titolo di esempio, una prima funzione di rilevanza ambientale nell’ambito del Codice civile è stata individuata sotto il profilo interpretativo. Secondo la ricostruzione interpretativa, l’art. 1367 del C. c., che individua il principio di conservazione dell’atto del contratto, dovrebbe essere inteso nel senso di attribuire alle parole il significato più idoneo a tutelare l’interesse ambientale. Tuttavia, non sembra che dall’art. 1367 si possa arrivare a una tale conclusione; si parla, infatti, di conservazione di contratto e non di tutela dell’ambiente. Ancora, sotto un profilo ermeneutico, la rilevanza ambientale del contratto può assumere l’effetto giuridico dell’art. 1369 del C. c., che fa riferimento alla funzione dell’atto. Anche in questo caso, nel dubbio, occorrerebbe attribuire alle parole un significato coerente con lo scopo dell’atto; se quest’ultimo è destinato a tutelare l’ambiente, si può dire che l’interpretazione venga fatta nel senso di attribuire una maggiore rilevanza alla tutela dell’ambiente stesso.
Di rilevante importanza è l’interesse ambientale rappresentato dalla causa del contratto. Vi sono alcuni riferimenti normativi che sembrano individuare la causa di un determinato contratto nella rilevanza ambientale. Un esempio è rappresentato dai contratti di rendimento energetico, disciplinato dall’art. 2, c. 2, lett. n) del d. lgs. 4 luglio 2014, n. 102; si tratta di un accordo tra il beneficiario e il fornitore di una misura di miglioramento dell’efficienza energetica. Per questa tipologia di contratto, i lavori, le forniture ovvero i servizi realizzati sono pagati in funzione del livello di miglioramento dell’efficienza energetica stabilito contrattualmente. Un altro esempio è dato dall’art. 6, c. 3 del d. lgs. 30 maggio 2005, n. 142[11], il quale prevede che nei contratti di compravendita immobiliare sia inserita un’apposita clausola con la quale l’acquirente dichiara di aver ricevuto le informazioni e la comunicazione riguardo la prestazione energetica di edifici. Anche in questo caso si ritiene che la causa sia influenzata dai profili di rilevanza ambientale.
Sotto il profilo giurisprudenziale, il riferimento normativo che ha avuto maggiore applicazione è rappresentato dall’art. 46, c. 1 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 e dall’art. 40, c. 2 della l. 28 febbraio 1985, n. 47. Si tratta, anche in questo caso, di due opzioni ermeneutiche. In base ad una prima interpretazione, la ratio della norma è rappresentata dall’esigenza di tutelare l’ambiente. Secondo una diversa ricostruzione normativa, invece, la norma non sarebbe indetta a tutelare l’ambiente, bensì a descrivere la regolarità urbanistica dell’oggetto del contratto di vendita. In base a quest’ultima interpretazione, data l’art. 46, la nullità degli atti di vendita si ha solamente in caso di violazione formale della norma. Qualora, invece, si ritenga che la norma sia diretta ad una ratio di tutela ambientale, la nullità non si avrebbe solo in caso di violazione formale della norma, ma anche nell’ipotesi in cui vi sia una violazione sostanziale, quando, ad esempio, l’immobile è abusivo, a prescindere dalle dichiarazioni contenute nell’atto di vendita. Dunque, in tutti e due i casi la nullità del contratto è retta da un’esigenza interambientale. Tuttavia, la ratio della disposizione non si traduce in una modifica della disciplina esistente; vi è, infatti, soltanto la presenza di una norma diretta a tutelare l’ambiente, senza che venga creato un nuovo contratto, derogatorio di quello vigente.

 
[1] D. lgs. 18 aprile 2016, n. 50.
[2] L. 8 luglio 2946, n. 349, Ministero dell’ambiente e norme in materia di danno ambientale, la cui denominazione è stata modificata, dapprima, con d. lgs. 30 luglio 1999, n. 300 in Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e, più di recente, con legge 17 luglio 2006, n. 233 in Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.
[3] Il green public procurement trova le sue origini nel Libro verde sugli appalti pubblici dell’Unione europea, COM(1996)583, Gli appalti pubblici nell’Unione Europea – spunti di riflessione per il futuro, 27 novembre 1986 e nella comunicazione della Commissione europea sugli appalti pubblici elaborata sulla base dei contributi pervenuti nell’ambito della consultazione sul Libro verde, COM(1998)143, Gli appalti pubblici nell’Unione europea, 11 marzo 1998.
[4] COM(2010)2020 def., Europa 2020. Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, 3 marzo 2010.
[5] Dir. 2014/23/UE sull’aggiudicazione dei contratti di concessione, 26 febbraio 2014; dir. 2014/24/UE sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/UE, 26 febbraio 2014; dir. 2014/25/UE sulle procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali e che abroga la direttiva 2004/17/CE, 26 febbraio 2014.
[6] L. 27 dicembre 2006, n. 296, Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007).
[7] L. 28 dicembre 2015, n. 221, Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali.
[8] D. lgs. 12 aprile 2006, n. 163, Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE.
[9] Le clausole ambientali sono richiamate all’art. 34, c. 1 del Codice dei contratti pubblici, che riprende il disposto dell’art. 18 del collegato ambientale.
[10] Un primo momento all’interno del quale possono essere introdotte clausole di questo tipo è rappresentato, dal bando di gara. In base al principio di corrispondenza tra il contenuto del bando di gara e il contenuto del contratto ovvero dell’oggetto del contratto, la clausola inserita nel bando di gara viene, successivamente, a costituire anche oggetto del contratto pubblico.
[11] Modificato dal d. lgs. 4 marzo 2014, n. 53.