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Il 15 gennaio 2010, presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università “la Sapienza” di Roma, si è svolta una tavola rotonda sul tema “La Questione ambientale” nell’ambito del Master di II livello in diritto dell’ambiente.
Il Prof. Filippo Satta ha introdotto il convegno evidenziando, in primo luogo, la stretta connessione che sussiste tra diritto, economia ed ambiente. I problemi ambientali coinvolgono, infatti, regole tecniche, scientifiche e questioni morali; di conseguenza, il diritto non è in grado da solo di risolverli. La disciplina della materia ambientale non può fondarsi, poi, su norme fisse. Infatti, si richiede un continuo cambiamento a livello legislativo per far fronte ai problemi ambientali e tentare di migliorare sempre di più la qualità dell’ambiente. Tali elementi denotano la difficoltà che incontra il diritto nel far fronte alla “questione ambientale”. Il diritto nazionale trova, comunque, un “sostegno” nel diritto comunitario. Basti considerare che l’art. 2 del Trattato indica tra le finalità della Comunità europea “un elevato livello di protezione ambientale”. Un ulteriore problema del diritto ambientale riguarda, infine, l’individuazione della responsabilità per i danni provocati all’ambiente. E’, infatti, molto complesso identificare la “colpa” dei singoli soggetti che concorrono a provocare i danni e ricondurla nell’ambito della disciplina dell’art. 2043 c.c. Infatti, i comportamenti individuali hanno un peso rilevante nei confronti dei problemi ambientali. Ogni gesto del singolo può avere rilevanza per la comunità. Per tale ragione è difficile individuare il soggetto responsabile di un danno che può essere stato provocato da una pluralità di individui.
Successivamente è intervenuto il Prof. Mario Vietri che ha messo in risalto il problema del riscaldamento globale. Secondo gli studi dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) il riscaldamento globale è un fenomeno scientificamente provato e misurabile. Infatti, si riscontra una sorta di deriva verso temperature della terra sempre più alte. In realtà, il clima della terra ha sempre subito oscillazioni, aumentando e diminuendo in vari periodi, ma solo attualmente le temperature sono in continuo aumento. Tale fenomeno è strettamente correlato alle emissioni di CO2. La temperatura aumenta al crescere delle emissioni. Inoltre, gli studiosi dell’IPCC ritengono che il surriscaldamento sia quasi sicuramente (con una probabilità del 90 per cento) un effetto dell’attività umana. E’, allora, difficile sapere cosa accadrà in futuro. Secondo alcuni studi se non si ridurranno le emissioni di gas serra la temperatura della Terra aumenterà nel 2100 di 6 gradi, le calotte artiche si scioglieranno, si estingueranno specie animali e vegetali. Il problema del surriscaldamento globale non è comunque di facile soluzione poiché è causato dall’emissione di agenti inquinanti eterogenei. E’ allora complesso trovare soluzioni come quelle adottate per risolvere il problema del buco dell’ozono. In tal caso, infatti, è stato sufficiente vietare l’utilizzo dell’unico componente chimico responsabile del danno all’atmosfera. Per il surriscaldamento non può adottarsi la stessa soluzione proprio per la molteplicità di vari agenti che provocano l’innalzamento delle temperature. Nonostante tali scenari critici è possibile delineare una prospettiva ottimista considerando che sulla Terra ci sono zone non abbastanza sfruttate come la Siberia e che diventeranno coltivabili a seguito dell’aumento delle temperature. L’utilizzo di tali zone comporterà, però, uno spostamento della popolazione e, dunque, cambiamenti sociali drammatici.
In seguito è intervenuto il Prof. Pierluigi Ciocca, sottolineando che i danni ambientali sono provocati senza dubbio dall’attività economica dell’uomo. Pertanto, la soluzione può rinvenirsi nella stessa economia. Nonostante i problemi ambientali si siano avuti in tutte le epoche storiche, l’era attuale della globalizzazione economica tende ad esasperare le difficoltà legate alla tutela dell’ambiente. Infatti, il settore dell’industria è attualmente più sviluppato di quello dell’agricoltura ed inquina molto di più. E’ allora opportuno rivedere il modo di produrre, utilizzando nuove tecnologie che rispettino l’ambiente e modificare il tipo di produzione realizzando prodotti non inquinanti. Una soluzione ulteriore potrebbe essere quella di calcolare il costo del danno ambientale come esternalità negativa e di includerlo nel costo economico dell’impresa. Inoltre, se il problema dell’inquinamento è legato alla crescita economica, una soluzione potrebbe essere quella di bloccare la crescita o di decrescere. Tale soluzione non sembra, però, essere praticabile nella realtà per due ragioni. In primo luogo, non risolve il problema dell’inquinamento già verificatosi e, in secondo luogo, il sistema capitalistico non consente il blocco della crescita. Un’economia di mercato stagnante è, infatti, un ossimoro, un non senso. La crescita zero, inoltre, aggraverebbe il problema della sperequazione distributiva tra Paesi ricchi e Paesi poveri che può essere eliminata soltanto consentendo a tali Paesi di crescere e svilupparsi. Il problema ambientale può, allora, essere risolto solo con la crescita e con lo sviluppo di tecnologie meno nocive. La “questione ambientale” deve essere affrontata, dunque, dall’economia in collaborazione con le istituzioni, bilanciando gli strumenti di mercato con quelli autoritativi.
Infine, ha preso la parola il Consigliere Roberto Chieppa affermando che un approccio solo giuridico al problema ambientale è inadeguato, essendo necessaria un’ottica di studio interdisciplinare. Il carattere interdisciplinare del problema ambientale fu riconosciuto per la prima volta da Giannini che considerava il diritto dell’ambiente diviso in tre settori - inquinamento, paesaggio, governo del territorio – e lo collegava alla scienza economica. Inoltre, l’ambiente non è un bene giuridico, ma ha natura superindividuale poiché supera i diritti dei singoli. Tale aspetto si riscontra nella Costituzione italiana poiché l’ambiente non è ricompreso nella parte relativa ai principi, ma nell’art. 117. Secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, infatti, l’ambiente è un fine da perseguire e, dunque, una materia trasversale poiché in tutti i settori può intervenire la necessità di tutela dell’ambiente. A livello nazionale, però, sussistono vari problemi legati all’ambiente. Il primo è quello della individuazione del livello decisionale ottimale delle politiche ambientali. La “questione ambientale” va affrontata localmente o con un approccio unitario? L’approccio unitario è preferibile poiché per risolvere i problemi ambientali è necessario che la tutela avvenga a livelli di governo “più alti” data la complessità della materia. Un secondo problema attiene al ruolo della politica che non fornisce sempre le risposte adeguate. Infatti, l’esigenza del politico è contingente e dura una legislatura, mentre la soluzione dei problemi ambientali richiede una prospettiva più ampia. Inoltre la politica è contraddittoria, poiché le decisioni vengono spesso riviste. Per far fronte a tali inconvenienti sarebbe opportuno allora: individuare un centro decisionale ottimale; modificare la disciplina sulla responsabilità per danno ambientale e renderla più adeguata alle esigenze di tutela dell’ambiente; promuovere l’introduzione della class action ambientale. Servirebbe, dunque, una politica ambientale più efficiente fondata sul bilanciamento tra tecnologia e sviluppo sostenibile, e tra modelli di consumo e di produzione. Vi e, dunque, una forte esigenza dell’intervento di un potere pubblico attento agli aspetti anche scientifici della “questione ambientale” e orientato verso una prospettiva globale.
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