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| n. 11-2011 - © copyright |
SABINO CASSESE
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| Le molte vite del Consiglio di
Stato
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“Il Consiglio di Stato sta in un rapporto storico
di continuità con un istituto col quale sta in antitesi per quanto
riguarda la reciproca loro natura e portata”. In questa frase,
scritta dal padre fondatore del diritto pubblico italiano, Vittorio
Emanuele Orlando, trent’anni dopo l’unificazione e due dopo la
costituzione della IV Sezione del Consiglio di Stato - e, quindi,
dell’inizio della sua vita moderna - è riassunta una gran parte
della storia dell’organo di cui oggi festeggiamo il centoottantesimo
anniversario.
Perché ho iniziato citando Orlando e perché quella
frase? Orlando, sia perché è stato il fondatore della scuola
italiana di diritto pubblico, sia perché, nato nei giorni
dell’impresa garibaldina in Sicilia, ha accompagnato con la sua
lunga vita una gran parte della storia dello Stato italiano,
svolgendovi ruoli importanti.
Quella frase perché illustra
lucidamente il primo paradosso che vorrei ricordare: quello di un
istituto, il Consiglio di Stato albertino che, nato come “embrione
di Parlamento” (Rattazzi l’aveva definito organo “moderatore del
potere ministeriale”), si è sviluppato come organo “suggeritore del
governo” (secondo l’efficace espressione di Guido Melis) per
divenire – come ha notato Jean-Marc Sauvé per l’istituzione sorella,
il Conseil d’État francese – tutore dello Stato di diritto e dei
diritti dei cittadini nei confronti delle pubbliche
amministrazioni.
Ho già percorso il lungo dipanarsi delle diverse
incarnazioni del Consiglio di Stato nella riunione romana del 16
marzo scorso dell’Adunanza Generale, per cui posso passare al
secondo paradosso della storia di quest’organo, che è il seguente:
festeggiamo quest’anno il centocinquantesimo anniversario dello
Stato italiano e, insieme, il centoottantesimo del Consiglio di
Stato. Dunque, il Consiglio ha una vita più lunga dell’ente stesso
al quale la sua attività è rivolta. Come è perché è avvenuto
ciò?
La spiegazione sta nell’opera politica e nella geniale
visione di Camillo Benso di Cavour, riassunta nella frase da lui
usata in una lettera del 1860: occorre “fare l’Italia per
costituirla poi”. L’idea, cioè, che si dovesse lavorare con le
istituzioni esistenti, per cogliere il momento propizio, rifiutando,
quindi, l’idea mazziniana di una assemblea costituente, che avrebbe
potuto mettere in dubbio l’Unità.
Questo disegno ci ha lasciato
gli organi più robusti preesistenti, come il Consiglio di Stato.
Basta leggere la grande storia dei consiglieri di Stato, promossa
dal Consiglio stesso e diretta da Guido Melis, per vedere come essa
si intrecci con quasi tutti i capitoli e le fasi della storia
italiana: quest’organo è stato il vivaio nel quale sono cresciuti o
sono approdati economisti (ad esempio, Boccardo), statistici (penso
a Bodio), statisti (basta citare Cordova e Giolitti), “grands
commis” (ricordo Astengo, Saredo, Peano, Petrocchi, Schanzer e
Pironti), costituenti (ad esempio, Ruini), giudici costituzionali
(nel sessantennio di vita della Corte costituzionale, essa ha avuto
tre presidenti provenienti da Palazzo Spada).
Quel disegno ha
anche avuto un aspetto negativo, in quanto ha prodotto una
costituzionalizzazione debole, se paragonata a quella di altri
Paesi. Si paragoni il fragile Statuto albertino alla Costituzione
americana: uno dei più grandi storici delle istituzioni, il belga
Van Caenegem, ha notato che questa è più di un testo legale, è un
libro sacro, oggetto di venerazione, fondamento di una religione
civile.
Terzo paradosso: il Consiglio di Stato sfida uno dei
principi dello Stato moderno, quello di divisione dei poteri. È
organo di consulenza amministrativa e “pépinière de grands commis”
e, allo stesso tempo, giudice. Orlando notava che l’espressione
“giurisdizione amministrativa” è impropria: se è giurisdizione non
può essere amministrazione, e viceversa. L’amministratore-giudice -
osservava - è giudice in causa propria. Di qui la sua negazione del
carattere giurisdizionale della IV Sezione.
Eppure, i Consigli di
Stato - nati in contesti diversi, per funzioni diverse - si sono
affermati come giudici di grande successo in patria: basti pensare
all’aumento della domanda di giustizia che ad essi si rivolge in
Francia e in Italia, come osservato dal Vice-Président Sauvé nel suo
contributo alla raccolta che viene oggi presentata.
Inoltre, un
po’ dovunque, nel mondo – penso soprattutto agli Stati Uniti, al
Regno Unito, all’Australia, alla più grande provincia canadese,
quella dell’Ontario – si stanno sviluppando tribunali amministrativi
che percorrono la stessa strada del Conseil d’État francese e del
Consiglio di Stato italiano: nati come organi amministrativi,
sviluppano un’attività contenziosa (nel senso italiano, non in
quello francese del termine); acquistano poi una certa indipendenza
e adottano procedure in contraddittorio; infine, ottengono maggiore
indipendenza, assicurata attraverso organi centrali di
garanzia.
Concludo: il Consiglio di Stato italiano è uno dei
pochi organi pubblici, costituzionali o di rilevanza costituzionale,
che possano registrare al proprio attivo una così ricca messe di
successi. Non voglio dire che, nei molti presenti, esso sia sempre
stato consapevole di questo glorioso passato. Né che sia sempre
stato alla sua altezza (ricordo la critica di Leopoldo Elia nel
gennaio 1973). Ma esso ha dato sempre un contributo positivo al
funzionamento delle istituzioni, ha – come dicono gli inglesi –
sempre contribuito alla loro fertilizzazione. La sua forza futura
starà anche nella sua capacità di continuare a dialogare con altre
corti non nazionali – mi riferisco a quelle europee e ai molti altri
tribunali amministrativi che, in vesti diverse, proliferano oltre lo
Stato – e nella perseveranza con la quale indurrà le amministrazioni
italiane ad adottare i moduli propri della democrazia
amministrativa, a consentire la partecipazione degli interessati
alla formazione delle decisioni collettive.
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(pubblicato il
2.11.2011)
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