Ho l’onore e l’onere di commemorare il Presidente Giovanni Vacirca in nome dell’Associazione Toscana degli Avvocati amministrativisti nonché a nome di tutto il foro di Firenze e degli altri fori della Toscana: e ciò per due ragioni. La prima - come è evidente – è di mero ordine anagrafico. La seconda perché la mia conoscenza con Giovanni risale quasi alla notte dei tempi, ovverosia quando ero praticante procuratore presso lo studio del Prof. Alberto Predieri. Scusate questa piccola divagazione personale, ma l’episodio già di per se è significativo per rivelare talune delle tante qualità di Giovanni. Un barone siciliano aveva affidato alla Sotheby's la vendita all’asta di mobilia, quadri, arredi, suppellettili, ricordi di famiglia e quant’altro presente nel suo palazzo avito. Sotheby's aveva stampato il catalogo e dato larga pubblicità all’evento anche perché si trattava di un discendente di un casato che aveva avuto rapporti con Nelson e quindi v’era una grande interesse anche da parte degli operatori londinesi. Senonchè qualcuno ebbe l’idea di dire al barone che la vendita all’asta avrebbe potuto essere intesa come conseguenza di una non onorevole esecuzione forzata, e allora il nobiluomo ebbe la bella pensata di chiudere i cancelli e interdire l’asta. Il nostro studio preparò quindi subito un ricorso con richiesta di un provvedimento di urgenza il cui il petitum era un mixage di domande: consentire l’accesso, consentire l’esposizione e consentire la vendita. Il corrispondente di Catania era il padre di Giovanni, illustre esponente del Foro locale. Di solito si sa che il corrispondente fa poco più del passacarte. In quel caso invece l’allora giovanissimo avvocato Giovanni Vacirca, investito dell’incombenza dal padre, studiò subito da par suo la questione e mi telefonò, rappresentandomi problematiche a cui invero non avevo nemmeno lontanamente pensato e nel contempo proponendo corrette integrazioni ed emendamenti dell’atto, che ovviamente il Prof. Predieri ed io recepimmo all’impronta. Da questa colta, efficace e fattiva collaborazione si poteva capire subito di che pasta era Giovanni, non solo sotto il profilo delle qualità giuridiche ma anche delle qualità in punto di disponibilità, serietà, scrupolo, generosità e impegno.
Avvenne poi - anni dopo - che Giovanni si unì in matrimonio con Claudia Morviducci, mia collega di facoltà, e questo contribuì a rinverdire e rinsaldare gli antichi rapporti: in fondo i colleghi con cui si è lavorato all’inizio della carriera sono un po’ come i compagni di scuola, persone cioè con cui si crea un rapporto che tende a passare indenne attraverso gli anni e la lontananza.
Ma è il tempo di abbandonare i propri ricordi personali e dar conto sulla base di dati obiettivi della figura del Presidente Vacirca.
Si suol dire che solo dopo la morte si giunge ad appurare il giusto valore degli uomini. Non è certo così per il Nostro. Premetto che non sto qui a ricordarne i notevoli contributi sul piano scientifico: ad esempio il suo studio sul merito amministrativo è davvero un classico. Mi interessa invece come avvocato e dunque come utente del servizio che prestava, mettere in luce, insieme alla sua alta competenza, la dedizione, l’impegno quotidiano, la concretezza, la tensione verso la soluzione dei problemi, verso il fare (non il dire), tutte doti che dimostrava sia nell’organizzazione dell’Ufficio, sia nella sua attività di giudicante. Mi colpiva in particolare la sua capacità di andare subito all’essenziale e al cuore del problema, come del resto rivelava lo stile delle sue sentenze (credo tra l’altro che sia stato il Presidente maggiormente estensore di sentenze in tutta la storia della nostra giustizia amministrativa). A proposito del suo stile nel redigere le sentenze, scarno quanto essenziale, scherzando una volta ebbi a dirgli che così come Giustiniano che, secondo Dante, dalle “leggi trasse il troppo e 'l vano”, lo stesso lui faceva dei ricorsi e documenti annessi. Giovanni, come era solito fare, abbozzò un sorriso davvero imbarazzato perché questo accostamento non poteva accettarlo nemmeno per celia, tanta era la sua modestia (altra qualità e non da poco). Nel governare l’udienza non usava certo l’imperativo ma al più l’esortativo. Metteva tutti a suo agio e con tutti colloquiava come in una normalissima conversazione tra commensali abituali. Colloquio, sia chiaro, non fine a se stesso e rituale, ma produttivo, in quanto conosceva alla perfezione non solo l’ordito giuridico del caso ma anche tutta la documentazione, e non di rado molto meglio degli stessi difensori. Non credo di rivelare un segreto nel dire che quando presiedeva Vacirca la preparazione della discussione orale per noi avvocati era molto impegnativa, onde non essere colti nella scarsa conoscenza dei documenti. Tutto questo contribuiva qui a Firenze (ma lo stesso era avvenuto a Milano) a creargli non solo autorità, ma un vero e proprio carisma che poi si traduceva anche in una particolare forza delle sentenze del suo Collegio, nel senso che di rado venivano appellate in quanto si era ben consapevoli della sapienza e della completezza di analisi che esprimevano.
Ma soprattutto, parlando a nome del Foro Toscano mi preme (e piace) rimarcare tra i tanti meriti dell’uomo quella della sua attenzione alle esigenze e ai problemi degli avvocati. Noi, come i magistrati, siamo qui per svolgere un servizio ma anche per dare corpo a precise garanzie costituzionali: da un lato a tutela dei diritti e degli interessi legittimi delle parti e dall’altro a tutela del principio di legalità e del giusto processo. Ma le garanzie costituzionali non si contrappongono: si devono anzi integrare ed è questo un comandamento che il Presidente Vacirca sentiva con particolare intensità e praticava quotidianamente. Sempre disponibile, in udienza e nel suo ufficio, sempre sorridente, sempre gentile, e nel contempo deciso a inverare, in collaborazione con gli avvocati, le garanzie costituzionali. Tali sono stati il suo spirito di servizio, la sua dedizione e il suo animo collaborativo e con esso i risultati conseguiti nella qualità e nella quantità, che ciò è dimostrato per fatto concludente dal numero elevatissimo di avvocati presenti qui stamani non per ragioni di ufficio ma solo per rendere omaggio ad una persona che tanto ha dato a noi e alla giustizia.
E’ vero che ogni morte, tanto più se repentina, e in una età ancora vigorosa ci induce a meditare sul nostro ineluttabile destino. Però ci induce anche - come appunto qui sta avvenendo - a riflettere sul percorso seguito dalla persona scomparsa, su ciò che ha costruito, su ciò che ha insegnato in primis con l’esempio. Ed invero il percorso terreno del Presidente Vacirca è costellato da tante luci come unanimemente riconosciuto, le quali continuano ad illuminare noi e la giustizia amministrativa nel suo complesso: e per l’appunto questi meriti vanno ribaditi e propagati con forza, perché, come ci ricorda il Foscolo, ai “generosi giusta di glorie dispensiera è morte”.
Caro Giovanni, mi sia permesso per una e purtroppo ultima volta in questa aula dove per tanti anni hai dispensato sapienza e saggezza e con esse giustizia, darTi del Tu come non è mai stato ovviamente possibile per ragioni istituzionali, ma al solo fine di dirTi a nome di tutti gli avvocati amministrativisti toscani che non solo Ti abbiamo stimato, apprezzato, ammirato ma anche voluto bene: e credo che questo, nella terra di Calamandrei, sia il massimo elogio che gli avvocati possono fare ad un magistrato.
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* Il presente scritto riproduce la commemorazione del Presidente Giovanni Vacirca tenuta dal Prof. Giuseppe Morbidelli all’udienza pubblica del TAR Toscana del 7 maggio 2009. |