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	<title>Roberto Turno Archivi - Giustamm</title>
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		<title>Vecchia, cara, polverosa Corte dei conti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Sep 2021 17:20:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/dottrina/vecchia-cara-polverosa-corte-dei-conti/">Vecchia, cara, polverosa Corte dei conti</a></p>
<p>(Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2000, commenti e inchieste) È come se, nell’era dei cellulari, ci si ostinasse a battere punto-linea al telegrafo. O come temerariamente decidere a priori di fare a meno di Internet. Eppure è così: da due anni ha una freccia nell’arco per centrare il bersaglio</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/dottrina/vecchia-cara-polverosa-corte-dei-conti/">Vecchia, cara, polverosa Corte dei conti</a></p>
<p>(Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2000, commenti e inchieste) </p>
<p>È come se, nell’era dei cellulari, ci si ostinasse a battere punto-linea al telegrafo. O come temerariamente decidere a priori di fare a meno di Internet. Eppure è così: da due anni ha una freccia nell’arco per centrare il bersaglio dell’efficienza, ma non ha voluto scoccarla. In nome del fuoco del diritto e di una cultura giuridica e formalista avvitata nei codicilli, dicono i contestatori. Che attaccano: perché mai la Corte dei conti non ha finora bandito i concorsi per consentire l’ingresso nel suo alto consesso anche di laureati in economia e in scienze statistiche?</p>
<p>Cos’è mai questo freno della magistratura contabile verso l’innovazione: una difesa a denti stretti di poteri duri a morire e di una esagerata auto-considerazione, o una resistenza dettata da una sostanziale sfiducia nella capacità della pubblica amministrazione di riformarsi? Non dovrebbe piuttosto, un &#8220;giudice&#8221; dei conti, coltivare formazioni ed esperienze figlie della nuova scienza dell’amministrazione e dell’economia? Non dovrebbe poter interagire costantemente con istituzioni di livello, come Istat, Isae, Banca d’Italia? Non dovrebbe imparare a svestire la toga e fregiarsi (anche) del master in economia?</p>
<p>Figlia di Camillo Benso conte di Cavour, la Corte dei conti compirà in agosto 138 anni. E li dimostra tutti. Anche se il suo corpaccione — 467 miliardi di spese previste nel 2000 e un organico di 3.600 dipendenti — ha generato, e genera, nomi illustri e grandi capacità. Non sempre purtroppo bene impiegate. Con 5 giudici costituzionali da vantare dal 1955 a oggi. E con 22 presidenti sulle spalle: l’attuale, Francesco Sernia, scade a luglio dopo un breve mandato e una lunga fase di indecisione per conflitti tra Quirinale e Palazzo Chigi al momento della sostituzione del pensionato Giuseppe Carbone. Per la successione di Sernia di apre ora una partita che costituirà per il Governo una delle prove del nove delle sue ambizioni riformatrici.</p>
<p>Storia antica e meritoria quella dell’Istituto di viale Mazzini in Roma, tanto più nel momento in cui la coscienza sociale ha preso atto del diritto di sapere dell’uso che si fa della &#8220;cosa pubblica&#8221; e la Corte dei conti ha imboccato con massima (troppa?) energia — in pugno l’arma della giurisdizione sui danni erariali — la strada di giudice degli sprechi. Inchieste come quelle sulle malversazioni del post-terremoto nell’Irpinia o sulla miseria degli &#8220;enti inutili&#8221; epperò sempre vivi, vanno tenute a memoria.</p>
<p>Eppure. Eppure si accavallano gli interrogativi circa il destino e l’utilità, a bocce ferme, della Corte dei conti modello fine secolo. Mentre il braccio di ferro con il Governo, soprattutto, ma anche con il Parlamento, è motivo di aspro dibattito. Lo dimostrano la valanga di regolamenti attuativi respinti nell’ultimo periodo con «devastanti istruttorie» (lo ammettono in tanti, alla Corte) dalla sezione del controllo preventivo di legittimità — altra perla italica — che hanno innescato una miccia con Palazzo Chigi e i ministeri. Costringendo il Governo — che non ha mancato a volte di usare &#8220;confusamente&#8221; i decreti delegati — alle registrazioni con riserva. E dando lavoro alla Consulta, cui la Corte spesso in questi mesi s’è rivolta per sollevare il conflitto di poteri: mai su questioni di copertura.</p>
<p>Ma la bandiera bianca non è stata completamente elevata neppure con enti locali e Regioni. Non ancora soddisfatti dell’esito delle riforme del 1994-96 che hanno spezzato la spirale del controllo preventivo. Permane lo spirito da «guardiani della legge», continua «a covare lo spirito giustizialista»: sono le accuse ricorrenti. Mentre la via maestra dei controlli di gestione, della valutazione dei risultati dell’azione amministrativa e dell’interpretazione dei fenomeni gestionali — è il giudizio «contro» — non è stata imboccata.</p>
<p>Ma allora, cos’è e cosa dev’essere la Corte dei conti? Un organo — di rango costituzionale — di ausilio del Parlamento, e in quanto tale di supporto delle decisioni politiche e neutrale dal potere politico? O soprattutto un mastino, un censore della mala amministrazione animato da un furore missionario che rischia di non cogliere i mutamenti in atto con le riforme delle istituzioni? Ancora più in prospettiva del federalismo che sarà.</p>
<p>Sono anche questi gli interrogativi che hanno incendiato il dibattito all’epoca della Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. E che i bicameralisti risolsero nient’affatto salomonicamente rispetto alle invocazioni dell’ala storica della Corte dei conti: nel segno dell’esclusiva competenza sul controllo di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa. Niente più giurisdizione, insomma.</p>
<p>Immediata la sollevazione dell’organo di autogoverno, che la vinse solo perché la Bicamerale finì. Ma trovandosi interamente aperti i grovigli di problemi per niente risolti da quelle riforme del ’94-96 su funzioni giurisdizionali e di controllo.</p>
<p>E oggi restano immutate le barricate erette da due culture contrapposte. Dove la vecchia guardia, ancora (ma sempre meno) maggioritaria, che a parole non rinnega il verbo dei controlli di gestione, insiste: il giudice unico sarebbe un errore fatale, il potere ci vuole imbavagliare, le amministrazioni vogliono fare da sé e levarsi di torno i controlli ma i cittadini ci apprezzano. Mentre il nuovo che avanza anche in Italia — all’interno della Corte e a destra come a sinistra dello scacchiere politico — del controllo sui risultati di gestione vuol fare l’armatura dell’attività dei &#8220;giudici&#8221; contabili. Per recuperare il gap di decenni rispetto al resto del mondo: spostare il controllo preventivo di legittimità sugli atti impeditivo di efficacia al controllo di gestione, sostengono, sarà nella natura delle cose. E sarà un processo doloroso. Ma comunque vada, lo imporranno le leggi del nuovo agire dell’amministrazione e del cambio istituzionale che verrà.</p>
<p>Impedire il potere monocratico di magistrati controllori che possono arrivare a esercitare poteri feudali nelle amministrazioni controllate. Dare fiato a un programma di controlli che non sia una sommatoria di proposte prive di un senso complessivo, ma che sia organizzato e articolato e che faccia perno su metodologie forti. E recitare un autentico ruolo di consulenza per il Parlamento. Camminare lungo questi binari potrà essere la sfida del futuro. Qualcosa, del resto, si sta muovendo. Accade con la presentazione al Senato (commissione Bilancio) delle linee-guida 2000 per il controllo sulla gestione delle pubbliche amministrazioni. Una valutazione che il Parlamento apprezza. E che in prospettiva potrebbe dare luogo — le basi con i presidenti delle due Camere sono già state gettate — a un collegamento sempre più stretto tra Corte dei conti e Parlamento, magari con la creazione di una commissione ad hoc (Bilancio e Affari costituzionali) che valuti i controlli ed esamini preventivamente i relativi programmi. Il modello inglese, insomma. E non per essere giocoforza esterofili.</p>
<hr />
<p>Note</p>
<p>(Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2000, commenti e inchieste)</p>
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