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	<title>Fabio Garella Archivi - Giustamm</title>
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	<title>Fabio Garella Archivi - Giustamm</title>
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		<title>Il ddl sul nucleare sostenibile del Governo Meloni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Dec 2025 15:38:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/dottrinan/il-ddl-sul-nucleare-sostenibile-del-governo-meloni/">Il ddl sul nucleare sostenibile del Governo Meloni</a></p>
<p>Fabio Garella                    Il quadro politico nazionale e internazionale in cui si inserisce il ddl governativo. L’Italia è il Paese europeo più penalizzato dalla dipendenza energetica dall’estero. La quota di energia importata si attesta infatti intorno al 75%, contro una media UE di circa il 58% (dati Med &#38; Italian</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/dottrinan/il-ddl-sul-nucleare-sostenibile-del-governo-meloni/">Il ddl sul nucleare sostenibile del Governo Meloni</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Fabio Garella                  </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><strong>Il quadro politico nazionale e internazionale in cui si inserisce il ddl governativo</strong>.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’Italia è il Paese europeo più penalizzato dalla dipendenza energetica dall’estero. La quota di energia importata si attesta infatti intorno al 75%, contro una media UE di circa il 58% (dati <em>Med &amp; Italian Energy Report</em>). Questo scenario è ancora più penalizzante per le Regioni del Nord, a maggiore vocazione manifatturiera e quindi maggiormente energivore. A febbraio 2025 si è registrato in Italia un aumento annuale del costo dell’elettricità del 44% e non passa giorno in cui Confindustria non si lamenti, giustamente, dell’esorbitante costo dell’energia per le imprese italiane (+24% rispetto alla media UE, secondo i dati di Unimpresa). In questo scenario arriva in Parlamento (pubblicato presso la Camera dei Deputati in data 2 dicembre 2025 e assegnato alle Commissioni congiunte VIII e X) il disegno di legge governativo che si propone di inserire nuovamente l’energia nucleare prodotta in Italia fra le fonti del mix energetico nazionale. In effetti l’Italia utilizza già molta energia elettrica prodotta dalla fissione nucleare (circa 20 miliardi di KWh all’anno), ma la importa dalla Francia (che ha, fra l’altro, anche dieci reattori nucleari vicino al nostro confine) e la paga oltre il 50% in più di quanto costa alle imprese e alle famiglie francesi (143 euro MWh rispetto ai 70 euro MWh).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">   Il disegno di legge-delega del Governo appare caratterizzato da una impostazione di vasto respiro, coniugata con un attento gradualismo, più che giustificato dalla tormentata storia del nucleare in Italia. Impossibile non ricordare, fra i molti episodi, l’assurda condanna penale inflitta a Felice Ippolito nel 1964 che stroncò la carriera del più prestigioso promotore del nucleare in Italia e depotenziò fortemente il CNEN, gli sfortunati <em>referendum</em> contro l’energia nucleare del 1987 e del 2011 (esattamente  tenuti a ridosso degli incidenti rispettivamente di Chernobyl e di Fukushima) e l’impossibilità di trovare una localizzazione per il Deposito nazionale unico dei rifiuti nucleari a causa della diffusa sindrome <em>nimby</em> (si ricordi, fra i molti episodi, la rivolta di Scanzano Jonico del 2003 contro un decreto-legge del Governo Berlusconi).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      A causa di una diffusa avversione &#8211; guidata e organizzata dagli ambientalisti &#8211; allo sviluppo della energia nucleare, l’Italia è una delle sole due Nazioni di rilievo del sistema economico occidentale del tutto prive di impianti nucleari. In realtà potremmo dire che l’Italia è l’unica grande Nazione industrializzata priva di energia nucleare poiché la Germania ha chiuso le sue ultime tre centrali nucleari solo nel 2023, accentuando così una sua già difficile crisi energetica (a seguito della guerra in Ucraina), ma principalmente provocando un terremoto politico che, alle elezioni politiche del 23 febbraio 2025, è costato molto caro ai partiti di Governo (la cosiddetta “coalizione semaforo”) e che potrebbe facilmente portare al ritorno all’utilizzo del nucleare (vedi le dichiarazioni in campagna elettorale di Friedrich  Merz, nuovo Cancelliere tedesco).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Attualmente, comunque, circa il 27% della energia elettrica prodotta in Germania proviene dalla lignite e dal carbon fossile che notoriamente hanno la massima impronta carbonica fra le fonti energetiche.</p>
<p style="text-align: justify;">        Peraltro anche la Spagna, che aveva programmato la chiusura di 7 centrali nucleari fra il 2027 e il 2035, dovrà probabilmente cambiare orientamento a seguito della mozione, contraria a questo progetto, approvata dalla sua Camera bassa il 12 febbraio 2024 con 171 voti contro 164.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     Al di là della storica avversione ideologica della maggior parte dei partiti ambientalisti e della diffidenza, in parte anche indotta, di una fetta dell’opinione pubblica (che forse l’associa alla bomba atomica…), l’energia nucleare dovrebbe essere, almeno in teoria, ben accetta non solo da tutti gli operatori economici, ma anche da tutti coloro che sono preoccupati per il surriscaldamento del clima o per i cosiddetti cambiamenti climatici che vengono attribuiti anzitutto alla eccessiva concentrazione nell’atmosfera di gas serra di origine antropica, a cominciare dalla ormai celebre CO2. La prima osservazione che può essere fatta a favore dell’energia nucleare è infatti che non produce CO2 e per questo è stata inserita a pieno titolo nella cosiddetta tassonomia verde europea (Regolamenti UE 2019/852 e 2022/1214), ovvero nell’elenco delle energie finanziabili dall’UE in coerenza del suo piano di azzeramento delle emissioni carboniche entro il 2050 (il gas è stato invece inserito solo transitoriamente nella suddetta tassonomia  poiché produce CO2, ma la sua impronta carbonica è la metà di quella del carbone).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      Superato a pieni voti l’esame a favore della mancanza di emissioni climalteranti, occorre dire che l’energia nucleare ha il vantaggio di generare energia programmabile e non intermittente, anziché energia non programmabile e discontinua come invece producono il solare e l’eolico. Un impianto nucleare produce infatti energia per oltre 8.000 ore all’anno, mentre è un fatto notorio che un impianto fotovoltaico produce energia per circa 1.500 ore all’anno, con punte massime di 1.800 ore. Sopperire alla discontinuità delle rinnovabili non programmabili significa quindi quadruplicarne la capacità installata e affiancare imponenti sistemi di accumulo agli impianti di produzione con conseguente incremento di costi e di impatto sul territorio. Questa necessità a oggi non si è ancora manifestata in modo evidente per il semplice fatto che le rinnovabili possono contare sul supporto degli impianti termici (in particolare a gas naturale) come elemento di stabilizzazione della rete.</p>
<p style="text-align: justify;">       Discorsi analoghi possono essere fatti per l’energia eolica, che risente della variabilità dei venti (vedi la netta diminuzione della produzione nel Nord Europa nel 2024) e in misura minore per l’energia idroelettrica, che risente della siccità (nel 2022 addirittura del 38% in diminuzione rispetto all’anno precedente, secondo i dati di uno Studio di CDP) ed è comunque limitata nella sua espansione futura dal numero chiuso dei salti geodetici.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">        Forse è per questi motivi, cioè per la necessità di avere una produzione continua di grandi quantità di energia elettrica (anche nelle ore notturne) che gli impianti di gestione dell’intelligenza artificiale e i <em>data center</em> in Usa hanno optato per l’energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari. Forse è opportuno ricordare che, secondo l’Aie, vent’anni fa i <em>data center</em> consumavano meno do di 120 TWh, mentre oggi ne consumano 485 e le stime sono in continua crescita. Inoltre, è intuitivo che una fonte di produzione di energia potente e continua, in aggiunta alle energie rinnovabili, è l’ideale per il dispacciamento, cioè per il vero cuore dei sistemi di produzione e distribuzione della corrente elettrica, dispacciamento che ha appunto il compito di coordinare e garantire l’equilibrio, continuamente variabile, fra l’offerta e la domanda di energia. Si aggiunga il fatto non secondario che l’energia nucleare (al pari peraltro di quella idroelettrica, a gas, a petrolio e a carbone) è generata attraverso turbine che assicurano la cosiddetta “inerzia sincrona” con la frequenza della rete elettrica a 50 hz nella UE, garantendo così la stabilità della rete stessa ed evitando possibili <em>black-out</em>.  L’energia eolica e solare sono invece generate senza l’utilizzo delle turbine e quindi senza inerzia sincrona poiché nascono come corrente continua che viene trasformata in corrente alternata tramite gli inverter. Questo è un ulteriore motivo per privilegiare un mix energetico rispetto ad ogni altra soluzione. Utilizzare sistemi di accumulo per garantire un corretto dispacciamento con le sole energie rinnovabili è illusorio sia perché, almeno ad oggi, i materiali e le tecnologie non sono del tutto sufficienti per garantire un simile risultato, ma anche perché si richiederebbe, in ogni caso, di sprecare enormi spazi ed enormi costi per la costruzione, l’allocazione e la sostituzione (almeno ogni 15 anni) di queste esorbitanti batterie.</p>
<p style="text-align: justify;">       Altro indubitabile vantaggio ambientale dell’energia da fonte nucleare è il ridottissimo consumo del suolo, in particolare di terreni agricoli e l’assenza di deturpamento del paesaggio.  Basti pensare che 4 reattori nucleari da 1,4 GW producono 45 TWh/anno per almeno 60 anni, occupando un’area di 200 ettari. Per avere un simile risultato con gli aerogeneratori dell’energia eolica (peraltro per soli 25 anni) occorrerebbero circa 600mila ettari (circa 200mila nel caso di eolico offshore), a cui si dovrebbero aggiungere gli ulteriori spazi per gli enormi impianti di accumulo. A titolo di confronto, 600mila ettari sono un quarto della superficie della Lombardia. Il nucleare ha infatti una densità energetica rispetto alla superficie di circa 10 ettari per TWh, contro i 10.000 ettari per TWh dell’eolico su terra. (Fonte: MIT <em>Climate Portal Writing Team</em>). Se volessimo invece avere la medesima potenza con un impianto fotovoltaico, sarebbero necessari almeno 60mila ettari. Infatti un impianto che producesse 45 TWh/anno, considerando un <em>capacity factor</em> del 20% (1.752 ore di produzione nominale) dovrebbe avere una potenza installata di 25.700 MW, con una superficie occupata di circa 40.000 ettari. A questa superficie si deve aggiungere quella del massiccio impianto di accumulo, arrivando a una cifra indicativa nell’ordine dei 60.000 ettari. Inoltre l’impianto andrebbe completamente sostituito 2/3 volte nel giro di 60 anni per via della progressiva perdita di efficienza delle celle fotovoltaiche, per non parlare degli impianti di accumulo che andrebbero sostituiti 3/4 volte nello stesso arco di tempo (<em>Fonti: </em><em>Emily Walker, How long solar panel last? </em>e<em> Ultimati energie Deutschland GmbH</em> <em>Copyright 2025</em>) <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Un altro elemento da tenere in considerazione è il <em>capacity factor</em>, cioè il numero di ore in cui ogni tipologia di impianto può effettivamente produrre energia. Se nel caso del nucleare questo dato è del 93%, per eolico e fotovoltaico si scende rispettivamente a 20 e 17%. In numeri: su 8.760 ore all’anno, un impianto fotovoltaico, come si è già detto, produce energia per una media di circa 1.500 ore. Da qui l’importanza di distinguere sempre tra capacità installata (cioè la potenza massima dell’impianto) ed energia effettivamente prodotta. La soluzione di un sistema esclusivamente supportato da rinnovabili non programmabili e accumulo è peraltro priva di qualunque ragionevolezza. Innanzitutto, in virtù del menzionato <em>capacity factor</em>, si dovrebbe installare una potenza di quattro o cinque volte quella di un impianto con <em>capacity factor</em> del 90% e accumulare l’energia in eccesso per erogarla nei momenti di non produzione, facendo crescere a dismisura i costi iniziali. Resta il tema delle tecnologie di accumulo. La densità energetica delle batterie agli ioni di litio più avanzate è di 0,5 kWh/kg. Ipotizzando di dover accumulare l’energia prodotta in 6 ore da un impianto solare o eolico da 800 MW (l’equivalente di un grande ciclo combinato a gas odierno), cioè 4,8 GWh, il sistema di accumulo dovrebbe avere una massa di oltre 9mila tonnellate. Per capire la non ragionevolezza di questo scenario è sufficiente considerare che nel 2023 il totale del litio estratto a livello mondiale è stato di 180mila tonnellate: una quantità sufficiente a produrre poche decine di sistemi di accumulo di quelle dimensioni (peraltro azzerando la disponibilità di litio per tutte le altre necessità)<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">(Il calcolo del c<em>apacity factor</em> per nucleare, eolico e fotovoltaico deriva da una elaborazione di Nomisma Energia su dati <em>Energy Information Administration</em> (2023), ENEA e GSE. La fonte riguardo alla densità energetica media dei sistemi di accumulo e della quantità di litio estratto globalmente è da Brian W. Jaskua, U.S. <em>Geological Survey, Mineral Comodity Summaries, January 2024</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">    Il calcolo della massa di un sistema di accumulo capace da 4,8GWh si basa sul calcolo: 4.800.000.000 Wh (48GWh) diviso 500 Wh/Kg (capacità di accumulo per chilogrammo): 9.600.000 Kg (9.600 tonnellate).</p>
<p style="text-align: justify;">Con gli impianti nucleari avremmo invece energia abbondante e continua senza più porci i problemi di non rovinare il paesaggio o limitare l’agricoltura, magari dovendo ricorrere all’agri-voltaico o agli impianti eolici <em>off-shore </em>che nei nostri mari dovrebbero assumere le sembianze di più costosi impianti galleggianti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">    Un ulteriore aspetto positivo dell’energia nucleare riguarda il calcolo dei costi, se valutati correttamente nel lungo periodo e nel quadro generale del sistema energetico adottato. Anzitutto, a parità di energia generata, una centrale nucleare impiega per la sua costruzione e per il suo esercizio sette volte meno materiali di un impianto fotovoltaico e tre volte meno di un impianto eolico (dati contenuti nella relazione illustrativa del ddl di iniziativa popolare di Azione). Da non trascurare il fatto che il nucleare riduce il rischio geopolitico legato alla provenienza delle materie prime utili per il suo funzionamento (anzitutto l’uranio, che proviene principalmente dal Canada e dall’Australia) a tutto vantaggio della sicurezza e della indipendenza energetica dell’Italia e dell’Europa. Se poi i costi di costruzione e gestione di un impianto nucleare vengono correttamente divisi per i 60 anni (garantiti, ma ragionevolmente anche 80) della sua vita utile, allora si vedrà che certamente essi non sono superiori a quelli complessivi del fotovoltaico e dei relativi, necessari accumulatori che, come si è detto, dovranno essere rinnovati per 3 o 4 volte nel corso degli stessi 60 anni. Inoltre, un mix energetico fra rinnovabili ed energia nucleare eviterebbe di costruire un eccesso di impianti di energia rinnovabile per far fronte ai picchi della domanda in certe ore del giorno o in certe stagioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">         Un eccesso di impianti, nei momenti di scarsa domanda o di forte irradiazione solare, produrrebbe un <em>surplus</em> di energia inutilizzata che pure dovrebbe essere retribuita al produttore. Si ricordi infatti che la bolletta energetica sconta i costi del sistema nel suo complesso e non il semplice costo di produzione di ogni singolo kWh. Secondo uno studio del prof. Giuseppe Zollino, docente di Tecnica ed Economia dell’Energia e di Impianti Nucleari nell’Università di Padova, per soddisfare la domanda elettrica attesa in Italia al 2050, con un mix di rinnovabili e nucleare (per 42 GW), bisognerebbe investire in un arco di tempo di 60 anni, 770 miliardi di euro, mentre servirebbero 1.570 miliardi di euro se optassimo per un mix di sole rinnovabili incrementando le installazioni di fotovoltaico, eolico e relativi impianti di accumulo.</p>
<p style="text-align: justify;">     Coerentemente, il prof. Marco Ricotti, docente di ingegneria nucleare al Politecnico di Milano, ricorda che uno studio del Politecnico stesso, in collaborazione con Edison, Ansaldo Nucleare, Enea e Nomisma Energia, ha calcolato che un mix energetico in Italia con 80% di rinnovabili, 10% di nucleare con <em>SMR</em> e 10% con gas con cattura di CO2, costerebbe 400 miliardi di meno rispetto ad un sistema con solo energie rinnovabili.</p>
<p style="text-align: justify;">     Deve quindi assolutamente essere ribadito, a questo proposito, che nessuno intende gli impianti nucleari come sostitutivi delle fonti rinnovabili, ma come necessariamente integrativi di queste ultime per ottimizzare il funzionamento di un sistema elettrico con il minimo costo complessivo e il minimo impatto ambientale (suolo, paesaggio, materiali, emissioni).  Lo stesso disegno di legge governativo, nella relazione illustrativa, ipotizza una “quota ottimale di produzione da fonte nucleare che copre tra l’11% e il 22% della richiesta di energia elettrica”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      Infine non può essere evitato un accenno al problema delle scorie, che tanto viene agitato dai contrari all’utilizzo dell’energia nucleare. I rifiuti a bassa attività possono essere facilmente gestiti e smaltiti in depositi di superficie. I rifiuti ad alta attività (le cosiddette “scorie”), richiedono invece un deposito geologico sicuro come quelli già realizzati in Finlandia e in costruzione in Svezia e in Francia. Deve essere osservato che comunque, dell&#8217;uranio utilizzato in un reattore, solo il 5% è costituito da &#8220;scorie&#8221;, che possono essere separate dal resto, che invece potrà essere riutilizzato in reattori fertilizzanti, di quarta generazione al momento in fase di sviluppo (potrebbero essere disponibili intorno al 2040). Pertanto, un moderno reattore da 1 GW, in tutti i suoi 60 anni di vita, produce un volume netto di &#8220;scorie&#8221; pari ad appena 1,5 m3. Esse vanno poi condizionate, cioè inglobate in blocchi di vetro e il volume complessivo (vetro incluso) aumenta sino ad un cubo di lato 6 metri (dati contenuti nella relazione illustrativa del ddl di iniziativa popolare di Azione). In particolare i reattori avanzati di quarta generazione <em>AMR</em> (<em>Advanced Modular Reactor</em>, la cui realizzazione è prevista appunto intorno al 2040, consentiranno di riprocessare i rifiuti e di produrre solo “scorie” con un tempo di decadimento molto più breve delle attuali (300 anni invece di 100.000 anni).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     Malgrado tutti i vantaggi che avrebbe la presenza del nucleare nel mix energetico nazionale, vantaggi sia per la nostra economia che per la tutela del paesaggio, permane contro questa forma di energia la diffidenza di una parte dell’opinione pubblica, frastornata da una comunicazione distorta che presenta ogni aspetto della filiera come un ostacolo insormontabile. A questo si aggiunge la dura avversione di una parte del mondo politico e di associazioni che rappresentano interessi, anche economici, di varia natura. Tutto ciò giustifica la cautela e il gradualismo con cui il Governo intende muoversi dandosi necessariamente un obiettivo di medio-lungo periodo, da raggiungere con un’articolata serie di azioni che vedremo di seguito in modo più dettagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;" start="2">
<li><strong>Le molte novità tecnologiche nel mondo dell’energia nucleare</strong>.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Coloro che avversano il ritorno di una quota di energia nucleare nel mix energetico nazionale talora spendono un’argomentazione in grado di disorientare chi non conosce i fondamenti minimi delle attuali problematiche del settore. Si sostiene infatti che la fissione nucleare è una tecnologia vecchia, superata e pericolosa e che occorre lavorare per realizzare in tempi brevi la ormai prossima fusione nucleare. Queste affermazioni, destituite di ogni fondamento scientifico e fattuale, accomunano talora esponenti di diverse e opposte parti politiche: è, ad esempio, del 22 novembre 2024 una dichiarazione all’ANSA di un noto esponente del partito dei Verdi a favore della posizione contraria alla fissione nucleare di due esponenti della maggioranza che si erano espressi in base all’auspicio dell’imminente arrivo della fusione nucleare. Talora si è arrivati addirittura a sostenere che l’Italia dovrebbe essere non l’ultima ad arrivare alla fissione nucleare, ma la prima ad arrivare alla fusione. Queste frasi ad effetto sono un espediente retorico che non può essere preso in seria considerazione in sede di valutazione delle strategie energetiche di un Paese come l’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     In realtà la fusione nucleare è al centro di un serissimo programma di ricerca, necessariamente internazionale, basato sul principio fisico per cui la fusione tra atomi, consentita da elevatissime temperature, genera enormi quantità di energia pulita, ma al momento, non solo non è mai stata prodotta energia da fusione in quantità nemmeno uguale a quella immessa nell&#8217;esperimento, ma permangono pure numerose e assai complesse questioni irrisolte sulla tecnologia e sui materiali di un futuro reattore a fusione in grado di alimentare in modo continuo e affidabile una centrale elettrica commerciale. L’Italia è coinvolta in questa ricerca, nell&#8217;ambito del progetto ITER (<em>International Thermonuclear Experimental Reactor</em>) e del programma <em>Eurofusion</em>. A Padova, presso il Consorzio RFX è stato realizzato ed è in via di sperimentazione il prototipo del sistema di riscaldamento di ITER e presso i laboratori Enea di Frascati verrà realizzato il progetto DTT (<em>Divertor Tokamak Test</em>), un esperimento dedicato alla messa a punto di soluzioni per una parte particolarmente delicata di ITER e del futuro reattore, ovvero il divertore, un&#8217;area particolarmente sollecitata da elevati flussi termici e per questo soggetta a usura e a gravi problemi di durata.</p>
<p style="text-align: justify;">       Gli studi e le sperimentazioni sulla fusione seguono peraltro due strade tra loro alternative: il confinamento inerziale e il confinamento magnetico. Con il confinamento inerziale, una piccola sfera solida di Deuterio e Trizio viene colpita con fasci laser a grande potenza in modo da implodere, passando istantaneamente dallo stato solido (a temperatura criogenica) allo stato di gas ionizzato ad altissima temperatura (&#8220;plasma&#8221;) e ad alta densità. Nel gas che si è formato, nuclei di Deuterio e di Trizio rimangono ancora vicini (come quando la sfera era solida) per tempi brevissimi, ma sufficienti a dar luogo ad alcune reazioni di fusione. Con il confinamento magnetico, si parte invece da gas a bassa pressione, lo si riscalda sino a temperature dell&#8217;ordine di 100 milioni di gradi, portandolo allo stato di plasma a bassa densità e si &#8220;comprime&#8221; il gas con campi magnetici, in modo da tenerlo lontano dalle pareti del contenitore e da consentire alcune reazioni di fusione. In ambedue i casi la ricerca è lontanissima dal raggiungere qualsiasi risultato pratico in grado di fornire energia elettrica al consumo. Per di più gli esperimenti di fusione inerziale, in particolare negli Stati Uniti, i cui risultati di tanto in tanto ottengono gli onori della cronaca, vengono condotti dichiaratamente per uso duale, civile e militare, il secondo consistendo nella taratura sperimentale di codici di simulazione di ordigni nucleari. Taratura che, prima dei trattati di non proliferazione, veniva condotta con esplosioni in qualche atollo. Anche per questo motivo, la linea a confinamento inerziale non è così condivisa come quella a confinamento magnetico. Quanto ai risultati degli esperimenti a confinamento inerziale, si consideri che è stato considerato un grande successo il test condotto presso la <em>National Ignition Facility</em> negli USA nel 2023, che produsse per 25 millesimi di secondo (0,025 secondi) potenza da fusione pari a meno di un centesimo di quella spesa per alimentare i laser. La linea di ricerca a confinamento magnetico non ha invece applicazioni militari, dunque le attività di ricerca sono completamente condivise a livello globale, da circa 70 anni, tanto che il già citato esperimento ITER, in costruzione a Cadarache in Francia, è in realtà un&#8217;impresa globale che vede coinvolte l&#8217;Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l&#8217;India, il Giappone e la Corea del Sud. I risultati migliori sulla rotta verso l&#8217;energia da fusione sono stati raggiunti in Europa, in Cina e in Giappone. Tuttavia al momento, nel migliore dei casi è stata prodotta per pochi secondi una quantità di energia da fusione circa 3 volte inferiore a quella immessa nell&#8217;esperimento. Mentre un reattore a fusione dovrà essere in grado di produrne in quantità superiore a 20 volte quella immessa, per almeno 7000 ore all&#8217;anno. E dovrà farlo per almeno 40 anni. Qualsiasi serio ricercatore del settore, a cominciare dal direttore di ITER che è italiano, afferma che le prospettive di utilizzo pratico dell’energia da fusione sono assai incerte e che comunque non si realizzeranno prima di alcuni decenni, se non verso la fine del secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia è appunto coinvolta in questa ricerca, all’interno dei progetti <em>ITER </em>(<em>International Thermonuclear Experimental Reactor</em>) ed <em>EUROFUSION. </em>Partecipano attivamente a questa ricerca il C.N.R, varie Università e altri primari attori come l’ENI o l’ENEA. Deve comunque essere citata l’esistenza di una <em>start-up</em> americana, la <em>CFS</em>, partecipata anche da ENI, che promette la costruzione di un reattore a fusione (SPARC) in grado di diventare operativo fra 10 anni. ENI peraltro partecipa anche al progetto in Gran Bretagna denominato UKAEA-Eni H3ATS che prevede il completamento nel 2028 di un impianto per la gestione del ciclo del Trizio, uno dei due isotopi essenziali per la fusione. Eni così partecipa sempre, anche in Europa, a progetti che si basano sulla fusione a confinamento magnetico, mentre in America sono frequenti, come si è detto, anche gli esperimenti che si basano sul confinamento inerziale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">       Le promesse in compenso abbondano sulla rete: la <em>start-up</em> tedesca <em>Proxima Fusion</em> presenta il suo primo <em>concept</em> di centrale a fusione denominato <em>Stellaris</em> e promette energia da fusione per il 2031. Idem fa la società <em>Helion</em>, società americana, addirittura a partire dal 2028, ma qualsiasi serio studioso o esperto del settore dell’energia nucleare afferma che le prospettive di utilizzo pratico dell’energia da fusione restano assai incerte e che comunque non si realizzeranno prima del 2050 o del 2060. Anche gli studiosi nazionali più inclini all’ottimismo sui tempi delle realizzazioni pratiche, esortano, giustamente, l’Italia ad essere fra i protagonisti della ricerca, della sperimentazione e della formazione dei giovani nel campo della fusione nucleare, ma non sono ovviamente in grado di assicurare risultati in tempi brevi. Ricordiamo che, a livello internazionale, dopo la futura, auspicabile riuscita del suddetto progetto ITER (centrato sul controllo della fusione) è previsto l’inizio del progetto DEMO (centrato sul tentativo di produzione di energia elettrica in modo continuo). Gli annunci riguardanti l’utilizzo pratico della fusione nucleare si rincorrono da decenni, per esattezza dagli anni ’50 del secolo scorso, quando scienziati come Lyman Spitzer iniziarono a studiare questa possibilità, suscitando, sin d’allora, enormi speranze nel grande pubblico e altrettanta cautela da parte degli esperti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      In altre parole: la fusione nucleare è un obiettivo ambizioso a cui è giustissimo che l’Umanità dedichi grande impegno e grandi finanziamenti, ma dire che in Italia si deve attendere la fusione per avvalersi nuovamente dell’energia nucleare equivale a dire che si è contrari <em>tout court</em> al ritorno all’utilizzo di questa fonte energetica.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     Sul fronte della fissione nucleare le novità sono invece molto concrete e palesano un panorama decisamente diverso da quello dei vecchi impianti nucleari di I e II generazione. La fissione nucleare permane comunque come l’unico sistema di utilizzo dell’energia nucleare diffuso e accettato nei piani di sviluppo di tutti i Paesi del Mondo. Oggi nel Mondo sono in esercizio 440 reattori nucleari in oltre 50 paesi. Altri 65 reattori sono in costruzione e l’avvio della realizzazione di altri 86 impianti è già stata approvato. L’energia nucleare copre il 9% della domanda elettrica mondiale, con Stati Uniti, Cina e Francia come primi produttori. La Cina ha attualmente 57 reattori nucleari in funzione e prevede di ultimarne altri 27 che sono attualmente in costruzione, mentre l’estate scorsa ha approvato un piano per avviare la costruzione di 10 nuovi reattori all’anno per i prossimi 5 anni; gli Usa vogliono passare dai 100 GW installati ai 200 GW entro il 2050; la Francia aumenterà i suoi 57 reattori nucleari attivi portandoli a 71 entro il 2035; la Svezia ha 6 reattori in esercizio e vuole altre 2 unità entro i prossimi anni; la Gran Bretagna ha 9 reattori in esercizio e altri 2 in costruzione e sta progettando un mix esemplare fra rinnovabili ed energia nucleare; in tutto l’Est europeo ci sono nuovi contratti per ampliare o rinnovare molte centrali nucleari fra le quali quella di Cernavoda in Romania ad opera di Ansaldo Nucleare. Russia e India possiedono un notevole numero di centrali nucleari anche se, per motivi politici, non hanno condiviso l’impegno dei Paesi occidentali &#8211; preso fra la <em>Cop 28</em> e la <em>Cop 29</em>  &#8211; di triplicare la potenza nucleare installata entro il 2050 (dati contenuti nella Relazione dell’ing. Stefano Monti, Presidente di AIN alla Giornata di studio sulle tecnologie nucleari del 2024).</p>
<p style="text-align: justify;">     Tutti questi reattori, presenti e futuri, sono di grande taglia (intorno ai 1000 MW), sono sempre collocati in centrali che ne ospitano fino a sei e, come si è detto, sono ovviamente solo a fissione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     Proprio nell’ambito del nucleare a fissione c’è poi una vera e propria grande novità nell’ambito dei processi industriali: si tratta della progettazione e dello sviluppo dei piccoli impianti nucleari, i cosiddetti <em>SMR</em> (<em>small modular reactor</em>), la cui commercializzazione è prevista in un orizzonte di 5/6 anni. Tutti gli Stati che possiedono grandi centrali nucleari progettano o comunque non escludono di dotarsi, aggiuntivamente, di un certo numero di <em>SMR</em> poiché rappresentano, per le loro caratteristiche, una rivoluzione industriale nel settore. Il cambio di paradigma rappresentato dagli <em>SMR</em> risiede principalmente nel metodo di realizzazione: modulare, prevalentemente in fabbrica e altamente standardizzato. Con dimensioni e potenza inferiori ai grandi impianti oggi in esercizio, consentiranno una riduzione di un ordine di grandezza del CAPEX, con una maggior flessibilità operativa e una miglior integrazione nella rete elettrica anche a supporto di distretti industriali.  Per le loro caratteristiche produttive, prima ancora che tecnologiche, gli <em>SMR</em> rappresentano una vera e propria rivoluzione industriale nel settore, che passerà da un’economia di scala, per cui erano le grandi dimensioni delle centrali (ognuna progettata, realizzata e certificata su misura) a garantirne la redditività, a un’economia di serie. Essi costituiscono una realtà agile, poco costosa, poco rischiosa e particolarmente duttile. La stessa Commissione europea (autrice del discusso <em>Green Deal</em> sotto la regia dell’ex Vicepresidente Timmermans) ha inserito il nucleare nel suo <em>Net-Zero Industrial Act</em> e ha lanciato la <em>European Industrial Alliance for Small Modular Reactor</em>, con l’obiettivo di realizzare il primo <em>SMR</em> in Europa nel 2030. Gli <em>SMR</em> sono considerati parte della III generazione avanzata degli impianti nucleari e taluni addirittura della IV, mentre i grandi impianti attualmente in costruzione sono considerati generalmente di III generazione (seppure ve ne siano taluni di III generazione avanzata come l’<em>AP1000</em> Westinghouse e l’<em>EPR</em> francese).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">        Gli <em>SMR</em> hanno dimensioni contenute, struttura unitaria, potenza minore dei grandi impianti (nell’ordine di grandezza di 300-500 MW a unità o ancora minore contro i circa 1.000 MW dei normali reattori) e notevoli misure di sicurezza che prevedono almeno tre barriere fisiche di protezione fra il nocciolo e l’ambiente esterno. L’idea dei piccoli reattori nucleari rappresenta comunque una evoluzione dei reattori utilizzati da molti decenni per la propulsione nucleare di navi, sottomarini e rompighiaccio da parte americana, russa, britannica e francese.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">       L’Italia, nel suo timido e graduale approccio al ritorno del nucleare, sembra particolarmente attratta dagli <em>small modular reactor</em>, forse nella speranza che possano costituire delle realtà nucleari accettate dall’opinione pubblica con meno preconcetti e ostilità rispetto al passato. L’Italia è anzitutto seconda per partecipazione alla <em>European SMR Industrial Alliance</em> mentre è entrata definitivamente dal 16 giugno 2025 anche nella <em>European Nuclear Alliance.</em></p>
<p style="text-align: justify;">         Inoltre, in data 13 maggio 2025, è stata varata <em>Nuclitalia</em> <em>s.r.l.</em>, una <em>newco</em> fra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo per sviluppare gli <em>SMR</em> di III generazione avanzata raffreddati ad acqua e per studiare i possibili sviluppi degli impianti nucleari di IV generazione. Il Presidente della <em>newco</em> è Ferruccio Testa e l’A.D. è Luca Mastrantonio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     All’impegno dei tre giganti pubblici si affianca quello dei privati, sempre riguardo agli impianti di piccola dimensione. Deve infatti essere sottolineato che la riduzione della taglia degli impiantì nucleari ha aperto la strada agli investimenti e all’impegno dei privati, vero motore primario delle economie capitaliste, spesso in grado di cogliere al meglio le richieste del mercato e di allocare nel modo più razionale le risorse disponibili. Sembra che al momento, secondo la IAEA, ci siano addirittura circa 80 progetti di sviluppo di piccoli impianti nucleari mentre due prototipi sarebbero già comunque in funzione in Russia e in Cina. I piccoli impianti nucleari sono una realtà rivoluzionaria nell’ambito della produzione energetica perché abbatteranno la soglia di investimento iniziale e i tempi di realizzazione, grazie alla loro elevata standardizzazione (che comporterà anche un efficientamento degli <em>iter</em> di <em>licensing</em>). Un altro vantaggio di questi impianti sarà la loro più facile integrazione nella rete elettrica, grazie alla possibilità di realizzarli nelle vicinanze del luogo dove l’energia viene consumata, ovviamente con risparmio rispetto ai costi del trasporto dell’energia che possono essere talora anche molto elevati, specialmente nel caso di linee elettriche sottomarine.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      Proprio nel settore dei piccoli impianti, fra le molte aziende particolarmente vivaci, vale la pena, ad esempio, segnalare l’italiana Newcleo SpA, start-up fondata nel 2021 da Stefano Buono e dedicata allo sviluppo di reattori modulari ultracompatti (cosiddetti microreattori) di quarta generazione. Il reattore SMR LFR-AS 200 (appunto da 200 MW) sarà raffreddato a piombo e non ad acqua (<em>Lead-Cooled Fast Reactor</em>), si spegnerà automaticamente in caso di incidenti e promette di utilizzare come combustibile rifiuti nucleari che già esistono (che dovranno però essere riprocessati). Il <em>concept</em> prevede un reattore di circa 6 metri per lato modulare, che potrà essere prodotto in serie, trasportato nel sito di installazione e potrà fornire energia elettrica a circa 600.000 famiglie. Al di là di questo interessante progetto (in via di autorizzazione in Francia, con la prospettiva dichiarata di utilizzazione commerciale nel 2031), ve ne sono decine di altri nel Mondo. Fra i più interessanti di cosiddetta quarta generazione (raffreddati a metallo liquido e non ad acqua) possono essere citati il reattore russo BN-1200, il reattore cinese CFR-1000 (ambedue di grande taglia) e il reattore <em>Natrium</em> della società statunitense Terrapower, di taglia 350 MW, che fra i suoi investitori annovera anche Bill Gates. Tutti e tre questi impianti sono o saranno raffreddati con il sodio e sono quindi i cosiddetti SFR, S<em>odium-cooled Fast Reactor</em> (dati presi dalla rivista <em>Focus</em> del maggio 2024). Da menzionare anche il progetto SMR-LFR <em>Alfred</em> raffreddato a piombo, presentato da un consorzio guidato da Ansaldo Nucleare e che a fine 2024 la Commissione Europea ha inserito nella lista dei 9 progetti più promettenti nel campo della quarta generazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">         Il disegno di legge-delega del Governo tiene conto, come vedremo, di questa grande vitalità  per quanto riguarda due fondamentali aspetti: a) Le evidenti ed enormi novità tecnologiche, a cui abbiamo sopra accennato, cambiano totalmente il panorama delle possibili realizzazioni nel campo dell’energia nucleare e rendono del tutto superati gli eventuali ostacoli normativi discendenti dal risultato dei due precedenti <em>referendum</em>, relativi a realtà non comparabili (anche secondo quanto afferma la sentenza della Corte costituzionale n.199/2012);  b) Questa grande varietà di proposte e di sperimentazioni in campo nucleare obbliga il Legislatore a stabilire, nei decreti delegati, dopo attento studio, dei criteri stringenti per determinare le tipologie di impianti abilitabili (art.3, lett. c). Da notare, a proposito di impianti autorizzabili, che molti dei nuovi impianti, oltre ad essere collegati alla rete elettrica, potranno anche produrre acqua calda, idrogeno, biocombustibili, acqua dissalata oppure alimentare i <em>data center</em> per il <em>cloud</em>, l’intelligenza artificiale o le criptovalute. Come si vede, l’ambito delle autorizzazioni si amplia e si complica non poco rispetto al recente passato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">         In sintesi quindi, fra grandi impianti di III generazione o III generazione avanzata (in costruzione con sistemi di sicurezza migliorati, come il già citato EPR, <em>European Pressurized</em> <em>Reactor</em>) e piccoli impianti di III generazione avanzata e di IV generazione (<em>SMR, AMR, LFR, SFR</em> etc..), il panorama nucleare per i prossimi decenni appare alquanto vivace e innovativo in tutto il Mondo, ma sempre, come si è visto, nell’ambito delle molte varianti degli impianti a fissione, mentre si spera che fra qualche decennio (non prima comunque, come si è detto, della seconda metà del Secolo) si potrà avere qualche applicazione pratica della fusione nucleare, da tutti auspicata e invocata. Ovviamente il disegno di legge governativo non esclude di prendere in considerazione anche la fusione nucleare (citata alle lettere i) ed l) dell’art.2, ma dovrebbe essere sufficientemente chiaro al decisore politico che, per contribuire al progetto europeo di decarbonizzazione, da ultimare entro il 2050, ci si potrà affidare solo ed esclusivamente alle molte novità interne al sistema della fissione nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;" start="3">
<li>I<strong> precedenti politici e normativi dell’attuale disegno di legge governativo</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il disegno di legge governativo in materia nucleare non giunge isolato e improvvisato, ma rappresenta il coerente coronamento di un movimento di opinione vasto e variegato che attraversa da tempo il mondo politico e il mondo produttivo, malgrado i risultati dei due <em>referendum</em> che, in passato, hanno isolato l’Italia dal resto dei Paesi industrializzati. A seguito del disastro di Cernobyl<strong>, </strong>il <em>referendum</em> del 1987 colpì il CIPE, i contributi agli enti locali e le attività dell’ENEL, rendendo impossibile la costruzione di nuove centrali nucleari. Nel 2009 il Governo Berlusconi IV fece approvare l’articolo 25 della legge n.99 del 23 luglio 2009 con cui si conferiva al Governo la delega per regolare nuovamente il settore dell’energia nucleare. La delega fu attuata, in modo ampio e completo, con il decreto legislativo n.31 del 15 febbraio 2010 che cadde sotto la scure del <em>referendum</em> abrogativo del 2011, a seguito dell’incidente di Fukushima, in Giappone. Le maggioranze con cui i due referendum abrogativi sono stati approvati furono schiaccianti: circa l’80% il primo e oltre il 90% il secondo. Non dobbiamo inoltre dimenticare che un italiano su tre nel 2018 ha votato, alle elezioni politiche, per un partito che teorizzava la cosiddetta “decrescita felice” e quindi non era certo angosciato per i problemi relativi alla scarsità delle risorse energetiche a supporto dell’attività produttiva. Sembra quindi ci sia bisogno di molto coraggio politico, oltre a una robusta campagna di informazione basata sulle evidenze tecniche e scientifiche, per riproporre l’opzione nucleare in un Paese che sembra refrattario a questo tipo di energia benchè importi moltissima energia dall’estero, la paghi più degli altri in Europa e si lamenti per la stagnazione economica e i relativi rischi per l’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">        Due elementi tuttavia potrebbero aver spinto gli italiani ad una riflessione critica sul problema dell’energia, specialmente dopo il 2019: a) l’accentuarsi delle politiche di decarbonizzazione dell’Unione Europea che sembrano voler mettere fuori gioco, nel giro di pochi anni, il petrolio, il gas e il carbone, cioè le tre fonti energetiche che garantiscono attualmente l’82% dell’energia del Mondo, il tutto a favore di sole energie discontinue, intermittenti, non programmabili e quindi insufficienti a far fronte alla richiesta di energia per la produzione industriale, la digitalizzazione, i trasporti e il riscaldamento; b) l’enorme aumento del prezzo dell’energia per imprese e famiglie anche a seguito della crisi in Europa dovuta al conflitto russo-ucraino iniziato nel 2022 .</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">    Fra i precedenti politici dell’attuale progetto governativo sul nucleare occorre ricordare &#8211; come ha notato correttamente l’onorevole Luca Squeri nel dibattito parlamentare del 9 maggio 2023 &#8211; che la attuale maggioranza di Governo si era presentata agli elettori con un programma che prevedeva una transizione energetica sostenibile anche da un punto di vista economico e un “ricorso alla produzione energetica attraverso impianti di ultima generazione, senza veti preconcetti, valutando anche il ricorso al nucleare pulito e sicuro”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     Anche nell’ultima versione, aggiornata al 1° luglio 2024, del PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima), che rappresenta il documento strategico che definisce, in accordo con l’Europa, gli obiettivi per l’energia e il clima entro il 2030, è previsto l’utilizzo dell’energia nucleare con la reintroduzione dell’energia da fissione entro il 2035 e in prospettiva (dal 2050 e oltre) con l’utilizzo dei reattori a fusione. Il PNIEC riporta anche il risultato dei lavori della Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile (PNNS), istituita, presso il MASE, a seguito del sopra citato dibattito parlamentare del 9 maggio 2023 e composta da un vasto numero di rappresentanti di soggetti pubblici e imprese. Significativo ricordare infine che, per l’elaborazione del PNIEC (491 pagine), il MASE ha lavorato in stretto contatto con il MEF, il MIT, il MUR, il MASAF, l’ENEA, il GSE, l’RSE nonché i Politecnici di Torino e Milano, senza contare la consultazione di 133 soggetti fra imprese, istituzioni, associazioni e cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">    Oltre a questi documenti ufficiali, nel corso degli ultimi anni si sono susseguiti molti convegni, anche presso la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, per approfondire le tematiche relative all’energia nucleare e le nostre Università non hanno cessato gli insegnamenti e le lauree di brillanti ingegneri specializzati in questa materia. L’avversione ideologica al nucleare, che fa leva anche su diffuse paure ancestrali, non ha impedito alcuni recenti, significativi eventi che hanno preceduto la presentazione del disegno di legge governativo e che vale la pena di ricordare.</p>
<p style="text-align: justify;">    Anzitutto è stata molto importante il già citato dibattito tenutosi alla Camera dei Deputati il 9 maggio 2023 sui problemi energetici e in particolare sul nucleare. La maggioranza ha presentato un’ampia ed articolata mozione firmata da tutti e quattro i partiti che appoggiano il Governo Meloni in cui si approfondivano, con cognizione di causa, molti degli aspetti salienti dell’attuale dibattito sull’energia nucleare. Al termine del dibattito la mozione unitaria dei Gruppi di maggioranza (n. 1-00083) è stata approvata con una solida percentuale di voti (188 su 295), ma è interessante notare che, con la stessa maggioranza, è stata approvata anche la mozione &#8211; favorevole al nucleare e particolarmente ben articolata &#8211; di Azione ed Italia Viva (n. 1-00098).</p>
<p style="text-align: justify;">      Sicuramente anche grazie alla spinta democratica di questo indirizzo politico, chiaramente espresso dal Parlamento, nasce il disegno di legge-delega del Governo oggetto delle presenti riflessioni.</p>
<p style="text-align: justify;">      Degni di nota sono anche i due disegni di legge di iniziativa parlamentare presentati nel corso della XIX Legislatura: uno al Senato dai senatori Fazzone e Rosso di Forza Italia e uno alla Camera dei Deputati dall’onorevole Maurizio Lupi, <em>leader</em> di Noi Moderati. E’ stato invece ritirato un disegno di legge che mirava a riattivare ed ammodernare gli impianti nucleari di Trino Vercellese, Caorso (Piacenza), Latina e Sessa Aurunca (Caserta).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      Riguardo all’attività parlamentare è da menzionare senz’altro l’importante ed ampia indagine conoscitiva sul ruolo dell’energia nucleare nella transizione energetica e nel processo di decarbonizzazione, iniziata nel 2024 e condotta congiuntamente, presso la Camera dei Deputati, dalla X Commissione (Attività produttive) e dalla VIII Commissione (Ambiente).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     Analoga indagine conoscitiva è stata avviata nel 2024 presso il Senato della Repubblica dalla VIII Commissione (Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni, innovazione tecnologica) con riguardo alla sola energia prodotta mediante fusione nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      Infine, dall’attivismo sul nucleare di Azione di Carlo Calenda (e del suo responsabile del settore energia e ambiente, prof. Giuseppe Zollino, docente di Tecnica ed Economia dell’Energia e di Impianti Nucleari nell’Università di Padova) nasce la proposta di legge di iniziativa popolare che intende delegare al Governo l’emanazione di decreti legislativi volti al riassetto normativo della produzione di energia elettronucleare. Il progetto di legge, presentato nel novembre 2024 insieme ad un’ampia relazione illustrativa, ha raggiunto le prescritte 50.000 firme in pochissimi giorni. Anche questa rapidità nel raggiungere il numero delle firme richieste potrebbe avvalorare quanto riporta un recente sondaggio, secondo il quale vi sarebbe una maggioranza (sebbene non molto ampia) di italiani favorevole al ritorno al nucleare e che in questa maggioranza avrebbero una parte determinante i giovani. Si tratta di un sondaggio importante poiché sembra assai probabile che una eventuale nuova introduzione dell’energia elettronucleare fra le fonti energetiche del Paese vedrebbe i Verdi di nuovo protagonisti di una raccolta di firme per tentare il terzo <em>referendum</em> abrogativo. Durante il citato dibattito parlamentare del 9 maggio 2023, l’esponente del Gruppo Alleanza Verdi-Sinistra, onorevole Angelo Bonelli, si è infatti espresso senza giri di parole: “volete riportare in Italia il nucleare, ma ve lo diciamo molto chiaramente: non c’è due senza tre!”. Insomma, non conta che la Francia, grazie al nucleare, abbia diminuito dell’85% la produzione di energia da fonti fossili in dieci anni e sia oggi l’unico Paese industrializzato al Mondo ad aver raggiunto la fatidica soglia di emissione di 50 grammi di CO2 per KW e che invece la Germania abbia di molto aumentato le emissioni di CO2 dopo la rinuncia al nucleare (e veleggi intorno ai 360 grammi di CO2 per KW). La lotta contro il nucleare da parte dei partiti Verdi e della maggior parte dei movimenti ambientalisti non può quindi essere inquadrata come uno degli aspetti della lotta ai cambiamenti climatici, da portare avanti secondo le teorie originarie dell’IPCC, poi recepite anzitutto dalla UE, che attribuiscono tutte le colpe del surriscaldamento alla eccessiva concentrazione nell’atmosfera di gas serra di origine antropica.</p>
<p style="text-align: justify;">      L’avversione politica all’utilizzo civile dell’energia nucleare è infatti ormai diventata esclusivamente un elemento ideologico identitario per la maggior parte dei partiti Verdi, posizione da perseguire quindi anche in contrasto con gli obiettivi di decarbonizzazione e di mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;" start="4">
<li><strong>La presentazione del disegno di legge-delega</strong>. <strong>La relazione illustrativa</strong>.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dopo un lungo periodo di studio, affidato anche ad esperti giuristi presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il Governo ha approvato in Consiglio dei Ministri &#8211; preliminarmente in data 28 febbraio 2025 e definitivamente in data 2 ottobre 2025 &#8211;  un disegno di legge-delega di soli 4 articoli che si propone di riaprire concretamente, benchè gradualmente, la produzione di energia elettronucleare in Italia nel corso dei prossimi anni, affiancandola alle energie rinnovabili, in un futuro <em>mix</em> energetico che dovrebbe realizzare le indicazioni dall’Unione Europea per l’implementazione di un sistema energetico decarbonizzato entro il 2050 (La cosiddetta opzione <em>Net-Zero Carbon Emission</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     Per quanto riguarda la relazione illustrativa di accompagnamento dell’articolato, essa si divide in parte generale e parte esplicativa delle norme proposte. La parte generale è molto ampia, aggiornata e   di vasto respiro, anche internazionale e mira a chiarire alcune fondamentali premesse politiche, la prima delle quali sembra essere quella che la reintroduzione del nucleare appare indispensabile per una transizione energetica non solo sostenibile da un punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale, allontanando ogni ipotesi di decrescita, di forzata riduzione dei consumi o di povertà energetica. Anzi, la relazione si mostra ben consapevole che i consumi di energia elettrica, anche a causa dell’intelligenza artificiale e dei <em>data center</em>, sono destinati ad aumentare in modo esponenziale e che proprio le grandi società informatiche hanno scelto, all’estero, di “adottare politiche di utilizzo dell’energia nucleare, quale fonte decarbonizzata, stabile e continua, disponibile 24 ore al giorno e 7 giorni su 7”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      L’obiettivo dichiarato del disegno di legge viene espresso sin dalle prime parole della relazione e ribadito più volte anche nell’articolato: si intende arrivare ad una regolamentazione organica della materia della produzione di energia da fonte nucleare, abrogando o coordinando tutta la passata normativa nazionale, anche in coerenza con le indicazioni dell’ONU, della UE, della IAEA, della NEA (Agenzia per lo Sviluppo Nucleare) e dell’OCSE. L’Italia dovrà cioè essere inserita, coerentemente e a pieno titolo, fra le nazioni che utilizzano l’energia nucleare a scopi pacifici con il massimo delle garanzie di sicurezza e secondo i migliori standard internazionali. La relazione ricorda in proposito che, nell’Unione Europea, il nucleare è “la spina dorsale della produzione di energia a basse emissioni di carbonio, nonché la prima fonte di energia in assoluto. Inoltre, diversi Paesi dell’UE (tra cui Francia, Svezia, Finlandia, Estonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia) prevedono di aumentare o di avviare la produzione di energia da fonte nucleare, per applicazioni elettriche e non elettriche”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      A proposito di queste ultime, la relazione illustrativa si dimostra ben consapevole di un aspetto non certo secondario del ritorno all’utilizzo del nucleare a fini di produzione energetica: il suo possibile ruolo nella produzione di idrogeno. Questo argomento è solo accennato, ma meriterà un debito approfondimento nel corso degli sviluppi riguardanti il ruolo dell’energia nucleare nel quadro dell’auspicata transizione. Molti parlano infatti dell’idrogeno come una delle componenti essenziali della futura decarbonizzazione, applicabile ai settori altamente energivori della produzione industriale, difficilmente elettrificabili (i cosiddetti <em>hard to abate</em>) e principalmente come soluzione probabile per tutti i mezzi di trasporto che non possono utilizzare i motori elettrici a causa del loro peso eccessivo. L’idrogeno però, com’è noto, non si trova in natura e deve essere prodotto prima di essere utilizzato. A seconda dell’energia con cui viene prodotto, è classificato con varie colorazioni convenzionali. Anzitutto, nelle speranze più frequentemente espresse, c’è l’idrogeno verde ossia l’idrogeno prodotto con l’elettrolisi grazie alle fonti rinnovabili. Il costo di questo idrogeno è legato a doppio filo a quello dell’energia elettrica necessaria a produrlo ed è oggi estremamente alto (oscilla intorno agli 8 dollari al Kg). Inoltre, necessita di una grande quantità di energia e di una continuità difficili da ottenere alle nostre latitudini e senza l’ausilio di potenti accumulatori, tanto che alcune società stanno ipotizzando di produrlo in Africa (dove vi sarebbe grande disponibilità di sole e terreno) per poi trasportarlo in Europa (con le difficoltà e i costi relativi, senza considerare la necessità di acqua altamente depurata). Dunque, l’idrogeno verde con costi abbordabili è una mera speranza e, laddove viene prodotto, è potentemente incentivato dallo Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">       Scartando l’idrogeno nero (prodotto con l’energia elettrica degli impianti a carbone e a petrolio), l’idrogeno grigio è invece prodotto direttamente dal gas metano (con un processo di <em>steam reforming</em>), ha un costo abbordabile (1,5 dollari al Kg), ma la sua produzione è fonte di CO2. Si può produrre l’idrogeno sempre con il gas metano e durante il processo catturare la CO2 che ne deriva stoccandola (con la cosiddetta CCS, <em>carbon capture and storage</em>) in depositi sotterranei: in questo caso si parla di idrogeno blu e ad esempio, i progetti olandesi per l’idrogeno sono prevalentemente di questo tipo (al costo stimato di circa 2 dollari al kg.). Vi è infine quello che viene chiamato idrogeno viola e che viene prodotto con l’energia degli impianti nucleari a prezzi decisamente più competitivi ed è la scelta che ovviamente prevale in Francia dove l’energia elettrica ha i costi più bassi d’Europa e proviene al 64,2% (dato 2023) appunto dall’energia nucleare. Questo aspetto non sfugge al Governo, tanto che, nell’art.1 del disegno di legge-delega, si afferma esplicitamente che la produzione di energia da fonte nucleare deve essere disciplinata “anche ai fini della produzione di idrogeno” apparendo questo un passaggio di grande lungimiranza.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">        Uno studio recente sostiene inoltre che, con lo sviluppo di reattori nucleari raffreddati da fluidi ad alta temperatura, sarà anche possibile decarbonizzare molti processi chimici e metallurgici. In questo scenario resterebbe da produrre, in modo <em>carbon free</em>, praticamente soltanto l’idrogeno (eventualmente stabilizzato in idrocarburi sintetici, i cosiddetti <em>e-fuel</em>) utile ai settori non elettrificabili e che avranno necessità di carburante ad alta densità di energia e trasportabile (come l’aviazione civile e il settore marittimo).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">      Altro aspetto politico, costituzionale, ma anche tecnico, messo giustamente in rilievo dalla relazione di accompagnamento, è la completa novità del progetto proposto per la rinascita del nucleare in Italia rispetto al quadro che portò in passato alla duplice bocciatura referendaria. In effetti, fra l’altro, particolarmente rivoluzionaria appare, come si è detto, l’imminente realizzazione, ormai in tutto il Mondo, delle piccole centrali nucleari modulari di III generazione avanzata (<em>SMR</em>) e dei reattori modulari avanzati di IV generazione (<em>AMR</em>) che minimizzano il problema degli incidenti e dello stoccaggio dei rifiuti nucleari, riducendo al tempo stesso i costi e gli ingombri degli impianti.</p>
<p style="text-align: justify;">       Secondo recenti sondaggi di opinione, il nuovo nucleare di piccola taglia, non sostitutivo, ma integrativo rispetto all’utilizzo delle energie rinnovabili, sembra essere meglio accolto dall’opinione pubblica italiana rispetto alla realtà dei grandi impianti e tutto ciò indipendentemente dal miglioramento dei relativi sistemi di sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">      E’ chiaro che non tutto probabilmente potrà essere risolto con gli <em>SMR</em> (<em>small modular reactor</em>) e gli <em>AMR</em> (<em>advanced modular reactor</em>), ma il realismo politico e la storia del nostro Paese impongono di muoversi con gradualismo di fronte ad una opinione pubblica molto influenzabile ed ondivaga come quella italiana. Consideriamo infatti che gli incidenti di Chernobyl e di Fukushima non hanno portato alla sospensione dell’uso della energia nucleare nei Paesi dove si sono verificati o in altri Paesi industrializzati, ma solo in Italia. La relazione illustrativa prende quindi fortemente le distanze dal passato, usa molto di frequente il termine “energia nucleare sostenibile” e precisa più volte di muoversi in totale coerenza con il quadro normativo europeo e internazionale. In altre parole, sullo sfondo di tutta la meritoria attività proposta dall’Esecutivo per il ripristino della produzione dell’energia elettronucleare in Italia, si avverte la presenza di un ingombrante convitato di pietra, con cui ci si prepara, inevitabilmente, prima o poi, a fare i conti: il <em>referendum</em> abrogativo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;" start="5">
<li><strong> Le colonne portanti dell’articolato</strong>.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’articolato del disegno di legge-delega è assai chiaro, molto ampio e non sembra il caso di farne una parafrasi per intero, ma semmai appare opportuno individuare alcune linee-guida che sono probabilmente destinate a resistere e ad orientare il dibattito parlamentare che seguirà alla presentazione del disegno di legge alle Camere.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     Il disegno di legge segue ovviamente il dettato costituzionale dell’art.76 e determina i principi, l’oggetto e i termini della delega, ma all’art.1 delinea anzitutto un articolato percorso procedurale destinato a concludersi non solo dopo i primi 12 mesi dall’approvazione della legge-delega (termine per l’adozione dei primi decreti legislativi), ma in realtà dopo altri 24 mesi nei quali il Governo potrà “adottare uno o più decreti legislativi recanti disposizioni integrative e correttive secondo la medesima procedura di cui al comma 2 e nel rispetto dei criteri e principi di cui all’art.3”. L’articolato tuttavia non si spinge fino ad ipotizzare, con certezza, un T.U. o addirittura un codice in materia di energia nucleare, benchè, successivamente, sembri spingere verso una disciplina organica della materia anche con la disposizione del comma 2 dell’art.3. All’art.1 sono previsti i classici passaggi per i pareri sui decreti legislativi della Conferenza unificata, del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari (eventualmente duplice, in caso di osservazioni sulla corretta attuazione della delega legislativa).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     Si tratta dunque di un percorso molto lungo ed articolato nel quale peraltro non sembra neppure molto facile inserire una richiesta di <em>referendum</em> abrogativo (la materia andrebbe infatti approfondita, almeno per quanto riguarda il rapporto fra legge-delega e decreti legislativi, ai fini della eventuale abrogazione referendaria, specialmente se si ipotizza un <em>referendum</em> immediato sulla sola legge-delega).</p>
<p style="text-align: justify;">     Considerando, con ottimismo, almeno 10 mesi di lavori parlamentari nelle due Camere per l’approvazione del disegno di legge-delega, potremmo avere i primi decreti legislativi in vigore, promulgati e pubblicati, dopo 13 mesi, mesi che potrebbero diventare anche 16 in caso di ritardato parere parlamentare. Dopo un massimo di altri 25/28 mesi potrebbero giungere i successivi decreti correttivi, al fine di avere un testo definitivo, disponibile per la Pubblica Amministrazione e per le imprese, non prima quindi, complessivamente, di tre o quattro anni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">       E’ ovvio che, nelle more dell’approvazione definitiva di tutta la normativa delegata di cui sopra, molti adempimenti potranno essere portati a compimento. Anzitutto, dopo l’adozione della prima serie di decreti legislativi, si potrà iniziare a lavorare al Programma nazionale finalizzato allo sviluppo della produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, previsto come primo oggetto della delega all’art.2 del disegno di legge e anche questo adempimento necessiterà dell’impegno di solide competenze tecniche e postulerà adeguati tempi di realizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">      I decreti delegati dovranno poi disciplinare dettagliatamente, fra l’altro, il <em>decommissioning</em> e lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, la produzione dell’idrogeno viola e dei combustibili nucleari, la disciplina della futura fusione nucleare, la promozione dei territori interessati dagli impianti, la formazione del personale, la sicurezza delle installazioni, la relativa <em>Authority</em> e le eventuali forme di incentivazione economica.</p>
<p style="text-align: justify;">      Fra queste molte attività, sopra descritte, che costituiscono appunto l’oggetto della delega, può essere interessante soffermarsi brevemente sulla disciplina della disattivazione e dello smaltimento delle installazioni nucleari esistenti, prevista alle lettere da e) ad h) dell’art.2. Si ipotizza infatti, alla lettera e) che i siti nucleari dismessi possano essere utilizzati anche ai fini previsti nelle lettere f), g) ed h), cioè ai fini della localizzazione di nuovi impianti (anche per la produzione di idrogeno), del riprocessamento del combustibile nucleare e dello stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">        Esaurita l’elencazione degli oggetti della delega, che necessiteranno sicuramente di più decreti legislativi, ognuno dei quali di dimensioni probabilmente assai rilevanti, l’art. 3 del disegno di legge passa ad elencare i ben 30 principi e criteri direttivi a cui dovrà attenersi il Governo nell’esercizio della delega legislativa. Fra questi alcuni appaiono più significativi anche alla luce di quanto accaduto sino ad oggi e degli ostacoli che la burocrazia riesce sempre a frapporre con successo alla realizzazione di  qualsiasi grande opera pubblica. L’argomento centrale e unificante di molti dei punti che danno ordine all’elenco dei principi e dei criteri direttivi del disegno di legge riguarda sicuramente la procedura per la scelta degli impianti abilitabili e per l’autorizzazione alla loro costruzione e gestione fino al momento della dismissione e dello smaltimento dei relativi rifiuti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">       Anzitutto il disegno di legge non fa una scelta preventiva fra grandi o piccoli impianti abilitabili o fra soggetti pubblici o privati che intendono esserne responsabili. Al punto c) dell’art.3 si fa infatti esplicito riferimento alla possibile abilitazione anche di impianti che utilizzano “tecnologie modulari e avanzate”, cioè si fa riferimento ai piccoli impianti nucleari meglio conosciuti con gli acronimi <em>SMR</em> e <em>AMR</em>. Anche al punto d) si fa riferimento a questi piccoli impianti di IV generazione in grado di riutilizzare il combustibile nucleare.  Coerentemente, al punto m), si parla di “abilitare soggetti, anche privati, alla sperimentazione sul territorio nazionale di tecnologie nucleari avanzate” e, in generale, il testo del progetto di legge si riferisce sempre ai “soggetti abilitati”, indipendentemente dal fatto che si tratti di soggetti pubblici o privati.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">        Si viene quindi a delineare &#8211; dal punto c) al punto o) della delega legislativa &#8211; un primo abbozzo di procedimento complesso di abilitazione integrata che fa capo saldamente al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e che potrebbe essere riassunto nelle seguenti fasi: 1) Individuazione preventiva delle tipologie di impianti abilitabili; 2) Definizione preventiva dei criteri per la localizzazione degli impianti; 3) Dettagliata domanda del soggetto proponente, molto responsabilizzato, che deve comprendere la localizzazione, gli studi sull’impatto ambientale, i piani di sicurezza, la previsione di adeguati strumenti finanziari e assicurativi a copertura dell’intero ciclo di vita dell’impianto,  compreso lo smaltimento dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito;  4) Valutazione di impatto ambientale (VIA) che è l’unico atto autorizzativo non automaticamente assorbito dal titolo abilitativo integrato di competenza del MASE. In questa fase vengono coinvolti, oltre a vari altri soggetti, anche gli enti locali minori interessati dalla realizzazione dell’impianto; 5) Acquisizione dell’intesa con la Conferenza unificata (valorizzata ulteriormente nella versione definitiva del ddl); 6) Rilascio dell’autorizzazione integrata da parte del MASE, nel rispetto anche delle eventuali competenze di una ipotizzata (ma assolutamente non certa) Autorità per la sicurezza nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">        L’abilitazione integrata del MASE sostituisce ogni altro provvedimento autorizzativo, può costituire anche variante ai vigenti strumenti urbanistici e può comprendere, ove necessario, la dichiarazione di inamovibilità e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio. Come si vede, la volontà politica contenuta nel disegno di legge-delega è quella di accentrare e coordinare il processo autorizzativo presso il Ministero dell’Ambiente e di giungere così ad un’autorizzazione unica integrata in tempi ragionevoli. Molto importante, a proposito di autorizzazioni, è la previsione della lettera l) dell’art.3, in cui si ipotizza una disciplina specifica per il riconoscimento di titoli autorizzativi già rilasciati da altri Stati membri della NEA e dell’OCSE o da parte di Stati legati all’Italia da accordi di cooperazione nel settore nucleare. Nella sua intervista al Sole 24 Ore del 23 gennaio 2025, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica auspica, a livello europeo, “un’eventuale standardizzazione delle prime fasi del processo abilitativo” in grado, fra l’altro, di incidere positivamente sulla riduzione dei costi degli impianti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">        Naturalmente tutto ciò difficilmente eviterà la nascita di “comitati <em>no-nuc</em>” e la presentazione di ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, ma la semplicità e la linearità del procedimento previsto potrebbero contribuire a far superare al provvedimento autorizzativo il vaglio della giurisdizione amministrativa.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">       Altri significativi principi-guida per l’elaborazione dei decreti delegati riguardano sicuramente quanto previsto alla lettera q) ovvero la partecipazione del soggetto abilitato alla promozione e alla valorizzazione del territorio interessato dalla localizzazione degli impianti. Queste misure di compensazione economica – che potrebbero auspicabilmente essere concordate fra il soggetto proponente e i territori interessati anche prima della presentazione del progetto da abilitare – potrebbero includere investimenti in infrastrutture, incentivi per l’occupazione, programmi di formazione per i lavoratori o anche interventi di rafforzamento della protezione contro eventuali sabotaggi o atti di terrorismo.</p>
<p style="text-align: justify;">          Sicuramente molto del consenso locale ai nuovi impianti nucleari si baserà anche su queste forme di incentivazione che potrebbero talora risultare abbastanza costose. Rilevante, a questo proposito, è l’aggiunta della nuova lettera r) del comma 1 dell’art. 3, laddove si prevede la consultazione dei comuni interessati in caso di individuazione <em>ex ante</em> di aree idonee alla realizzazione degli impianti di produzione e delle attività a questi collaterali (riprocessamento, stoccaggio, smaltimento etc…). Questa nuova lettera r) &#8211; approvata dal CdM in data 2 ottobre 2025 e che ha provocato lo slittamento delle lettere successive dell’originario elenco &#8211; è stata chiesta dalla Conferenza Unificata insieme al rafforzato ruolo delle Regioni di cui si è detto precedentemente.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">       Un ultimo aspetto che vale la pena di sottolineare, fra i criteri direttivi della delega legislativa in esame, è quello contenuto nelle nuove lettere z) e aa), con particolare riguardo alla necessaria previsione di “opportune forme di informazione diffusa e capillare per le popolazioni direttamente interessate nonché di consultazione delle medesime”. Lungi dall’essere un aspetto secondario dell’intero progetto di reintroduzione del nucleare fra le fonti energetiche del Paese, sembra consigliabile che questa prevista opera di informazione della popolazione si focalizzi anzitutto sugli aspetti della sicurezza, peraltro particolarmente curati dalle disposizioni della legge-delega e sembra altresì opportuno che si concentri decisamente a supporto dei primi impianti che saranno autorizzati, impianti che potrebbero essere, auspicabilmente, piccoli e di IV generazione, al fine di attenuare l’impatto delle possibili opposizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>6. Le disposizioni di natura finanziaria. Conclusioni.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">    All’art. 4 del progetto sono previste le disposizioni di natura finanziaria, ma si tratta sostanzialmente di un rinvio al contenuto dei decreti legislativi che determineranno, di conseguenza, l’entità precisa degli investimenti necessari, a valere probabilmente sui bilanci del triennio 2027-2029. Per il momento ci si limita a prevedere un modesto finanziamento di circa 20 milioni all’anno a carico del bilancio del MASE per i primi adempimenti derivanti dalla delega legislativa. In aggiunta vi è uno stanziamento prima di 1,5 milioni e poi di 6 milioni di euro per le esigenze di informazione verso la popolazione (di cui alle citate lettere z) e aa) dell’art.3).  Per le incombenze burocratiche (autorizzazioni etc..) ciascuna amministrazione dovrà invece provvedere con le proprie risorse umane e finanziarie già disponibili. Per il resto, ogni decreto legislativo dovrà essere dotato di una relazione tecnica che dia conto della sua neutralità finanziaria e, in caso contrario, qualora cioè determinasse nuovi e maggiori oneri finanziari, il decreto stesso potrà essere adottato solo dopo lo stanziamento delle risorse necessarie ad opera di un apposito provvedimento legislativo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">       Tutto quanto suddetto significa che il Governo, non prevedendo praticamente nessun serio nuovo impegno economico immediato a suo carico, per il momento intende solo ricostruire un nuovo quadro normativo, semplificato e coordinato, entro il quale possa svilupparsi un futuro progetto di utilizzazione del nucleare come forma complementare di energia sicura, continua e decarbonizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">    Ciò ovviamente non significa che la costruzione di nuovi impianti nucleari, destinati a fornire energia a costi ragionevoli e stabili a imprese e famiglie, in un quadro di indipendenza energetica nazionale, debba avvenire senza alcun onere per lo Stato, specialmente in un Paese dove sinora sono stati spesi almeno 150 miliardi di euro per incentivare le energie rinnovabili.</p>
<p style="text-align: justify;">    Come si è detto, le previsioni di spesa sono rinviate all’attuazione dei decreti legislativi, anche perché, come spiega dettagliatamente la relazione tecnica di accompagnamento, sarebbe assai difficile, se non impossibile, quantificare già nella legge-delega (e ancora in assenza del Programma nucleare nazionale) gli oneri finanziari a carico dello Stato per la valorizzazione dei territori, per l’istituzione dell’eventuale <em>Authority</em>, per la realizzazione degli impianti, per le sperimentazioni, per la sicurezza, per il sostegno ai privati etc…</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      E’ comunque realisticamente probabile ed auspicabile che ci potrà essere, in futuro, un concorso virtuoso fra investimenti privati, spesa pubblica e contributi a carico degli oneri di sistema contenuti nelle bollette degli utenti del servizio elettrico, ma queste sembrano ancora scelte politiche non deliberate e suscettibili di varie soluzioni. Quello che appare indiscutibile è che gli investimenti pubblici in questo settore sarebbero ripagati &#8211; con assoluta certezza &#8211; dai benefici del nuovo nucleare: energia a costi più bassi (e quindi maggiore competitività economica del Paese) e nuovo indotto industriale di qualità per la realizzazione degli impianti. Rispetto al passato l’investimento pubblico sarà peraltro meno incidente, in virtù dei più bassi costi delle centrali (legati sia alle dimensioni ridotte degli impianti sia alle economie di serie consentite dagli <em>SMR</em>) che abbatteranno la soglia degli investimenti rendendo i soggetti privati del tutto in grado di realizzare impianti nucleari con costi nell’ordine di grandezza di quelli oggi necessari per un impianto termico a gas naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">     In conclusione, il giudizio su questo disegno di legge-delega non può che essere ampiamente positivo, anzitutto perché rompe un tabù e manifesta coraggio politico, restituendo alle Istituzioni di Governo quel ruolo propulsivo per lo sviluppo del Paese che dovrebbero sempre avere senza adeguarsi passivamente ai sondaggi di opinione o, peggio, alle più retrive demagogie.</p>
<p style="text-align: justify;">     Il disegno di legge sul nucleare sostenibile segna sicuramente un evidente primo passo istituzionale verso un cambio di strategia nella politica energetica nazionale, peraltro mantenendosi perfettamente in linea con gli obiettivi europei di neutralità carbonica al 2050. Tuttavia, il successo dell’iniziativa dipenderà dalla capacità di attuare effettivamente il quadro regolatorio efficace descritto nel disegno di legge-delega, coniugando sicurezza, sostenibilità e accettazione sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">         L’equilibrio tra esigenze energetiche e tutela ambientale sarà determinante per il futuro dell’energia nucleare in Italia. In particolare, sarà essenziale garantire che l’introduzione di impianti nucleari sia accompagnata da adeguati piani di gestione dei rifiuti, controlli rigorosi, possibilmente da parte di una Autorità molto forte e indipendente (anche nei confronti delle imprese pubbliche) e un quadro normativo stabile e chiaro che favorisca anche le iniziative dei privati, essenziali per ridurre i costi di tutta l’operazione. Infatti la collaborazione tra Istituzioni, imprese pubbliche, imprese private e società civile rappresenterà un elemento chiave per il successo del Piano di sviluppo nucleare. Se attuata con trasparenza e responsabilità, la nuova politica nucleare potrà rappresentare una risorsa economica strategica per il Paese già nel medio periodo.</p>
<p style="text-align: justify;">      I tempi di realizzazione del progetto di reintroduzione dell’energia nucleare possono in effetti sembrare abbastanza lunghi e potrebbe suscitare perplessità anche il favore espresso per i piccoli impianti (<em>cfr</em>. l’intervista al Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica sul Corriere della Sera del 2 marzo 2025, nonché la stessa costituzione della citata <em>newco</em> pubblica per gli <em>SMR</em>) per il carattere non del tutto risolutivo di questi ultimi dal momento che, in effetti, un impianto di grande taglia in ogni Regione, laddove tecnicamente possibile, avrebbe effetti radicalmente più incisivi. Tuttavia occorre prendere atto che questo progetto deve conciliare necessariamente gli aspetti tecnici con gli aspetti politici, risentendo delle problematiche inerenti al consenso dell’opinione pubblica nonché di alcune evidenti perplessità presenti all’interno della stessa maggioranza.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">    Occorre sottolineare comunque che i tempi non brevi di realizzazione del nuovo sistema nucleare  consentiranno anzitutto alle nuove tecnologie di III generazione avanzata e IV generazione di maturare e diventare operative, permetteranno l’ulteriore affinamento delle già stringenti misure di sicurezza e contribuiranno ad attenuare la diffidenza di una parte dell’opinione pubblica abituandola a convivere con la nuova realtà. I suddetti tempi potrebbero inoltre fornire la possibilità alla nuova Autorità per l’energia nucleare &#8211; peraltro solo ipotizzata al punto o) dell’art.2 e al punto cc) dell’art.3 &#8211; di strutturarsi nel modo migliore, assorbendo le competenze dell’ISIN (<em>cfr</em>. intervista del Ministro Pichetto Fratin al Sole 24 Ore del 23 gennaio 2025), trovando personale adeguatamente qualificato e sviluppando i dovuti collegamenti con le analoghe realtà internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">      Da non sottovalutare neppure il fatto che i tempi lunghi e i molti passaggi procedurali, previsti addirittura nel corso di vari anni, potrebbero contribuire a disorientare gli antinuclearisti che certo preferirebbero un’unica azione di forza, improvvisa e irruente, da contrastare immediatamente, allarmando l’opinione pubblica contro un paventato e drammatico pericolo imminente di nuovi disastri nucleari.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">    Il disegno di legge-delega va quindi necessariamente visto come il prudente avvio di un processo destinato a durare nei prossimi anni, se non addirittura nei prossimi decenni (per lo meno per quanto riguarda la fusione nucleare). Una evoluzione naturale fra varie fonti energetiche dotate di continuità potrebbe vedere il gas ancora protagonista per alcuni anni come energia di transizione, per poi passare all’energia nucleare da fissione di nuova generazione arrivando infine alla giustamente tanto auspicata energia nucleare da fusione. Si tratta di un percorso lungo e disseminato di ostacoli di natura tecnica, politica, territoriale, burocratica, finanziaria, sociale e forse anche riguardanti l’ordine pubblico. Tutti questi ostacoli andranno previsti e superati senza forzature e accelerazioni, ma con un atteggiamento duttile e pragmatico, con molta pazienza, con molta competenza da opporre alla demagogia, con molta capacità di mobilitare le risorse dei privati e di convincere l’opinione pubblica dei vantaggi economici di lungo periodo. In quest’opera di convincimento potrebbe essere di aiuto anche il riferimento all’esempio della vicina Francia dove, da sempre, la sinistra e i sindacati apprezzano i molti vantaggi dell’energia elettronucleare, non ultimi quelli di una bolletta elettrica più bassa per imprese e famiglie e delle premialità economiche e di servizi di cui beneficiano i territori che ospitano gli impianti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">           Insomma, in altre parole, riguardo all’atteggiamento da tenere di fronte a queste prevedibili difficoltà nel realizzare un pur eccellente progetto, non c’è forse che da ripetere la celebre esortazione del Gran cancelliere spagnolo di Milano Antonio Ferrer al suo cocchiere in mezzo alla folla turbolenta: <em>Adelante, Pedro, con juicio!</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il ritardo dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle imprese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Giustamm.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Sep 2021 17:30:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/dottrina/il-ritardo-dei-pagamenti-delle-pubbliche-amministrazioni-alle-imprese/">Il ritardo dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle imprese</a></p>
<p>1. La situazione dei pagamenti arretrati nel momento di crisi più acuta Quando il Governo Monti, nel corso dell’ultimo mese della sua vita (finì il 28 aprile 2013), su precisa indicazione europea, decise di iniziare a sbloccare, con un decreto-legge (n.35/2013), la situazione del ritardo dei pagamenti alle imprese da</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.giustamm.it/dottrina/il-ritardo-dei-pagamenti-delle-pubbliche-amministrazioni-alle-imprese/">Il ritardo dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle imprese</a></p>
<div abp="852" style="text-align: justify;"><em abp="853"><span abp="854"><span abp="855">1. La situazione dei pagamenti arretrati nel momento di crisi più acuta</span></span></em><br abp="856" /><br />
<span abp="858"><span abp="859">Quando il Governo Monti, nel corso dell’ultimo mese della sua vita (finì il 28 aprile 2013), su precisa indicazione europea, decise di iniziare a sbloccare, con un decreto-legge (n.35/2013), la situazione del ritardo dei pagamenti alle imprese da parte delle pubblicheamministrazioni, la crisi delle aziende in credito con lo Stato aveva raggiunto il suo punto più acuto. </span></span><br abp="860" /><br />
<span abp="861"><span abp="862">Secondo i dati concordanti pubblicati dai quotidianinei giorni precedenti alla emanazione del decreto-legge, tratti da studi di autorità pubbliche (anzitutto la Banca d’Italia) e di centri di ricerca privati, la situazione dei ritardi nei pagamentiera la seguente: oltre 200.000 imprese vantavano nei confronti della Pubblica Amministrazione almeno 90 miliardi di crediti, di cui 44 solo nel settore sanitario. Di fronte ad un ritardo medio dei pagamenti in Europa di 65 giorni, l’Italia registrava il poco invidiabile primato di 180 giorni, il che significava che non pochi pagamenti, specialmente in talune zone del Paese, avvenivano dopo molte centinaia di giorni o addirittura dopo anni. Già dal 2003 Confindustria lamentava gravi ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione, con punte non infrequenti di 350 giorni. Nel 2012 la situazione appariva alquanto peggiorata e le punte negative, specialmente nel settore sanitario, arrivavano a 800 giorni. In una fase di recessione economica prolungata e di restrizione del credito da parte delle banche, questi ritardi risultavano esiziali per moltissime aziende, specie medie e piccole, determinando o contribuendo a determinare catene di fallimenti. </span></span><br abp="863" /><br />
<span abp="864"><span abp="865">E’ così che sabato, 6 aprile 2013, dopo un tentativo fallito mercoledì, 3 aprile 2013, il Governo Monti approvava l’attesissimo decreto-legge (D.L. 8 aprile 2013, n.35) in materia di disposizioni urgenti per il pagamento dei debiti commerciali scaduti della Pubblica Amministrazione, primo e unico atto politico su cui- grazie alla votazione di precedenti risoluzioni parlamentari sull’argomento &#8211; si era già registrata la convergenza di tutti i partiti entrati in Parlamento con le elezioni del 24 e 25 marzo 2013. Tutti i Gruppi parlamentari non potevanoinfattinon convenire sulla gravità e sulla illegittimità di una situazione che vedeva lo Stato fortemente in colpa per i suoi ritardi e l’economia seriamente in crisi anche per questo motivo.</span></span><br abp="867" /><br />
<span abp="868"><span abp="869">Dalla Relazione di variazione dei conti pubblici approvata dal Governo e presentata alle Camere il 28 marzo 2013, si evinceva che le preoccupazioni dell’Esecutivo per la situazione venutasi a creareerano maggiormente rivolte alle conseguenze di natura economica rispetto a quelle di natura giuridica. Il Governo sottolineavainfatti che il decreto-legge sul pagamento dei debiti arretrati era spinto dalla “<em abp="870">necessità di intervenire rapidamente al fine di fronteggiare un andamento della congiuntura economica peggiore rispetto a quello stimato</em>” e che si voleva predisporre “<em abp="871">un provvedimento d’urgenza in grado di immettere liquidità nel sistema economico</em>&#8221; in coerenza con “<em abp="872">spazi di flessibilità controllata</em>” approvati dalla stessa Commissione Europea “<em abp="873">a favore della crescita e dell’occupazione</em>”. </span></span><br abp="874" /><br />
<span abp="875"><span abp="876">Anche se a nessuno possono sfuggire le fondate preoccupazioni economiche esposte dal Governo, reduce da una meritoria trattativa sull’argomento in sede europea, non può non essere sottolineato che vi è anche un aspetto giuridico della questione, meritevoledi suscitarealtrettante preoccupazioni e perplessità riguardo alla rottura del principio di legalità da parte di uno Stato che dovrebbe esserne il supremo garante. Difficilmente infatti può essere legittimato, almeno nel medio e lungo periodo, uno Stato che pretende dai cittadini il pagamento immediato di imposte, tasse e contributi, anche con l’uso sistematico del fermo amministrativo,delle ipoteche e dei pignoramenti, mache reputa invece accettabile ritardarei suoi pagamenti di oltre 800 giorni.</span></span><br />
<span abp="878"><span abp="879">Occorre comunque anzitutto circoscrivere l’ambito della problematica in esame, che non riguarda tutti i pagamenti dovuti da parte dello Stato(nascentianche da leggi, da provvedimenti amministrativi o da sentenze), ma solo quei pagamenti traenti origine da contratti commerciali che, seppur vincolati nella scelta del contraente, generano poi obbligazioni di tipo privatistico, riguardanti in genere, normali vendite, somministrazioni, forniture e appalti.</span></span><br abp="880" /><br />
&nbsp;<br abp="881" /><br />
&nbsp;<br abp="884" /><br />
<em abp="885"><span abp="886"><span abp="887">2. Come si era giunti ad una situazione così grave: le cause giuridiche e le giustificazioni dei privilegi dello Stato inadempiente </span></span></em><br abp="888" /><br />
<span abp="889"><span abp="890">Pare lecito chiedersi come sia stato possibile giungere ad una situazione così grave nel settore dei pagamenti dovuti dalla P.A., senza che nessuno strumento giuridico dell’ordinamento fosse in grado di intervenire, anche se non risolutivamente, almeno parzialmente,per ridurre i danni più eclatanti. In effettigli enormi ritardi della Pubblica Amministrazione italiana nell’erogare i pagamenti dovuti hanno trovato nella dottrina e nella giurisprudenza, specialmente in passato, un’ampia gamma di argomentazioni giustificatorie,tali da scoraggiare comunque le eventuali azioni dei privati a tutela dei loro crediti. </span></span><br abp="891" /><br />
<span abp="892"><span abp="893">Nei confronti dello Stato anzitutto non si applica l’art. 2740 del Codice civile che prevede che il creditore risponda dell’adempimento di tutte le sue obbligazioni con i suoi beni presenti e futuri poiché, com’è noto, lo Stato non fallisce, ma al massimo ristruttura drasticamente e unilateralmenteil suo debito a scapito dei creditori poiché deve salvaguardare comunque le sue funzioni essenziali. Lo Stato inoltre risponde dei suoi debiti solo con il suo patrimonio disponibile, poiché né il demanio, né il patrimonio indisponibile, almeno nella grande maggioranza dei casi, possono essere sottoposti a esecuzione forzata tramite pignoramento e vendita.Peraltro lo stesso denaro della Pubblica Amministrazione, bene del patrimonio disponibile per eccellenza, non può essere pignorato se già impegnato per scopi istituzionali con specifico vincolo di destinazione imposto per legge da un atto amministrativo</span><a abp="894" href="#_ftn1" name="_ftnref1" title=""><span abp="895"><span abp="896"><span abp="897">[1]</span></span></span></a><span abp="898">.Nei confronti dello Stato quindi non si applicano che in modo molto parziale gli artt. 2910 e ss. del Codice civile (esecuzione forzata).&nbsp; Altrettanto – almeno in passato – non trovavano applicazione nei confronti delle amministrazionipubblichegli articoli del Codice civile che sanzionano, con il pagamento di interessi e di risarcimenti, il ritardo nei pagamenti dei debiti</span><a abp="899" href="#_ftn2" name="_ftnref2" title=""><span abp="900"><span abp="901"><span abp="902">[2]</span></span></span></a><span abp="903">. E’ noto infatti che i crediti liquidi ed esigibili di somme di danaro producono interessi corrispettivi (art.1282 C.C.) e che l’inadempimento colpevole delle obbligazioni aventi ad oggetto somme di denaro, a seguito della messa in mora, produce ben più alti interessi moratori (art.1224 C.C) e può produrre anche il risarcimento dei danni ulteriori se il creditore dimostra di aver subito perdite o mancati guadagni come conseguenza immediata e diretta del ritardo o dell’inadempimento dell’obbligazione art.1223 C.C.). Tutte queste sanzioni per i ritardi e gli inadempimenti sono state in gran parte risparmiate alle pubbliche amministrazioni, per lo meno fino all’avvento delle direttive comunitarie sull’argomento, grazie anche alla teoria della “esigibilità contabile” delle obbligazioni pecuniarie. Tale tesi sosteneva che le obbligazioni pecuniarie a carico del settore pubblico divenivano debiti liquidi ed esigibili non al momento della loro scadenza contrattuale, ma al momento in cui la Pubblica Amministrazione aveva ultimato i controlli e le procedure interne necessari per renderne legittimo il pagamento. Inoltre i pagamenti erano soggetti all’iscrizione delle somme da pagare negli appositi capitoli di bilancio e anche alla momentanea disponibilità di cassa delle somme astrattamente stanziate. Insomma le giustificazioni teoriche e pratiche, accettate dai Giudici, per assolvere l’Amministrazione Pubblica dai suoi doveri di adempimento tempestivo delle obbligazioni pecuniarie erano in numero più che abbondante. Aiutavano gli inadempimenti, le lentezze della Pubblica Amministrazione,sistemi organizzativi interni e concezioni culturali latenti che assimilavano il cittadino al suddito, obbligato a sottomettere i suoi diritti alle superiori esigenze dello Stato, alle necessarie procedure di controllo senza limiti temporali e comunque all’interesse pubblico, di fronte al quale il suo interesse privato di produttore di beni e servizi non poteva competere. Malgrado tuttociò, per far fronte alle situazioni particolarmente critiche, lo Stato ha fatto spesso ricorso,in aggiunta,anche a leggi speciali per evitare proprio qualsiasi “rischio” di soddisfacimento degli interessi creditori privati nei confronti delle pubbliche amministrazioni. E’ il caso del decreto-legge 31 maggio 2010, n.78 che vieta per un certo periodo qualsiasi azione esecutiva nei confronti delle aziende sanitarie locali delle Regioni sottoposte ai piani di rientro dai disavanzi sanitari. Lo stesso dicasi per le molte disposizioni in materia di liquidazione coatta amministrativa o di amministrazione straordinaria di grandi imprese in crisi, dove l’interesse pubblico prevale dichiaratamente sull’interesse privato del creditore.</span></span><br abp="904" /><br />
&nbsp;<br abp="905" /><br />
&nbsp;<br abp="906" /><br />
<em abp="907"><span abp="908"><span abp="909">3. L’atteggiamento delle imprese di fronte ai crescenti inadempimenti dello Stato</span></span></em><br abp="910" /><br />
<span abp="911"><span abp="912">Gli imprenditori privati, a lungo partecipi di questa cultura della soggezione (e della speranza) nei confronti dello Stato,temendo di non risultare più ben accetti nei futuri contatti con le pubbliche amministrazioni, hanno in genere preferito attendere fiduciosamente il passare del tempo, ancora convinti che lo Stato era magari un cattivo pagatore, ma un pagatore certo. Consci della probabilità di un certo ritardo fisiologico nei pagamenti da parte della P.A., almeno quando potevano, i privati semmai preferivano aumentare moderatamente il costo delle loro prestazioni, autotutelandosi preventivamente. </span></span><br abp="913" /><br />
<span abp="914"><span abp="915">Fino alla fine del secolo scorso dunque le tesi della dottrina, alcune prese di posizione dell’Avvocatura dello Stato e l’atteggiamento dei Giudici, uniti alla complice acquiescenza delle imprese, facevano sì che le aziende, magari con l’aiuto delle banche(anch’esse convinte della bontà dei debiti statali), &nbsp;accettasserocome inevitabili i ritardi nei pagamenti dello Stato, ritardi che comunque, almeno allora, apparivano solo gravi, ma ancora non esiziali. Le imprese fornitrici dello Stato e degli enti locali si sentivano comunque privilegiate rispetto alle altre imprese e tenevano moltissimo a restare saldamente legate alla committenza pubblica. Inoltre un certo ritardo nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni non appariva un caso solo italiano e lo testimoniavanoanzitutto le Direttive comunitarie sull’argomento, la prima delle quali è proprio del 2000.&nbsp;</span></span><br abp="916" /><br />
<span abp="917"><span abp="918">Come si è detto, la situazione in Italia si deteriora rapidamente negli ultimi 15 anni, stranamente proprio in corrispondenza delle prime direttive comunitarie che impongono alle pubbliche amministrazioni pagamenti solleciti e che vengono peraltro recepite in Italia con una certa solerzia. Tutto ciò dimostra, e lo vedremo più ampiamente di seguito, che di fronte alla emergenza economica, creata dal mancato governo, centrale e locale, della spesa pubblica, le migliori regole giuridiche e le migliori intenzioni sono&nbsp; destinate a soccombere. Nel conflitto fra la situazione di fatto economica e la situazione di diritto giuridica è quest’ultimainfattiche è destinata ad avere la peggio: d’altra parte, anche fra i privati, di fronte al fallimento o al rischio di fallimento, i patti si rivedono e le regole si riscrivono o comunque non si rispettano.</span></span><br abp="919" /><br />
<span abp="920"><span abp="921">Con il D.Lgs. n.231 del 2002, l’Italia recepisce la citata Direttiva comunitaria n.35 del 2000, in materia &nbsp;di “<em abp="922">lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali</em>”. Sia l’atto comunitario che il decreto italiano appaiono ben strutturati e contengono disposizioni che verranno poi specificate, arricchite e aggiornate, ma non smentite nei successivi atti europei e nazionali sull’argomento. Vengono anzitutto implicitamente accantonate, ovviamente, tutte le teorie giustificatorie dei ritardi delle pubbliche amministrazioni, a cominciare da quella della “esigibilità contabile”, e si chiarisce che il ritardo oltre i 30 giorni nei pagamenti è pesantemente sanzionato con l’applicazione automatica degli interessi di mora. I 30 giorni decorrono dalla data di scadenza del debito, contrattualmente prevista, o dal giorno della consegna delle merci o della presentazione al debitore della fattura o di analoga richiesta di pagamento.Le procedure con cui le pubbliche amministrazioni arrivano a pagare i loro debiti sono considerate, correttamente, un problema interno. E’ prevista anche la nullità delle clausole contrattuali gravemente inique in danno del creditore. Il citato D.Lgs. n.231, così pieno di buone intenzioni, è del 9 ottobre 2002, ma deve far riflettere che la prima presa di posizione ufficiale di Confindustria contro i cronici ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle imprese è di poco successiva e risale, come si è detto,al 2003</span><a abp="923" href="#_ftn3" name="_ftnref3" title=""><span abp="924"><span abp="925"><span abp="926">[3]</span></span></span></a><span abp="927">. Da allora la situazioneè peggiorata progressivamente fino al giorno dell’emanazione del decreto-legge n.35/2013.Cosa è accaduto una volta rimosse le giustificazioni teoriche ai ritardi burocratici con cui le pubbliche amministrazioni provvedevano ai pagamenti? Cosa ha peggiorato la situazione in presenza di norme comunitarie e nazionali che spingevano a velocizzare i pagamenti? Cerchiamo di capire come si arrivò in Italia alla situazione di emergenza economica da eccesso di debito pubblico nel 2011 e come questo incise sui pagamenti delle pubbliche amministrazioni.</span></span><br abp="928" /><br />
&nbsp;<br abp="929" /><br />
&nbsp;<br abp="930" /><br />
<em abp="931"><span abp="932"><span abp="933">4. L’imprescindibile considerazione del quadro economico come concausa essenziale della grave crisi dei pagamenti </span></span></em><br abp="935" /><br />
<span abp="936"><span abp="937">Occorre a questopunto spostare forse lo sguardo dall’ambito giuridico all’ambito economico e fare un minimo di ricostruzione storica per capire cosa è successo in Europa e in Italia da oltre 20 anni ad oggi riguardo in particolare alla situazione dei conti pubblici. Nel 1992 viene firmato il Trattato di Maastrichtche pone le basi per una più stretta integrazione europea e per la creazione di una moneta unica. Nel 1997 viene firmato,ad Amsterdam, il Patto di Stabilità e Crescita che entra in vigore nel 1999 e contiene al suo interno la PDE, ossia la <em abp="938">Procedura per Deficit Eccessivo</em>, procedura di infrazione a carico degli Stati che non intendono rispettare i parametri di bilancio indispensabili per la nascita e il mantenimento dell’Euro. L’originario Patto di Stabilità e Crescita europeo richiedevasostanzialmente che il rapporto fra deficit del bilancio pubblico e prodotto interno lordo di ciascun Paese aderente all’Euro non superasse mai il 3% e che il rapporto fra il debito pubblico e il PIL di ogni nazione aderente all’UME si collocasse al di sotto del 60%. Quando, nel 1999, entrò in funzione la BCE e vide la luce l’Euro, questo secondo criterio fu dichiarato non obbligatorio, ma tendenziale. Si tratta di criteri che trovano fondamento in teorie economiche classiche che mirano a difendere il valore della moneta dai processi inflattivi e che sono state fatte proprie con decisione in primo luogo dalla Germania e dalla Banca Centrale Tedesca, memore delle conseguenze dell’inflazione sulle sorti della Repubblica di Weimar e degli effetti sull’economia e sulla vita dei cittadini di scelte contrarie alle leggi del mercato, come quelle operate dal secondo dopoguerra nella Germania Est fino alla caduta del muro di Berlino. Non mancano, anche attualmente, teorie economiche che tentano di dimostrare come, al di sopra di un rapporto del 90% fra debito pubblico e PIL, la crescita del PIL è impossibile</span><a abp="939" href="#_ftn4" name="_ftnref4" title=""><span abp="940"><span abp="941"><span abp="942">[4]</span></span></span></a><span abp="943">.</span></span><br abp="944" /><br />
<span abp="945"><span abp="946">Questa impostazione del Patto di Stabilità europeo era forse inevitabile, ma è stata molto difficile da seguire per Paesi come l’Italia che avevanoparticolarmente abusato della spesa pubblica dagli anni ’70 agli anni ’90 e, seppure in misura diversa, anche dopo. I motivi della progressiva crescita della spesa pubblica in Italia sono in parte legati al modello europeo di <em abp="947">Welfare State</em>ed in parte si sviluppano come peculiari della nostra Penisola. Fra questi ultimi è necessario citare almeno gli alti costi del clientelismo politico (che ha portato anzitutto a gonfiare gli organici di tutte le pubbliche amministrazioni, centrali e locali), il peso della corruzione e del finanziamento illegale dei partiti politici,l’onere sempre scaricato sulle finanze pubbliche della concertazione fra le parti sociali, “<em abp="948">assistite</em>”dal Governo al tavolo delle trattative. Non si può infine tacere che in Italia abbiamo potuto osservare l’unico esempio di federalismo disaggregativo e non aggregativo, con il relativo moltiplicarsi e ingrandirsi dei livelli di governo locali, delle classi politiche, degli apparati burocratici, dei dipendenti precari e di ruolo, degli enti strumentali, delle società controllate e delle relative imposte addizionali, rigorosamente aggiuntive alle imposte statali, malgrado le molte promesse contrarie. Questo modo di gestire la spesa pubblica purtroppo non è stato guidato da alcun criteriodi politica economica e non ha mai funzionato come elemento di equilibrio anticiclico, secondo gli insegnamenti di Keynes e dei suoi seguaci. E’ così che si è continuato a espandere la spesa pubblica, indebitandosi senza limiti, anche nei periodi di crescita &nbsp;economica e ci si è trovati a dover contenere &nbsp;drasticamente il debito pubblico in un momento in cui, a causa della recessione mondiale, sarebbe stato invece necessario fare manovre espansive della massa monetaria. </span></span><br abp="949" /><br />
<span abp="950"><span abp="951">Come si è visto, il Patto di Stabilità e Crescita del 1997, entrato in vigore nel 1999, spingeva fortemente per un contenimento della spesa pubblica, senza fare distinzione fra spese correnti e spese per investimenti. Queste politiche restrittive venivano imposte all’Italia, Paese fortemente gravato dal debito&nbsp; pubblico e dalla enorme spesa annua per i relativi interessi, nel momento in cui il Paese entrava in una fase di stagnazione e recessione. La fase di prolungato rallentamento dell’economia italiana era peraltro legata sia a ben note cause strutturali del nostro fragile e disomogeneo modello di sviluppo, sia ad una fase di rallentamento delle economie occidentali che si trascina &#8211; benché alternata a brevi periodi di ripresa &#8211; fin dal momento del crollo delle borse mondiali dopo gli attentati negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001 (a cui sono seguiti il caso Enron, il fallimento di Lehman Brothers, la crisi dei mutui <em abp="952">subprime,</em> la crisi dei debiti sovrani in Europa, l’aggressività economica dei Paesi con basso costo del lavoroetc….). Questi ultimi 15 anni di rallentamento della crescita nel Vecchio Continente sono purtroppo quasi del tutto coincisi con il periodo di applicazione delle politiche restrittive necessarie per accompagnare la nascita dell’Euro.</span></span><br abp="953" /><br />
<span abp="954"><span abp="955">In queste prolungate condizioni di affanno dell’economia nazionale, la ricetta riduttiva della spesa pubblica dell’Unione Europea ha portato sostanzialmente conseguenze non anticicliche, ma al contrario procicliche, accentuando la curva negativa e la caduta degli investimenti, del reddito, della domanda, della produzione e, conseguentemente,della occupazione. Uno sviluppo debole viene cioè ulteriormente colpito dalla necessità, non solo di non aumentare la spesa pubblica, ma di recuperare fette consistenti del debito in circolazione. Alla stagnazione, alla recessione e talora alla deflazione, si aggiunge un effetto depressivo sui consumi e sulla disponibilità di denaro delle famiglie e degli enti di spesa. La fase negativa della crisi ciclica, questa volta già di per sé molto più lunga dei canonici 3 anni, rischia di avvitarsi in una spirale negativa dagli esiti non del tutto prevedibili. Unico spiraglio di luce in questo fosco panorama erastata in effetti la garanzia europea, seppure a certe condizioni, per i debiti sovrani che aveva consentito di arginare la speculazione e gestire più ordinatamente la fase di rientro dal <em abp="956">deficit </em>eccessivo. A questo primo intervento, la BCE ha fatto seguire, molto recentemente, anche ripetuti interventi di espansione della massa monetaria (il famoso <em abp="957">quantitative easing</em>, chiamato anche giornalisticamente “<em abp="958">bazooka</em>”). In queste condizionil’Italia, dopo aver tentato di ridurre il <em abp="959">Welfare</em>, colpendo le pensioni, il costo del lavoro e la sanità pubblica, dopo aver battuto (moderatamente) la strada della <em abp="960">deregulation </em>e delle privatizzazioni, ha trovato cinicamente efficace e conveniente anche ritardare ulteriormentei pagamenti delle pubbliche amministrazioni, all’inizio con timidezza e poi in modo massiccio, utilizzando il blocco di fatto delle erogazioni come vero e proprio strumento emergenziale di politica economica.</span></span><br abp="961" /><br />
<span abp="962"><span abp="963">A livello locale, per otto anni cioè dalla legge n.448/2008 fino alla Legge di Stabilità del 2016, la spesa degli enti pubblici territoriali è stata limitata con il cosiddetto “Patto di Stabilità interno” (per non confonderlo con il Patto di Stabilità europeo), ossia con la previsione di stringenti limitazioni alla spesa degli enti locali, basata sostanzialmente sulla spesa pregressa, divieti affinatisi nelle varie successive edizioni del Patto che all’inizio non faceva molte distinzioni fra realtà virtuose e realtà fuori controllo. A livello di amministrazioni centrali, la disponibilità di cassa per i pagamenti è stata drasticamente diminuita e, di fronte agli ordini di pagamento e alle verifiche sulla legittimità della competenza, sono spesso mancate le effettive risorse economiche. Di fronte a questo essiccarsi progressivo delle fonti di pagamento delle pubbliche amministrazioni è tornata di fatto dominante la cultura del privilegio e della specialità dello Stato nel pagamento delle sue obbligazioni. I privati hanno allora tentato la strada della cessione del credito con il ricorso allo sconto presso le banche e in parte l’operazione è riuscita per un ammontare calcolato in 11 miliardi sui 90 miliardi censiti dalla Banca d’Italia nel marzo del 2013</span><a abp="964" href="#_ftn5" name="_ftnref5" title=""><span abp="965"><span abp="966"><span abp="967">[5]</span></span></span></a><span abp="968">. L’apprezzabile ricorso alla cessione del credito alle banche è stato possibile anche grazie alla emanazione dei decreti ministeriali attuativi del sistema della certificazione previsto dall’art. 9, commi 3-bis e 3-ter del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185. Le aziende più grandi hanno potuto resistere meglio alla crisi di liquidità grazie all’accesso diretto al mercato del risparmio privato con l’emissione di obbligazioni, al contributo degli azionisti, allo sfruttamento delle riserve di bilancio e al ricorso ai canali di finanziamento internazionali, ma le piccole e medie aziende – specialmente quelle senza sbocchi di mercato all’estero – hanno risentito della stretta dei pagamenti in modo determinante. Semmai sarà superata la crisi dei ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni e si farà la conta delle aziende fallite per questo motivo non sarà un’attività breve e priva di dolorose constatazioni.</span></span><br abp="969" /><br />
<span abp="970"><span abp="971">Al decreto legge n.35/2013, che stanziava 40 miliardi per far fronte ai primi pagamenti nel 2013 e nel 2014, seguiva un altro decreto-legge, il n.102/2013, che stanziava ulteriori 7 miliardi e infine il decreto-legge n.66/2014, che metteva a disposizione ancora 9 miliardi. Malgrado tuttoquesto, nel giugno del 2014, la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per i ritardi nei pagamenti alle imprese, a causa dei tempi di realizzazione dei saldi delle fatture che non rispettavano assolutamente gli <em abp="972">standard</em> europei imposti dalla Direttiva n.7/2011, recepita con D.lgs. n.192/2012 (che sarà analizzata più ampiamente in seguito). Ancora nel 2014 infatti si calcolava che il tempo medio dei pagamenti della P.A. fosse di circa 170 giorni (appunto addirittura sei volte in più del limite voluto dalla direttiva europea), mentre Confindustria, per bocca del suo Presidente Squinzi,&nbsp; lamentava di avere ancora crediti non pagati dal settore pubblico per 75 miliardi di euro. La Commissione rilevava inoltre che gli interessi pagati ai privati per i ritardi erano inferiori a quelli (dell’8%) previsti dalla Direttiva e che infine spesso la P.A. chiedeva illegittimamente alle aziende di ritardare la fatturazione e i collaudi per non restare formalmente indietro con i pagamenti. Nel marzo del 216 la procedura di infrazione appare ancora aperta benchè ferma alla fase della messa in mora. Tuttavia si ritiene in ambienti comunitari che si possa passare entro un periodo breve alla fase in cui la Commissione Europea debba decidere o no se esprimere un parere motivato che potrebbe condurre la Commissione stessa a denunciare lo Stato italiano alla Corte di Giustizia per la non corretta attuazione della Direttiva 2011/7/UE. Tutto ciò come conseguenza finale potrebbe portare ad una onerosissima condanna pecuniaria da parte del Giudice comunitario nei confronti dell’Italia. Secondo un recente articolo pubblicatonel marzo del 2016 sul sito dell’ANCE, i ritardi nei pagamenti alle imprese continuano e nel secondo semestre del 2015 ancora il 78% delle imprese operanti nel settore dei lavori pubblici lamentava pagamenti che avvenivano dopo una media di 166 giorni (cioè 5 mesi e mezzo dopo l’emissione degli Stati di Avanzamento Lavori).&nbsp;&nbsp;</span></span><br abp="973" /><br />
&nbsp;<br abp="975" /><br />
&nbsp;<br abp="976" /><br />
<em abp="977"><span abp="978"><span abp="979">5. I permanenti rischi di ricadere nei ritardi dei pagamentialle imprese per cause di natura economica</span></span></em><br abp="980" /><br />
<span abp="981"><span abp="982">Ricorrere al ritardo nei pagamenti dei propri debiti commerciali non è stata sicuramente un’azione legittima da parte dello Stato, ma non è escluso che si ripeta in casi di emergenza, malgrado l’esistenza di leggi e direttive comunitarie che vanno in senso contrario. Se non si è capaci di mettere ordine nella finanza pubblica e di governare l’economia, è impossibile non tenere conto delle condizioni di gravissimo rischio in cui il Paese può trovarsi a causa della crescita senza controllo degli interessi sul debito pubblico e della conseguente possibile sfiducia dei mercati nella capacità di far fronte ad una massa ingente di restituzioni nei tempi prestabiliti.Le recenti vicissitudini della Grecia sono paradigmatiche. Non sono solo le regole europee che consigliano di tenere la spesa pubblica sotto controllo, ma sono proprio i mercati che manifestano sfiducia nei confronti di certi debiti sovrani e costringono gli Stati, per poterli rinnovare, ad aumentare gli interessi fino a livelli insostenibili.Alcuni interlocutori europei sottolineanoinfattiche l’Italia non può aumentare il debito pubblico fino al punto da ingenerare il timore nei mercati della non restituzione delle somme prestate allo Stato e poi chiedere al tempo stesso all’Europa di comprare i propri BTP per arginare questo timore.</span></span><br abp="983" /><br />
<span abp="984"><span abp="985">Dopo che nel 2013 il debito pubblico ammontava circa 2000 miliardi, ossia il130% del PIL e lo Stato pagava circa 90 miliardi di interessi (per un rapporto Deficit/PIL del 3%), nel 2015 il debito è stato di circa 2200 miliardi, cioè circa il 133% del PIL, su cui lo Stato ha pagato circa 100 miliardi di interessi (con un rapporto Deficit/PIL del 2,6%). </span></span><br abp="986" /><br />
<span abp="987"><span abp="988">La situazione appare appena stabilizzata, ma il giudizio dei mercati è sempre attento e gli investitori sono molto sensibili. L’aumento dello <em abp="989">spread</em>è sempre in agguato e misura la differenza fra il tasso di interesse del BTP decennale italiano rispetto all’omologo BUND tedesco. Si calcola che 100 punti di differenza in meno per il BTP possano corrispondere a circa 20 miliardi all’anno di interessi risparmiati per l’Italia. Secondo altri studi, l’effetto immediato sarebbe invece di un risparmio di solo circa 10 miliardi, ma ciò che sembra importante sottolineare è che l’IMU sulla prima casa, che in passato ha tolto la tranquillità a tante famiglie, vale solo 4 miliardi. </span></span><br abp="990" /><br />
<span abp="991"><span abp="992">D’altra parte si stima</span><a abp="993" href="#_ftn6" name="_ftnref6" title=""><span abp="994"><span abp="995"><span abp="996">[6]</span></span></span></a><span abp="997">che aumentare il debito pubblico del 10% spinga lo <em abp="998">spread</em> di circa 100 punti. E’ d’altra parte ovvio che gli investitori, all’aumentare del rischio di non solvibilità, desiderino un aumento della retribuzione dei loro impieghi. </span></span><br abp="999" /><br />
<span abp="1000"><span abp="1001">L’esperienza però dimostra che tassi di interesse del 7% o 8% sul debito pubblico, alla lunga, risultano insostenibili.In particolare se il debito pubblico di un Paese è in gran parte distribuito e acquistato da investitori internazionali, come è quello dell’Italia, i rischi di attacchi speculativi aumentano rispetto a quello di Paesi, come il Giappone, in cui il debito pubblico è più alto (236% del PIL), ma è prevalentemente in mani interne e quindi più tranquillo e meno soggetto a oscillazioni. E’ anche per questo che il Giappone, nella prima parte del 2013 ha potuto permettersi una politica monetaria fortemente espansiva per tentare di porre fine ad una situazione di deflazione che durava da 15 anni e faceva rinviare i consumi alle famiglie, svalutando comunque lo Yen sui mercati internazionali. Lo scopo del Governo giapponese e della Banca Centrale di Tokio è di passare da una deflazione annua di circa l’1,5% ad una inflazione controllata di circa il 2% annuo. </span></span><br abp="1002" /><br />
<span abp="1003"><span abp="1004">Per quanto riguarda l’Italia invece è chiaro che aumentare il debito pubblico oltre certi limiti, specialmente in presenza di una debole crescita economica o addirittura di una recessione, espone il Paese a gravi rischi e potrebbe risultare non sostenibile oltre certi limiti. Il contenimento della spesa pubblica, in passato lasciata fuori controllo, operato attraverso tagli di spesa, riforme e aumenti dell’imposizione fiscale appare in alcuni momenti inevitabile, anche se certo non privo di effetti collaterali molto negativi. </span></span><br abp="1005" /><br />
<span abp="1006"><span abp="1007">Se non c’è liquidità in cassa e non se ne può creare di nuova, allora, inevitabilmente, anche i pagamenti alle imprese slittano in avanti e a poco vale la minaccia degli interessi moratori poiché se non c’è liquidità per i pagamenti, non ce n’è neppure per gli interessi e la strada verso la ristrutturazione del debito o verso il ricorso agli aiuti internazionali è segnata. </span></span><br abp="1008" /><br />
<span abp="1009"><span abp="1010">Da una rilevazione sul campo, fatta da chi scrive con molte decine di dirigenti pubblici, responsabili del pagamento dei debiti della P.A. alle imprese, risultainfatti con chiarezza che il primo motivo dei ritardati pagamenti è da individuarsi &#8211; secondo appunto la testimonianza diretta degli operatori &#8211; nella carenza dei fondi di cassa, anche se questo, fra gli 8 motivi di ritardo dei pagamenti, veniva indicato solo come il secondo,dopo il Patto di stabilità interno (recentemente superato come si è detto), da un interessante studio dell’ANCE del luglio del 2015</span><a abp="1011" href="#_ftn7" name="_ftnref7" title=""><span abp="1012"><span abp="1013"><span abp="1014">[7]</span></span></span></a><span abp="1015">. </span></span><br abp="1016" /><br />
<span abp="1017"><span abp="1018">In queste condizioni, le manovre di finanza pubblica, inevitabilmente immediate e dolorose, servono a bloccare la sfiducia dei mercati, dando il senso della presenza di un efficace governo dell’economia. Sono poi solo le riforme strutturali a poter cambiare stabilmente la situazioneed evitare che la sfiducia e la speculazione colpiscano nuovamente il Paese.</span></span><br abp="1019" /><br />
&nbsp;<br abp="1020" /><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br abp="1021" /><br />
<em abp="1022"><span abp="1023"><span abp="1024">6. L’influenza prevalente deifattori economici nella gestione della spesa pubblica</span></span></em><br abp="1025" /><br />
<span abp="1026"><span abp="1027">I fattori economici, o almeno quelli che si manifestano in emergenza, sembrano dunque prevalere sostanzialmente sugli obblighi giuridici e lo dimostrano anche le recenti vicende relative agli interventi dell’Unione Europea sull’argomento dei ritardi nei pagamenti della P.A.. A circa 15 anni dalla Direttiva comunitaria 2000/35 (recepita, come si è detto, con il D.Lgs. n.231 del 2002), l’Europa si è di nuovo fatta interprete del disagio delle imprese con la nuova, già citata Direttiva 2011/7, recepita,come si è detto, con il D.Lgs.n.192 del 2012. </span></span><br abp="1028" /><br />
<span abp="1029"><span abp="1030">Il bilancio degli oltre 10 anni di applicazione della prima Direttiva comunitaria era stato infatti particolarmente deludente e aveva fatto pensare alla necessità di un rafforzamento di misure dimostratesi non sufficientemente efficaci. </span></span><br abp="1031" /><br />
<span abp="1032"><span abp="1033">C’era stata anzitutto un’impennata nel ritardo dei pagamenti proprio in quei dieci anni, dovuta, come si è detto, alla coincidenza della situazione molto critica dei conti pubblicicon la necessità di conformarsi alle condizioni per entrare e restare nella moneta unica europea. Per questi motivi, al di là delle inefficienze amministrative, l’Italia era giunta a guidare la poco invidiabile graduatoria europea dei Paesi in ritardo con i pagamenti della Pubblica Amministrazione alle imprese grazie ad una media di 180 giorni di ritardo in generale e di 800 giorni nel settore sanitario, con punte scandalose di 1500 giorni. </span></span><br abp="1034" /><br />
<span abp="1035"><span abp="1036">La nuova direttiva e il nuovo decreto legislativo che la recepisce si muovono comunque abbastanza in sintonia con i vecchi provvedimenti, specificandone e rafforzandone la normativa. A questo proposito, ad esempio, la P.A. non ha più la possibilità di contrattare con le imprese fornitrici eventuali interessi moratori inferiori a quelli previsti dallo stesso decreto legislativo (8%);interessanti ed opportune appaiono anche le norme che restringono ad un massimo di 30 giorni le procedure di verifica della conformità dei beni e dei servizi al contratto, procedure normalmente all’origine di ritardi prima incontestabili. </span></span><br abp="1037" /><br />
<span abp="1038"><span abp="1039">L’insistenza del D.Lgs.n.192/2012 nel considerare il termine di 30 giorni come normalmente perentorio al fine del decorrere degli interessi moratori fa onore alle intenzioni del Legislatore riguardo alla severità con cui incalza le lentezze dell’apparato burocratico, ma appare forse troppo ambizioso e rischia di provocare esborsi non indifferenti di denaro pubblico. Al momento dell’emanazione del pur meritorio decreto legislativoinfatti icontrolli di regolarità amministrativa e contabile sugli atti della Pubblica Amministrazione erano esercitati dalla Ragioneria dello Stato ai sensi del D.Lgs.n.123 del 30 giugno 2011 e della conseguente circolare (n.25) della Ragioneria Generale dell’8 settembre 2011. Questa normativa stabiliva che, se la Ragioneria notava qualche irregolarità, restituiva l’atto all’Amministrazione di provenienza, la quale aveva30 giorni per rivedere e correggere il provvedimento. I controlli inoltre riguardavano il Durc, la normativa antimafia, la regolarità dei pagamenti a Equitaliaetc… Non si può infine trascurare che è sempre possibile che l’impegno di spesa, assolutamente regolare e legale, non trovi momentaneamente disponibile in cassa la liquidità sufficiente. In mancanza dunque di cambiamenti nella normativadi contorno e considerando anche la difficoltà di un improvviso cambio di mentalità degli operatori, forse un certo gradualismo nell’applicazione della norma avrebbe evitato conseguenze di spesa per interessi moratori automatici a carico dello Stato.</span></span><br abp="1040" /><br />
<span abp="1041"><span abp="1042">Vale la pena di ricordare che il decreto legislativo in questione è del novembre 2012,ma che già nei mesi precedenti si era dovuto registrare il sostanziale scarso effetto di 4 precedenti decretidel Ministero dell’Economia – emanati fra il giugno e il luglio 2012 – che, nelle intenzioni del Governo, avrebbero dovuto sbloccare il pagamento di alcuni miliardi di euroe che invece pare abbiano contribuito a pagamenti per poco più di 300 milioni. </span></span><br abp="1043" /><br />
&nbsp;<br abp="1044" /><br />
&nbsp;<br abp="1045" /><br />
<em abp="1046"><span abp="1047"><span abp="1048">7. Il primo effettivo sblocco dei pagamenti e iprovvedimenti successivi al decreto-legge n.35/2013 </span></span></em><br abp="1049" /><br />
<span abp="1050"><span abp="1051">Ciò che sembra aver contribuito forse a cambiare la situazione e a dare concrete possibilità di pagamento di parte del debito arretrato delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese sono invece le considerazioni di politica economica fatte a livello europeo e concordate con i rappresentanti del nostro Governo. Queste considerazioni stanno alla base dell’emanazione del più volte citato decreto-legge n.35 dell’8 aprile 2013, citato all’inizio di queste brevi riflessioni, che interpreta il via libera della Commissione Europea ad una massiccia immissione di liquidità nel sistema economico italiano, valutando come ormai tendenzialmente stabilizzata la situazione della finanza pubblica e considerando altresì gli effetti molto preoccupanti sull’economia reale del rigore finanziario indiscriminato portato avanti sino a quel momento. </span></span><br abp="1052" /><br />
<span abp="1053"><span abp="1054">Nellagià citata Relazione di variazione dei conti pubblici, presentata alle Camere dal Ministro dell’Economia Grilli il 28 marzo 2013, necessaria per dare conto al Parlamento dell’intervento sulla finanza pubblica relativo allo sblocco dei 40 miliardi aggiuntivi per i pagamenti arretrati alle imprese, non c’è traccia di motivazioni giuridiche. Per giustificare il doveroso pagamento alle imprese degli ingenti crediti maturati per contratti commerciali da molto tempo eseguiti e mai saldati, la Relazione governativa, approvata dal Consiglio dei Ministri il 21 marzo 2013, si richiama solo alla necessità di “<em abp="1055">intervenire rapidamente al fine di fronteggiare un andamento della congiuntura economica peggiore rispetto a quello stimato nella Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2012, sfruttando un margine di flessibilità specifico recentemente approvato dall’Europa</em>. <em abp="1056">In proposito vale la pena ricordare che il Consiglio europeo del 14 marzo 2013, facendo seguito agli orientamenti dei Consigli europei di giugno e dicembre 2012, ha riconosciuto la necessità di un risanamento di bilancio differenziato, che permetta di utilizzare gli spazi di flessibilità controllata per azioni a favore della crescita e dell’occupazione. In particolare, e questo è il tema di questa audizione, &nbsp;la Commissione Europea ha recentemente indicato nel pagamento dei debiti pregressi della Pubblica Amministrazione la leva specifica su cui operare</em>”. </span></span><br abp="1057" /><br />
<span abp="1058"><span abp="1059">Queste parole riconoscono anzitutto che il ritardo e l’accelerazione nei pagamenti alle imprese sonoda tempopassati dall’essere frutto di semplice incuria e lentezza burocratica ad essere strumento di politica economica da parte dei Governi. Secondariamente, appare chiaro che, senza un giudizio positivo della Commissione europea sulla sostenibilità economica, alla luce del Patto di Stabilità, di una immissione di 40 miliardi di liquidità aggiuntiva nel mercato italianoin due anni, i pagamenti alle imprese avrebbero continuato a restare una illusione e ciò malgrado la citata Direttiva europea n.7 del 2011 che impone alle pubbliche amministrazioni di pagare le imprese entro 30 giorni. </span></span><br abp="1060" /><br />
<span abp="1061"><span abp="1062">La terza osservazione è che l’aspetto giuridico della obbligatorietà dei pagamenti non sembra preoccupare seriamente la Commissione europea e il Governo italiano, dal momento che i pagamenti dovuti per lavori e servizi perfettamente eseguiti e consegnati sembrano sostanzialmente considerati come aiuti alle imprese, finanziamenti a fondo perduto o provvedimentigenerici a favore dell’economia. Resta evidentemente sottostante a questo approccio la vecchia cultura dello Stato “obbligato speciale” e “pagatore eventuale”, in quanto soggetto giuridicamente superiore anche quando agisce con gli strumenti del diritto privato e stipula contratti con le imprese.</span></span><br abp="1063" /><br />
<span abp="1064"><span abp="1065">Malgrado non sia quella sopra citata la cultura palesata dalle Direttive comunitarie sull’argomento–le quali contengono invece chiare espressioni di una serietà e di un rigore tipicamente mitteleuropei &#8211; è a questa cultura a cui si appoggiano le politiche pubbliche che considerano il pagamento alle imprese come una variabile dipendente dall’andamento economico. Già il fatto di dover utilizzare il decreto-legge &#8211; cioè un atto caratterizzato da una straordinaria necessità e urgenza &#8211; per pagare i normali debiti pregressi delle pubbliche amministrazioni è sufficientemente eloquente. Anche se infatti agli occhi di un economista può apparire normale, agli occhi di un giurista sembra anomalo che lo Stato affermi solennemente di voler pagare i suoi debiti, per altro solo parzialmente. Inoltre, almeno con il primo decreto-legge del 2013, lo Stato ammettevain pratica, sebbene implicitamente, di non potere,almeno per altri due anni, saldare tutti isuoi debiti per decine di miliardi di euro (90 miliardi di debiti globali meno 40in pagamento grazie appunto al decreto-legge n.35, dà come risultato 50 miliardi di debiti in sofferenza senza reale prospettiva immediata di pagamento, anche se è vero che, almeno in teoria, questi fondi stanziati con i decreti-legge dovevano essere aggiuntivi e che le pubbliche amministrazioni potevano avere anche qualche risorsa propria per saldare i loro debiti pregressi).</span></span><br abp="1066" /><br />
<span abp="1067"><span abp="1068">Il presupposto del decreto-legge n.35 è infatti che lo Stato e principalmente gli enti locali si trovino da tempo in una situazione di grave inadempimento dei loro obblighi contrattuali nei confronti delle aziende e che intendano procedere unilateralmente ad una sorta di concordato preventivo o di ristrutturazione del debito nei confronti dei loro creditori.</span></span><br abp="1069" /><br />
<span abp="1070"><span abp="1071">Proprio come si farebbe in una situazione fallimentare o prefallimentare a livello imprenditoriale, nel decreto-legge si individuano le limitate fonti di finanziamento disponibili (Fondi <em abp="1072">ad hoc</em>, residui attivi e passivi, anticipazioni della CdP, emissione di titoli di Stato etc…) e poi si dividono fra i creditori, graduando a seconda del soggetto richiedente, della data e del tipo di creditoo del fatto che il credito sia stato ceduto o meno<em abp="1073">pro soluto</em>, nella consapevolezza che comunque non sarà possibile soddisfare, almeno per un lungo periodo, tutti gli aventi diritto. Si tratta dunque di una sorta di provvisoria liquidazione dell’attivo, in attesa che le condizioni della finanza pubblica diano la possibilità di fare di meglio e pagare gli altri presunti 50 miliardi di euro di arretrati. Non casualmente dunque una parte del dibattito parlamentare in sede di conversione del decreto-legge si orientò da subito verso la ricerca delle modalità finanziarie di copertura per poter almeno anticipare tutti i pagamenti residui già nel 2014. Come abbiamo già detto, successivamente altri due decreti-legge seguirono sulla scia del n.35/2013 (il n.102 del 2013 e il n.66 del 2014, mentre la Legge di Stabilità del 2014 aveva stanziato altro ½ miliardo).</span></span><br abp="1074" /><br />
<span abp="1075"><span abp="1076">Tutto ciò continuava a convivere peraltro con il citato D.Lgs.n.192 del 2012(di recepimento della Direttiva UE n.7 del 2011) che imponeva e imponeil pagamento a 30 giorni per i debiti attuali della P.A., per cui appare legittimo che ci siano debiti recenti saldati con molto anticipo rispetto ad altri più antichi.</span></span><br abp="1077" /><br />
<span abp="1078"><span abp="1079">Il decreto-legge n.35 esclude anzitutto dai vincoli del Patto di Stabilità alcuni pagamenti per debiti delle Province e dei Comuni, graduando e distribuendo nel tempo le possibilità di pagamento anche a seconda delle disponibilità di cassa. La rottura di alcuni dei vincoli del Patto di stabilità interno è in effetti uno dei punti che giustifica l’atto di livello legislativo insieme alla graduazione dei pagamenti e alla distribuzione dei 40 miliardi disponibili entro due anni fra i vari enti e organi della Pubblica Amministrazione centrale e locale. Per legge doveva anche essere stabilita la non sequestrabilità e la non pignorabilità delle somme destinate ai pagamenti dei debiti della P.A. maturatial 31 dicembre 2012. </span></span><br abp="1080" /><br />
<span abp="1081"><span abp="1082">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La procedura prevista, immediatamente sottoposta a critiche da parte delle imprese per la lunghezza e complessità degli adempimenti</span><a abp="1083" href="#_ftn8" name="_ftnref8" title=""><span abp="1084"><span abp="1085"><span abp="1086">[8]</span></span></span></a><span abp="1087">, prevede anzitutto che le P.A. registrino i loro debiti su una piattaforma elettronica predisposta dalla Ragioneria Generale per la gestione telematica del rilascio delle certificazioni. In questa fase le imprese creditrici si limitano a verificare e vigilare, anche considerando che il ritardo dei dirigenti pubblici responsabiliquesta volta è sanzionato con 100 euro al giorno di detrazione dallo stipendio. Contemporaneamente anche i Comuni e le Province comunicano alla Ragioneria Generale gli spazi finanziari dicui hanno bisogno per i pagamenti non più bloccati dal Patto di stabilità interno. Gli enti locali privi di liquidità di cassa per residui passivi ed attivi possono chiedere anticipazioni alla Cassa Depositi e Prestiti. Nello Stato di previsione del Ministero dell’Economia è istituito un Fondo per questi pagamenti, articolato in tre sottosezioni (Enti locali, Regioni per debiti non finanziari e sanitari e Debiti del Servizio Sanitario Nazionale). A questo Fondo possono essere chieste prima anticipazioni e poi prenotazioni di spesa. Il Ministero dell’Economia ripartisce, a determinate condizioni, le somme per i pagamenti agli enti locali, ai Ministeri e alle Regioni per i debiti diversi da quelli della sanità. Solo in seguito ad una ulteriore ricognizione riguardante i debiti ingentissimi della sanità si procedealla ripartizione definitiva fra le Regioni dei 14 miliardi di euro destinati al pagamento dei debiti del Servizio Sanitario Nazionale (al netto delle anticipazioni già concesse). Importantissimo appare poi l’art. 9 del decreto dedicato alle compensazioni fra crediti certificati verso la Pubblica Amministrazione e crediti tributari del Fisco. E’infatti possibile compensare crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, maturati al 31 dicembre 2012, nei confronti dello Stato, delle Regioni, degli Enti locali e del Servizio sanitario nazionale con somme dovute al Fisco a seguito di accertamento con adesione e di altri istituti definitori della pretesa tributaria e deflattivi del contenzioso tributario. La procedura prevista per queste compensazioni è possibile esclusivamente attraverso mezzi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate. Per il 2013 il tetto soggettivo per queste operazioni di compensazione era stato fissato in 516.000 euro e per il 2014 in 700.000 euro.</span></span><br abp="1088" /><br />
<span abp="1089"><span abp="1090">Certamente il decreto-legge contiene molto materiale disomogeneo e difficile da ordinare: la sua lettura non risulta di semplice comprensibilità e di agevole interpretazione, sia per chi deve applicarlo sia principalmente per chi devecoglierne i benefici. Considerando infatti che decine di migliaia di imprese, spesso medie e piccole, aspettavano queste norme, forse si poteva dedicareuna parte del decreto, scritta in modo semplice, agli adempimenti richiesti alle aziende e ai tempi certi in cui queste ultime avrebbero potuto ricevere i pagamentiattesi.</span></span><br abp="1091" /><br />
<span abp="1092"><span abp="1093">Comunque il decreto-legge n.35 è stato decisamente un passo avanti sulla strada giusta e ha rappresentato fondamentalmente la presa d’atto europea che la politica del rigore assoluto, attuata anche con mezzi molto discutibili come il non pagamentodei debiti delle pubbliche amministrazioni, stava portando l’Italia sull’orlo di un avvitamento negativo difficilmente reversibile poiché capace di distruggere un tessuto produttivo di piccole e medie aziende non più riproducibile. Con questo decreto-legge e con i successivi più volte citati decreti legge e decreti legislativi derivanti da Direttive europee in materia di accelerazione dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni si rimane tuttavia ancora lontani dalla soluzione definitiva del problema che risiede nella effettiva capacità dei Governi democratici di gestire e coordinare efficacemente le molte fonti della spesa pubblica.</span></span><br abp="1094" /><br />
&nbsp;<br abp="1095" /><br />
&nbsp;<br abp="1096" /><br />
<em abp="1097"><span abp="1098"><span abp="1099">8. Conclusioni con necessario rinvio a considerazionidi tipo istituzionale e politico</span></span></em><br abp="1100" /><br />
<span abp="1101"><span abp="1102">La vicenda dei ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle imprese, al di là dei tecnicismi contabili, dimostra ancora una volta come sia vero che ogni grande problema amministrativo sia anche un problema economico e come ogni grande problema economico sia anche un problema politico.</span></span><br abp="1103" /><br />
<span abp="1104"><span abp="1105">E’ ovvio infatti che lo Stato non dovrebbe commissionare più beni e servizi di quanti è in grado di pagare e che non dovrebbe indebitarsi più di quanto è in grado di restituire, ma questo presupporrebbe una capacità di programmazione e di governo della spesa pubblica e di orientamento dell’economia che attualmente non sembranoancora sufficienti. I centri di spesa sono innumerevoli e incontrollabili: alla spesa dei Ministeri e degli enti pubblici territoriali si unisce quelle degli enti pubblici economici e delle aziende pubbliche, centrali e locali, che spesso svolgono servizi indispensabili in pesanti situazioni di passivo. Banche formalmente private rischiano capitali enormi attraverso spericolate operazioni finanziarie, finanziamenti indotti da motivazioni non economiche o semplici pratiche di distrazione di fondi in grado di determinare la bancarotta degli stessi Istituti di credito. In tutti questi casi, fino ad oggi lo Stato è sempre intervenuto in nome della indispensabile “solidità del sistema” e si dubita che, anche una volta previsto il <em abp="1106">bail-in</em>, questi onerosi interventi, diretti o indiretti, &nbsp;cesseranno del tutto. </span></span><br abp="1107" /><br />
<span abp="1108"><span abp="1109">Inoltre, le crisi delle grandi aziende, le crisi sui mercati finanziari, le crisi del sistema sanitario, le crisidel sistema previdenziale, le crisi militari internazionali, le crisi energetiche, le calamità naturali e molte altre emergenze, in gran parte impreviste, vengono finanziate con l’aumento della spesa pubblica. Qualsiasi Esecutivo che voglia sopravvivere in una forma di governo parlamentare, specialmente se caratterizzata dalle logiche di coalizioni multipartitiche, deve rispondere alla domanda sociale con immediatezza, talora spendendo, di fronte ad una pressione molto forte, anche più di quanto sa di potersi permettere. Questo modo di governare fa sì che gli Esecutivi accettino di indebitarsi ulteriormente o che diano il via a lavori difficili da ultimare e pagare negli anni successivi, ma i Ministri sanno anche che, in futuro, difficilmente ne risponderanno a livello personale, vista la durata media dei Governi italiani.</span></span><br abp="1110" /><br />
<span abp="1111"><span abp="1112">Gli Esecutivi si susseguono in modo spesso traumatico, i Ministri si alternano, cambiano le maggioranze parlamentari, e, ultimamente, sembra che anche fattori internazionali concorrano in modo determinante a provocare le crisi di Governo.Se permarranno queste condizioni di scarsa stabilità politica<em abp="1113">,</em>periodica o permanente che sia, la spesa pubblica riuscirà a malapena a soddisfare l’emergenza e, di conseguenza, la tempestività dei pagamenti alle imprese rischierà sempre di essere in pericolo. </span></span><br abp="1114" /><br />
<span abp="1115"><span abp="1116">Alla radice della soluzione definitiva del problema dei ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione c’è dunque un problema di stabilità di Governo, di controllo della spesa pubblica e di riforme amministrative strutturali e procedurali. Il buon andamento della P.A., di cui è parte la regolarità dei suoi pagamenti, deriva dunque anzitutto dalla possibilità di avere Esecutivi duraturi, autorevolmente presieduti e con personale politico specificamente competente al vertice di ciascun Dicastero.</span></span><br abp="1117" /><br />
<span abp="1118"><span abp="1119">Questa possibilità deve purtroppo ritenersi molto difficile da ottenere a causa della persistente instabilità governativa, di una forma di governo parlamentare con bicameralismo perfetto,senza garanzie di maggioranze omogenee.&nbsp;</span></span><br abp="1120" /><br />
<span abp="1121"><span abp="1122">Le leggi elettorali sino ad oggi sperimentate, benché abbiano conferito premi di maggioranza eccessivi e mortificato le scelte degli elettori,non hanno garantito neppurela stabilità dei Governi. Siamo altresì in presenza di un multipartitismo altamente conflittuale e destabilizzante,con divisioni e tensioni correntizie dentro ogni formazione, tutt’ora in parte finanziato a spese dello Stato. Questo sistema dei partiti politici,con le loro correnti interne, nato in altre epoche storiche eattualmente distante dall’opinione pubblica, ha il potere di sceglieretutti i Parlamentari, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e di condizionarne l’azione di governo, scaricando permanentemente su di loro il peso delle <em abp="1123">lobbies</em>, delle corporazioni e delle plurime formazioni sindacati nonché quello della sua permanente litigiosità interna, spesso alimentatadalle ambizioni personali di chi è rimasto momentaneamente fuori dalle cariche pubbliche.</span></span><br abp="1124" /><br />
<span abp="1125"><span abp="1126">L’Esecutivo, formato da Ministri scelti dai partiti e non revocabili dal Primo Ministro, deve poi dividere il suo potere decisorio con il Parlamento, il Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale, le Regioni, l’Unione Europea e alcune iniziative della Magistratura, specialmente penale, che si rivelanodeterminanti sul piano delle scelte di indirizzo politico quantomeno nell’ambito dei lavori pubblici, delle crisi aziendali, dell’energia e delle infrastrutture (vedi ad esempio il caso Ilva). Dunque, primo passo per cambiare questa situazione è rappresentato dal dare stabilità all’azione di Governo e affidare al Presidente del Consiglio effettivi poteri di indirizzo sull’azione dell’Esecutivo e di scelta e revoca dei Ministri.I partiti politici dovrebbero invece ridurre il loro ruolo a vantaggio della valorizzazione e della stabilità dell’azione delle Istituzioni.</span></span><br abp="1127" /><br />
<span abp="1128"><span abp="1129">Con questi primi passi e grazie all’azione di un Governo stabilesi potrà forse procedere verso il comunque difficile tentativo di governare la spesa pubblica, orientare l’economia, riformare le amministrazioni, programmare gli interventi,valutare le risorsee, solo di conseguenza, pagare tempestivamente le imprese che lavorano per lo Stato.</span></span><br abp="1130" /><br />
&nbsp;<br abp="1131" /><br />
&nbsp;<br abp="1132" /><br />
&nbsp;<br abp="1133" /><br />
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&nbsp;<br abp="1142" /><br />
&nbsp;<br abp="1143" /><br />
&nbsp;<br abp="1144" /><br />
<span abp="1145"><span abp="1146">*L’articolo riproduce parzialmente il contenuto dell’intervento dell’autore nel corso di due seminari tenutisi a Roma e a Milano presso la Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze, oggi unificata e assorbita nella Scuola Nazionale dell’Amministrazione.</span></span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div abp="1148">
<div abp="1149" style="text-align: justify;">&nbsp;</div>
<hr abp="1151" align="left" size="1" width="33%" />
<div abp="1152" id="ftn1" style="text-align: justify;"><a abp="1153" href="#_ftnref1" name="_ftn1" title=""><span abp="1154"><span abp="1155"><span abp="1156">[1]</span></span></span></a><span abp="1157"> Cfr. Cass. Civ. , Sez I, 12 gennaio 1999, n. 247, in Giust. Civ. Mass., 1999, pag.55</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div abp="1159" id="ftn2" style="text-align: justify;"><a abp="1160" href="#_ftnref2" name="_ftn2" title=""><span abp="1161"><span abp="1162"><span abp="1163">[2]</span></span></span></a><span abp="1164"> Cfr. M. Gnes, I privilegi dello Stato debitore, Ed. 2012, pag. 55 e ss.</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div abp="1166" id="ftn3" style="text-align: justify;"><a abp="1167" href="#_ftnref3" name="_ftn3" title=""><span abp="1168"><span abp="1169"><span abp="1170">[3]</span></span></span></a><span abp="1171"> Da Il Corriere della sera del 3 aprile 2003 pag.3: S. Rizzo, “Arretrati e interessi, una corsa che vale 557mila euro all’ora”.</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div abp="1173" id="ftn4" style="text-align: justify;"><a abp="1174" href="#_ftnref4" name="_ftn4" title=""><span abp="1175"><span abp="1176"><span abp="1177">[4]</span></span></span></a><span abp="1178">Cfr. il celebre e discusso saggio del 2010 sulla <em abp="1179">American EconomicReview</em> di Carmen Reinhart e Kennet Rogoff. Vedi anche U. Panizza e A.F. Presbitero, L’alto debito non esclude la crescita, su Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2013, pag. 1.</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div abp="1181" id="ftn5" style="text-align: justify;"><a abp="1182" href="#_ftnref5" name="_ftn5" title=""><span abp="1183"><span abp="1184"><span abp="1185">[5]</span></span></span></a><span abp="1186"> Cfr. Il Sole 24 ore , 29 marzo 2013, pag.7</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div abp="1188" id="ftn6" style="text-align: justify;"><a abp="1189" href="#_ftnref6" name="_ftn6" title=""><span abp="1190"><span abp="1191"><span abp="1192">[6]</span></span></span></a><span abp="1193"> Cfr. M.Cellino, “Studio BCE, un + 10% di debito spinge lo spread di 100 punti”, da Il Sole 24 ore&nbsp; del 9 marzo 2013, pag. </span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div abp="1195" id="ftn7" style="text-align: justify;"><a abp="1196" href="#_ftnref7" name="_ftn7" title=""><span abp="1197"><span abp="1198"><span abp="1199">[7]</span></span></span></a><span abp="1200">Estratto dall’<em abp="1201">OsservatorioCongiunturale sull’Industria delle Costruzioni</em> a cura dell’ANCE (luglio 2015)</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<div abp="1203" id="ftn8" style="text-align: justify;"><a abp="1204" href="#_ftnref8" name="_ftn8" title=""><span abp="1205"><span abp="1206"><span abp="1207">[8]</span></span></span></a><span abp="1208"> Cfr. Il Sole 24 ore di Lunedì, 15 aprile 2013, pag.19 </span></div>
</div>
<hr />
<p>Note</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.giustamm.it/dottrina/il-ritardo-dei-pagamenti-delle-pubbliche-amministrazioni-alle-imprese/">Il ritardo dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle imprese</a> proviene da <a href="https://www.giustamm.it">Giustamm</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
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