Giustizia Amministrativa - on line
 
Articoli e Note
n. 10-2009 - © copyright

 

FEDERICO FRENI

La crisi istituzionale in Honduras: un moderno esempio di diritto di resistenza


1. Scrivere, oggi, della profonda crisi istituzionale che attraversa l’Honduras è un rischio: è un rischio, per un verso, perché gli eventi -nel loro magmatico, ed a volte inintellegibile divenire- sono tutt’ora in corso; è vieppiù rischioso perché la contingenza (come insegnano molte pagine dei Frammenti di romaniana memoria) non può costituire oggetto di analisi lucida e scientificamente attendibile: il giurista, il giuspubblicista nella specie, dovrebbe -quindi- fuggire la contingenza (a maggior ragione se politicamente orientata od orientabile), per concentrare l’analisi sul sistema nella sua stabilità.
Chi scrive non è estraneo a questo metodo: eppure, questa volta, deve consentirsi un’eccezione. Eccezione che, in quanto tale, ha -come ogni evento extra ordinem che si rispetti- una sue genesi particolare. In questo caso, l’evento è rappresentato dalla lettura di un report, redatto -nell’agosto di quest’anno- dal Directorate of Legal Research for Foreing, Comparative, and International Law a beneficio del Congresso americano, ed avente ad oggetto l’analisi costituzionale delle ragioni che hanno condotto alla rimozione del presidente honduregno Zelaya nel corso del mese di giugno di quest’anno.
Il documento, per quanto estremamente tecnico, è di piana lettura, e si conclude -inaspettatamente- con la piena assoluzione dei golpisti (o presunti tali): che avrebbero agito in piena e coerente armonia con le disposizioni costituzionali vigenti.
Inutile nascondere la sorpresa: chiunque abbia solo sfogliato le pagine dedicate alla questione dai quotidiani (non solo nazionali) da agosto ad oggi, ha sedimentato un’opinione affatto diversa.
Ecco perché, pur con il limite (dichiarato) della contingenza, l’analisi costituzionale degli eventi che hanno interessato la giovane democrazia centroamericana merita una qualche attenzione.

2. Come noto la rigidità e la stabilità di una costituzione hanno, all’interno della stessa costituzione, una serie di linee di difesa. Così i costituenti honduregni nel 1982, memori degli eventi occorsi nei precedenti cinquanta anni -che avevano visto un susseguirsi (sin dal 1933 con la dittatura di Tiburcio Carias Andino) di fragili aspettative democratiche e sanguinosi colpi di stato militari- avevano previsto, tra le altre, una serie di norme “petreos” (scritte nella roccia) nell’intento di garantire una stabilità al nascente sistema costituzionale. Tra tutte, l’immodificabilità della forma di governo e del numero di anni preveduto per il mandato presidenziale (fissato in quattro).
Segnatamente -ed ai limitati fini che ci occupano- l’art. 239 priva dell’elettorato passivo (limitatamente alle cariche di presidente e vice presidente) chiunque abbia già ricoperto incarichi di governo, prevedendo uno stringente apparato sanzionatorio: chiunque si arrischi a “violare tale disposizione o a proporne la riforma, sarà immediatamente destituito dalle proprie funzioni e sarà interdetto da ogni officio pubblico per dieci anni”.

3. Nel marzo di quest’anno il presidente Zelaya, democraticamente eletto nel novembre 2005 (e, quindi, in scadenza di mandato) provvedeva all’indizione di una consulta popular (una sorta di referendum consultivo, ad effetti semivincolanti) per il 28 giugno, diretta a verificare l’opportunità di eleggere (nella tornata elettorale già prevista per il mese di novembre) un’assemblea costituente. Le finalità, per quanto scontate, erano esplicitate nel decreto presidenziale PCM-05-2009: l’assemblea costituente avrebbe dovuto procedere ad una radicale revisione della Carta, consentendo -tra le altre cose- la rielezione per un ulteriore quadriennio dello stesso Zelaya.
L’8 di maggio la prima battuta di arresto: lo Chief Prosecutor (una sorta di procuratore generale), nella veste di custode della Costituzione, dava avvio ad un procedimento diretto ad ottenere la declaratoria di nullità del decreto presidenziale, asseritamente incompatibile con le norme petreos. A stretto giro, il 26 maggio, Zelaya adottava un ulteriore decreto (il PCM-19-2009) che -in uno- revocava il precedente provvedimento e ordinava una Encuesta de Opiniòn Pùblica (una sorta di sondaggio pubblico, nelle forme del referendum), avente ad oggetto l’opportunità di una revisione della Carta, da tenersi il 28 di giugno. Il giorno successivo, il 29 maggio, la Court of Administrative Litigation (mutatis mutandis, un ibrido tra il nostro Consiglio di Stato e la Corte Costituzionale), ordinava l’immediata sospensione della consultazione popolare.
Il corso degli eventi subisce, da allora, un’accelerazione convulsa: con un proclama pubblico, nella stessa serata del 29 maggio, Zelaya informava la popolazione che l’Encuesta de Opinion, bocciata dalla Corte, sarebbe stata condotta nientemeno che dall’Istituto Nazionale di Statistica, al quale le forze armate avrebbero prestato tutto il supporto necessario a tal fine.
Il 3 giugno -con il primo di una serie di provvedimenti di natura giudiziaria ed ufficiale (non più, quindi, resi nell’esercizio di un’attività squisitamente consultiva)- la Corte, in veste di custode della stabilità costituzionale, invitava il Presidente al rispetto della Legge Fondamentale; il 16 dello stesso mese la stessa Corte respingeva i reclami proposti da Zelaya, confermando la bocciatura tanto della consulta, che dell’encuesta; il successivo 18 giugno, dopo aver nuovamente invitato il Presidente all’osservanza delle norme costituzionali, la Corte assegnava a Zelaya un termine di cinque giorni per rendere pubbliche le misure intraprese in ottemperanza alla declaratoria di nullità delle consultazioni popolari e finalizzate al ripristino dello status quo ante.
Nel contempo -a fronte delle manifestazioni di piazza ormai giornaliere- tutte le istituzioni del paese, dal Tribunale supremo per le elezioni, al Congresso (con la significativa inclusione della Chiesa locale) prendevano posizione contro il Presidente. A fronte del perdurante silenzio, il 26 giugno il Procuratore generale, constatate le molteplici e reiterate violazioni dell’ordine costituzionale, chiedeva l’arresto dello stesso Zelaya. Arresto eseguito il successivo 28 di giugno: nello stesso giorno in cui il Parlamento approvava, con una maggioranza quasi plebiscitaria, una legge diretta alla rimozione del Presidente dal proprio ufficio per alto tradimento, consegnando i poteri -come, peraltro, previsto dall’art. 242 della stessa Carta- al vice presidente e confermando la data del 28 novembre per lo svolgimento delle previste elezioni presidenziali.

Alla stringata dinamica poc’anzi descritta, occorre aggiungere un elemento ulteriore, che ha, invero, costituito il carburante degli eventi: il popolo honduregno.
Nei giorni compresi tra marzo e fine giugno, infatti, le strade di Tegucigalpa sono state -con cadenza quasi giornaliera- pacificamente invase da una moltitutidine di cives che (con toni ora concilianti, ora inneggianti all’insurrezione) hanno manifestato la propria assoluta indisponibilità ad accettare una qualunque consultazione referendaria che si ponesse in aperto contrasto con la Carta Costituzionale (e che, da quest’ultima, fosse anzi espressamente proibita).
Presto bollate dalla stampa internazionale come manifestazioni di oppositori faziosi, le proteste a difesa della Costituzione si sono svolte nell’iniziale indifferenza del Parlamento e della Magistratura. Solo poi, quando la frattura istituzionale avviata dal Presidente Zelaya è apparsa lampante (rectius¸ non più ignorabile), solo allora le istituzioni hanno opposto la reazione sopra descritta.
Così ripercorsi i fatti, un dato emerge con chiarezza: la dinamica honduregna può scomporsi in due fasi diacronicamente tracciate. Una prima, cui unico attore è stato l’insieme dei cittadini; ed una seconda -innescata dalla precedente- che ha visto il sistema costituzionale nella sua interezza- reagire ad un tentativo di frattura.

4. Delimitare dommaticamente un evento in fieri non è cosa agevole: è, anzi, operazione metodologicamente scorretta: il rischio è quello di rinchiudere in confini troppo limitati una dinamica costituzionale non ancora completa. Non resta, quindi, che limitare l’analisi ai soli eventi già occorsi, rinviando ad altri tempi un giudizio definitivo ed un inquadramento costituzionale che possa avere una qualche coerenza.
Fatta questa necessaria premessa, i fatti honduregni degli ultimi mesi possono trovare una collocazione loro propria -al di là delle banalizzazioni mediatiche e dagli opportunismi politici- nell’ambito di quella forma di difesa della Costituzione che è il diritto di resistenza di cui dispone il popolo. Collocazione, quest’ultima, forse un poco stretta, atteso che -quanto meno nell’accezione tipica- renderebbe conto solo della prima fase degli eventi (quella, cioè, che ha visto il dipanarsi di manifestazioni più o meno pacifiche), e non anche della seconda.
Eppure, il costante e continuo apporto popolare (vuoi nella prima, che nella seconda fase), consente -a parere di chi scrive- di operare una lieve forzatura delle maglie classiche del diritto di resistenza, sino a ricomprendervi (con le precisazioni che si vedranno) gli eventi occorsi in Honduras.

4.1. Teorizzato dalla dottrina cristiana per ovviare al conflitto tra il potere di Cesare ed il dovere verso Dio (ma, se vogliamo, già echeggiante nella dinamica di Antigone), rifluito -a garanzia, questa volta, del potere temporale- nella legislazione statutaria medioevale, rifiorito grazie alla dottrina del diritto naturale (e fortificato dall’esperienza della gloriosa rivoluzione), il diritto di resistenza trova una sua compiuta teorizzazione in Locke ed una definitiva traduzione costituzionale nelle carte degli stati americani, nella dichiarazione di indipendenza del 1776 e nelle prime costituzioni francesi. L’avvento dello stato di diritto, il progressivo aumento dei rimedi interni a tutela della Costituzione ed a garanzia dei cives, conducono ad una sostanziale involuzione del diritto di resistenza: oggi solo pochissime leggi fondamentali lo prevedono in modo espresso, è il caso -fra tutte- del Grundgesetz (art. 20, comma 4), della Costituzione Portoghese (art. 21) e di quella Messicana (art. 136), nonché delle Costituzioni di alcuni Lander tedeschi (Assia, Brandeburgo, Brema).
La reazione verso comandi incostituzionali (che giunge sino all’insurrezione – cfr. l’art. 35 della costituzione francese del 1793, e l’art. 2 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo), o l’inosservanza degli stessi, ancorchè provenienti da organi costituiti, costituiscono i due modelli tipici di reificazione del diritto di resistenza.
4.2. Nel caso che ci occupa -anche in ragione del ruolo fondamentale giocato dall’insieme dei cives nella definizione degli attuali assetti- il conflitto si è risolto all’interno del sistema: non si è trattato, insomma, dell’instaurazione di un nuovo ordinamento costituzionale, ma della conservazione (meglio: della reazione per la conservazione) dell’ordinamento esistente. Nessuna frattura ha caratterizzato gli eventi: il sistema (in una accezione più ampia, che ricomprenda anche il corpo elettorale) -mettendo in luce una straordinaria compattezza istituzionale ed un senso dello Stato decisamente inusuale per le giovani democrazie centroamericane- ha, dall’interno, reagito al tentativo di rottura.
Un moderno, composito, diritto di resistenza, insomma: una autoconservazione dell’ordinamento che, nello spettro interpretativo dei poteri riconosciuti dalla Costituzione alla magistratura ed al Congresso (cfr. gli artt. 205, 208, e 218 della Carta, nonché il successivo art. 242, che legittima la reggenza del vice presidente), e per il tramite del costante appoggio del popolo, ha escluso dalla dinamica democratica i soggetti che, in quell’assetto, non si riconoscevano più.

5. Resta un’ultima -amara- considerazione: è chiaro che in tanto l’attuale assetto (siccome emergente dalla conservazione della struttura costituzionale del 1982) potrà trovare una patente legittimità, in quanto risulti -all’esito dello scontro in atto (che ha raggiunto, in questi giorni, il suo apice con il rocambolesco rientro di Zelaya in patria ed il suo asserragliamento all’interno dell’ambasciata brasiliana)- vittorioso: in quanto, cioè, trovi una ulteriore legittimazione nel riconoscimento internazionale delle elezioni del 28 novembre.
Se sarà, invece, sconfitto, verrà considerato -a prescindere dall’inquadramento costituzionale che si è qui cercato di conferirgli- alla stregua di una qualunque attività antigiuridica: al più, in futuro, il resistente sconfitto -ammoniva J.G.Fichte- potrà essere inserito tra i martiri.

 

(pubblicato il 19.10.2009)

Clicca qui per segnalare la pagina ad un amico Stampa il documento